Archivi categoria: scritture di confine

Scacchiera

Yves Bergeret

Io porto
il vento dell’alba
a dispetto di tutto

Io porto
verso il cielo dello straniero
la polvere del sogno

Io riporto
dall’orizzonte che trema
il profumo dell’assenza

Io riporto
l’orizzonte e la sabbia che si distendono
al libro sul quale
hai posato la testa per dormire

Tratto da:
Damier
Espace du désert et de la montagne au Mali

Éditions Langue et Espace, Paris, 2000
(Cfr. qui)
Traduzione di Francesco Marotta

Della (rara) capacità aggregativa

Esiste anche una capacità che definirei aggregativa nella poesia e nella personalità di Domenico Brancale: nel mese di giugno 2020 stampato da Prova d’Artista della Galerie Bordas di Venezia esce Cadavere squisito e in luglio Metromania Bacon/Artaud per un teatro che non andrà mai in scena. Si tratta di edizioni a tiratura limitata e numerata (ma non è la prima volta che ne scrivo qui) che, liberate da vincoli tipografici quali vengono tradizionalmente imposti alle pubblicazioni appartenenti a una stessa “collana”, assumono i formati più diversi diventando progetti d’arte e di scrittura (anche oggetti) molto originali e stimolanti. Continua a leggere Della (rara) capacità aggregativa

Un pensiero di Marco Giovenale

Riporto, in quanto lo condivido in pieno, un passaggio da un’intervista con Marco Giovenale leggibile qui; seguo da tempo con estremo interesse il lavoro, la riflessione, l’opera, i progetti di Giovenale e continuo a individuarne la grande forza propositiva e innovativa.

“finché la cultura media del lettore italiano non farà pace con l’arte contemporanea, cercando e soprattutto intendendo, capendo, afferrando quelle sintonie che fino a quaranta-cinquanta anni fa erano addirittura evidenti nel percorso parallelo delle scritture letterarie, non ci sarà speranza per una estensione “di massa” o comunque ampia di nuove idee testuali. E i romanzi imposti dal mainstream continueranno a vendere come se fosse esclusivamente quello il “luogo del senso”, della produzione di senso, in termini letterari. (Mentre, a mio avviso, è proprio quello della grande distribuzione l’ultimo o il penultimo posto dove cercarlo, il più delle volte).
Forse una coscienza di strade devianti, felicemente diverse, è però già diffusa, irraggiatasi naturalmente attraverso l’arte di strada, i graffiti, la musica d’improvvisazione, e altre forme musicali, la fotografia digitale, la diffusione di blog e siti, la nascita di nuovi luoghi virtuali di coesione tra lettori e artisti. A volte in forma ingenua, a volte no”.

Pensare il volo (10)

Pensare il volo, pensarlo come slancio della mente e dello sguardo, identificarlo con il necessitato senso di libertà e con il sogno, lucidissimo, di menti intese a liberarsi dal giogo della gravità.

Quando Barbara Morgan fotografa Martha Graham dimostra (se mai ce ne fosse bisogno) che la fotografia non ferma (immobilizzandolo) il soggetto, ma che la fotografia è traccia di un ritmo continuo e incessante (quello della vita) e che la danza è il pensiero stesso quando esso diventa capace di rendere visibile quel ritmo.
La danza celebra così il corpo e il suo movimento, lo sottrae all’asservimento ad atti banausici e vili, il volo della mente è istante nel quale il corpo si rammenta della propria vivente bellezza.

Scritto 39

Pasquale Fracasso: Zzarrisciata, 2018.

Accade che un’immagine o una frase o un frammento di testo si depositino nella mente: la mente risponde, monta altri materiali tra di loro, intesse relazioni e cerca analogie: la mente lavora sui materiali dati, antiromantica e materialista agisce sulla cosa-testo, lo manipola e ne viene manipolata: interferenze o disturbi o distorsioni non sono esclusi: perché il testo non rappresenta né descrive il mondo, ma sta nel mondo, cosa tra le cose: ne riceve e gli restituisce riflessi: l’accadimento linguistico getta il testo nel mondo e contemporaneamente lo distanzia da esso: testo-cosa che nel suo accadere linguistico è coscienza del proprio stare dentro il mondo autoindividuandosi.

