Tutti gli articoli di Antonio Devicienti

Furto d’anima

Lucetta Frisa
Marco Ercolani

Nota editoriale a

Furto d’anima
Greco & Greco Editori

 

FURTO D’ANIMA è un libro composto da quaranta lettere, reali e immaginarie: un viaggio perturbante, in un passato remoto e recente, dove coppie di artisti e di scrittori confrontano le parti-ombra delle loro emozioni, i loro più intimi pensieri, e si offrono impudicamente allo sguardo del lettore con quello che avrebbero ancora potuto dire, scrivere, pensare. In queste lettere, che talvolta sono scritture intime e frammenti di taccuini, si apre una prospettiva altra, che sonda conflitti e intrecci, fra arte e vita, alla ricerca di una “giustizia” postuma, ipotetica e poetica che vorrebbe riportare alla luce parti segrete e “scomode” di verità mai esplorate fino in fondo.

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Breve saggio sulle mani (dedicato a Miles Davis)

Irving Penn fotografa Miles Davis nel 1986 per l’apparato iconografico dell’album Tutu: il fotografo vede sia la scultorea bellezza che la forza espressiva della mente musicale che si concentra nel volto e nelle mani.
Spiritualità delle mani, le prime facitrici.
Il pregiudizio platonico e poi cristiano che tende a separare lo “spirito” dal “corpo” commette un’ingiustizia d’incalcolabile portata nei confronti di quest’ultimo ogni volta che tende a privilegiare il primo sul secondo o ad affermarne in maniera più o meno esplicita la supremazia o la maggiore “nobiltà”.
E invece, a osservare queste fotografie, si riceve netta l’impressione che mente e corpo, pensiero creatore e mano facitrice siano tutt’uno.

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Visioni d’Europa: il “Seme d’arancia” di Emilio Isgrò

Scrive Emilio Isgrò:

Il millennio stava per finire e io cercavo un seme da piantare da qualche parte per quella mia smania di considerare l’arte una semina, un continuo crescere di energia e di vita. L’occasione me la diede il sindaco di Barcellona Pozzo di Gotto, Francesco Speciale, che mi aveva scritto una lettera per coinvolgermi in un progetto di rinascita della nostra città, martellata ogni giorno da una criminalità mafiosa sempre più dura e sfrontata.
Allora mi venne in mente che Barcellona un tempo si era distinta in Italia e in Europa per la incontenibile attività dei produttori e commercianti di agrumi, i quali, oltre ai frutti veri e propri, erano in grado di produrre le inebrianti essenze d’arancia e di limone che poi venivano vendute ai profumieri di Londra e di Parigi.

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Amburgo città d’acque

Una città d’acque mi si dispiega davanti agli occhi; sguardo e scrittura sono inscindibili: Amburgo avvia immediata la gioia di scriverne, la sua elegante architettura (ardito equilibrio tra tradizione e modernità) (incontro dell’uomo e dell’acqua) racconta una continuità traverso il tempo.

Città votata da sempre al commercio, vi si può approdare dal mare e poi entrando nell’amplissimo, profondo estuario dell’Elba: un porto vastissimo e dai mille anfratti e, lo confesso, riemerge in me lo stesso stupore di quand’ero bambino, di quando mi portavano al porto di Otranto o di Gallipoli (minuscoli porti di sud est, favolosi ed enormi allora per un’infanzia facilmente incline alle fascinazioni del mondo): nella zona dei cantieri navali di Amburgo gli scafi sollevati delle navi, enormi, rivelando la chiglia e l’elica normalmente invisibili, hanno magia e sentore di mondi nascosti, di rotte lontanissime, mentre le gru attendono i carichi da sollevare ed erano, un tempo, merci favolose (spezie, caffè), oggi tonnellate di globalizzate cose stipate nei container.

L’Elba, grande Fiume che unisce Amburgo a Dresda, ha quest’oggi una nota lunga di metallico colore, un’eco di bellezza e di memoria: quando gli Alleati bombardavano a ondate impietose la Germania e quando Lessing rifletteva sul teatro e sulla vita.

