Tutti gli articoli di Antonio Devicienti

Milano […] è fatta a cerchio: a proposito della “Città dell’orto” di Stefano Raimondi

Luca-Campigotto-Dalla-Terrazza-Martini-Milano-2013La città dell’orto di Stefano Raimondi viene riproposta (a partire dal mese di giugno 2021) dalla Vita felice di Milano a quasi vent’anni dalla prima pubblicazione presso l’Editore Casagrande di Bellinzona; è questa l’occasione che mi spinge a meditare sul libro, ma cercando di sostenere una tesi che, pur tenendo conto delle più che legittime e corrette interpretazioni anche in chiave biografica che reputo ormai assodate (questo libro è, inoltre, un “quasi esordio” in poesia per Raimondi), considera La città dell’orto traccia profonda dell’avvio alla poesia stessa, itinerario nel corso del quale Stefano Raimondi, prendendo coscienza della e oggettivando in linguaggio la “morte del padre”, inizia il proprio, originale cammino attraverso la scrittura facendo udire una voce immediatamente riconoscibile e peculiare per impostazione linguistica, ritmica e di  pensiero.  Continua a leggere Milano […] è fatta a cerchio: a proposito della “Città dell’orto” di Stefano Raimondi

Oltranza

PIA10244_modestLe regioni dell’Ultraporno (Modo Infoshop, Bologna 2021, autore Jonny Costantino) sono, similmente a quelle dell’ultrajazz (e, azzardando, ma lasciandomi suggestionare dalla scrittura stessa di Jonny, direi anche dell’ultracinema) terre vastissime e tutte da esplorare, dove quello che già conosciamo (o crediamo di conoscere), s’interseca con il desiderio e con l’inconfessabile, lo stereotipo con l’originalità, eros con thánatos, il tabù con la sua violazione, il banale con l’eccessivo, la vitalità con ferite e tagli che ne mostrano anche il rovescio.  Continua a leggere Oltranza

Flugblatt 6 / Achille e Patroclo

28  Uheln+¢ trh (mercato del carbone), angolo Perlov+íIl termine tedesco Flugblatt significa “volantino” (alla lettera “foglio volante”) e ha nei paesi di lingua tedesca una storia assai interessante e gloriosa che risale almeno al XV secolo quando i “Flugblätter” (plurale di “Flugblatt”) venivano venduti (e a prezzi non sempre modici) durante i mercati, le fiere e altrove; i loro contenuti erano i più diversi e i Flugblätter ebbero un ruolo importante nel dibattito politico e culturale già ai tempi della Riforma luterana e nei secoli successivi.

La foto di copertina è di Francesco Jappelli (Un’altra Praga) e ritrae il Mercato del carbone nella Città Vecchia.

Buona lettura. [A. D.]

Flugblatt 6_Achille e Patroclo

Scritto 69

bento_berger
Un disegno di John Berger contenuto in Bento’s Sketchbook (p. 133 dell’edizione tascabile, editrice Verso, 2015).

Non appartengo al mio tempo: non voglio appartenergli. Se mi dicono che sono “vecchio e sorpassato” neanche lontanamente sospettano la mia gioia nel sentirmelo dire: senza saperlo mi stanno dicendo che non appartengo a quelle migliaia di servi in fila dietro la porticina dei bossS dell’editoria per impetrare la pubblicazione dei miei scritti-merdine.

Non appartengo a nessuna confraternita, non lecco i piedi (o i culi, fate voi) di nessuno.

Nessuno legge le litanie chilometriche che scrivo (e che mi ostino a pubblicare): bene! – se sono onanista della scrittura o masochista scegliete voi, se vi fa piacere arrovellarvi su di una stronzata del genere.

Per quel che mi riguarda scrivo assaporando ogni attimo di libertà che la mia scrittura mi regala. 

  

“Trilce” di César Vallejo nella traduzione di Lorenzo Mari

César Vallejo, Trilce, 1922Dichiara Moshe Kahn parlando della sua (splendida, annosa e ammirevole) traduzione in tedesco di Horcynus Orca, la prima in assoluto, tra l’altro, del capolavoro darrighiano a livello mondiale: «Le due colonne maestre di una traduzione sono la libertà e la responsabilità dal e verso il testo e il suo autore – due princìpi fondamentali per tutto il mio lavoro di traduttore».

