Tutti gli articoli di Antonio Devicienti

Tacere

Pierre Tal Coat, Se rejoignant (incisione, acquatinta, 1980).

Se taire.
Faire silence pendant des heures. Non pour se taire mais pour qu’il y ait à nouveau une rencontre de mots, un apaisement du langage, la présence d’au moins quelqu’un en l’absence de tous. Il n’y a souvent que peu à dire. Car même si l’on connaît la maison, on ne sait pas où est allé l’habitant.

Tacere.
Fare silenzio per ore. Non per tacere, ma affinché nuovamente accada un incontro di parole, una pacificazione del linguaggio, la presenza di almeno qualcuno in assenza di tutti. Spesso non c’è che poco da dire. Perché anche se si conosce la casa non si sa dove sia andato l’abitante (traduzione mia, A. D.)

Thierry Metz, L’homme qui penche, Éditions Unes, Nice 2017.

Storia del blu

Pierre Tal Coat, Comme si en marche (acquaforte e acquatinta, 1980).

Le bleu ne fait pas de bruit.

C’est une couleur timide, sans arrière-pensée, présage, ni projet, qui ne se jette pas brusquement sur le regard comme le jaune ou le rouge, mais qui l’attire à soi, l’apprivoise peu à peu, le laisse venir sans le presser, de sorte qu’en elle il s’enfonce et se noie sans se rendre compte de rien.

Indéfiniment, le bleu s’évade.

Ce n’est pas, à vrai dire, une couleur. Plutôt une tonalité, un climat, une résonance spéciale de l’air. Un empilement de clarté, une teinte qui naît du vide ajouté au vide, aussi changeante et transparente dans la tête de l’homme que dans les cieux.

L’air que nous respirons, l’apparence de vide sur laquelle remuent nos figures, l’espace que nous traversons n’est rien d’autre que ce bleu terrestre, invisible tant il est proche et fait corps avec nous, habillant nos gestes et nos voix. Présent jusque dans la chambre, tous volets tirés et toutes lampes éteintes, insensible vêtement de notre vie.

Continua a leggere Storia del blu

Per Annamaria De Pietro

È venuta a mancare in questi giorni Annamaria De Pietro, poetessa di raro spessore e persona squisita per gentilezza e riservatezza (dico questo per diretta esperienza personale); ripropongo un mio intervento che avevo pubblicato tempo fa su Carteggi letterari; tra i molti libri di cui ho scritto in passato questo Venti fusioni a cera persa è uno dei pochi che ancora conserva per me valore (un grandissimo valore, anzi) e che non mi ha fatto pentire di avergli dedicato tempo e attenzione. Annamaria mi mancherà tantissimo, come artista e come persona e mi auguro che l’eccelsa res publica poetica italica si accorga di questa perdita.

Continua a leggere Per Annamaria De Pietro

Scritto 44

Irma Blank: Orizzonte, 2005 (penna a sfera su poliestere)

Si posa, delicatissimo, lo sguardo di Wallace Stevens su di un gruppo di suore che dipingono in riva a un lago – o meglio, è, direi, lo sguardo della scrittura a posarvisi, la quale deve, attraverso le parole e il loro ritmo, far vedere allo sguardo della mente quelle suore che dipingono.
E le suore vedono, a loro volta, sé stesse dipingere e il loro dipingere è pensare, è sentire il proprio pensare e guadagnare consapevolezza del sentire e del pensare, riconoscendosi parte di un tutto.
Felicità del sentirsi pensare.
Dipingere ninfee significa cogliere il variare della stagione, spiare il dischiudersi dei germogli, le sprezzature della luce. Continua a leggere Scritto 44

Scritto 43

Irma Blank: Orizzonte, 2005 (penna a sfera su poliestere)

