Tutti gli articoli di Antonio Devicienti

Antonio Devicienti, di origine salentina, convintamente antifascista, è redattore del blog "La Dimora del Tempo sospeso" fondato da Francesco Marotta e gestisce lo spazio personale "Via Lepsius". Collabora con "Zibaldoni e altre meraviglie", "Le nature indivisibili", "Iuncturae". Nel 2021 ha pubblicato "Andanze" per la collana Prova d'Artista della Galerie Bordas di Venezia diretta da Domenico Brancale.

Se vince la Destra (di Rocco Brindisi)

Ogni volta che Rocco mi manda un suo testo provo la gioia e l’orgoglio di poter pubblicare uno degli autori che più stimo  e amo; questa volta mi permetto anche di aggiungere questa breve premessa perché condivido in pieno i contenuti del testo che andrete a leggere e perché, “se vince la Destra”, questi anni (già bui) diventeranno ancora più bui, ma, certamente, il nostro sentimento antifascista non cederà di un passo e continuerà ad avere nel 25 aprile il suo faro. [A. D.] Continua a leggere Se vince la Destra (di Rocco Brindisi)

La lingua in poesia, la comunità, la vista nuda – su “Ponti sdarrupatu” di Alfredo Panetta

Alfredo Panetta scrive un libro, Ponti sdarrupatu. Il crollo del ponte (Passigli Editori, Bagno a Ripoli 2021), che unisce in sé la potenza espressiva del dialetto calabrese, la tensione etica del discorso che si esplicita di verso in verso e nell’impianto generale dell’opera, la partecipazione umana (mai retorica, mai banale) alle storie delle vittime del crollo del Ponte Morandi di Genova.  Continua a leggere La lingua in poesia, la comunità, la vista nuda – su “Ponti sdarrupatu” di Alfredo Panetta

Leggo “Le Belle Bandiere” (di Rocco Brindisi)

Leggo “Le belle bandiere”, seduto davanti al bar, sotto i portici. Il volto del poeta in copertina: capelli arruffati, guance scavate, una bellezza antica. La ragazza del bar mi informa, con un sorriso: “Il suo amico è venuto poco fa”. Un po’ le dispiace che non ci siamo incontrati, un po’ è felice di averlo nominato; terzo, ritiene una sorta di incantamento l’amicizia tra un vecchio signore, barba folta, bianca, con un ragazzo. La sua curiosità è gentile. Continuo a leggere. Un movimento brusco, e il libro si richiude. Ritorna lo sguardo del poeta, che mi trafigge e mi consola. Nei suoi occhi, la passione di guardare il mondo. Sta girando il “Decamerone”. Uno sguardo fiero della propria felicità. Nel film, è un pittore del Trecento in viaggio, che approda a Napoli. Nel libro, le sue risposte ai lettori di “Rinascita”. anni ’60. Lettere di operai, studenti, pensionati. In queste pagine, l’epopea di una lingua amorosa, che rinnova il proprio mistero, entrando negli affanni, le ragioni, i dubbi, i pudori, le speranze senza tempo, la devozione, mai ruffiana, del lettore nei confronti del poeta. Che parli di politica, di cinema o d’altro, c’è qualcosa di lancinante nel rispetto che egli nutre per l’interlocutore, per sé stesso e per il volto invisibile che guarda, scrivendo. Ancora il suo ritratto: la bocca chiusa, non serrata, è il terzo occhio, ribelle e magnanimo. Sarebbe stato bello morire in quei giorni, il terzo giorno la fine delle riprese di un film sulla gioia. Il ragazzo degli appuntamenti al bar non è venuto. Le parole del poeta, la sua faccia, così lontani dalla sua morte, che mi viene da piangere. [Rocco Brindisi]

 

Mariella Mehr: la parola / das Wort

Mariella Mehr
(27 dic. 1947 – 5 set. 2022)

Niente,
nessun luogo.
C’è ancora rumore
di sventura nella testa,
e sulla mappa del cielo
io non sono presente.

Mai è stata primavera,
sussurrano le voci di cenere,
sulla bilancia del linguaggio
sono una parola senza peso
e trafiggo il tempo
con occhi armati.

Futuro?
Non assolve
me, nata sghemba.
Vieni, dice,
la morte e un ciglio
sulla palpebra della luce.

Per Mariella Mehr:

sulle Nature indivisibili (ricordo di Domenico Brancale)

sul Primo Amore (ricordo di Anna Ruchat)

sulla Dimora del tempo sospeso

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Such dream, such absolute. L’Irlanda di Mario Luzi

di Lorenzo Mari

A quasi vent’anni dalla morte, l’opera di Mario Luzi sembra oggi consegnata a un facile, ma anche rigido, processo di canonizzazione, e insieme di trascuratezza – un processo a tratti inevitabile, per un poeta la cui opera si colloca senza dubbio in uno spazio del ventesimo secolo letterario che è spesso precedente a ciò che oggi si associa alla categoria di “Novecento”. Pare, dunque, che ci sia poco interesse e poca ricerca, anche a livello universitario, su un autore ritenuto effettivamente buono per un prossimo, ennesimo, backlash conservatore delle accademie. Sono allora le iniziative di amici e sodali a tornare sui passi di Luzi, tentando al tempo stesso di prendere la rincorsa per un salto in avanti. Continua a leggere Such dream, such absolute. L’Irlanda di Mario Luzi