Tradurre Horcynus Orca, Finnegan’s Wake, i Cantos, Zettel’s Traum appartiene a quegli azzardi che nessun traduttore consapevole affronta a cuor leggero, ma con i quali si misura nella certezza che sia un dovere traghettare in altra lingua questi capolavori e, nello stesso tempo, che quel “traghettare” sia l’atto d’omaggio più concreto e alto che si possa e debba rendere a un’opera amata e ammirata.

Continua a leggere “Trilce” di César Vallejo nella traduzione di Lorenzo Mari

Sguardo, sguardi. Finestre

nadotti_berger_kunowskyEcco L’intatta coerenza dello sguardo di Maria Nadotti – e desidero fare due precisazioni (la prima generale, la seconda di carattere personale) nell’introdurre questa magnifica proposta apparsa nelle ultime settimane nella collana Prova d’Artista curata da Domenico Brancale per le Edizioni della Galerie Bordas di Venezia: Maria Nadotti è scrittrice, saggista e traduttrice generosa che mette spesso la propria scrittura (limpida ed elegante perché espressione di un pensiero limpido ed elegante) al servizio di altre scritture altrettanto generose e decisive nella nostra contemporaneità e mi limito qui soltanto a ricordare quanto si sia adoperata perché in Italia si venisse a conoscere il pensiero di bell hooks; devo a lei quella che mi piace chiamare “la mia passione bergeriana”, dal momento che nella mia biblioteca sono presenti pressoché tutti i libri di John Berger tradotti e spesso introdotti o commentati da Maria Nadotti ed è stato proprio il tramite di questi commenti,  introduzioni e traduzioni che di volta in volta mi ha spinto a comprare un nuovo volume di Berger   –   –   –   bruciante agisce in me il rimpianto di non avere mai avuto l’occasione d’incontrarlo.  Continua a leggere Sguardo, sguardi. Finestre

Scritto 68

irma_blank
Irma Blank: Orizzonte, 2005 (penna a sfera su poliestere)

Medito sulle ricerche di Virgilio Sieni e colgo anche nella scrittura la presenza del gesto che rende visibile uno spazio, ritma un tempo.

Non intendo il gesto di guidare la penna sul foglio o le dita sulla tastiera (esso pure sempre significativo), ma quel gesto che, porgendo la parola, avviando il fraseggio, si esplicita nell’ architettura impalpabile eppure determinante del testo.

E fantastico di un testo-gesto che nasca e scompaia nel momento stesso dell’improvvisazione, ripercuotendosi come traccia che appena righi il vetro trasparente della mente; osservo le foto di scena dove Sieni, Cuticchio e il pupo descrivono gesti come scrittura, effimeri ma duraturi nella memoria retinica di chi guarda.

Le reflet des lampes sur la vitre. Poèmes, comme un reflet qui ne s’éteindrait pas fatalement avec nous – Philippe Jaccottet, Ce peu de bruits (Éditions Gallimard, Paris 2008)

[…] la trasparenza è la sostanza che si definisce per il suo poter essere vista e quel medio in cui le forme si costituiscono come pura visibilità […] è quel qualcosa (aliquid) che permette ai corpi di divenire visibili – ai colori di costituirsi fuori dai corpi – e alla vista di ricevere la visibilità – Emanuele Coccia, La trasparenza delle immagini. Averroè e l’averroismo (Paravia Bruno Mondadori Editori, Milano, 2005, p. 113) 

La trasparenza accoglie i gesti, li rende visibili nel loro porgere sé stessi.

Guidato dai fili esterni il corpo di legno del pupo possiede la nudità del movimento; guidato dai fili interni dei tendini il corpo di muscoli e ossa obbedisce alla mente: entrambi i corpi a tracciare scritture che nello spazio appaiono e scompaiono, traiettorie di linguaggi senza parole.