Breve nota a “Nuovo Inizio” di Gianluca D’Andrea

Leggo Nuovo Inizio di Gianluca D’Andrea come un ambizioso, coraggioso poema contemporaneo, come un multiforme progetto, come una rischiosa proposta. E dico subito che quel mio leggo possiede già un difetto, perché esso fa pensare alla lettura di un testo almeno lineare, di un testo composto secondo la tradizionale scansione in versi e in pagine, scansione che continua, spesso, ad accomunare pubblicazioni “in rete” e pubblicazioni cartacee. E, invece, Nuovo Inizio è sì un poema, ma è anche un esperimento e, dicevo, una rischiosa proposta perché Gianluca, che ha già all’attivo pubblicazioni in volume di notevole valore e la cui poetica è estremamente consapevole e avvertita, ben lontana da qualunque intimismo e vezzo letterario, ha voluto, direi ha accettato il rischio di comporre quello ch’egli stesso definisce ipertesto e l’ha fatto coerentemente con lo sviluppo delle sue riflessioni e, appunto, della sua poetica. Continua a leggere Breve nota a “Nuovo Inizio” di Gianluca D’Andrea

Pensare il volo (9)

Pensare il volo, pensarlo come slancio della mente e dello sguardo, identificarlo con il necessitato senso di libertà e con il sogno, lucidissimo, di menti intese a liberarsi dal giogo della gravità.

Fotografia di James Closty.

Merce Cunningham e John Cage giocano a scacchi: pensare il volo, ecco, è questo: estranei attorno, forse trambusto dagli altoparlanti e di chi passa lì vicino, forse l’attesa dell’imbarco e loro due, innamorati, che giocano, concentratissimi, a scacchi.
Pensare il volo è intrattenere colloqui d’amore: una scacchiera portatile (ma potrebbe essere anche un pianoforte o potrebbero essere i piedi che danzano), una partita iniziata magari chissà quando e proseguita per interruzioni e riprese traverso un tempo che continuamente transita per luoghi e per occasioni.
Uscire fuori dal tempo degli altri, immergersi nel proprio tempo che si fa bolla luminosa: corrispondenza d’amorosi sensi: affinità elettive: piedi a percuotere il suolo, a strisciarvi sopra, a camminarvi, a muovervisi per cerchi o per tratti rettilinei, per balzi o per archi di volo: suoni che sono la vita stessa, continui incessanti spostamenti di onde invisibili ma udibili, echi e battiti, frequenze e ampiezze e oscillazioni.

Scritto 38

Pasquale Fracasso, Zarrisciata, 2018.

per un amico

Facile dire: “va’ oltre il dolore che senti nel corpo, entra nella parola e riuscirai a spegnere i morsi che senti nel corpo”.
Il corpo non si lascia dimenticare, il corpo rivendica incessante la propria presenza.
Il tempo è materiato di corpo che, se dolora, misura il tempo con cadenze di coltello.
Lotta la parola con l’angoscia e con un’aspettazione che è un sostare sul bordo del buio.
Ciascun corpo è solo nel suo involucro di dolore.
Se la parola si schiude (ed essa vuole schiudersi) essa esalta e illumina, ma è breve l’istante, poi tornano i passi che chiedono per quanto ancora e se finirà e se forse non finirà.
Non so scrivere alcuna consolatio ad amicum meum perché, oltre e malgrado l’amore totale per la parola, so che la parola non può risolvere il dolore del corpo quando esso varca il limite che solo la mente e solo il corpo sanno, presentono e sentono.
Abbiamo da sempre questo divaricato destino: le regioni illimiti della parola e la guaina talvolta dolorante di un corpo che è sostanza di finitudine.

Pensare il volo (8)

Pensare il volo, pensarlo come slancio della mente e dello sguardo, identificarlo con il necessitato senso di libertà e con il sogno, lucidissimo, di menti intese a liberarsi dal giogo della gravità.

Pierre Tal Coat: Envol, 1974.