Lo chiamava compartir la mirada, condividere lo sguardo. Nacquero così due libri: viaggiavano insieme, lui (Miguel Falces) guardava e fotografava, e lui (José Ángel Valente) guardava e scriveva. I luoghi di San Juan de la Cruz e quelli del Parco naturale di Cabo de Gata entrarono nelle fotografie e nelle parole, nei due sguardi: Las ínsulas extrañas. Lugares andaluces de Juan de la Cruz (1991) e CABO DE GATA. La memoria y la luz (1992).
In occasione del terzo libro il poeta è ammalato e non può muoversi da Almería. Il fotografo viaggia, realizza scatti di luoghi in cui lui e il poeta erano stati insieme, stampa e porta all’amico le fotografie; questi guarda, sceglie, scrive direttamente sulle foto; nasce così il terzo e ultimo libro comune: José Ángel Valente. Para siempre: la sombra (2001).
Isole del silenzio, luoghi della memoria e della poesia, la luce, l’ombra, l’amicizia, lo sguardo condiviso.
L’andare del corpo che viaggia, della mente che guarda, dell’amicizia che fotografa e scrive. Scritture.

Contro i “like” compulsivi e automatici

Dal sito della Casa Editrice Laterza riporto la scheda dedicata al libro di Alberto Maria Banti La democrazia dei followers:

Dilagano le disuguaglianze, la nostra vita è sempre più precaria, l’ascensore sociale si è rotto. Eppure, invece di indignarci e lottare, passiamo il tempo a mettere like su Facebook e a seguire l’influencer più in voga. Come mai? Alberto Mario Banti, uno degli storici italiani più innovativi e originali, propone una provocatoria interpretazione del nostro tempo, capace di tenere insieme economia, cultura di massa, politica e psicologia sociale.

Le politiche neoliberiste degli ultimi decenni hanno arricchito una minoranza, approfondendo le disuguaglianze e riducendo la mobilità sociale. Eppure a questo stato di cose non corrisponde una reazione di massa, come se le persone fossero impoverite non solo materialmente e fossero incapaci di immaginare un altro scenario. E in effetti, sul piano politico nessuno mette veramente in discussione la logica del ‘libero mercato’, che viene considerata una legge di natura. La destra sovranista – con Salvini e Meloni – ha aggiornato la retorica nazionalista ottocentesca indicando negli immigrati e nell’Europa i nuovi capri espiatori. La sinistra ha passivamente seguito, illudendosi di poter dare una versione ‘progressista’ del patriottismo. Entrambe le parti politiche, in Italia come in tutto l’Occidente, si trovano perfettamente unite nell’accettare il ‘culto neoliberista’ della performance e della vita come competizione per il successo individuale. Questa narrazione ha trovato una potente linfa a suo sostegno in una cultura di massa – sapientemente alimentata dalle grandi corporation dell’intrattenimento – che ha eliminato ogni aspetto tragico della realtà, portando il pubblico a credere a una dimensione inverosimile e infantile in cui il bene trionfa sempre e il male viene punito. Una continua produzione di favole che incantano e alla fine inducono ad accettare passivamente ogni iniquità e ogni sfruttamento.

Nell’esilio / Franck Venaille, René Daumal

Scrive Franck Venaille in C’est nous les Modernes (Flammarion, Paris 2010, pagg. 7 e 8): «Je suis de l’écriture. Dans l’écriture. C’est mon seul bien. Écrire m’a fait. Écrire m’accompagnera jusqu’à la fin. Écrire coordonne ma vie».

Le edizioni Prova d’Artista / Galerie Bordas di Venezia dirette da Domenico Brancale stampano proprio in questi giorni di Franck Venaille Tre fasi di uno stato di costrizione e di René Daumal La seta – entrambi i testi appaiono nella traduzione di Bruno di Biase.

Il passo e l’eco della scrittura mi accompagnano in queste settimane riverberando da due luoghi d’Europa eccelsi per memorie e capacità di creazione artistica (Venezia e Parigi), s’inarcano tra due rive linguistiche (due rive ci vogliono traduceva Vittorio Sereni un luogo di René Char), chiamano altre voci, altri passi, altri orizzonti.

