Archivi categoria: critica

Anatomie comperate

Elio Grasso

Nota di lettura a:
Gabriella Montanari
Anatomie comperate
Torino, WhiteFly Press
Vague edizioni, 2018

E dunque siamo ancora all’interno di cortesie stagionali, con frenati propositi e preposizioni tempestive sulla vita romantica delle tribù e dei singoli appartenenti. Stagionali sentimenti e risentimenti lungo filari risoluti nel ricordare essenze e carnalità di prima scelta. E che doveri di pensiero, trattando nettari e polpe! Gabriella Montanari vorrebbe mantenersi accanto alle lucciole ma la sua scrittura la trasporta inevitabilmente dove i sogni risentono della presenza di filari e vino. Quella scrittura che riconosciamo, signorile di vocabolario e ibridamente affettuosa verso Bataille, con tocco sorgivo di Bardot. Non si lascia storicizzare, ha bisogno di una cucina ben fornita di pentole e padelle, desidera ardentemente cucinare senza perdere d’occhio la bellezza femminile e l’incoscienza maschile. Sarebbe inadeguato definire “selvaggia” questa raccolta, a meno che non la s’intenda come l’elegante scostumatezza dell’Arbasino sudamericano. Continua a leggere Anatomie comperate

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Poetiche cognizioni

Marco Furia

nota di lettura

Le cose innegabili

di Nanni Cagnone

Avagliano Editore, Roma, 2018

 

Le cose innegabili, di Nanni Cagnone, è una raccolta di versi la cui evocativa tensione pare rivolta verso l’esterno e assieme verso l’interno: l’autore c’è con un’assidua tendenza a dire, a rivolgersi agli altri mai dimenticando se stesso.
Nulla di gratuito è presente in queste ben strutturate cadenze: tutto, piuttosto, è necessario. Continua a leggere Poetiche cognizioni

Apologia di un perdente

Elio Grasso

Nota di lettura a:
Marco Vetrugno
Apologia di un perdente
Roma, Elliot, 2018

Se un tale di nome Ezra, richiuso nelle sale di un museo, avendo in testa Shakespeare e di fronte agli occhi i fantasmi in bianco e nero di tele famose (e famigerate), inizia a parlare, cosa può mai dire, e soprattutto che facoltà ha? Mistero. A meno che non si riesca, da un anfratto nascosto, a osservarne il corpo e le sue deformità, in guisa proporzionale dedicate dal cielo a quelle carni. L’inferno, probabilmente, ne aveva già compiuto giusta causa, vale poco ricordarlo, altrimenti Ezra non si troverebbe in quel sito. Non sfuggirà il fardello informe stretto fra le braccia, respirante o meno, avvolto in panno bianco, preda carnale, ostaggio, o esserino irrisolto e inconsapevole da proteggere. Accanto, in una teca traslucida, appare un teschio di donna. Questa la scena abitata da un rintanato, superstite nucleare, rinchiuso a forza, segregato per sua volontà, oppure no. Continua a leggere Apologia di un perdente

Un esistenziale accumulo (su “Svenimenti a distanza” di Mario Fresa)

Marco Furia

Nota di lettura a:
Mario Fresa
Svenimenti a distanza
il melangolo, Genova, 2017

 

A qualcosa che emerge accumulandosi si riferisce, con evidenza, la raffinata raccolta di Mario Fresa “Svenimenti a distanza”.
Non a caso, già all’inizio si legge:
“ […] Ha paragonato
la sua casa a una vecchia drogheria”.
Le drogherie sono botteghe in cui vengono venduti i più disparati prodotti: botteghe ricche di fascino, dall’atmosfera aromatica e misteriosa.
Si chiede l’autore a pagina 26:
“Perché osserviamo gli oggetti?”
Domanda enigmatica che allude a una condizione di durevole contingenza.
Perché siamo espressivi?
Perché siamo esseri umani viventi: questa non risposta mi pare la risposta migliore.
Non generica né imprecisa (come potrebbe a prima vista sembrare), bensì sinceramente aperta. Continua a leggere Un esistenziale accumulo (su “Svenimenti a distanza” di Mario Fresa)

Ciao cari

Elio Grasso

Nota di lettura a:
Stefano Guglielmin
Ciao cari
Milano, La Vita Felice, 2016

La poesia in questo libro viene meno di fronte alla vita rievocata in cento rivoli? Nient’affatto. La poesia scende come un’affermazione, talvolta stridente al cospetto della morte, ben organizzata, di realtà ferrea, quasi imposta dove le scintille esistenziali iniziano a disperdersi. Discorde alla mancanza di volontà, alle energie sottratte, all’aria tesa dei tempi, tutto l’armamentario delle menti (migliori e peggiori) di varie generazioni scende in campo dalla nascita all’estinzione. Il saluto del titolo è incontrovertibile, rende dipendenti da ricordi ed esperienze, l’autore sa d’essere un LED oscillante tra presente e passato. Continua a leggere Ciao cari