Due paginette del diario torinese (di Rocco Brindisi)

jodice_lecceVedo la casa ed è notte. La cucina è illuminata; un chiarore caldo, malinconico. A un lato della finestra,  la madre di Franco (sul terrazzino, tanti anni fa, Franco leggeva ad alta voce, un uomo, entusiasta, le mie deliranti poesie da Dolce Stil Novo). La madre vive al primo piano. Più in alto abita il secondogenito, anche lui da solo: un uomo invecchiato nei rimpianti: quando il nome dei figli, e quello di una donna che hai amato, chissà quando, ti batte alle tempie e cerchi i loro corpi in bocca e non li trovi, e guardi una finestra. La madre, seduta su una vecchia sedia ingiallita, guarda la notte. A due passi dalla casa, dalla mestizia orgogliosa della donna, c’è il vicolo VI Rosica, dove sono nato;  in questo momento è più lontano e disincarnato della luna. Sono qui, sospeso per aria, forse.  La madre di Franco ha una chioma bianca, quella di una signora di ottant’anni che ha cura dei propri capelli, ancora belli. Quando ero bambino, aveva messo sù una merceria, sotto  casa. Ci andavo a comprare una spoletta di cotone, una fettuccia, un ago, mi piaceva starle vicino, frugare con gli occhi nella vetrinetta del banco. C’era qualcosa di regale e remoto nel suo sguardo. Mi attirava la bontà delle sue mani. Ora che siamo invecchiati, Franco mi racconta sua madre;  Continua a leggere Due paginette del diario torinese (di Rocco Brindisi)

Storie, una nell’altra (di Rocco Brindisi)

Lorenzo Alessandri, Studio per un ritratto di Piera Oppezzo, 1953Non sento più il vento. Ieri siamo andati al cinema. Io e Angela. Sarebbe stato bello fosse venuta anche Anna. Ma in questi giorni, Angela respira meglio senza la sorella. Mi è negata la felicità di stare in mezzo a loro, e questo mi brucia. Ma guardo la grossa sciarpa di Angela, il piumino rosso. L’ho convinta a comprare un piumino rosso. Indossava sempre quelli neri. Il rosso le restituisce l’adolescenza.  Il film: “La notte più lunga dell’anno” è ambientato a Potenza, la città che abbiamo lasciato. Si svolge di notte, dall’inizio alla fine. Nessuna nostalgia, a guardare i luoghi che conosco. Nessuna patina di vecchiezza o di già visto. Come tutte le città del mondo è cieca e, sullo schermo, non appaiono segni della sua, della mia infanzia. Questa smemoratezza calma il mio sguardo, non mi opprime. Perdòno tutto. Non comparirà mia madre né il mio amore buono, che stanno nel dolce abisso dei morti. Sono quattro storie, una nell’altra. La donna che riscalda il tè per il padre e lo guarda con un amore notturno; l’uomo guarda la figlia con una quieta eternità negli occhi. L’uomo ha due tubicini infilati nel naso, racconta l’anima dei pesci; le finestre di quella casa sognano la neve. La figlia, sui quarant’anni, esce per andare al lavoro, fa la cubista in un locale notturno. Bella, immersa in un dolore di seta. La vediamo ballare in una sala affollata. Non sopporto le scene girate  in una discoteca, provo un senso di repulsione, sempre. Ma lei balla da regina del disamore che si dona. Il suo corpo lacera l’eternità che, finalmente, perde sangue. In un altro episodio, un uomo torna a casa, è ancora  e sempre notte, si toglie le scarpe nell’ingresso, con una malinconia aliena, come se tutti i gesti possibili, sulla terra, si fossero addormentati, per prendere pace, nella pietà di un bambino-fantasma che non sta, da tempo, al gioco disperato della disperazione del tempo e ne ha solo pietà. Sale il chiarore del giorno. Sono qui, a scrivere, benedetto dal sonno di Angela sulla mia testa. [Rocco Brindisi]

La politica inizia nell’intimità: su “Essere con” di Forrest Gander

medusa-head _ganderBe with / Essere con (Benway series 14, Tielleci Editrice, Colorno 2020, traduzione di Alessandro De Francesco) di Forrest Gander è un libro d’amore nel quale la scrittura in poesia si fa capace di dire in modo inedito il dolore e il lutto, il ricordo e la passione.

