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Alla salute del serpente

Combien durera ce manque de l’homme mourant au centre de la création parce que la création l’a congédié?

Quanto durerà questa mancanza dell’uomo, che muore al centro della creazione perché la creazione l’ha ricusato?

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Char a lume di candela

Giuseppe Zuccarino

Il tema del rapporto fra buio e luce è ben presente nelle opere di René Char. Occorre far notare che la notte da lui conosciuta nell’infanzia era più tenebrosa di quella che possiamo esperire attualmente. Ricorda Marie-Claude Char che in quegli anni, nella casa natale del poeta a L’Isle-sur-Sorgue, non c’era illuminazione elettrica: «Solo lampade a petrolio. Un becco a gas, di fronte al cancello del giardino, illumina la sera. Quando si spegne, il villaggio è immerso nell’oscurità, cosa che obbliga i passanti a spostarsi portando con sé delle lanterne». Tuttavia qualche conforto veniva offerto dalla pallida luminosità diffusa dalla luna, e anche dalle stelle, capaci di rendersi visibili persino nel bosco più fitto: «Ero in una di quelle foreste a cui il sole non ha accesso ma in cui, di notte, penetrano le stelle». E poi, in estate, palpitava un’altra minima e puntiforme luce naturale, come Char suggerisce quando afferma che «una poesia che si svolge di notte dev’essere lapidata di lucciole». Invece nella stagione dal clima più rigido, quando il bimbo passava dall’inquietante buio esteriore al rassicurante interno domestico, si imbatteva subito nel piacevole lucore proveniente dallo sportello della stufa: «Il bambino che, venuta la notte, d’inverno scendeva con precauzione dalla carretta della luna, una volta entrato nella casa balsamica, tuffava d’un sol tratto gli occhi nel focolare di ghisa rossa. Dietro lo stretto vetro incendiato, lo spazio ardente lo teneva completamente prigioniero». […]

Leggi l’intero saggio in “Quaderni delle Officine”, CXIII, Novembre 2021.

Il sangue e la cenere

Restituzione

Versione libera di Remise di René Char,
tratta da Dehors la nuit est gouvernée, 1938.

*

Che vadano le guide, ormai siamo in pianura.
C’è gelo sul confine, lo segnala ogni ramo.
Una curva s’avvicina, rapida come un fumo
dove il mattino fluttua, arcuato come una scheggia.
La paura di cedere respira sotto la pelle.
La tovaglia sarà stesa sopra i bordi del pozzo.
Esseri benevoli verranno verso di me.
La mano sulla mia fronte sarà fredda di stelle
e non un ricordo di coltello sulle erbe.

No, il rumore dell’oblio là sarebbe tale
da corrompere la virtù del sangue e della cenere
stretti al mio fianco contro la povertà.
Che sente solo il suo passo, rimira solo se stessa
nell’acqua morta della sua ombra.

Intersezioni

Maria Helena Vieira da Silva: Bibliothèque en feu, 1974.

Queste pagine vengono alla luce dopo che diverse tessere-tempo sono andate ricomponendosi attraverso percorsi apparentemente enigmatici di cui ogni lettore ha fatto esperienza: si legge qualcosa (un articolo, una breve didascalia, un racconto e via enumerando) o si vede una foto, si ascolta un pezzo musicale che rimangono nella memoria, oppure paiono assopirsi, scomparire; poi, anche dopo molti anni, s’incontra qualcos’altro (un altro testo, un libro, un accenno durante una conversazione) che risveglia la memoria o che rimanda a quell’eco che in ogni caso continuava a riverberare nella mente, spesso in modo sommesso o inavvertito; quindi, eventualmente, si decide di sistematizzare quelle letture o quegli ascolti o quelle riflessioni, oppure si passa ad altro ancora, per incrociare più tardi (per caso? per un sentiero tracciato dall’inconscio?) quell’idea o quella suggestione iniziale. Si inizia con René Char, La parola in arcipelago e i suoi Neuf merci pour Vieira da Silva che mi proverò tra breve a tradurre con il titolo un po’ libero di Nove volte grazie per Vieira da Silva – ché il vero epicentro del mio intervento è proprio quest’ultima, la pittrice e intellettuale portoghese il cui nome venni a conoscere grazie al poeta provenzale che la cita anche nel libro Ricerca della base e del vertice; dopo qualche anno  trovai nei Racconti con figure di Antonio Tabucchi la traduzione del Testamento della pittrice portoghese seguita da 20 brevissimi racconti.

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I Trasparenti

“I Trasparenti o vagabondi luni-solari sono ai nostri giorni quasi completamente scomparsi dai borghi e dalle foreste dove non era difficile scorgerli. Affabili e spigliati, dialogavano in versi con l’abitante del luogo, il tempo di posare la loro bisaccia e di riprenderla. Il residente, con l’animo commosso, gli concedeva pane, vino, sale e cipolla cruda; della paglia se pioveva.”