Ma la gravità richiama alla terra, trattiene, forse talvolta impedisce, certamente sta in rapporto dialettico con il desiderio di volo, con un’idea di leggerezza.
Quando a metà degli anni Settanta Pierre Tal Coat vede planare e poi di nuovo levarsi in volo sul Lago Lemano due gabbiani ne dipinge quell’atto, certamente, ma ponendosi innanzi a due problemi da risolvere: come dipingere quel volo che è movimento, ma, anche, come dipingere il paesaggio che, materiato di luce, è a sua volta in perpetuo moto – il rischio è quello di dipingere l’uno immobilizzando l’altro.
Il movimento è, invece, doppio e concomitante, doppio e libero, doppio e danzante.
È così che sul foglio di carta si mostra il movimento della mano, del braccio e del pennello dell’artista che fa tutt’uno con quel volo e con quel paesaggio divenuto pura luce (aria, acqua, vegetazione: soltanto luce in moto), il volo dei gabbiani diventa il volo stesso del tratto pittorico in atto, in moto, in danzante elevazione: volo del dipingere che mostra sé stesso.
Envol: prendere il volo: staccarsi dalla superficie lacustre con l’energia di uno slancio del pensiero che salendo incrocia vortici d’aria e di luce: cabrare pur rimanendo fedeli all’acqua e alla terra: doppio moto, doppia ascesa che cercherà una nuova, rapidissima discesa e, di nuovo, il levarsi verso l’alto.

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Scritto 37

Pasquale Fracasso: Zzarrisciata, 2018.

L’universo testuale sembra illimitato e capace di contenere il testo (i testi) nelle forme più diversificate.
Prendiamo John Donne Poesie amorose Poesie teologiche a cura di Cristina Campo (Einaudi, Torino 1971): prendiamo non i testi di Donne (tra l’altro dati nella lingua e nella versione originale), ma la traduzione e (è questo che qui m’interessa) l’Introduzione di Cristina Campo e le sue Note – prendiamo la sua scelta che non vuole offrire una qualche panoramica del poeta inglese in lingua italiana, ma, come sempre per Campo, è tappa fondante della sua ricerca intellettuale e interiore trattandosi di una scelta per empatia e condotta lungo un sentiero personale: non è dunque solo un atto (pur altissimo) di carattere culturale, ma esso affonda nel pensiero e nell’inquieto movimento del pensiero di Cristina Campo, si dà come opera integralmente campiana, come manifestazione di una scrittura che, quindi, si concerta in testo superando (da parte mia direi: ignorando) campi d’azione accademicamente separati e individuati per darsi come creazione personale nel mentre vengono attraversati i testi di Donne, vengono trascelti e tradotti, ma: seguendo e rinnovando la luminosa prassi del commento il quale è capace di accamparsi a sua volta come ammirevole itinerario che nello stesso tempo è al servizio del testo originario e guadagna la dignità di testo anche indipendente, anche a sua volta originario e originale. Continua a leggere Scritto 37

Pensare il volo (7)

Pensare il volo, pensarlo come slancio della mente e dello sguardo, identificarlo con il necessitato senso di libertà e con il sogno, lucidissimo, di menti intese a liberarsi dal giogo della gravità.

Enigmatic Whisper

Quando Rosa Barba riprende le sculture sospese nell’atelier di Alexander Calder e, montando il film, associa le immagini delle opere in moto al suono di quel medesimo loro incessante muoversi, ne fa, insomma, la colonna sonora del proprio lavoro, congiunge in un unico atto filmico il proprio incantamento per l’arte calderiana, l’idea di arte in Calder – liberazione traverso il movimento e la leggerezza: le strutture e le forme sospese sono mosse soltanto dal moto, altrimenti invisibile, dell’aria -, la presenza costante del suono, il variare della luce lungo l’arco del giorno.

Leggo Pascal Quignard: Olivier Messiaen, nel cuore del XX secolo, ha scritto: «Gli uccelli sono i più grandi musicisti del pianeta». Andava ripetendo che «uccellini e uccelline» sono i «maestri degli uomini». Che rappresentano i «testimoni naturali della musicalità assoluta durante l’evoluzione nel corso del tempo». […] La casa dove vivo in una stradina di Parigi è vicina a quella dove viveva Messiaen. Là vive ancora suo figlio. Ci separa un giardino ridiventato selvaggio. È un perduto da aggiungere alla Perduta, che è la natura stessa. Condividiamo lo stesso usignolo, gli stessi merli scuri, le stesse grida laceranti dei gatti, la notte, come bambini che piangonoBute (Analogon edizioni, Asti 2014, traduzione di Angela Peduto, pagine 34 e 35).
Suono ed empito al volo sono dunque concomitanti, si alimentano a vicenda, si liberano a vicenda. E a Parigi si può abitare un tempo specialissimo nel quale continuare a essere contemporanei di Olivier Messiaen.

