Tutti gli articoli di Antonio Devicienti

Faces

lorenzo_spagnoloLorenzo Spagnolo fotografa in pellicola bianco e nero. Il verbo inglese to shoot sta sia per scattare sia per sparare e questo doppio significato calza a pennello al lavoro di Lorenzo. Memore della lezione di Henri Cartier-Bresson, Lorenzo preme il grilletto per cogliere l’istante decisivo, soltanto quello gli sta a cuore, giammai per mitragliare. Viaggia triplicemente armato. Nikon F. Nikon FE. Contax ST. Scordatevi le cosiddette foto-ricordo. Quest’occhiolesto fa tutto il contrario di foto-ricordo. Le sue potremmo chiamarle foto-oblio: l’obiettivo di Lorenzo ci dimentica, smemora il corpo e, smemorandolo, risveglia qualcosa, slatentizza un mistero. Posso vederlo far capolino sulla mia pelle che mobilmente affresca la sua pellicola, l’ignoto stanato. Un discorso a parte meriterebbe l’uso che egli fa del fuori-fuoco: esso corrisponde, in estrema sintesi, alla ricerca di una messa a fuoco carnal spirituale. Nel seguente assaggio appaiono facce e corpi, lampi e sguardi, relazioni ed elezioni finite sulla sua linea di mira in due diverse occasioni, nel corso di questa estate bolognese. (JC)  leggi l’intero articolo sul Primo Amore.

Breve saggio sulla restituzione

yves-bergeretEsiste un tipo di scrittura in versi che sedimenta lungo vasti archi di tempo, che ha bisogno di lunghi intervalli per giungere a un testo ritenuto completo; ne esiste un altro che sembra nascere immediatamente e contestualmente a un episodio, a un accadimento, a un incontro – non necessariamente queste due tipologie sono in contrasto o inconciliabili: la scrittura di Yves Bergeret, per esempio, sembra situarsi su entrambi i versanti, ma restando sempre totalmente e convintamente immersa nella concretezza del vivere e del pensare.  Continua a leggere Breve saggio sulla restituzione

Scritto 64

bento_berger
Un disegno di John Berger contenuto in Bento’s Sketchbook (p. 133 dell’edizione tascabile, editrice Verso, 2015).

Trovo molto significativo il fatto che, di anno in anno, la data del 25 luglio susciti nella memoria collettiva un’eco sempre più debole –  è l’ennesima conferma del fatto che l’Italia è un Paese che non ha mai fatto con serietà e determinazione i conti con il ventennio fascista, con quello che ha preceduto e seguito quel ventennio.

Si diffondono e si rafforzano, invece, come incontrovertibili verità menzogne e luoghi comuni (“il fascismo ha fatto anche cose buone”, “in Africa abbiamo portato il benessere”, “sotto Mussolini non esisteva la mafia”, “anche i partigiani, però…”, “ e le foibe, allora?”, eccetera).

Sono nipote di chi (il mio nonno materno), convinto antifascista, catturato sul fronte albanese dopo l’8 settembre, scelse di rimanere nei campi di prigionia tedeschi  e sono nipote di chi (un mio zio paterno), carabiniere diventato partigiano, fu ucciso in combattimento dai fascisti di Salò.

Se furono necessari due anni di guerra pagati con lutti da quasi tutte le famiglie italiane affinché gran parte della nazione capisse finalmente che cos’era il fascismo, il 25 luglio rimanga monito e memoria. Oggi SAPPIAMO che quei vent’anni furono privazione della libertà, ch’essi furono violenze e assassini, razzismo e irrazionale fede nell’uomo forte: lo SAPPIAMO e non possiamo ignorarlo.

E a vent’anni dai fatti di Genova dalla Dimora del Tempo sospeso si rinnova il NO convinto a qualunque forma di fascismo e di neofascismo.

Uno specchio per Christian Boltanski

Christian_Boltanski._Signatures

     L’arte della distanza t’apparteneva e anche quella del congedo, dell’assenza: l’inesausto andare del consumarsi, dello svanire, del trascorrere era (è) vita. Immersi nel tempo lo percepiamo vento, posizionarsi e trasmigrare di stelle, accendersi e spegnersi di luci pulsanti su specchi neri. E cantano le balene fin dall’inizio del tempo.

     Un’isola ricolma di scatole sonore (ritmi cardiaci di fratelli in umanità) è dono, rinnovato dono di risacca e in finibus terrae il vento attraversa grandi trombe di leggenda.            