Il nero, la Sicilia, la parola

Desidero iniziare a scrivere di Black Sicily (Arcipelago Itaca Edizioni, Osimo 2020) di Fernando Lena dicendo subito che, a mio parere, un libro di poesia riuscito è un libro che si distingue per qualità stilistiche ed espressive, perché non ha eluso quella che per me è l’irrinunciabile necessità di passare attraverso e oltre un vero e proprio stretto, pericoloso e insidiosissimo: quello cioè che contemporaneamente separa e avvicina il continente dell’esperienza personale, del mondo interiore di chi scrive e il continente della convincente realizzazione linguistica, strutturale, espressiva – troppi autori hanno preteso e pretendono di alimentare i propri testi con il loro portato di storia esistenziale e interiore, pochi, pochissimi hanno scritto poesia, hanno saputo attraversare lo Scill’e Cariddi (per dirla con Stefano D’Arrigo), cioè quel pericoloso imbuto che permette, poi, di navigare transitando da un mare all’altro, com’è, in effetti, del dire in poesia: transitare da quello che, alle mie spalle, mi spinge a scrivere verso il futuro prossimo e poi anteriore dei testi realizzati. Continua a leggere Il nero, la Sicilia, la parola

[PER ARA GÜLER CHE FOTOGRAFAVA ISTANBUL]

…e sarà per un cortile turco-bizantino, certamente, questa scrittura.

la bottega delle bambole e il bulbo della lampadina accesa (anche di giorno) dove Imperatrici del Giappone seducono la penombra che, risaliti cinque gradini del seminterrato, ha luccichii di Bosforo, funambola lungo ringhiere forse transfughe da navi alla fonda al largo.

le cantine e casse colme dei quaderni per i compiti di anni scolastici andati o telai di biciclette appesi ai muri, processioni di bizantina solennità, silente immobile incedere da miniato salterio o da piastrelle dipinte in lettere ottomane.

i cavi bianchi fissati ai muri, sottilissime gomene calate dalle antenne in cima ai tetti e sparenti all’improvviso nei muri, sempre all’altezza delle cucine.

ballatoi pigiati di stendini di corda o tricicli di metallo o mastelli di plastica, oggetti restituiti a una loro umile litania e per questo commossa.

Un altro Salento: su “Io sono la bestia” di Andrea Donaera

Non discuterò qui né della trama né della caratterizzazione dei personaggi, ma del linguaggio e dello stile dell’opera di Andrea Donaera Io sono la bestia (NN editore, Milano 2019): è mia convinzione che il libro s’imponga non solo in ragione di un racconto avvincente e originale, ma, ancor più, proprio in forza del suo impianto linguistico e del montaggio narrativo – penso sia facile lasciarsi coinvolgere profondamente dal racconto (a me è successo di averlo letto in poche ore senza sapermene staccare), ma perpetrerei un’ingiustizia nei confronti dell’autore se mi fermassi qui, poiché, a una riflessione più ponderata e lucida, sono proprio le virtù dello stile e del linguaggio a costituire il valore decisivo dell’opera perché linguaggio e stile ne portano alla luce i significati profondi. Continua a leggere Un altro Salento: su “Io sono la bestia” di Andrea Donaera

[PER EGON SCHIELE CHE DISEGNAVA I TRENI]

di notte rimaneva solo con la sua stella*  scrive il poeta.
Visitato da ombre e da presagi nella casa addormentata dopo essere stato spinto nella città nemica fuori dal ventre claustrale di uno scantinato.
Il suo assassino lo seguiva insidioso, abbeverava l’odio.

I poeti, gli scrittori, i pittori hanno la parola che inciampa e s’aggroviglia di Kaspar Hauser: ma per tentare di portarla oltre l’assassinio e la cancellazione.

Quando, adolescente appena, stava seduto sulla banchina della stazione di Tulln a disegnare i treni, già coltivava il talismano del viaggio: un’Europa di binari, locomotive in moto, le matite vagoni allineati nella scatola di latta accanto a sé – e il foglio di carta sulle ginocchia.

