Archivi categoria: scritture di confine

Solitudini

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Scritto 21

Eduardo Chillida: Gravitación. Elogio del agua, 1987.

Carla Accardi : tende : il testo che si fa, addirittura, casa : casa nomade e luminosa : segni sulle sue pareti leggere eppure protettive (dormire tra i segni, svegliarsi e guardarli, compiere le abluzioni mattutine, fare colazione, vedersi riflesse sulle mani e sugli abiti le forme di quei segni che il sole, provenendo dall’esterno, proietta).
Tende di Carla Accardi : il testo generoso di segni che invita a entrare, che circonda e accoglie, che invita a dimorare (etimologicamente: tardare, indugiare, attendere).

Luciano Fabro: habitat : linee pulitissime : rendere visibili le direzioni del guardare e del pensare : stare nel rigore della linea di sottilissimo acciaio che per geometrie d’intersezioni e di appena percettibili vibrazioni scrive (o de-scrive) poemi d’uno spazio ritmato da velature che lasciano filtrare la luce.

Ritmi dello svanire

Antonio Devicienti

La coppia dei paraventi che costituiscono l’opera Shōrin-zu byōbu di Hasegawa Tōhaku non è una rappresentazione o, peggio, una raffigurazione di un bosco di pini avvolto dalla nebbia e dalla pioggia, ma una scrittura ritmata di pieni e di vuoti, di visibile e di non visibile, di presenze e di assenze consegnata a un uso apparentemente prosaico (decorare un paravento): il bosco di pini ritma, invece, gli spazi della casa e chiama l’occhio (presenza della mente aperta sul mondo) a soffermarsi sull’apparire e sullo scomparire, sull’illusorio e sul transeunte. Chiama la mente a pensarsi illusoria e transeunte. […]

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Scritto 20

Eduardo Chillida: Gravitación. Elogio del agua, 1987.

Carla Accardi : coni : non importa se in ceramica o in sicofoil : mi si materializza innanzi il sogno (e il desiderio) di un testo non vergato su di una superficie orizzontale e rettangolare (al limite quadrata) e unidimensionale (tendenzialmente bianca), ma di un testo (asemico, in sovrappiù, liberato dalla tirannia spesso patriarcale e maschilista – fascista, insomma – del significato, ritmato in segni e colori e spazi-tra-i-segni) emancipato anche dal suo stesso apparire, in questo preciso momento, su di uno schermo in scorrimento dall’alto verso il basso : i coni di Carla Accardi : il cono nobilissima figura geometrica, generatrice, per intersezione di piani, dell’ellisse, dell’iperbole e della parabola, memoria della grande geometria ellenistica : testi da leggersi girando intorno al cono, passando tra i coni disposti sul pavimento : leggere? – Continua a leggere Scritto 20

Scritto 19

Eduardo Chillida: Gravitación. Elogio del agua, 1987.

C’è l’ossessione del proprio nome, la persecutoria ossessione di voler vedere il proprio nome ripetersi eco della propria eco.
Trionfa la tirannia dell’io, il trascinante impulso a dire, ribadire, riaffermare: io ne avevo già scritto, io ne ho già parlato.
Dilaga il non saper scomparire, non saper eclissarsi dietro l’indubitabile bellezza di un testo altrui.
S’impone il non saper essere, semplicemente, umile lettore di chi, molto meglio, ha saputo invece scrivere e dire.

Occorre apprendere, al contrario, in rigorosa umiltà, l’industrioso silenzio del chiosatore, del copista, dell’amanuense che non firmava le sue glosse, le sue copie.
Nella ciarla pornografica che impera e soverchia voler ritrarsi – e continuare a studiare.
Silenzio raggiunto nell’esercizio della parola che non sia chiacchiera, ma ferita, ma spalancato abisso opposto al levigato maquillage di questo tempo (troppo di frequente) senza pensiero.

Atene

(a Massimiliano Damaggio, Nino Iacovella, Evangelia Polymou, Christian Tito, Francesco Tomada. A Francesco Marotta).