     Contro il vetro d’una finestra è rimasto soltanto il riflesso di una vecchia menorah: e del suono d’una campanellina-animita: molte foto, davvero molte, ma la domanda tocca i nomi (come si chiamavano, dove abitavano, che cosa facevano) e torna indietro priva di risposta.

     Questa camicia un po’ scolorita, questa scarpa e il suo tacco scheggiato, questa giacca da muratore erano le pagine del tuo pensare, gli sprofondamenti della memoria. 

_     _     _     _     _     _     _     _     _     _     _     _     _     _     _     _     _     _     _     _     _     _

     Una versione in qualche modo “speculare” di questo testo viene  pubblicata contemporaneamente nello spazio  Le Nature indivisibili – un grazie particolarmente sentito a Mauro Leone (Morel) per l’ospitalità.

Scritto 63

bento_berger
Un disegno di John Berger contenuto in Bento’s Sketchbook (p. 133 dell’edizione tascabile, editrice Verso, 2015).

Gli accadeva secondo un’elementare legge matematica, quella della proporzionalità inversa: più inciampava in persone debordanti di ego e di narcisismo, più taceva, più si rimpiccioliva sulla sedia – tendeva a scomparire; anzi no: decise, scientemente, di scomparire.

Parlavano, parlavano: “io… io… io…” 

Finché, un giorno, parlarono a una sedia vuota.

Non se ne accorsero.

nell’esilio / su “La mano bruciata” di Jonny Costantino

santa-lucia_del-cossa_washington

Ogni lettore che abbia la mano bruciata (purché veramente bruciata dal fuoco dell’arte E della vita, della passione E dell’anarchia, dell’insurrezione E dell’anticonformismo) capirà e amerà e divorerà questo libro di Jonny CostantinoLa mano bruciata (Rubbettino Editore, Soveria Mannelli 2021).

Non c’è nulla di saggio in questa raccolta di saggi (di saggiamente piccoloborghese, intendo dire, di giudiziosamente soppesato per essere offerto ai delicati palati dei signorini e delle signorine che scrivono e leggono di tenui sentimenti, d’indimenticabili tramonti, di farfalle librantesi tra steli d’erba e di angeli celati in soffi d’aerea luce); e proprio perché è l’autore stesso a definire le singole parti che compongono il libro sia “scritti” che “saggi”, vi riconosco fraternità del sentire e del pensare: scritto oppure saggio significa qui pagine che si negano a qualunque tradizionale, accademica, imbalsamata definizione, significa libertà del pensare e del vagabondare ed è linguaggio capace di trascorrere dallo scurrile al colto, dal parlato al cantato, dal meditabondo al provocatorio.  Continua a leggere nell’esilio / su “La mano bruciata” di Jonny Costantino

Scrivere con gli occhi: sulle “erasures” di Mary Ruefle

Scrive Beatrice Seligardi a proposito delle erasures di Mary Ruefle: «Aggiungere il proprio tempo a quello che già esiste, evocato come traccia che appare o scompare attraverso sovraimpressione e cancellatura, su superfici di cui si recupera e si sottolinea la temporalità materiale proprio nel momento in cui la si manipola: è attraverso questi procedimenti che si compone un gruppo di opere che possiamo accostare per affinità ai libri d’artista di Woodman. A Little White Shadow (2006) è un libro della poetessa americana Mary Ruefle,  Continua a leggere Scrivere con gli occhi: sulle “erasures” di Mary Ruefle

Il dolore tra le dita

bento_berger
Un disegno di John Berger contenuto in Bento’s Sketchbook (p. 133 dell’edizione tascabile, editrice Verso, 2015).

Alle pagine dalla 9 alla 11 dell’edizione tascabile in lingua inglese (Verso, London-New York 2015) di Bento’s Sketchbook John Berger racconta del suo incontro intorno al Natale 2007 con il Subcomandante Marcos.

Berger aveva donato alla Helen Bamber Foundation un proprio ritratto del Subcomandante affinché fosse messo all’asta e gl’introiti fossero destinati alle attività della Fondazione: è da qui che prendono avvio i ricordi:

«He, I, two Zapatista comandantes and two children are taking it easy in a log cabin on the outskirts of the town of San Cristobal de Las Casas», scrive John Berger. Tutto il brano è abitato da calma e serenità: è la prima volta che i due uomini s’incontrano di persona, benché da lungo tempo ci fosse tra i due una corrispondenza privata e più volte fossero intervenuti insieme anche a dibattiti pubblici tramite piattaforme multimediali.  Continua a leggere Il dolore tra le dita

luglio ’60 / Carlo Bordini

Carlo BordiniNel 1960 ci fu un tentativo di instaurare in Italia un governo di destra, il governo Tambroni. Era un monocolore democristiano appoggiato dai neo fascisti dell’MSI. Questo governo voleva essere una risposta a una ripresa operaia che era cominciata in Italia nell’anno precedente, e che si esprimeva in una forte ripresa degli scioperi dopo gli anni bui del dopoguerra.

