Archivi categoria: scritture di confine

Scritto 31

Richard Serra: Drawing in Five Parts (2005).

Gli spazi del testo, tipograficamente delimitati, sanno dilatarsi potenzialmente all’infinito grazie al contenuto del testo (pensare al testo come a un recipiente che, pur limitato, può – almeno in teoria o per forza immaginativa di chi lo scrive – contenere l’illimite).

Ma qui nella Dimora del Tempo sospeso venire a ripensare gli spazi fisici del testo: ebbene, il singolo testo è affioramento o nodo di una struttura rizomatica che, invisibile ma presente, s’estende per link e pagine interconnesse e sequenze di occorrenze.

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Scritto 30

Richard Serra: Drawing in Five Parts (2005).

L’opera I Giardini di Adone di Sophie Ko è una grande verticale lastra di vetro nella quale l’artista ha inserito rametti e fuscelli provenienti da nidi e ali di farfalla: aereo e trasparente giardino, fragile eppure intessuto di elementi capaci d’imporsi alla mente proprio traverso la loro fragilità.
Chi guarda non osa avvicinarsi oltre una certa misura, spiega l’artista: la supposta fragilità del vetro obbliga a osservare un’istintiva distanza.
Un giardino nel quale non si entra fisicamente, ma che si contempla o nel quale ci si aggira per forza immaginativa. Un giardino figurale affine alle miniature medioevali o alle rappresentazioni rinascimentali del Giardino e in pericolo d’essere perduto per sempre.
Diafana e sospesa l’opera I Giardini di Adone impercettibilmente oscilla tra lutto e trasparenza di una luce che vuol farsi strada, caparbia.

La parola eterna di Ilaria Seclì. La potenza evocativa dell’ “Impero che si tace”

Mi fa grandissimo piacere poter ospitare sulla Dimora del Tempo sospeso quest’intervento critico di Annalucia Cudazzo; il lettore curioso e interessato ad approfondire può trovare notizie relative alla studiosa salentina alla fine di questo suo studio articolato e appassionato; ringrazio Ilaria Seclì per aver fatto da tramite tra Annalucia e me e saluto un’altra persona “complice” di quest’incontro, vale a dire Simone Giorgino.

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Bitches brew


(Cliccando sull’immagine si può ascoltare “Sanctuary”)

Mezzo secolo fa Miles Davis pubblicava Bitches brew, un’opera collettiva, senza tempo, che spazzava via per sempre i confini e le barriere tra i generi musicali. Il messaggio era chiaro allora e lo è ancora di più oggi, non solo per quello che riguarda la musica e l’arte in generale: le radici del futuro, dell’unico futuro ancora possibile, sono in Africa.

Su “Frattura composta di un nome” di Andrea Accardi

Con un’interessante scelta anche editoriale Andrea Accardi pubblica, alcuni mesi dopo Frattura composta di un luogo (Borgomanero, Giuliano Ladolfi Editore, settembre 2019), Frattura composta di un nome (ivi, febbraio 2020), una sorta di “riavvolgimento del nastro” del libro di poco precedente, mi scrive l’autore – lo stesso è detto nella quarta di copertina: l’autore riavvolge il nastro e ripercorre la stessa struttura (Il luogo – I nomi – Le voci) e lo stesso lasso di tempo (…). Stavolta però viene dato finalmente spazio alla ragazza scomparsa (e al suo nome) prima della sparizione.