Pensare il volo (6)

Pensare il volo, pensarlo come slancio della mente e dello sguardo, identificarlo con il necessitato senso di libertà e con il sogno, lucidissimo, di menti intese a liberarsi dal giogo della gravità.

Marino Marini: Cavaliere, 1955.

Cavallo e cavaliere pensati e ripensati per anni, lungo anni, in conseguenza degli anni: idea e visione, intuizione e forma traversando anni di guerra, di angoscia, di speranza, di disillusione: cavallo e cavaliere cifra o geroglifico o segno o monogramma o immagine o presenza o pienezza di pensiero per contrappunto al tempo della storia: volo della mente inscritto su due linee incrociantesi (orizzontalità del cavallo, verticalità del cavaliere: direzione l’una parallela a quella del suolo terrestre, l’altra a esso perpendicolare, verticalità che collega terra e cielo) – ma anche capaci il cavallo e il cavaliere di torcersi, di tendersi, di mostrare con il tendersi con il torcersi delle membra il dolore e l’angoscia.
Il volo della mente trasforma in pensiero la materia, in visione il pensiero, in spazio la visione: pensare il volo del pensiero mentre cavallo e cavaliere spezzano l’inviolabilità della soglia, varcano e mostrano il tragico che affila gli artigli poco oltre.

Pensare il volo (5)

Pensare il volo, pensarlo come slancio della mente e dello sguardo, identificarlo con il necessitato senso di libertà e con il sogno, lucidissimo, di menti intese a liberarsi dal giogo della gravità.

Leggo Pascal Quignard, leggo Bute (Analogon edizioni, Asti, 2014, traduzione di Angela Peduto, pagina 60): Timogene ha scritto: di tutte le attività colte la musica è la più antica, solo il movimento della luna la precede.
Bute, uno degli Argonauti, si getta senza esitazione nel mare per raggiungere a nuoto l’isola delle Sirene allorché la nave Argo giunge nei suoi pressi mentre Orfeo intona il canto che vinca il canto delle Sirene e salvi i compagni – Quignard dedica l’intero libro al gesto di Bute e alla musica (Rari, molto rari, gli umani che si gettano nell’acqua per raggiungerne la voce, la voce infinitamente lontana, la voce nemmeno voce, il canto non ancora articolato che viene dalla penombra.
Qualche musicista.
Qualche scrittore più silenzioso di altri, dentro pagine ancora più mute – op. cit. pagine 76 e 77).
E non riesco a scorgere differenza o distanza tra il desiderio del volo (o, almeno, di librarsi al di sopra dei ganci e degli artigli e dei lacci che tentano di trattenere, di legare, di frenare, d’impedire) e lo slancio del tuffo di Bute verso l’acqua, ch’è pure del tuffatore di Paestum (anche a lui Quignard fa riferimento) – è la mente che sceglie lo slancio a capofitto, in giù, appunto, apparentemente opposto allo slancio teso verso l’alto, al salto o al distacco dal suolo: ma determinante è, credo, il fatto che sia la mente a scegliere il tuffo o il salto, il che è l’esatto contrario che subire il salto o il tuffo; Bute obbedisce al richiamo dell’origine, il desiderio del volo segue quel richiamo come se esso provenisse da un’altra acqua, fatta di luce e di aria; e, infatti, è il movimento della luna una delle fascinazioni che attraggono al volo e che suggerisce ritmi musicali, così come il canto delle Sirene attrae al tuffo a capofitto nel mare. E la musica sembra stare nei pressi dell’origine, subito dopo il moto anch’esso musicale della luna.
Se poi la scrittura non dimentica, a sua volta, la propria anima musicale, allora il desiderio di volo e il desiderio di nuoto si ricongiungono in movimento di danza che attraversa il corpo anche (e proprio) mentre scrive.