Archivi categoria: critica

I calcionauti di Lutz Seiler

Antonio Devicienti

Tra le pagine più riuscite del già notevole libro di Lutz Seiler im felderlatein (nel latino dei campi, Berlino, Suhrkamp, 2010) ci sono le tre del poemetto die fussinauten (i calcionauti). Se è vero che la DDR ha annoverato durante i suoi quarant’anni d’esistenza una nient’affatto piccola schiera di poeti d’altissimo valore, è anche vero che la riunificazione tedesca (data ufficiale: 3 ottobre 1990) ha portato con sé la necessità di ripensare certi temi, certi paesaggi, certi stilemi. E Lutz Seiler è protagonista di primissimo piano: nato nel 1963, ha conosciuto dall’interno il sistema politico, educativo, militare, letterario della Repubblica Democratica Tedesca, la sua infanzia, giovinezza e prima maturità (sino al novembre 1989, anno della caduta del Muro di Berlino) si sono svolte entro l’orizzonte tedesco-orientale e della guerra fredda, l’inizio della seconda maturità ha avuto, invece, come sfondo storico-sociale la Wende (la “svolta” come in Germania è chiamata la riunificazione) e il faticoso, ancora oggi problematico e non concluso processo di quella stessa riunificazione. […]

(Leggi l’intero articolo su Zibaldoni e altre meraviglie)

Corpo finale

Elio Grasso

Nota di lettura a:
Tiziana Cera Rosco
Corpo finale
Faloppio (CO), Lietocolle 2019

…… Gli enigmi sono parte delle illuminazioni? Guardando i ritratti e le performance eseguiti da Tiziana Cera Rosco, con tutta la realtà che si stringe intorno alle immagini, sembrerebbe di sì. La vitalità che vi emerge, nonostante i reperti di per sé barocchi e cautamente adeguati a una sorte di apocalisse passata, è appunto il primo enigma a cui dovremo sottostare. Non ce ne dispiace, anzi nutre le facoltà percettive talvolta esauste di fronte all’epoca immane che ci contiene. Nonostante noi e nonostante Tiziana, verrebbe da dire. Poi intervengono le luci imperiose a vivacizzare, a contrastare, le forme e il corpo. Continua a leggere Corpo finale

I giorni del sole fermo

Elio Grasso

Nota di lettura a:
Liliana Zinetti, I giorni del sole fermo
Borgomanero (NO), Ladolfi Editore 2020

La poesia non è infallibile, al contrario di quanto pensano coloro che agilmente l’antepongono a una vita che ha soltanto bisogno di farsi curare le ferite. La poesia dunque viene svuotata ancor prima d’essere scritta. Inevitabile che questa mancanza non mobiliti una poetica degna del nome, né si annuncino sorprese leggendo le schede segnaletiche di sbrigativi libretti e opuscoli. Bizantinismi e agguati critici se ne leggono a iosa in rete e in prefazioni elegantemente accompagnate alle pubblicazioni, raro imbattersi in pagine che mostrino una fissazione, una volontà della lingua finalmente volta a costruire una decisione espressiva. Ferma e completa, almeno nel suo esordio. Continua a leggere I giorni del sole fermo

Ovada marittima

Elio Grasso

Nota di lettura a:
Nico Priano, Ovada marittima
Borgomanero (NO), Ladolfi Editore 2020

Guardarsi intorno, guardare indietro e davanti a sé lungo i sentieri, le provinciali, le statali, le autostrade, fino agli slarghi improvvisi e luminosi – e laggiù l’orizzonte alto che sembra sovrastare la costa ligure. Sono i misteri di chi arriva dal Monferrato, dall’entroterra fatto di nomi famosi e meno famosi, di chincaglierie da quattro soldi (e perciò preziose) e vini che presuppongono denari interattivi o latifondi ricchissimi. Non si è mai saputo chi è stato, fra Liguria e Piemonte, il primo a colonizzare. Intellettualmente ci si schiera dalla parte di Nico Orengo, Francesco Biamonti o Paolo Conte, di Camillo Sbarbaro, Mario Novaro o Guido Gozzano. Nel maneggiare le chiavi di una lingua, conviene partire dal secolo di Rimbaud, arretrando potrebbe sembrare presuntuoso, per così dire “barocco”. Fra dissacrazioni, tragedie reali o simulate, vigne esclusive e palme tropicali fuori luogo, si arriva a esprimersi per poemi o per versi sciolti fra lirica ermetica e rincorse dei prediletti poeti beat, tanto per cambiare diffusi dalla Nanda Pivano che senza circospezione ci porta di filato nei caruggi del Faber. Continua a leggere Ovada marittima