Pochi anni addietro ricevetti il dono di poter leggere i versi seguenti quand’erano ancora inediti – sarebbero poi entrati nel volume di Massimiliano Damaggio Edifici pericolanti edito da Fabrizio Bianchi per i tipi di dot.com press nel 2017 (ne riporto la versione a stampa – quella ancora inedita era solo leggermente diversa):

Θα υπάρχει πάντα ένας, κάποιος
που θα κατεβαίνει τη Θεμιστοκλέους
στο χλιαρό αεράκι, κάτω από
τα σύντομα φύλλα της σιωπής
στο φως του μεσημεριού,
……………………………………κάποιος
θα κατεβαίνει τα σκαλιά, κομμένα στα δυο
από την κίτρινη σκιά των λύχνων
και θα πέφτει, όπως έπεσα τη νύχτα αυτή εγώ
στη ζεστή αγκαλιά μιας ασφάλτου

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Albrecht Dürer si appresta al viaggio

( …ma potrebbe essere anche Gustav von Aschenbach o Dirk Bogarde… )

La felicità lo possiede quando (il calamo tra le dita e il foglio sul tavolo) disegna. Non copia ciò che vede: lo disegna.
La lepre, certo, e il rinoceronte e le mani della madre.

Mentre guardo il mondo l’occhio si prolunga braccio e mano e calamo e linea sul foglio: verranno poi l’acquerello oppure l’incisione o la pittura a olio.

La luce del Nord s’impiglia su cuspidi di torri e granai – e la memoria vede la luce dalmatica salire avvolgente le cupole di San Marco.
È tempo dunque di un altro viaggio. Lo sguardo si spinge fino a Venezia.

Scritto 18

Eduardo Chillida: Gravitación. Elogio del agua, 1987.

Quando nel gennaio del 2001 Charles Lloyd e Billy Higgins incidono nella casa del primo il doppio cd Wich Way is East (prodotto dalla ECM nel 2004) il secondo sa che potrebbe avere davanti a sé ancora poco tempo di vita; nel booklet allegato ci sono le foto in bianco e nero dei due musicisti e delle stanze della casa di Lloyd con gli strumenti musicali, nonché un lungo dialogo tra i due amici; sul finire Billy Higgins dice: …this might be the last time we do this. It made me understand a lot of what I’m trying to do… but for us to be able to do it at the right time, in the right space…
Tempo e spazio giusti (la justesse di cui mi parla spesso il carissimo Yves Bergeret), l’arduo coincidere di diversi elementi capaci di suggerire che quel momento in quel luogo è compiuto, preciso, addirittura necessario.
Questo è del comporre e dell’eseguire la musica, così come del disegnare e del dipingere, dello scrivere: una lunga, implacabile disciplina, un diuturno studio, amore per la vita, gioia e piacere nell’applicare disciplina e studio, concentrazione, volontà di cercare l’accordo con il respirare e con lo scorrere.
Non sono luttuose le parole di Higgins, al contrario: esse esaltano la preziosità di ogni attimo di vita e l’irrinunciabilità di progetti che sfidano le capacità dell’artista.
Il rischio sta nel cercare il tempo e lo spazio giusti e di fallire nell’impresa: ma l’eventuale fallimento non distoglie dal voler rischiare.
Higgins capisce sé stesso proprio nel fare e il suo fare è cercare e trovare l’esattezza (la giustezza: la compiutezza: la precisione: la necessità).

Scritto 17

Eduardo Chillida: Gravitación. Elogio del agua, 1987.

Di frequente il testo si enuclea dopo una serie di cancellature, sostituzioni, spostamenti, rimontaggi; questo significa che esiste un certo numero di testi che costituiscono l’ombra del testo definitivo, il suo invisibile retroterra, le possibilità poi eclissate dalla scelta definitiva.
Un’ombra brulicante di ripensamenti e di direzioni cassate.
Una nostalgia di quello che poteva essere e non è stato.

Scritto 16

Eduardo Chillida: Gravitación. Elogio del agua, 1987.