Scritto 78

(Per Ettore Spalletti

Il colore non è accessorio, ma è la LUCE ed è il SILENZIO. Impensabile (impercepibile) lo SPAZIO senza il colore. L’immersione nel colore è nascita, muoversi nel colore è rinnovata nascita genesi. Strato su strato il silenzio addensa il sostare nell’esistere: lèggere il limite bianco dell’azzurro, ascoltare la cubicità e la conicità della luce. Spazio:moto:incessante: superfici di levigate materie (eppure porose, tessiture delle vernici, microscopici avvallamenti e rughe) di concepite distanze – goniogenesi. Oftalmogenesi. Così lo sguardo nasce a sé stesso diventando e si fa spazio     :     colore. 

Franca Rame (di Rocco Brindisi)

Franca Rame. Chi ha visto e ascoltato il suo monologo sullo stupro subìto dai fascisti, non ha avuto il tempo di sognare che il suo racconto non fosse vero. Ma è vero; le speranze cadono, si inabissano. La donna che ricostruisce l’orrore di quella sera lo fa con una semplicità allucinata, che dà alla testa. Le sue parole sono il suo corpo, il suo corpo sono le sue parole. Il suo corpo non diventa mai, neanche per un momento, uno spettro del teatro. Non ci sono preamboli. Sei tirato dentro quell’ora maledetta, appena reclina il capo sulla spalliera della poltrona. Resuscita, in un momento, il corpo terribile del racconto, assalita e immersa nel suo dolore disincantato. Descrive i gesti dei ragazzi uno per uno; i ragazzi fumano, spengono le sigarette sul suo collo, sul seno. Spalancano le sue gambe; uno di loro le spinge un ginocchio sulla schiena, fanno quello che sognavano di fare, sono fantasmi in carne e ossa, sente il loro seme colarle dentro.
Racconta tutto, su un palco; non getta un grido, non risplende il suo orrore; il suo sgomento non diventa mai, neanche per un momento, letterario. Il racconto non ha ambizioni, neanche quella di gettare buio sul tempo, di rendere ancora più scura quella notte. Volevano marchiarla, divorare la sua bellezza senza neanche guardarla; non credo abbiano mai pronunciato la parola “bellezza”, nella loro vita, i loro padri non avevano fiatato, leggendo il decalogo delle Leggi Razziali; nessuna vergogna che i bambini ebrei venissero espulsi dalle scuole del Regno. Tra i loro discendenti, impossibile che qualcuno sputi sulle loro tombe.
Franca Rame ci fa vedere la mostruosità, senza tremori; non usa mai neanche un sinonimo; in un monologo che fa impallidire quello di Amleto, mai un tentativo di levitazione, di osservare da fuori quello che le accade. Decine di morti, una dopo l’altra; non chiama in soccorso i silenzi della città a cancellare le voci, le coltellate delle voci: “Godi, puttana!”. La rivestono, la scaricano in strada. [Rocco Brindisi]

Giuseppe Zuccarino: Forme della singolarità

La Dimora del Tempo sospeso ha da diversi anni l’onore, il privilegio e la gioia di pubblicare gli splendidi contributi di Giuseppe Zuccarino; un nuovo volume, Forme della singolarità. Da Michaux a Quignard (Mimesis Edizioni, Milano-Udine 2022), si aggiunge alla ricca bibliografia di Giuseppe e anche questa volta una buona parte del libro (ben 11 saggi!) è costituita da contributi già anticipati sulla Dimora. Ovviamente leggerli ora in formato cartaceo e affiancati ad altri testi li arricchisce ulteriormente, donando loro un’ancora più ampia e profonda prospettiva.  Auguriamo al libro tutta  l’attenzione che merita.

“CollaterAle” di Jacopo Ninni, o dell’unico effetto giusto

 

di Lorenzo Mari

Ivan Illich fa parte di quella schiera di pensatori – spesso vicini a posizioni più o meno anarcoidi – che, in genere, vengono evitati il più possibile quando possono essere effettivamente utili, per poi essere ricordati nelle circostanze meno opportune. Le conseguenze di questo mismatch sono esplosive: per Illich, succede, con una certa ricorrenza, quando si parla di “descolarizzare la società”, ma è accaduto anche, nel contesto pandemico, con quell’idea di “iatrogenesi” (ossia l’origine medica di una patologia o di un altro danno, per chi si trovi nel ruolo di paziente) che proviene da un altro testo fondamentale dello scrittore e filosogo di origini austriache, Nemesi medica (1974). E questo è successo, più precisamente, nel contesto di quella rubrica di Giorgio Agamben per il sito di Quodlibet – “Una voce” – che, come si sa, ha tenuto impegnata la bolla intellettuale italiana per settimane, specialmente all’epoca del primo lockdown… Continua a leggere “CollaterAle” di Jacopo Ninni, o dell’unico effetto giusto

Scritto 77

 Abitare la possibilità, come nel verso di Emily Dickinson (I dwell in possibility), abitarla, intendo qui, nella scrittura. Scrittura come questa che vado impiegando ora, governata da leggi condivise da una comunità di parlanti e riguardanti la decifrazione dei segni, la loro corrispondenza a determinati suoni, i significati dei segni aggregati tra di loro, la sintassi di quei significati – scrittura come quel tracciare segni aperti all’interpretazione di chi li osserva, non governati da alcuna legge precostituita in un sistema linguistico condiviso.