Un tisico professionista

Manuel Bandeira

Provinciale mai stato capace
d’abbinare la giusta cravatta
Pernambucano cui fa ribrezzo
il coltello del pernambucano
Poeta scarso che nell’arte della prosa
s’è fatto vecchio nell’infanzia dell’arte
e che pure scrivendo delle cronache
è rimasto un cronista di provincia
Musicista e architetto fallito:
una volta ha inghiottito un piano:
la tastiera è rimasta fuori
Senza famiglia e filosofia
né religione e poco portato
all’inquietudine dello spirito
che viene dal soprannaturale
E in materia di professione
un tisico professionale

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In memoria di Giuseppe Panella

Ricorre oggi il primo anniversario della scomparsa di Giuseppe Panella. Per ricordare lo studioso e l’amico ripubblico questo articolo su Dino Campana. Rimando al blog Retroguardia, dove è possibile consultare parte dell’ingente mole di studi critico-saggistici che Giuseppe ci ha lasciato.

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Ritratti incrociati. Leiris e Bacon

Giuseppe Zuccarino

Tra gli scrittori novecenteschi, Michel Leiris è senz’altro uno di quelli che hanno stabilito un più stretto rapporto con le arti visive. Ciò è accaduto tramite la frequentazione diretta di pittori e scultori (trasformatasi spesso in amicizia), ma anche mediante la stesura di pregevoli testi sugli artisti. Inoltre Leiris, essendo collezionista e imparentato con una famiglia di galleristi, ha potuto acquisire un gran numero di opere significative. Basti pensare che quando, nel 1983, egli decide di donarle quasi tutte ai musei nazionali, tale donazione, che comprende «90 quadri, 30 sculture, 85 disegni e collages (Bacon, Braque, Derain, Giacometti, Gris, Klee, Miró, Picasso, Vlaminck, ecc.) […], è la più importante collezione venuta ad arricchire il patrimonio moderno dei musei francesi». A ciò si può aggiungere che Leiris ha avuto il raro privilegio di essere ritratto da quattro fra i maggiori pittori del suo secolo: Picasso, Masson, Giacometti e Bacon. Continua a leggere Ritratti incrociati. Leiris e Bacon

Antonio Devicienti su “Hairesis”

Sul blog-rivista Il Primo Amore, Antonio Devicienti propone una lettura di Hairesis: un vero attraversamento del libro, del quale porta a galla echi e risonanze profonde grazie alla sua finezza di critico e a un’innata, naturale disposizione-vocazione all’ascolto dei testi.

Ringrazio sentitamente l’autore e la redazione tutta, a partire da Jonny Costantino che ha pubblicato l’articolo. Lo si legge qui.

Prestare parola al desiderio

Antonio Devicienti

Prestare parola al desiderio.
Su Tutto è sempre ora di Antonio Prete

Tutto è sempre ora (Torino, Einaudi, 2019) è una precisa visione della poesia, una postura della parola, un ritmo della scrittura. Questo libro è luminosa regione di un continente composito e affascinante, ricco e complesso, costituito da saggi scientifici, traduzioni, racconti, scritture al confine tra il journal intime e il carnet de voyage, memoria e descrizione.
Antonio Prete ha affermato più di una volta di aver scritto in poesia fin dall’adolescenza, ma di fatto ha pubblicato la sua poesia in età matura, come se avesse avuto pudore di farlo troppo precocemente o timore nel mentre si confrontava da lettore innamorato e da valente studioso con giganti che rispondono al nome di Leopardi, Baudelaire, Char, Hölderlin, Jabès…
Credo infatti che esista, in alcuni autori, un’umiltà, un pudore, che li spinge a un limae labor indefesso e a mantenere a lungo nell’ombra (parola, concetto e immagine fondamentale nell’opera di Prete) la propria produzione artistica, e quest’atteggiamento è accentuato se per scelta esistenziale e per mestiere si smontano e si rimontano, si studiano, si amano nelle loro intime pieghe le opere dei grandi. […]

(Continua a leggere qui…)
L’articolo sarà pubblicato integralmente
in “Quaderni delle Officine“, XCVII

Quarta stella

Elio Grasso

Nota di lettura a:
Gisella Genna, Quarta stella
Latiano (BR), Interno poesia 2020