* Nachts blieb er mit seinem Stern allein – Georg Trakl da Kaspar Hauser Lied (1913)

[PER UN CAVALLO E UN CAVALIERE]

Alle mura di Pistoia abbeverare gli occhi.
Alle mura di Pistoia chiedere un’aruspicina per un cavallo e un cavaliere.
Sceglie un punto dell’orizzonte e lo congiunge con il proprio corpo: l’immaginaria linea è orizzontale, parallela al suolo.
Sceglie poi un punto nel cielo, diciamo lo zenith e lo congiunge col proprio corpo.
L’immaginaria linea è perpendicolare al suolo.
Il suo corpo è a dorso d’un cavallo, il cavallo è l’intersezione delle due linee che tracciano lo spazio del pensiero.
Il cavallo s’allunga e si torce: il cavaliere pure.
Quell’incrocio di linee invisibili, nodo di vita e di pensiero, cavallo e cavaliere, cielo e terra, prima e dopo, linguaggio del silenzio.

L’eclissi e la steppa

L’artista originaria del Kazakistan Almagul Menlibayeva documenta e trasfigura il passato e il presente della sua terra, la mitologia e la vita quotidiana, la cultura delle popolazioni nomadi e il paesaggio della steppa.

In fase d’inesorabile scomparsa, il lago d’Aral va trasformandosi in un vasto deserto minerale sul quale restano scafi rosi dalla ruggine, vecchie e ormai inutili strutture portuali, risultato dello sfruttamento idrico del bacino quando ancora esisteva l’Unione Sovietica.

Continua a leggere L’eclissi e la steppa

L’uomo di Beirut

E c’è questa fotografia di Aline Manoukian contenuta in un volume fotografico collettivo dal titolo Le Liban n’a pas d’âge (il Libano non ha età) che sarà pubblicato da Bernard Chauveau Édition il 20 novembre prossimo.
C’è quest’uomo anziano che guarda il mare e l’arco che Beirut disegna lungo la costa: il nostro sguardo vorrebbe prolungarsi nel suo sguardo che, portato da un passo che s’intuisce lento, forse un po’ stanco, si sposta sul mare, sulla città, sull’arco delle nubi.
C’è una vera nobiltà nella postura e negli abiti modesti e dignitosi, nei sandali di quest’uomo – possiamo immaginare se non quotidiane, forse frequenti le sue passeggiate sul lungomare, eppure certa ci raggiunge l’impressione ch’egli stia osservando come fosse la prima volta la sua città e il suo mare, siamo sicuri che il suo sia sguardo d’amore. Continua a leggere L’uomo di Beirut

Per Keith Jarrett

Keith Jarrett dichiara, in un’intervista concessa al New York Times, di non essere più un pianista perché i due ictus che l’hanno colpito nel febbraio e nel maggio del 2018 gli hanno tolto l’uso della mano sinistra che va riacquistando molto lentamente, ma che certamente gl’impedirà di suonare di nuovo in pubblico.
Soltanto in sogno continua a suonare e a sentirsi un musicista, anche se, aggiunge, talvolta gli capita di sognarsi com’è nella realtà: impossibilitato a usare una delle mani.
Si è rotto dunque il silenzio che negli ultimi due anni aveva avvolto la vita dell’artista ed è un silenzio, ora, ch’è divenuto quello del suo pianoforte. Continua a leggere Per Keith Jarrett

Breve saggio su di una fotografia di Christer Strömholm

Lo sguardo di Christer Strömholm restituisce il riflesso di un riflesso: Alberto Giacometti e la sua scultura visti traverso i vetri della finestra, in essi riflessi – ma in primo piano ci sono i pennelli, la sgorbia, gli stracci, la scodella di colore rappreso, il davanzale, la polvere mineralizzata, si vedono anche i tocchi dello stucco che fissa i vetri tra i sottili legni verniciati dell’anta: come se l’artista e la sua opera fossero riflesso o proiezione degli strumenti di lavoro o questi ultimi guardassero l’artista e le sue opere che stanno dentro lo studio.
Salutare pedagogia ricordare l’azione decisiva degli strumenti, sinolo di pensiero creatore e di corpo che realizza affrontando le resistenze della materia (anche il testo è materia da lavorare).

