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Pratica della poesia (I)

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Ain Kaalep …in un soffio fra gli aceri…

Ain Kaalep
…in un soffio fra gli aceri…
Poesie scelte (1945-1999)
Lietocolle 2019

Traduzione dall’estone di Mailis Põld, introduzione e cura di Paolo Ottaviani

 

Sünnipäev

Kui ma sain seitsmeteistkümneaastaseks,
olin ma millegipärast üksi kodus.

Lõppev kevad lilletas akna taga aasu.
Kaugetel tandritel surid inimesed.

Lülitasin raadio sisse ja kuulasin.
Kaugetest saatjatest kõneldi kõiksugust.

Äsjane koolipoiss, nii väga minu nägu,
kuulas sajapäise sõja salasõnu.

Jõed ja järved olid vait, metsad ägasid tasa.
Mesilased sõelusid filosoofilisi õisi pidi.

Hirm, lootus ja klaasine taipamatus
krigisesid seitsmeteistaastase ajukurdudes.

Tallinnast saadeti sümfoonilist muusikat.
Sattusin kuulama Beethoveni viiulikontserti.

Praegu ei oska ma kirjeldada seda kuulamist.
Põlevates linnades surid inimesed.

“Kuulasin Beethovenit,” kirjutasin sõbratarile.
“Kuulasin Beethovenit Tallinna raadiost.”

Vanem ja targem oli minust see sõbratar,
kellele ma kirjutasin kevade lõppedes.

“Mul oli sünnipäev,” kirjutasin sõbratarile.
Koonduslaagrites surid inimesed.

Ilus oli see sõbratar ja tundis muusikat
paremini minust, seitsmeteistaastasest. Continua a leggere Ain Kaalep …in un soffio fra gli aceri…

L’iniziazione

Yves Bergeret

L’iniziazione

Le principali iniziazioni maschili, anu tanguda, e femminili, iamu tanguda, sono presentate in un primo momento come delle grandi prove di sofferenza fisica da dominare: la circoncisione e il primo parto (l’etnia afferma di non praticare l’escissione). Ma la parola tanguda designa più il superamento di uno stadio, una iniziazione essa stessa, che il controllo o la resistenza a una prova. E’ affine a keke, che indica l’oscillazione “dell’altra parte” di uno spazio nell’altra fase di uno spazio. L’iniziazione contempla sicuramente il dispiegarsi di un destino umano: riguarda la temporalità. Ma si ricordi che, cercando un’espressione per dire l’equivalente della parola francese “spazio” in toro tegu, i pittori e Alabouri avevano cominciato col dire che lo spazio appartiene al tempo e che la parola che si avvicina di più al termine francese è l’avverbio keke.

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Il Monte Alto – Kuno Koyo

Yves Bergeret

Il 4 agosto 2009, il gruppo di “posatori di segni” del villaggio toro nomu di Koyo, con i quali da dieci anni proseguivo un lavoro di creazione in dialogo, mi condusse con una certa discrezionalità sulla parte più elevata dell’altopiano sommitale della loro montagna. Si chiama Kuno koyo, “il monte alto”. Fino a due anni prima, il mio percorso iniziatico era ancora troppo modesto perché mi ci conducessero. La densità sacra animista di questo spazio è altissima. Alcune profonde erosioni erano accessibili solo a due o tre grandi iniziati del villaggio e solo dopo una preparazione rituale specifica, nudi, con appena una pelle di capra, sacrificata per l’occasione, intorno alla vita. Continua a leggere Il Monte Alto – Kuno Koyo

Stefan George, Gedichte

Stefan George
Gedichte/Poesie Volume I
Cura e traduzione di
Antonio Devicienti
Introduzione di Friedrich Gundolf
Lavis (TN), La Finestra Editrice
Collana “Archivio del ‘900”, 2019

 

L’infante

Con scudo e spada sotto pallido fregio,
con bianco sguardo sorride l’infante
nello scuro ovale cinto d’oro. Non lontano,
nell’allora inviolata sala, un fratello gemello:
la fredda brezza montana era nel gioco
anche troppo rozza gregaria.

Tuttavia egli non rimpiangerà
d’esser divenuto in fretta un uomo cupo
come questi e quell’altro sui muri vicini,
ché delle gioie per lui furon decise:
che venga a prenderlo una radiosa fanciulla
degli elfi, quando innanzi alla luna fioriscono
i melograni di cristallo: gli sia concesso seguire
insieme con lei, in volo e caduta, la palla di seta
fedelmente serbata, che sulla mensola di legno
di quercia scintilla ancora di rosa e verde oliva.

Biografia di Dino Campana

Roberto Bolaño

DINO CAMPANA RIVEDE
LA SUA BIOGRAFIA
NEL MANICOMIO DI CASTEL PULCI

Ero portato per la chimica, per la chimica pura.
Ma scelsi di fare il vagabondo.
Vidi l’amore di mia madre nelle bufere del pianeta.
Vidi occhi senza corpo, occhi eterei che orbitavano
intorno al mio letto.
Dicevano che ero fuori di testa.
Presi treni e navi, percorsi la terra dei giusti
di primo mattino e con la gente più umile:
gitani e mercanti.
Mi svegliavo molto presto o non dormivo. Nell’ora
in cui la nebbia non è ancora svanita
e i fantasmi di guardia al sogno mettono sull’avviso inutilmente.
Sentivo i moniti e gli allarmi ma non ho saputo decifrarli.
Non erano diretti a me ma a coloro che dormivano,
però non ho saputo decifrarli.
Parole incomprensibili, grugniti, grida di dolore, lingue
straniere sentivo ovunque andassi.
Esercitai i mestieri più umili.
Attraversai l’Argentina e l’intera Europa nell’ora in cui tutti
dormono e appaiono i fantasmi guardiani del sogno.
Ma proteggevano il sogno degli altri e io non seppi
decifrare i loro urgenti messaggi.
Frammenti forse sì, e per questo visitai i manicomi
e le prigioni. Frammenti,
sillabe brucianti.
Non credetti nei posteri, anche se talvolta
ho creduto alla Chimera.
Ero portato per la chimica, per la chimica pura.

Tratto da qui