L’idea del mondo che Gisella Genna si è fatta durante la crescita – alle prese con la natura osservabile e gli affetti conquistati, coltivati o sospesi – e la stesura di queste poesie, non dà lusinghe a niente e nessuno: ma un provvisorio appoggio alle attese del lettore che voglia tenere desta la vita con tutti gli accessori. Per questo gli elementi della sapienzialità tantrico-buddista, a cui accenna Rosadini nell’introduzione, stanno al di qua dell’orizzonte ottico della poetessa, importanti ma discreti come pennellate zen. Niente dimensioni alte che talvolta dimenticano le coordinate vitali, o accecano la veduta “semplice” dei giorni. Ma una sana consuetudine conoscitiva dove emergono sentimenti e ragionamenti, con tutte le cadute ottiche e riprese improvvise che chiamiamo vita. Continua a leggere Quarta stella

Il corpo del pensiero. Derrida e Adami

Giuseppe Zuccarino

È stato lo stesso Derrida a spiegare le circostanze che lo hanno condotto a incontrare Valerio Adami e ad avviare con lui un buon rapporto: «Un giorno, il mio amico Jacques Dupin, che lavorava per Maeght, mi propose di collaborare con un pittore a un’opera in comune, una serigrafia che mescolasse il tratto, la pittura e la scrittura. […] Qualche mese più tardi, Jacques ha avuto l’idea di associarmi a Valerio Adami. […] Nel 1975, Dupin mi ha portato dei cataloghi e io sono rimasto subito colpito dalla forza, dall’energia del tratto, ma anche da un richiamo nel disegno – e anche nella pittura – ad altri tipi di scritture: letteraria, politica, “storica”. Assai presto ho notato l’esistenza, nella sua opera, di un certo rapporto sincopato con l’evento letterario o politico, con gli scritti di Joyce o Benjamin, con le rivoluzioni europee di questo secolo, la rivoluzione russa, quella di Berlino, ecc. Il tutto colto in modo ellittico, sincopato, in un tratto dalla forma molto singolare».

(Continua a leggere qui)

nutrica

Elio Grasso

Nota di lettura a:
Daìta Martinez
nutrica
Faloppio (CO), Lietocolle, 2019

Ampio e fecondo lavoro in quest’ultimo libro di Daìta Martinez, dopo aver dato alle stampe alcune plaquette lungo i recenti anni fatti di ricerca e letture rivelate, letture che le hanno concepito una prospettiva più ampia. Le fonti sono state molte. I destini, ascoltati dopo l’inarrestabile perseveranza, ancora di più. Prose e poesie nutrici, giunte dal vasto mondo della mente umana: dove la scrittura affonda nella psiche, vi si arrotola fino a smascherarne le recondite pieghe. Inutile, dunque, sciogliere le vischiosità metafisiche. Chi l’ha fatto, in passato, si è solamente appagato di qualche euforia. Poi più nulla. Continua a leggere nutrica

Quaderni delle Officine (XCIV)

Quaderni delle Officine
XCIV. Febbraio 2020

quaderno part_ b_n

Antonio Devicienti

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Il lievitare dello smarrimento.
Su Mestizia dopo gli ultimi Racconti
e La genitiva Terra di Nanni Cagnone

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Il lievitare dello smarrimento

Antonio Devicienti
Nanni Cagnone

Cielo, pensato culmine,
concavità a cui s’imposero
leggende, mi volgo indietro
per vederti alto nel tempo
santificar colline,
fermo sui tumulti
con tua volubile eternità.

Altorivolgersi, credersi
accolti, poi ruzzolare,
all’orlo ultimo scoprire
che i libri servono soltanto
a ricordare le parole.

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Indagini su un poliedro

Giuseppe Zuccarino

Indagini su un poliedro

È una strana scelta, da parte del filosofo e critico d’arte Georges Didi-Huberman, quella di dedicare un intero volume all’analisi di una specifica opera di Giacometti, a sua volta piuttosto insolita, Le Cube[1]. Si tratta di una scultura a prima vista astratta: non un cubo, a dispetto del titolo, bensì un poliedro a dodici facce (tredici, se si conta anche quella che poggia sul basamento). L’artista svizzero l’ha dapprima realizzata in gesso, nel 1934, e solo assai più tardi l’ha fatta fondere in bronzo. Le facce sono diseguali per forma e dimensioni, e presentano qualche irregolarità sulla superficie. È in causa dunque un prodotto sfuggente, «troppo poco rigoroso per essere “costruttivista”, troppo poco analitico per essere “cubista”, e troppo geometrico per raccontare una qualsiasi storia»[2]. Giocando sulla particolare struttura di quest’opera giacomettiana, Didi-Huberman suddivide il proprio libro in dodici capitoli (preceduti e seguiti da un prologo e un epilogo, entrambi intitolati Face enterrée); ogni capitolo, pertanto, corrisponde idealmente a una delle facce del Cube.

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