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Tra Buster e Samuel

Marco Ercolani

In una pagina illuminante del suo libro, Beckett e Keaton: il comico e l’angoscia di esistere (Alessandria, Edizioni dell’Orso, 2006) Sandro Montalto scrive: «Non bisogna voler sostenere che Keaton abbia anticipato nelle sue comiche gli elementi tipici della riflessione beckettiana […]. L’azione keatoniana nel mondo non è la conseguenza di una riflessione etica, ma di una pratica comica: egli non vuole minare le fondamenta logiche del mondo come fanno i Fratelli Marx, non vuole mirare al sentimento come Charlie Chaplin […] Con la sua faccia da vittima privata della possibilità di lamentarsi, di sperare in un definitivo riscatto ma anche smettere di tentare, vuole solo sbattere in faccia al pubblico che è una certa crudeltà a scatenare la risata più profonda». Questa risata è quella che Beckett definisce, in Watt, la «risata dianoetica»: «[…] la risata amara ride di tutto ciò che non è buono: è la risata etica. La risata sorda ride di tutto ciò che non è vero, è la risata intellettuale. Ma la risata cupa è la risata dianoetica, giù lungo il grugno… ah!… così. È la risata delle risate, il risus purus, la risata che ride del ridere, quella contemplativa, quella che saluta la beffa più divertita, in una parola la risata che ride… silenzio, prego… di tutto ciò che è infelice».

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Breve saggio su “Another place” di Antony Gormley

Sono convinto che Sebald avrebbe apprezzato queste 100 figure di cui Antony Gormley ha disseminato la spiaggia di Crosby nei pressi di Liverpool. Mi piace immaginare un capitolo mai composto degli Anelli di Saturno in cui lo scrittore tedesco s’aggira fra quegli uomini nudi che contemplano l’orizzonte marino, lui che spesso guarda al mare, spiandone la vastità che, dall’Inghilterra toccando a est il continente, viene a chiamarsi Germania: il Mare del Nord rievoca ancora, a guardarlo da una sponda o dall’altra, le trasvolate dei bombardieri che andavano a colpire le une o le altre città, l’urlo delle sirene, i fasci dei riflettori scagliati contro il cielo notturno, il fischio delle bombe. Il Mare del Nord si distende sempre ad additare distanze e vastità di un’Europa che, nell’arte, non vuole smettere di essere una.

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Visioni d’Europa: lo Studio di Ólafur Elíasson a Berlino

Caparbiamente, proprio mentre da più parti esplicitamente ci si scaglia contro l’idea d’Europa, mi dedico a cercare realtà nelle quali e tramite le quali tale idea (ma alta, progressista, in qualche modo anche visionaria) riesce a esplicarsi. Mi si obietterà che gli esempi ai quali farò riferimento hanno scarso o nessun impatto sulle “masse” e sulla vita quotidiana delle persone – rispondo che, se da un lato è legittimo dubitare che tali obiezioni corrispondano al vero in quanto sono spesso frutto di pregiudizio, di luoghi comuni e di semplificazioni eccessive o di comodo, dall’altro in tutta la storia dell’umanità azioni apparentemente invisibili o altrettanto apparentemente lontane dal vissuto quotidiano sono state lievito e spinta per cambiamenti di vasta portata.
Vittime più o meno consapevoli della mentalità economicistica imperante, dominati dalla retorica del “a che serve?” e dal triste e grigio “senso pratico” così pronto a dileggiare gli slanci ideali e i progetti che appaiono utopistici, ci allineiamo ad alimentare una triste e insipida routine che imprigiona e impoverisce le nostre vite massificandole a un livello di volgarità, vuoto psicologico e culturale, assenza di visioni ampie.
L’arte irrompe allora a mostrare sia la necessità che la possibilità d’innalzare il livello spirituale del nostro vivere la quotidianità.

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Breve saggio sul volto (dedicato a Samuel Beckett)

 

L’unico film sceneggiato da Samuel Beckett è del 1964, si chiama Film e ha come attore protagonista Buster Keaton per la regia di Alan Schneider, fotografia di Boris Kaufman. È un cortometraggio di 22 minuti sul tema della percezione: partendo dall’affermazione di Berkeley “esse est percipi” Beckett scrive una sceneggiatura in base alla quale un uomo, inquadrato sempre di spalle, cerca di sfuggire lo sguardo altrui con il fine di riuscire a svanire nel momento in cui non venisse più, appunto, percepito: nella sceneggiatura lo sguardo che Continua a leggere Breve saggio sul volto (dedicato a Samuel Beckett)

I ragazzi grecanici di Calabria e del Salento per Mimmo Lucano

Tengo molto a condividere un video di sostegno al Sindaco di Riace Mimmo Lucano – protagonisti giovani consapevoli e determinati che hanno saputo coinvolgere diverse persone, il video dimostra che una polis condivisa e democratica è possibile, una polis governata da idee e dal dialogo.

Qui il link al video.