La terra originale

Elio Grasso

Nota di lettura a:
Eleonora Rimolo
La terra originale
Faloppio (CO), Lietocolle, 2018

Non sono in gioco i sentimenti semplici, né la corruzione della sovranità linguistica (come accade altrove, con libri perduti in rudimentali scoperte d’acqua tiepida), nella Terra originale. Eleonora Rimolo torna con un libro congruo, dopo il recente Temeraria gioia, e seguita a corteggiare la realtà della vita, poiché interamente rivolta a essa quest’autrice progetta e attua le sue armoniche stanze. Evita – ma si prende vari tipi di arguzia dialettica – mistificazioni e debolezze di pensiero, sempre in vista del bagaglio montaliano ma aggiornato alle discendenze del nuovo secolo. Sembrano in autonomia pensare, le diverse poesie, al presente tutt’altro che fantastico a cui sono destinate. Ma Rimolo tiene strette le più efficaci nell’additare le cose che non vanno: pretendono aggiustamenti, e si accreditano la visione di un passato portentoso. Continua a leggere La terra originale

Danzare con le immagini

Giuseppe Zuccarino

Aperçues è uno dei libri più singolari di Georges Didi-Huberman. Raccoglie numerosi testi brevi (ognuno dei quali reca un proprio titolo e una precisa data di composizione) che riguardano immagini, non tanto analizzate per esteso quanto piuttosto «intraviste» (è questo il significato del titolo). Il medesimo concetto viene ribadito nell’epigrafe, tratta da un discorso del poeta tedesco Paul Celan: «E cosa sarebbero allora le immagini? Ciò che una volta, e ogni volta è l’unica volta, è soltanto qui e ora, viene intravisto e ha daessere percepito». Conviene parlare genericamente di immagini perché, nella sua vasta produzione saggistica, Didi-Huberman non si è interessato soltanto alle opere d’arte pittoriche o scultorie – antiche, moderne o contemporanee che siano –, ma ad ogni sorta di elementi visivi (stampe, manifesti, fotografie, video, film, ecc.). Egli potrebbe, come Baudelaire, definire le immagini «la mia grande, la mia unica, la mia primitiva passione», nel senso che le considera, oltre che come fonte di fascino, anche come oggetto di un’inesausta riflessione.

(Continua a leggere su Philosophy Kitchen)

Dodici ore

Elio Grasso

Nota di lettura a:
Mariachiara Rafaiani
Dodici ore
Sonnino (LT), Edizioni La Gru, 2018

Il libro di Mariachiara Rafaiani è come un contagio, risalente dalle zone buie dell’epoca, e dalle zone luminose di una geografia consumata nei viaggi. Le poesie riportano per intero tutto ciò che l’autrice non si lascia sfuggire, paesaggi eloquenti, tenuti nell’ampio ventaglio delle scelte, e aspiranti amori a tempo o eterni ma prodigiosamente intrecciati alla lingua, alla continua inesausta lingua un po’ sanguinaria un po’ venerabile. Ecco perché il contagio varca la carta e forse diventa inarrestabile. Non si ha voglia di controllarlo, è l’elemento presente in ogni pagina, nei porti e nelle stazioni attraversate, dall’Adriatico che imprigiona a Milano, passando per pianure e oltre le mura della città vecchia, le stesse che Campana superò durante i suoi nomadismi. Continua a leggere Dodici ore

Nota critica a “Via Crucis”

Elio grasso

Nota di lettura a:
Silvia Comoglio
Via Crucis
Pasturana (AL), Puntoacapo, 2014

Quanto al pronunciarsi su una scrittura, i più praticano assilli d’abbandono poiché sospettano mutamenti di geometrie e di fisionomie serenamente conosciute. Col rischio di concedersi a suoni dall’identità strana, se non addirittura estranea. Non si è più simultanei di cortei consueti, dalle configurazioni assestate e protettive. Poi ci si accorge (per fortuna capita di sottostare a un “colpo” d’intelligenza, o forse degli dèi) di quanto sia ben più valoroso essere tangibili del mutamento, allorché il proprio peso specifico si arricchisce d’intenzioni, se non addirittura di valore intrinseco. A quanti riferimenti, e allusioni e indebitamenti dobbiamo guidare il nostro carattere perché si distingua infine un’esperienza poetica, un’intenzione sviluppata in alcuni libri a cui, per esempio, uno come Nanni Cagnone abbia affidato le proprie “speranze di lettore”? Sono molti, e occorre gettare campioni di modernità accompagnati da rivalse critiche di prima e ultima mano. Sia chiaro, senza patemi di pentimento o astuzie di tal genere. Continua a leggere Nota critica a “Via Crucis”

Nota a “Spalancati spazi”

Elio Grasso

Nota di lettura a:
Claudio Pozzani
Spalancati spazi (Poesie 1995-2006)
Firenze, Passigli 2017