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Studio sul “Gioco del diabolo” (1955)

(Massimo Campigli: nel ritmo e nell’allusione – devo a una recente conversazione con il carissimo Pasquale Fracasso l’idea di studiare un dipinto di Campigli; tra le numerose opere dedicate dal pittore al gioco del diabolo ne ho scelta una provandomi in una lettura ritmica che, al di là del caso specifico, vorrebbe riflettere sull’importanza determinante e significante del ritmo e dell’allusione).
Tralascerò ogni riferimento biografico, psicoanalitico o simbolico e studierò questo dipinto di Massimo Campigli (Il gioco del diabolo, 1955, olio su tela 37,5 x 53,5 cm) da una prospettiva puramente ritmica, come si trattasse di un fraseggio in poesia o di un testo in prosa poetica; farò così perché mi colpisce la coincidenza, che mi sembra di scorgere qui, tra stasi e moto, perché la fissità delle figure è capace di ritmo e lo spazio si crea per la sola presenza delle figure, così come il testo scritto è un movimento alluso dalla stasi delle parole stampate (il testo è anche uno spartito musicale) e il suo spazio è l’armonioso disporsi dei segni.

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Scritto 29

Richard Serra: Drawing in Five Parts (2005).

(Sophie Ko: Kaspar Hauser, acquerello) Questi segni, pochi e leggerissimi, hanno la potenza dell’allegoria, ché il Kaspar Hauser di Sophie Ko è allegoria dell’esistenza umana. La barca come sospesa nel gran bianco del foglio e la figurina del rematore (contratto dallo sforzo il busto teso in avanti).
Quello di Sophie Ko è un (bellissimo) atto di astrazione perché dalla vicenda di Kaspar Hauser l’artista non isola alcun episodio al fine di renderlo paradigmatico, ma inventa un’immagine di abissale significanza.

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Scritto 28

Richard Serra: Drawing in Five Parts (2005).

Testo e testa non possiedono una radice etimologica comune (e non uso “testo” qui nel significato di “coperchio” o “teglia di coccio” che ha, in tal caso sì, la medesima derivazione etimologica di “testa”), i due vocaboli coincidono quasi totalmente dal punto di vista grafico e fonetico, ma sembrano abissalmente distare l’uno dall’altro: e tuttavia mi si appalesa una loro vicinanza se, guardando le teste di Piero Manai, per somiglianza penso a un testo conchiuso nel suo dolorare, staccato dal corpo della scrittura, tenuto tra due mani (forse impotenti, certamente pietose), offerto allo sguardo. Continua a leggere Scritto 28

Tiresia, sguardi, veli, visioni, cancelli, porte, balbettii, sondaggi

Il 27 febbraio 2020 Federico Federici ha pubblicato, nel suo spazio Weisses Werk, una propria creazione di scrittura asemica e di poesia visiva intitolata Tiresias’ Gate: qui di seguito proverò non a spiegare o a illustrare l’opera, ma, invece, a commentarla, anche perché i migliori risultati di scrittura asemica non possono (e non devono) essere avvicinati continuando ad affidarsi pigramente ad abitudini di “lettura” derivate dall’approccio critico impiegato per la scrittura lineare e che facilmente si rivelerebbero fallaci e insufficienti: già di per sé la scrittura asemica e la poesia visiva vogliono andare oltre una certa tradizione e superare certe abitudini di lettura e d’interpretazione, certi atteggiamenti consolidati. Continua a leggere Tiresia, sguardi, veli, visioni, cancelli, porte, balbettii, sondaggi

Scritto 27

Richard Serra: Drawing in Five Parts (2005).

Il monacale, rigoroso esercizio d’Irma Blank: tracciare su fogli di carta linee continue senza mai sollevare il pennello – da un margine all’altro, un rigo sotto l’altro. L’obbligo autoimposto che i righi siano perfettamente orizzontali la costringe a grandissima concentrazione, a irrinunciabile pazienza: ogni rigo assume sue sprezzature perché il colore, esaurendosi lungo il tracciato, si compone in tonalità via via più chiare e pure la sua densità varia fino  quasi a dissolversi.
Ogni foglio offre in tal modo marezzature differenti ostense allo sguardo contemplante.
Non leggerli, ma guardarli è, allora, il senso di quegli arati paesaggi: la mente tutta assorta nella disciplina del suo progetto – mentre la mano rende visibile il pensiero, le sue andanze.
Irma Blank cerca il silenzio, severo esercizio della mente.