Continua a leggere da QUI.

Galerie Bordas / venezia

james brown - line yellow shape, particolare lito 1999
James Brown – line yellow shape, particolare lito 1999.

Giovedì 18 giugno presso la GALERIE BORDAS di Venezia (San Marco 1994/B – vicino al Teatro La Fenice) si è svolto il vernissage della mostra

30 ans de A à Z

che resterà aperta fino al 31 luglio 2021.

Il 4 maggio 1991 la Galerie Bordas apriva i battenti a Venezia nei pressi del Teatro La Fenice. Qualche mese dopo, il 14 settembre, veniva inaugurata la prima mostra dedicata all’opera grafica di Zoran Music che in quella occasione visitò la galleria. Sono passati 30 anni da quell’inizio che continua a riproporsi ogni qualvolta la galleria inaugura una sua mostra.

Attraversare questo tempo è rievocare gli artisti che hanno reso possibile tutto ciò: Aillaud, Alechinsky, Baechler, Barceló, Blais, Braque, Brauner, James Brown, Campigli, Capogrossi, Chagall, Cocteau, Damisch, Dubuffet, Ensor, Fautrier, Jorn, Masson, Matta, Michaux, Miró, Music, Paladino, Picasso, Vedova, Zorio. La mostra propone una scelta di grafica (incisioni, acqueforti, litografie), libri d’artista, disegni e i 33 cataloghi che testimoniano la storia della galleria. Per la mostra sarà pubblicato il catalogo 34.

 

I giorni e la scrittura

Leopardi, ZibaldoneRisale agl’inizi di dicembre del 1992 il mio primo incontro con colui che sarebbe diventato un amico fraterno, l’artista originario di Alessano (nella zona del Capo di Santa Maria di Leuca) Pasquale Fracasso: entrambi insegnanti alle prime armi, entrambi “espatriati” dalla comune piccola patria salentina, ci siamo conosciuti sul bus che ci portava verso la scuola dove quell’anno scolastico avremmo insegnato fino a giugno – e quell’anno sarebbe stato intenso e bellissimo anche per una frequentazione intellettuale che mi avrebbe portato a conoscere due autori che ancora ignoravo: Antonio Prete ed Edmond Jabès; è stato Pasquale a farmi leggere Uno straniero con, sotto il braccio, un libro di piccolo formato, è stato lui a parlarmi di Antonio Prete e successivamente a regalarmi Prosodia della natura.

Nel corso degli anni si è molto intensificata la mia frequentazione dei libri e della scrittura di Antonio Prete, sarebbe stato durante alcune giornate veneziane in compagnia di mia moglie Elma e di nostra figlia Giulia che avrei acquistato l’edizione Feltrinelli del Pensiero poetante – Enrico De Vivo ospitava già qualche mio contributo su Zibaldoni e altre meraviglie dove potevo leggere, ammirato, gli interventi di Prete, di Celati, di Giuliano Scabia…   Continua a leggere I giorni e la scrittura

Tradurre Stefan George (quasi un diario)

blaetter_fuer_die_kunstOggi posso ben dire che l’impresa è giunta al suo termine: ho appena consegnato all’editore l’ultima versione interamente rivista del secondo volume che ospiterà la mia traduzione dell’opera poetica di Stefan George. 

È stato un impegno lungo (almeno due anni), nient’affatto facile, ma entusiasmante e fecondo.

Come scrivo nell’introduzione al volume, l’intera traduzione è a servizio del testo originale, serve, umile ma completa, a proporre (o a ri-proporre) al lettore italiano un’opera poetica importante e ineludibile per bellezza d’impianto (ogni libro di Stefan George è stato minuziosamente studiato e architettato dal suo autore), per soluzioni formali (la lingua tedesca viene onorata e fatta vibrare nelle sue più intime bellezze come accade nei testi di Goethe, di Hölderlin, di Heine per citare tre Grandi precedenti a George), per tensione speculativa.  Continua a leggere Tradurre Stefan George (quasi un diario)

MG: la gente non sa cosa si perde

giovenalePREMESSA:

Quelle che Marco Giovenale compie in La gente non sa cosa si perde (Tic Edizioni, Roma 2021) sembrano campionature di frammenti del parlato e assemblaggi di materiale linguistico eterogeneo, una sorta di reperti dal nostro tempo; sono, in realtà, (e come sempre nell’opera di Giovenale) calibratissimi testi nei quali scorgo, contemporaneamente, ironia e pietas.