Be with giunge dopo altri eccellenti libri in poesia, romanzi e saggi: Forrest Gander dimostra sempre di possedere uno sguardo sul mondo e sulle cose della scrittura ampio e, nello stesso tempo, profondo, costantemente innamorato del mondo e qui mi preme sottolineare che questa parola (mondo / world / κόσμος) significa, nei libri di Forrest Gander, ogni singola creatura, non importa se grande o piccola, se macroscopica o microscopica e addirittura invisibile, ogni singolo luogo del pianeta, ogni singolo essere umano – per questo ho voluto richiamare anche il termine greco nel suo significato di “tutto ordinato”, ché la scrittura ganderiana accoglie in sé ed esprime quest’incessante richiamarsi delle parti, questo corrispondersi dei fenomeni, delle esistenze, dei mutamenti: non è affatto un caso che una sorta di aforisma (the political begins in intimacy / La politica inizia nell’intimità – e il sottotitolo del libro in poesia più recente di Gander, Twice alive – New Directions, New York 2021 – suona An ecology of intimacies…) faccia da preludio all’intero libro stabilendo l’indissolubile legame tra ciò che è, appunto, intimo e ciò che appartiene alla sfera della polis, cioè di tutti.

da qui  (Via Lepsius)

Piergiorgio Welby (di Rocco Brindisi)

3125927086_31d49f242dPiergiorgio Welby viveva in un letto da 17 anni. Non poteva muovere neanche un dito, del proprio corpo; riusciva a parlare solo attraverso la sua voce pensata: un artificio elettronico. Con la sua voce pensata,  diceva che la vita è una passeggiata notturna con un amico, il vento nei capelli, un amore che ti lascia…. Aveva chiesto più volte di poter morire, perché  il suo corpo era diventato cieco, non aveva più memoria di sé. La sua mente, invece, aveva una memoria struggente delle cose, delle persone che aveva sfiorato, toccato, chiamato per nome, con la sua voce, amato. Non trovava naturale essere prigioniero di un corpo insensibile, avere labbra ornamentali, che non servivano a baciare, a socchiudersi per un improvviso stupore, una meraviglia; non trovava naturale essere attraversato da tubi; non sopportava di non provare, da un tempo immemorabile, la piccola, fraterna felicità di comandare alla vescica di sgonfiarsi; rifiutava la tristezza di addormentarsi senza poter mai reclinare il capo da un lato; non era stato facile rassegnarsi all’assenza di odori, sapori; doveva rinunciare, per sempre, al gesto  tenero, involontario, di spettinare un amico, una donna. Aveva chiesto di morire, come, da assetati, si chiede un bicchiere d’acqua. “Avete letto dove è scritto Non voglio sacrificio ma misericordia!“, si grida nel Vangelo; ma i preti gridarono  allo scandalo per il suo rifiuto di patire. Quando un altro essere umano lo liberò dall’umiliazione di non morire, i preti non gli concessero i funerali religiosi, perché la Chiesa riteneva non si fosse trattato di suicidio, per il quale si presuppone sia venuta a mancare –  la piena avvertenza e il deliberato consenso –  Per la Chiesa, Welby aveva chiesto, coscientemente, di essere “ucciso”.  [Rocco Brindisi]

Se penso agli amici… (di Rocco Brindisi)

Lisa SammarcoSe penso agli amici che mi ha dispensato il destino mi sale un groppo di felicità in gola. E a volte piango. In aggiunta, se non credo in Dio, e non credere in Dio vuol dire, per me, non credere nella sua Innocenza, amo i bambini che pronunciano il suo nome con una voce mille volte più pura del silenzio degli astri. Amo il sonno dei miei amici, i loro risvegli, la pigrizia in amore dei loro mattini. Gigi guarda la donna che gli sta accanto, ama teneramente il lenzuolo che non la copre, il guanciale, il suo respiro impercettibile, la somma dei giorni. Giuliano pensa all’amico lontano, va alla finestra e sente il cuore di questo autunno spezzarsi senza un gemito.  Piero legge il Libro delle Ore, nell’albergo di Lisbona; stanotte ha sognato di impastare la lingua del figlio e, con la lingua, la sua voce; più tardi si recherà in ospedale con gli altri due figli, Luigi e Giovanni,  consolerà quella città con la sua preghiera danzante. Giorgio accenderà una delle sue sigarette nei viali dei morti. Carlo si ricorderà di amarmi e sorriderà di avere una porta da aprirmi, quando sarà. Anche lì, le lune si spegneranno come lampade su un libro che ci ha dato una gioia misteriosa. Angela dorme. Anna mi ha chiamato per dirmi che vuole parlarmi, ma io non ho nessuna voglia di parlare: desidero solo che le mie figlie si amino, passeggiando. Potrei dirle questo e nient’altro. [Rocco Brindisi]