La materialità del segno alfabetico allo stato puro: si pensi soltanto ad alcune realizzazioni di Jaume Plensa: figure umane costituite da segni dei diversi alfabeti del mondo. E le figure sembrano raccolte in atteggiamenti di meditazione o nella postura dello scriba.
E si pensi a Ogijima’s soul, stazione d’arrivo del traghetto costruita sull’isola di Ogijima nel Mare interno di Seto: edificio dalle pareti trasparenti coperto da un tetto (simile a una nuvola) costituito dalle singole lettere dei molti alfabeti terrestri che il sole attraversa durante il giorno proiettandone al suolo e sull’acqua le ombre e che l’illuminazione notturna rende perspicue nel buio.
Per esempio: Le Nomade sul bastione Saint Jaume ad Antibes; Alchemist al Massachussetts Institute of Technology; Anima della Musica al Museo del Violino di Cremona; e i Set poetes nella Plaza Lidia Armengol Vila ad Andorra la Vella; e Conversation à Nice in Place Masséna a Nizza; Pacific Soul al Pacific Gate di San Diego…
Opere tutte che celebrano la scrittura e la parola, la conversazione e il pensiero.

Scritto 15

Eduardo Chillida: Gravitación. Elogio del agua, 1987.

Walter De Maria medita su cadenze e ritmi, li inserisce nel paesaggio spesso desertico o, comunque, spoglio e all’apparenza ostile; l’astrazione aritmetica e geometrica penetra nel suolo oppure si distende in linee rette traverso la piana o si dispone in segmenti metallici verticali: quello che accade, che si vede o fotografa o riprende con la cinepresa è interazione tra calcolo e fenomeno naturale – si vede, si fotografa, si filma (cioè si legge) quello che viene scrivendosi (iscrivendosi, descrivendosi) mutevole da istante a istante.
E il numero 3, la sfera, il metallo forgiato si ripropongono continuatori d’antichissime simbologie, il rigore della visione geometrica e aritmetica s’innesta nell’aleatorietà del disporsi e del trasformarsi del suolo, della superficie erbosa, dell’incidenza della luce: la ποίησις (il farsi creatore) si dà nel punto di giuntura tra calcolo e natura.

Aristotele di Stagira (o, anche, della scrittura e dell’osservazione)

L’uomo che, assorto, osserva la danza nuziale dei pesci nell’acqua incuriosisce la bimba – che gli si accosta.
L’uomo ha sulle ginocchia un foglio di papiro: disegna e scrive.
Sta in silenzio la bimba: osserva.
La luce sulla superficie dello stagno si fa tramatura del papiro e il nuoto dei pesci nell’acqua intersecarsi di linee d’inchiostro: mille occhi che guardano dalla trasparenza delle uova disseminate sul fondale sono mille curvature di vocali e consonanti che la bambina, lentamente, compita ritmando le parole dito contro dito.
L’uomo ha sospeso il respiro osservando dimentico di sé lo spalancarsi ritmico delle branchie, l’estroflessione armoniosa della pinna dorsale.
Prende un foglio lì accanto la bimba, lo porge all’uomo che ha appena vergato l’ultima parola e che solleva lo sguardo nella luce meridiana.
L’uomo annuisce, sorride, bisogna rifare la punta della cannuccia per scrivere, dice mordendo un pezzo di formaggio e intanto ne porge una intinta d’inchiostro alla bimba – ecco, dice, vieni: continuiamo insieme questo viaggio.

Heinrich Heine (forse anche Alberto Giacometti)

Un’altra dose di morfina, più forte. E non basta. Eppure dura la scrittura, pretende di venire fino alla superficie di luce della lampada accostata al capezzale.
Parigi che stai oltre la parete cieca e mi sei casa e officina di pensieri, di parole.
Affondato in questo materasso paralitico ti vengo incontro senza posa e scalpello figure come combuste al furore della conoscenza, della visione, nel nodo scorsoio della malattia, nel sottoscala di rifugiato.
Spargo sul pavimento pallottole di fogli vergati in una lingua tripla, bella perché creola di tedesco, di francese e di rivolta e se cercando la brocca dell’acqua trovo sotto il letto frammenti di volti, di gambe e di braccia come combusti dalla forza furibonda d’una mente instancata mi chiedo se sono io o un altro (che non conosco, che sogno ogni notte nel dormiveglia).
Poi alle labbra m’affiora un verso che vorrebbe dire di donne veneziane che vanno varcando l’acqua e la luna, che vanno rasciugate di materia e fatte forma, ma confondo la Laguna, la Senna e il Reno e ti ascolto, mia Parigi, mia acqua dove a rinascere avrei poemi (e quanti!) (ancora) da scrivere.