Memoria dell’oggi: Alexander Langer

 

 

“E’ una società di persone sole, di consumatori bulimici, di spettatori assuefatti, dagli orizzonti corti e frammentati”.

“In una società dove tutto è diventato merce, e dove chi ha soldi può comperare e stare meglio, occorre la riabilitazione del «gratuito», di ciò che si può usare ma non comperare”. (da Non per il potere, Chiarelettere Editore, Milano, 2016)

E così Fabrizia Ramondino ricorda Alexander Langer nel libro L’isola riflessa (Einaudi, Torino, 1998):

“All’alba, nell’isola deserta, mi aggiro a lungo alla ricerca dell’albero al quale si è impiccato Alexander Langer. Anche le mie amiche, che condividono in questi giorni la mia casa, hanno provato dolore, e la nostra è stata una cena di lutto. Tutte e tre abbiamo perso compagni di vita e di lotta a noi più vicini di Alexander; per una sorta di pudore abbiamo taciuto, ché il nostro comune compianto per Alexander ci ha avvicinate al destino dei nostri amici nel regno dei morti.
Mentre loro all’alba sono assopite, più saggiamente di me, io cerco quell’albero.
L’isola è deserta – io stessa lo sono.
Un deserto diverso da quello in cui varie ore prima gli isolani, i turisti, hanno letto fra le varie notizie di cronaca sul giornale quel fatto. Perché per loro Alexander Langer non è stato nessuno, un tale di cui si legge. Per loro ha predicato invano nel deserto. Non così per noi.
Cerco un melo, un arancio, un melograno – alberi ai cui frutti l’umanità, felice o dolente, è sempre ricorsa per simboleggiare il proprio destino. Per fortuna sull’isola non ci sono nemmeno alberi di Giuda né alberi, fruttuosi o infruttuosi, di fico.
Ho misurato anche in diversi alberi altezza e consistenza dei rami.
Finché, seduta di fronte al mare, nemmeno solcato in quest’alba da alberi di nave, penso un pensiero banale: si è impiccato all’albero della vita e della morte. E ricordo le mie ultime letture, Il principio speranza di Ernst Bloch: che quando si muore, muore in noi soltanto quanto non è stato utopia.
Agli altri che verranno Alexander ha affidato il suo piccolo bagaglio di utopia: racchiuso forse soltanto in un piccolo zaino, nella tasca di una giacca a vento, in una scatoletta di severi e sobri appunti, come è sempre stato nel suo stile di abbigliamento e di vita. Tutto depositato ai piedi del suo albero”.

 

Qui il “link” al sito della Fondazione Alexander Langer.

 

 

Nell’esilio / Laterza Editori per la “polis” che vorremmo

 

 

Per me che sono nato nel Salento, che mi sono formato nelle scuole pubbliche salentine prima di dovere poi forzatamente emigrare nel Nord d’Italia (sorte comune a migliaia di Meridionali) vivere e crescere nella stessa regione della Casa Editrice Laterza è stato sempre motivo d’orgoglio (non di bieco sciovinismo o di provinciale senso di rivincita: di orgoglio adulto ed estremamente aperto a tutte le realtà europee e mondiali capaci di fare cultura e di promuovere il progresso civile e politico); nella biblioteca della mia famiglia continuano ad affluire i volumi della Laterza, essi vengono studiati e poi condivisi con gli amici e, nell’esilio di questi anni, le molteplici iniziative cui gli attuali responsabili della Casa editrice, i cugini Giuseppe e Alessandro, hanno dato vita rappresentano un saldo e incoraggiante punto di riferimento e molto degnamente continuano la vocazione e la tradizione democratica e antifascista della Casa Editrice barese.
Oggi voglio ringraziare da questo spazio della Dimora del Tempo sospeso in particolare Giuseppe Laterza che lancia l’idea di “cartoline” in distribuzione nelle librerie sul tema dell’immigrazione: si tratta di un atto civile, d’estrema pacatezza e forza, un’idea di cui la nostra polis ha disperato bisogno, l’invito a capire, a voler capire, a sottrarsi al pressappochismo dell’informazione e dei luoghi comuni, alla violenza machista dilagante sui “social”, a un razzismo sbugiardato dalla scienza e dalle cifre e al non più latente fascismo che sta accecando molti Italiani, giovani compresi.

Qui il “link” al video in cui Giuseppe Laterza illustra la propria iniziativa.

 

Lucetta Frisa: Cronache di estinzioni (inediti)

Vulcani

Hawai, Kilauea.
Guatemala, Fuego.