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Il diritto di tradurre

Nei Paesi Bassi la Casa editrice Meulenhoff affida alla poetessa e scrittrice Marieke Lucas Rijneveld (che accetta entusiasta) la traduzione di The Hill We Climb di Amanda Gorman; alcune voci di dissenso, tra cui, particolarmente marcata, quella dell’attivista Janice Deul, contestano la scelta perché “il lavoro e la vita di Gorman sono profondamente segnati dalla sua esperienza e dalla sua identità di donna di colore”; affidare la traduzione dei suoi versi a Marieke Lucas Rijneveld (di pelle bianca) sarebbe “un’occasione sprecata” e, quindi, quella traduzione dovrebbe essere eseguita da una persona di colore. In conseguenza delle accese polemiche Rijneveld rinuncia alla traduzione.
In Francia il traduttore e poeta André Markowicz, in un intervento dell’11 marzo su Le Monde, sostiene che le argomentazioni addotte contro l’eventualità di una traduzione da parte di Rijneveld è «l’assoluto contrario della traduzione, che è, innanzitutto, condivisione ed empatia, accoglienza dell’altro, di quello che è diverso da sé: quello che chiamo “riconoscimento”. Continua a leggere Il diritto di tradurre

Iris

“Grazie di essere, senza romperti mai, iris, mio fiore di gravità. Tu sollevi al bordo delle acque affetti miracolosi, tu non pesi sui morenti che vegli, tu spegni piaghe sulle quali il tempo non ha azione, tu non conduci a una casa costernante, tu permetti che tutte le finestre riflesse non facciano che un solo volto di passione, tu accompagni il ritorno del giorno sui verdi viali liberi.”

…………………………….(da René Char, Lettera amorosa, 1952, 1963
…………………………….Illustrazioni di Jean Arp e George Braque
…………………………………………..Traduzione di Anna Ruchat
……………………………………….Milano, Archinto Editore, 2008)

Io abito un dolore

………………….René Char

……Non lasciare che a guidare il tuo cuore siano quelle tenerezze parenti dell’autunno che ne ripetono la placida andatura e l’affabile agonia. L’occhio fa in fretta ad invecchiare. La sofferenza conosce poche parole. Prova a coricarti deponendo ogni affanno: sognerai del giorno che viene e il tuo sonno sarà tranquillo. Sognerai che la tua casa non ha più finestre. Sarai impaziente di unirti al vento, al vento che percorre un anno in una notte. Altri canteranno di unioni armoniose, di corpi che personificano soltanto la maledizione della clessidra. Tu condannerai la gratitudine che diventa un rituale. E domani ti identificheranno con qualche gigante dissociato, signore dell’impossibile.

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Nell’esilio / Franck Venaille, René Daumal

Scrive Franck Venaille in C’est nous les Modernes (Flammarion, Paris 2010, pagg. 7 e 8): «Je suis de l’écriture. Dans l’écriture. C’est mon seul bien. Écrire m’a fait. Écrire m’accompagnera jusqu’à la fin. Écrire coordonne ma vie».

Le edizioni Prova d’Artista / Galerie Bordas di Venezia dirette da Domenico Brancale stampano proprio in questi giorni di Franck Venaille Tre fasi di uno stato di costrizione e di René Daumal La seta – entrambi i testi appaiono nella traduzione di Bruno di Biase.

Il passo e l’eco della scrittura mi accompagnano in queste settimane riverberando da due luoghi d’Europa eccelsi per memorie e capacità di creazione artistica (Venezia e Parigi), s’inarcano tra due rive linguistiche (due rive ci vogliono traduceva Vittorio Sereni un luogo di René Char), chiamano altre voci, altri passi, altri orizzonti.

Libera nos, Domine

René Char

              À Nicolas De Staël

Avvicinati alla rosa, trafitta,
la cui morte senza turbamento
ti propone una medesima sorte.
Gira intorno a lei, l’eletta;
tu la consideri ordinaria
anche se è figlia di un nobile roseto.
Il lino, il giunco, il cisto selvatico
rimangono i tuoi fiori preferiti,
quelli nei quali i tuoi occhi riconoscono
il fuggevole, l’abbandono.
Ma la rosa! Colpita proprio stanotte.
Il foro delle lusinghe si distingue appena
alla radice del suo corpo annodato.
Che muoia, la rosa!
Anche se la sua vera distruzione
si compirà con la scomparsa del sole.
Cercava l’aria umida della notte,
l’ascolto di un raro passante. Che arrivò.
Ora entrambi mostrate la stessa ferita.
La tua forma ha cessato di essere intatta
sotto il velame del giorno.
Per te nessuna remissione,
per lei nessuna discrezione.
Il colpo silenzioso vi ha raggiunti
nello stesso punto, un colpo d’ala
e di becco, simultaneamente.
O abissale sparviero!

                          René Char, Libera II
                          (Effilage du sac de jute, 1978-79)

Senza solennità

René Char

 

Bout des solennités

Affermi par la bonté d’un fruit hivernal, je rentrai
le feu dans ma maison. La civilisation des orages gouttait
à la génoise du toit. Je porrai à loisir haïr la tradition,
rêver au givre des passants sur des sentiers peu vétilleux.
Mais confier à qui mes enfants jamais nés? La solitude
était privée de ses épices, la flamme blanche s’enlisait,
n’offrant de sa chaleur que le geste expirant.
Sans solennité je franchis ce mond muré. J’aimerai
sans manteau ce qui tremblait sous moi.

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