Scritto 26

Richard Serra: Drawing in Five Parts (2005).

Potrebbe essere stimolante immaginare il testo come una scatola o come un insieme di scatole: anche Rachel Whiteread riflette sul magistero morandiano e lo fa materializzando su mensole o scaffali o sedie le scatole presenti nelle nature morte del Maestro: Whiteread costruisce scatole e parallelepipedi in gesso o in metalli ossidati, li dipinge scegliendo la monocromaticità, li accosta seguendo un ritmo del vedere.
Nei primi mesi del 2014 l’artista inglese espone le sue scatole e i propri disegni che tematizzano il medesimo soggetto nelle sale del Museo d’Arte Moderna di Bologna (Study for Room): alle pareti sono esposti alcuni dipinti di Giorgio Morandi – s’instaura così un vero e proprio dialogo fra le opere, rimandi concettuali e spaziali, il tempo sospeso dell’accadere dell’arte diventa esperienza, tangibile presenza. Continua a leggere Scritto 26

Scritto 25

Richard Serra: Drawing in Five Parts (2005).

C’è una presenza luminosa e feconda nella ricerca (non soltanto figurativa) di questi nostri anni ed è quella del magistero etico e artistico di Giorgio Morandi.
Tacita Dean gira nel 2009 nello studio bolognese del pittore due film, Day for Night e Still life: il primo, in 16 mm della durata di 10 minuti, è muto, il secondo, anch’esso in 16 mm, muto, dura 5′ 30”.

Tacita Dean letteralmente dipinge e scrive con il medium filmico, o meglio, la pellicola e il silenzio sono pittura e scrittura in atto, si danno mentre avvengono ed esse avvengono mentre interrogano il fare (facere) e il fatto (factum) dei Maestri: da qui nascono i film (eccezionali, di rara originalità e bellezza, capaci di porsi oltre il mezzo puramente cinematografico) dedicati a Mario Merz, a Merce Cunningham, a Michael Hamburger…

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Su “Tecniche di liberazione” di Mariangela Guatteri

Tecniche di liberazione di Mariangela Guatteri (Benway Series, 2017) non è libro pensato per una lettura diciamo così tradizionale, ma, nell’ambito di una reale scrittura di ricerca (voglio dire non millantata, non pretesa, non di maniera – perché esiste anche una scrittura sedicente di ricerca, ma manierata e conformata su risultati ormai datati), questo lavoro vuole superare in modo risoluto la convenzionalità del contenuto e della stessa forma-libro.

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Pietre

Rito dogon Toro nomu, Mali, 2007

Sulla macina dormiente, la donna di Koyo fa rotolare la pietra, che chiamano rotella, che chiamano anche trituratrice. Così produce lentamente la farina. Annerita dal seme, annerita dalla mano, annerita è la pietra. La pietra macina bene solo se la donna, con voce lieve, intona per lei il “canto della mola”. Cibo è parola nella farina, farina nella parola. “Ti faccio dono in segreto di questa pietra misteriosa che vive da mille anni. E’ stata posta e ancora ripetutamente posta, per perpetuare la vita, sotto la base di case di pietra e di terra che le tempeste abbattono. Metti questa pietra-parola sotto la tua dimora, mai vi entrerà la fame.”

Cima dell’Estrop, valle dell’Ubaye, 1990

Lenta ascesa verso la cima di arenaria, una lunga lastra sommitale inclinata, frammentata: è la pagina che il vento del prossimo millennio girerà, prima che finisca di scriversi assumendo l’aspetto dei fossili. Ho preso in prestito questo triangolo che il fondo dell’oceano amava prima di ogni comunità umana. Scendendo a valle il terzo giorno, mi sono reso conto che lo zaino, la pietra e la memoria universale erano troppo pesanti per la mia sola schiena.

Yves Bergeret, Des Pierres,
Carnet de la langue-espace.
Traduzione di Francesco Marotta.