L’ironia (unita a un’agguerritissima lucidità) è lo strumento principale capace di cogliere, nel linguaggio e traverso il linguaggio, contraddizioni e aberrazioni del reale: la pietas (di totale impronta laica e antimetafisica, ovviamente!) si esercita, sempre tramite la scrittura, nei confronti dei minuti (anche questo libro potrebbe essere in parte considerato un nuovo capitolo della storia dei minuti) le cui ombre e nomi (i quali, però, non scalfiscono minimamente… l’anonimato che sembra caratterizzare le vite nella nostra contemporaneità) appaiono in taluni dei testi per dar vita a un racconto collettivo di solitudini, frustrazioni, alienazioni, reificazione delle persone e delle professioni, dei rapporti interpersonali e delle memorie individuali.

Continua a leggere MG: la gente non sa cosa si perde

Errata corrige – Su “Delle osservazioni” di Marco Giovenale

     Marco Giovenale mi segnala questo passaggio del mio studio su Delle osservazioni:

Propongo ora un raffronto tra due versioni del medesimo testo; la prima com’è stata pubblicata in Storia dei minuti, la seconda come viene riproposta in Delle osservazioni (p. 7):

Continua a leggere Errata corrige – Su “Delle osservazioni” di Marco Giovenale

Quasi uno “scritto”…

atelier-di-Rostia-cop

… perché, in realtà, da qui, dalla Dimora del Tempo sospeso, rimando allo spazio amico e ospitale Le nature indivisibili, perché è lì che è possibile leggere  due “scritti” che rendono omaggio alla persona e all’opera di Rostia Kunovsky, perché da qui il mio grazie va a Mauro Leone (Morel),  genius loci, ideatore, sapiente  e sollecito curatore delle Nature indivisibili, e a Domenico Brancale (che ha concepito il progetto di un tale omaggio invitandomi a farne parte) – e mi permetto infine di segnalare, sempre nello spazio Le nature indivisibili, la presenza vivificante e dialogante della scrittura di Rossana Lista con la sua rubrica Accento acuto.

Da nessuna parte mai. Nell’atelier di Rostia Kunovsky. Di Domenico Brancale

Nella trasparenza dello sguardo. Per Rostia Kunovsky. Di Antonio Devicienti

Scritto 62

bento_berger
Un disegno di John Berger contenuto in Bento’s Sketchbook (p. 133 dell’edizione tascabile, editrice Verso, 2015).

«Tanto più lo studio è fine a se stesso, ha come obiettivo la pura contemplazione, quanto più esso dovrà convertirsi irresistibilmente in vita. Studiare significa avere un rapporto non esecutivo con le idee, far sì che qualcosa ti diventi talmente intimo da trasformarsi in te» Emanuele Dattilo, Il dio sensibile. Saggio sul panteismo, Neri Pozza Editore, Vicenza 2021, p. 203.

Ed ecco, leggendo e, appunto, studiando il bellissimo libro di Emanuele Dattilo m’imbatto in quest’affermazione e penso alla distanza (che mi appare abissale) tra la sua verità (che corrisponde al mio più intimo sentire) e la realtà di una scuola che, avviandosi al termine del suo anno scolastico, vedo sempre più ostaggio di logiche aziendalistiche ed economicistiche.

Continua a leggere Scritto 62

Scritto 61

bento_berger
Un disegno di John Berger contenuto in Bento’s Sketchbook (p. 133 dell’edizione tascabile, editrice Verso, 2015).

We who draw do so not only to make something visible to others, but also to accompany something invisible to its incalculable destination.

Sono parole che ricorrono di frequente in Bento’s Sketchbook di John Berger e che provo a variare anche nel modo seguente: noi che scriviamo lo facciamo non solo per rendere udibile un qualcosa agli altri, ma anche per accompagnare un qualcosa d’inudibile verso la sua imprevedibile meta – benché si possa vedere anche tramite la scrittura e rendere visibile un qualcosa traverso di essa. (Pur rimanendo tuttavia valida la distinzione netta che John Berger fa in altro luogo del libro tra disegno e scrittura, per certi versi affini, per molti altri differenti tra di loro).

In ogni caso sia disegnando che scrivendo mettiamo in moto una sorta di campo di forze, invisibili, le quali, convergendo o divergendo, accendono moti ulteriori, alcuni dei quali imprevedibili o imprevisti.  Continua a leggere Scritto 61