Davanti alle indifferenti
lenti degli occhiali e del pc
lava e fumo incontenibili avanzano
fino alla mia scrivania.
Il video testimonia – in diretta –
l’orrore dormiente chissà in quali caverne
oltre mari e fusi orari
il cieco assassinio
dei due vulcani risvegliati uno dopo l’altro
con la testa sfavillante di fuoco:
Odo le flebili grida atterrite di persone in fuga
(io mi aggrappo ai braccioli della poltrona)
che presto moriranno incenerite.

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Per allusione e rimando: Marco Bagnoli, la Città del Sole, Tommaso Campanella, terre di Calabria…

Un artista fiorentino (Marco Bagnoli) rende omaggio nel 1988 al Centro Pecci di Prato a un’opera (La città del Sole, 1602) del filosofo calabrese Tommaso Campanella, legando traverso il tempo momenti luminosi della terra di Calabria che voglio richiamare qui, in questo preludio ottobrino in cui ragione, dialogo e parola sembrano ancora una volta inabissarsi.

Memoria dell’oggi: Aldo Braibanti

“Lo so – presente è la violenza – ancora di metafisica si muore
la tolleranza del pubblico merita solo i sondaggi della pubblicità
il consumatore ha quello che vuole – il consumatore l’avete inventato voi
voi avete venduto abusato massacrato per sole parole
voi siete fermi all’orda – perseguitate torturate braccate il diverso […]
la vostra idea è natura
castrata”

 

 Aldo Braibanti dal carcere di Rebibbia (1968)

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Nell’esilio / “La scortecata” di Emma Dante

CATANIA, 26 LUGLIO

Nel cortile degli ulivi dell’ex Convento dei Benedettini, all’incipiente buio della sera, sul sobrio palcoscenico (due sedie e il giocattolo di un castello in miniatura al centro della scena) Salvatore D’Onofrio e Carmine Maringola recitano La Scortecata per la regia di Emma Dante.
La regista palermitana è anche l’autrice del testo che ha costruito ispirandosi alla decima fiaba della prima giornata de Lo Cunto de li Cunti di Giambattista Basile: e qui voglio spiegare perché, a mio avviso, la sera del 26 luglio ho assistito a un’ora di grande teatro.

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Nino Iacovella: La donna del lago (inedito)

La donna del lago

La testa snodata, infinita del sogno
che nuota nell’acqua scura del lago

Ci si desta sempre quando lo scenario non coincide,
ma adesso non ci sono risvegli ad attendere

ed è un abisso il fondale delle notti

“L’amore è bello solo se è vero amore” scriveva Gabriella
come se le parole riemergessero a galla,
un colpo di pistola, la testa bucata nel sonno
un corpo alleggerito dalla morte che risale
con il pigiama, le mani legate, i piedi senza scarpe

Il sogno non distingue appieno la natura degli ostacoli
se tronco, pietra, corpi, come un pesce nuota

con occhi divisi e contrapposti
per guardare l’intero spazio, profondo
degli uomini che vanno a morire

Il sogno guarda, sgrana la catena che oscilla
come un’alga sul fondale, un cordone ombelicale
che arriva sino alla donna affiorata sul limbo dell’acqua,

Il corpo di lei era avvolto con un telone di plastica bianca,
legato in tre punti con cinghie da tapparella
appesantito da tre blocchi di cemento armato
ai quali il suo uomo l’aveva incatenata

Dicono che i circuiti neurali durante le notti
s’illuminano, arabeschi di luce, fuochi d’artificio
in un giorno di festa,
e qui la pietà è un filo che non si spezza

dalla nuca come un sogno che entra nel sogno,
il proiettile cambia sembianze, non è più un cuneo di piombo,
ma la macchia nera che vediamo quando si guarda in faccia il sole

ed è un attimo, quell’attimo di grazia
che oscura l’esplosione del colpo
e le nasconde l’arrivo della morte

inedito da Madre della violenza (La Parte arida della pianura)
Omicidio di Cernusco

 

Nell’esilio / Catania 3 agosto

NELL’ESILIO – inauguro oggi una rubrica dalla cadenza del tutto irregolare, il cui titolo ho voluto fosse ispirato al libro Doveri dell’esilio di Nanni Cagnone, nel senso che, da una condizione sia esistenziale che civile di “esilio” da un’ideale polis retta dai valori dell’amicizia, della bellezza, della libertà, osservo fatti, incontri, idee proprio al fine di ritrovare, per sprazzi e baluginii lo so, modi e motivi per trasformare l’esilio in luogo invece abitabile.

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