Scritto 14

Eduardo Chillida: Gravitación. Elogio del agua, 1987.

È vero che si abita sempre uno status transitorio e di esilio – o forse è la derivazione da habere (avere, possedere) che induce a commettere un errore concettuale e non solo: abitare come tentativo di possedere o come habitus, consuetudine e costume (e tutto questo non è, ai miei occhi, un fatto esclusivamente linguistico).

Diversamente, forse, accadrebbe se, in una lingua non indoeuropea, potessi esprimere il concetto con qualcosa che fosse possibile tradurre come “mi viene a essere, mi sopraggiunge lo stare / il ritrovarmi / il fermarmi qui”.

In tal modo l’esilio assumerebbe, forse, fattezze più dolci e accoglienti, perderebbe l’estraneità e la violenza dell’aggressione, del malcelato essere sopportati e/o tollerati. L’abitare non avrebbe (appunto!) la sua preoccupante tendenza a essere possesso ed esclusione, aggressione e affermazione di un confine.

Scritto 13

Eduardo Chillida: Gravitación. Elogio del agua, 1987.

Non leggere il testo, ma guardarlo: forse l’atto è più facile se si contempla un testo asemico oppure scritto in caratteri che non si sanno decifrare. Guardare, cioè, il testo nella sua pura forma (di blocco compatto, oppure paragrafato, o suddiviso in colonne) per scorgerne la ritmica della visione: come fosse un paese della Terra d’Otranto visto dall’alto (ritmo di terrazze e ogni terrazza è un reticolo di linee catramate corrispondenti alle intermessure tra le lastre – le chianche – e ritmo di vuoti – le corti attorno alle quali sorsero le abitazioni o gli orti aperti in mezzo all’abitato), come fosse un campo arato o una vigna guardata anch’essa dall’alto (la vigna del testo ancora sempre feconda, colma del brusio indistinguibile delle parole, delle frasi, degli a capo).
E c’è ancora dell’altro: un testo che termini con un colophon in forma di triangolo rovesciato o uno che contenga dei versi (allineati a sinistra, al centro o a destra) o delle immagini dà vita a ulteriori paesaggi del testo come tavole di un atlante che, raccogliendo le diverse metamorfosi formali del testo, descriva una geografia del testo stesso in quanto composto per essere visto e, in seconda battuta, eventualmente leggibile e decifrabile, capace cioè di sovrapporre al paesaggio tipografico quello semantico.

“Il castello di Apice” di Giancarla Frare

Il “mio” primo labirinto è stato il Castello dell’Ettore, ad Apice, nel Sannio, dove ho vissuto gli anni della mia infanzia, a seguito della mia famiglia. Un microcosmo, un hortus conclusus da cui raramente mi allontanavo perché tutto vi era compreso: l’asilo, la scuola elementare, le carceri, il ricovero dei cavalli, l’abitazione del nobile proprietario. Alcune botteghe artigiane e le due case di chi vi abitava. Una era la mia. Il castello, in parte distrutto dal terremoto del Sannio e recentemente restaurato, è stato oggetto di mie ripetute riprese fotografiche e filmiche, che, come il racconto, hanno individuato i nodi fondamentali di memoria del luogo, creando una rete di relazioni che, come rami di un albero, sovrappone i piani di lettura di un vissuto. Come Dedalo ho costruito il mio labirinto, fatto di molte variabili. Tentando poi di trovarne una, di uscita, come Teseo. E di liberarmene.

(Giancarla Frare, qui Il catalogo della mostra;
qui notizie sulla mostra.)