Abitare la possibilità della scrittura come gioioso atto di liberazione e come potenzialità infinita di realizzazione.  Continua a leggere Scritto 77

Flugblatt 7 / Abitare la possibilità (esperimenti asemici di Antonio Devicienti)

28  Uheln+¢ trh (mercato del carbone), angolo Perlov+íIl termine tedesco Flugblatt significa “volantino” (alla lettera “foglio volante”) e ha nei paesi di lingua tedesca una storia assai interessante e gloriosa che risale almeno al XV secolo quando i “Flugblätter” (plurale di “Flugblatt”) venivano venduti (e a prezzi non sempre modici) durante i mercati, le fiere e altrove; i loro contenuti erano i più diversi e i Flugblätter ebbero un ruolo importante nel dibattito politico e culturale già ai tempi della Riforma luterana e nei secoli successivi.

La foto di copertina è di Francesco Jappelli (Un’altra Praga) e ritrae il Mercato del carbone nella Città Vecchia.

Buona lettura/visione. [A. D.]

Flugblatt 7_Abitare la possibilità

Breve saggio sugli spaghetti con gli scampi

Nel 1982 Tonino Guerra riesce a ottenere dalle autorità sovietiche il permesso che Andrej Tarkovskij soggiorni per alcune settimane in Italia grazie al progetto di una sceneggiatura cui i due amici avrebbero voluto lavorare a quattro mani.

Partendo dalla casa romana di Guerra e accompagnati da un’interprete, i due cominciano un viaggio in Italia (soprattutto quella meridionale, ma anche la Toscana) dal quale germoglierà Nostàlghia – gli spezzoni girati durante il viaggio saranno montati e costituiranno un film-documentario intitolato Tempo di viaggio Continua a leggere Breve saggio sugli spaghetti con gli scampi

La cecità delle ore (di Rocco Brindisi)

La figlia di Beppino Englaro era, al tempo, una bambina. Stava nel cuore dei giorni. Nulla sapeva delle finzioni della morte. Come tutti i bambini, recitava, a volte un ultimo respiro. Giocava alla morte; poi, riprendeva a respirare, tornava al respiro del suo sguardo, e il respiro del suo sguardo era buono. La sua infanzia splendeva nella moltitudine delle parole che compaiono nei libri, nella solitudine fraterna delle cose. Aveva conosciuto, nell’adolescenza, la perfetta,  amorosa solitudine di nuotare accanto a un amico, un’amica. Aveva sfiorato gli amori che spingono teneramente il cuore nella notte. Aveva visto un amico ridotto a un corpo di tenebre e aveva detto, senza tentennamenti che, fosse capitato a lei, nessuno doveva privarla del respiro della morte.

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Die leere Mitte, numero 14

Grazie a Federico Federici e a tutta la redazione di Die leere Mitte per l’ospitalità: die leere Mitte, issue 14

In this issue: Werner Preuß, Massimiliano Damaggio, Antonio DevicientiJohn M. Bennett, Jason Heroux, John Grey, Daniel Barbare, Mark Young, Joshua Martin, Steffen M. Diebold, Joseph Salvatore Aversano, Patrick Sweeney.

Giovenale, Sjöberg, il cotone

Mi proverò ad attraversare la scrittura dei testi contenuti nel manufatto poetico di Marco Giovenale Il Cotone (Zacinto Edizioni, Milano 2021) tramite un libro, di recentissima pubblicazione in Italia, cui sono giunto grazie alla segnalazione di Giovenale stesso su slowforward e cioè La fiorente materia del tutto. Sulla natura della poesia di Gustav Sjöberg (Neri Pozza Editore, Vicenza 2022, traduzione di Monica Ferrando, ma l’opera è apparsa in Germania già nel 2020 col titolo zu der blühenden allmaterie über die natur der poesie). Numerose sono le affinità (realizzate anche in ripetute collaborazioni) tra Giovenale e Sjöberg, coincidenti la concezione della scrittura e del suo rapporto sia con il reale che con la società e la politica, efficaci gli strumenti ermeneutici che il libro di Sjöberg offre per un’interpretazione non impressionistica di questo (e anche dei precedenti) libri di Marco Giovenale; desidero inoltre provarmi ad applicare subito (rispetto alla sua pubblicazione italiana che mi auguro non passerà né inosservata né sarà infeconda) e “sul campo” le suggestioni che scaturiscono dalla Fiorente materia del tutto – premetto che soltanto alcune delle (molte) argomentazioni e delle (numerose) prospettive dell’opera saranno qui chiamate in causa.  Continua a leggere su  VIA LEPSIUS.