Continua a leggere Breve saggio su di una fotografia di Christer Strömholm

John, 1910

Gwen John, “L’artista nella sua stanza a Parigi”, ca. 1910, olio su tela, Collezione privata

di  Marco Furia

Attorno al 1910, Gwen John dipinse “L’artista nella sua stanza a Parigi”.
Vediamo una donna – Gwen medesima – seduta, con aria malinconica, accanto al letto e, dietro le sue spalle, un’ampia finestra sotto la quale si scorge un piccolo tavolo.
La pittrice, che indossa sobrie vesti e tiene le mani unite in grembo, mostra un’espressione non allegra ma nemmeno drammatica: discreta con se stessa, ritrae le sue sembianze limitandosi a suggerire.
Quell’atteggiamento è momentaneo o abituale?
Quell’umore è occasionale o costante?

Continua a leggere John, 1910

Breve saggio sul fotografare la pioggia e la neve

Secondo Abbas Kiarostami l’arte cinematografica offre la possibilità di raccontare una storia, la fotografia quella di fermare un attimo in cui un particolare (in special modo del paesaggio rurale) colpisce la mente di chi osserva.
Allorché il regista si pone alla guida della propria automobile e percorre molti chilometri lungo le strade della campagna iraniana, volentieri si lascia affascinare dalle gocce di pioggia che cadono sul parabrezza scivolando via da esso o verso il basso, oppure restando come sospese sul vetro, tremolanti lenti dotate di vita propria e che donano ben altre forme al mondo fuori dell’abitacolo: Kiarostami fotografa allora, servendosi di una fotocamera digitale, decine di situazioni e il parabrezza della sua automobile è l’inedita retina sulla quale si fissano la pioggia, i colori, le forme di alberi, di strade, di lembi di cielo. Continua a leggere Breve saggio sul fotografare la pioggia e la neve

Scritto 42

La “Maison des peintres” a Koyo era fatta di una materia solo un poco più pesante (e visibile) di quella di cui è fatta l’intera civiltà di Koyo: mattoni di terra seccati al sole e ricoperti, all’interno dell’edificio, di pitture – ché la materia di cui è costituita la civiltà di Koyo è il fiato di donne e di uomini che si trasmettono il sapere di generazione in generazione o che cantano (così perpetuandoli) gli accadimenti che toccano la comunità.
Le violente piogge delle ultime settimane hanno distrutto molti edifici del villaggio, tra cui la Casa dei Pittori che, all’interno della comunità (la quale a occhi superficiali può apparire come “povera” se non “indigente”), era il luogo sulle cui fragilissime pareti forme, colori, cadenze di segni non alfabetici si davano alla vista per essere letti e detti ad alta voce.
Non occorre sfarzo architettonico né dovizia di mezzi e di materiali per creare un luogo di altissimo significato di pensiero, l’immaterialità del sentire, del rimemorare, del saper vedere l’invisibile sa essere, a Koyo, una realtà ben più reale e presente degli oggetti usati nelle pratiche e nelle necessità della quotidianità.
Basta un cerchio di pietre e, dentro, un essere umano che elevi architetture di pensiero perché lì fiorisca una civiltà.
Nella “Maison des peintres” varie mani e varie menti avevano dipinto un sentire comune, affidando alla fragilità della terra seccata e dei colori stesi su di essa non la perpetuazione di quel sentire sotto forme illusoriamente fissate per sempre, ma la testimonianza di quel sentire, la sua traccia mai identica a sé stessa e mai irrigidita in una forma definitiva.
Perché la vera casa dei pittori sta nei corpi di chi ricorda e, dicendo e cantando, rende presente quello che non è più dato vedere. In attesa di ricostruire una “Maison des peintres” fatta, di nuovo, di laconici muri sulle cui superfici l’illimite del pensiero rende senza limite i rettangoli di quelle pareti.