L’attesa tra le macerie. Sui libri di Glauco Piccione e Isabella Bignozzi

    di    Lorenzo Mari

Navigando nel sito di Transeuropa Edizioni, ci si accorge rapidamente del fatto che “Nuova poetica 3.0” è una collana di poesia che ormai ha tanti anni di esperienza alle spalle, avendo acquisito, di conseguenza, dimensioni oceaniche. Da questo, potrebbe scaturire l’impressione che una tale prolificità confermi e al tempo stesso tradisca la caratterizzazione scelta, ossia che si inglobi la nebulosità tipica dell’esperimento 3.0, ma all’interno di una materia necessariamente esondante, magari non sempre all’altezza della “novità” che si intende promuovere. Continua a leggere L’attesa tra le macerie. Sui libri di Glauco Piccione e Isabella Bignozzi

Un bambino è morto di freddo in una foresta polacca (di Rocco Brindisi)

Intorno alle 17.50 ricevo da Rocco Brindisi questo messaggio; lo ringrazio anche perché da giorni meditavo di scrivere delle persone tenute in condizioni inaccettabili alle frontiere dell’Europa, ma Rocco l’ha fatto come io non sarei stato mai capace di fare:

 

Un bambino è morto di freddo in una foresta polacca.

La sua morte è l’inferno?

Ma questa parola, la parola “inferno”, è un termine astratto.

Questa parola non esprime nulla.

Allora?

La morte del bambino è.

Il cadavere del bambino è.

La madre lo solletica, perché, se ride, il figlio respira.

Il bambino non ride, perché la morte gli ha gelato il cuore.

I poliziotti giocano con lo spray al peperoncino.

Il freddo, il gelo fedele della notte,

il sonno ombra, il sonno ammazzato come un cane,

il sonno torturato (i poliziotti polacchi fanno risuonare le sirene tutta la notte, drizzano il cazzo alle loro motociclette, felici come poliziotti felici).

La parola “notte” s’impiglia nel filo spinato senza cacciare un lamento.


Angela, Anna e le tane d’ombre (di Rocco Brindisi)

campigli_donna_in_bluQualcuno dovrebbe avere una foto di Dio bambino; non del bambino chiamato Cristo, ma un ritratto del Creatore del mondo, sorpreso nella sua infanzia, mentre guarda malinconicamente la propria eternità.  Mia madre non ha mai pensato di fissare un momento della mia vita, di  bloccarlo; non ha mai sognato  di conservare quell’istante, per ritrovarlo chissà quando. Non succhiava “ il volto, lo sguardo dei figli”. Si ritraeva, quando le mostravano una foto, quando un conoscente le chiedeva di cercarne una, dentro casa. Non l’ho mai vista guardare un ritratto, non l’ho mai sentita nominarne uno. È notte.  Continua a leggere Angela, Anna e le tane d’ombre (di Rocco Brindisi)

Scritto 67

giorgio_morandiPietro Tripodo che traduce il Carme XI di Orazio e sembra inventare un altro testo scrive e riscrive quello che da una lingua trapassa nell’altra come si fa quando si filtra il vino e come mare che lucida instancabili sassi; come Bento quando tornisce le lenti Pietro Tripodo vede sempre più in trasparenza attraverso il testo oraziano e nel biancore mentale della visione, nelle botteghe degli astrologi stretti a ridosso della porta d’Ištar poesia e traduzione coincidono, futuro e presente sono uno.

La traduzione annulla il tempo? no: Pietro Tripodo sa di Orazio e si fa suo contemporaneo, ma Orazio, ovviamente, non ha mai saputo di Tripodo e che questi l’avrebbe tradotto in una lingua postuma. Il Carme XI spalanca il presente, ne stabilisce i cardini che stanno avvinghiati alla lingua, il tempo è il ritmo del parlare, Pietro Tripodo mentre traduce si fa tempo che trans-scorre per la punta della penna, la penna trascrive l’indifferente volontà di un qualche dio che forse decide il numero degl’inverni dati in sorte a ognuno e, trascrivendola, venendo a riconoscere quella divina indifferenza penna e scrittura s’appressano a un eroico tacere. 

Breve saggio su “morte di un amico che guardava”

brindisi_messoriMorte di un amico che guardava di Rocco Brindisi e Nella città del pane e dei postini di Giorgio Messori (di quest’ultimo ho già scritto qui) andrebbero letti a incastro, non importa se prima l’uno o l’altro, meglio insieme (una, due, tre pagine dell’uno e una, due, tre dell’altro) – ovviamente non mi riferisco a un incastro tra le “trame” dei due libri, ma penso a un incastro d’idee e di atmosfere, di modi di porgere la parola narrativa (che spesso è anche poetica per ritmo e per pause), di corrispondenze sentimentali, memoriali, geografiche.  Continua a leggere Breve saggio su “morte di un amico che guardava”

Mariella Mehr, Anna Ruchat, Teresa Iaria

Penso sia sempre un evento importante e coinvolgente se vengono pubblicati testi di Mariella Mehr; in questo caso riporto la nota editoriale della Galerie Bordas e colgo l’occasione per ringraziare Anna Ruchat anche per la sua instancabile passione di traduttrice:

mehr

Mariella Mehr,  L’ultimo miglio di tempo

Poesie inedite di M. Mehr. Immagini di Teresa Iaria a cura di Anna Ruchat 30 pagine sciolte, 20,7×14,5 cm. Quaderno in custodia cartonata. 50 esemplari numerati.

Prova d’artista/Galerie Bordas, ottobre 2021

I primi 5 esemplari sono accompagnati da un disegno originale di Teresa Iaria.

Queste poesie appaiono per la prima volta sia in tedesco che in italiano.

Ho steso le mutandine alla fune (di Rocco Brindisi)

campigli_55Ho steso le mutandine alla fune: le mie e quelle di Angela. Dormiamo nel lettone. A volte (non sempre), quando devo scoreggiare, scendo nel bagno. Abbranco l’asta che arriva al soffitto e faccio le scale, un passo dopo l’altro, lentamente. Dovessi inciampare, finirei contro i radiatori, e l’urto potrebbe risultare letale. Nel bagno mi libero, sorridendo, quando lo sfiato è devastante. Torno a letto. Il volto di Angela, che intravvedo nella penombra, è quello dei suoi dodici anni, evito di fissarlo perché mi stringe il cuore questa magia che ha qualcosa di crudele. In questi giorni mi passa le pillole, le compresse, gli sciroppi, le vitamine; servono per portare il virus alla consunzione. Mi appaiono, d’improvviso, le sue piccole mani, il palmo spalancato; mi porge un bicchiere di carta pieno di un liquido bluastro. Al citofono, le amiche buddiste di Angela; lasciano i sacchetti sulIe sedie, al secondo piano. Il vicino di casa, Gianluca, ci ha fatto un paio di volte la spesa; mi piaceva starmene con lui sul ballatoio: gli dicevo di accostarsi, mi divertiva vincere la sua timidezza; lo invitavo a sedersi, gli chiedevo di arrotolarmi un po’ di tabacco. Sono ancora capace di avventurarmi nel mistero dell’altro, e non lo faccio per diradare il respiro avariato della solitudine. Una sera  se n’è venuto con due bicchieri di vino: l’amicizia tra un vecchio signore, che ama Tetsuro O Hara,  musa di Ozu, e un giovane che insegna Economia al Politecnico. Ieri mi sono affacciato sulla porta, con una coperta di lana che mi copriva la testa, le spalle. Mi ha guardato con la compassione, la fiducia di un ragazzo che sognava lunghe conversazioni, nella luce, o più o meno notturne, con  l’uomo incatarrato, che gli aveva nominato Grushenka dei Fratelli Karamazov. Angela parla al telefono con un amico lontano: vorrei attraversare la città, una di queste notti; salire al secondo piano, in via Barbaroux, al numero 16 e, ancora prima di bloccarmi davanti alla porta, sentirla ridere con qualcuno, un uomo felice di vederla ridere; un uomo che scoppia a piangere davanti alla maestà, inerme, di questa  meravigliosa amica dei giorni. Ricorderei, a un tratto, di essere morto, non cercherò la chiave nelle tasche, mi siederò ad ascoltare.