La poesia di un presente futuro come dovrebbe essere? Con quali mezzi chi la scrive prova la sua capacità di vedere? E soprattutto, cosa vedrebbe? Le macerie di una civiltà nei suoi angoli più remoti, oppure la visione del pianeta, azzurro e bianco nel nero cosmico, come avvenne per gli astronauti statunitensi quando circumnavigarono la luna il 24 dicembre del 1968? La Terra era là, un emisfero brillante dove gli umani, poeti e no, vivevano. Pozzani vi era nato 7 anni prima, forse la sua mente già premeva sull’acceleratore della visionarietà, lasciando che le attitudini espressive si facessero risucchiare dalla realtà intorno, dall’anfiteatro di quella Genova che lo avrebbe visto protagonista nel palcoscenico della poesia. E, navigante come ogni genovese, visto scivolare sui tragitti europei della scrittura. Continua a leggere Nota a “Spalancati spazi”

Aminadab

Giuseppe Zuccarino

Sui dipinti immaginari
in Aminadab di Blanchot

     Un uomo di nome Thomas è giunto in un villaggio e cammina per strada. Passando davanti a un negozio, in vetrina nota uno strano quadro: «Era un ritratto, di scarso valore artistico, eseguito su una tela nella quale si vedevano ancora i resti di un altro dipinto. Il viso, rappresentato in modo maldestro, spariva dietro i monumenti di una città semidistrutta. Un albero esile, posato su un prato verde, costituiva la parte migliore del quadro, ma disgraziatamente rendeva ancor più confuso il volto, che doveva essere quello di un uomo imberbe, dai lineamenti comuni e con un sorriso gradevole, almeno per quanto lo si poteva immaginare prolungando linee che si interrompevano di continuo. Thomas esaminò pazientemente la tela. Distingueva case assai alte, provviste di un gran numero di finestrelle disposte senz’arte né simmetria, alcune delle quali erano illuminate. Continua a leggere Aminadab

Giacomo Bergamini

Giacomo Bergamini

Dopo la drammatica morte, su cui resta un alone di mistero, una cappa di silenzio è scesa sul geniale e “irregolare” poeta vicentino Giacomo Bergamini (1945-2004), autore discontinuo, talora volutamente oscuro, emotivamente coinvolto nella ricerca di nuove frontiere per la poesia e l’arte, fra riviste alternative, piccoli editori a volte umorali e frequentazioni alcoliche. Questo documento, impregnato sulla riproduzione integrale della sua raccolta di versi Il martello di Faust, pubblicata nel 1983 come supplemento al numero 33 di “Tam Tam” con la prefazione di Adriano Spatola, si propone di rompere, almeno in parte, quel silenzio, contribuendo ad approfondire la conoscenza di uno scrittore immeritatamente dimenticato: un prezioso contributo mi è stato fornito in questa direzione dall’amico genovese di antica data di Bergamini, il poeta e scrittore Elio Grasso, che ben conosco e che ringrazio, cui sono giunto attraverso la dedica di questo libro a lui destinata in esergo dall’autore. […] Maurizio Spatola

Dossier Giacomo Bergamini

Archivio Maurizio Spatola/Il sito
Archivio Maurizio Spatola/Il blog

Nyctalopia

Rita Florit

Una poesia intitolata in modo diretto con un termine in cui convivono, senza contrasto, due significati che dovrebbero opporsi – vedere nell’oscurità e il suo contrario, questo significa nyctalopia – indica immediatamente una direzione di lettura verso l’esterna formazione di un mondo e, allo stesso tempo, un’idea di scrittura verso l’interiorità del dire poetico. Un fuori e un dentro che nascono e svolgono il loro cammino rivolgendo lo sguardo con reciprocità continua: lì dove il doppio motivo della luce e del buio ingloba e determina la voce e il mutismo, la vista e la cecità. L’autrice, consapevole che il fare poetico assume su di sé, e in sé produce, un dire che non è disvelamento o nascondimento, ma indicazione di uno sguardo mobile, mostra nei suoi testi un pensiero che è ai fondamenti di un reale visionario, che segna la figura profonda di ciò che sente come un vedere. Continua a leggere Nyctalopia

L’ora mora del giorno

Giuseppe Samperi

[…] Credo che possiamo considerare quest’ultimo libro di Giuseppe Samperi come un compendio. Un tirare le somme, ce ne sono indizi. Compendio di vita e di scrittura, entrambi terreni di una ricerca esistenziale della quale la prima è stata ed è materia, la seconda metafora e strumento, come il negro sèmen dell’Indovinello Veronese. Ricerca insoddisfatta, come sempre, tanto che la vita sembra a volte osservata alla lontana, come dalla porta di casa che dà su una via assolata, mentre la scrittura è perennemente a rischio di essere dismessa, o licenziata, come un aratro non affilato a sufficienza che finiremo per lasciare arrugginire. Nella poesia di Giuseppe le due cose sono sempre andate di pari passo, c’è sempre stato un occhio che osserva contemporaneamente le parole che si vanno tracciando sulla carta e la penna che le traccia, l’oggetto e lo strumento, basta vedere a titolo di esempio tutto l’ “inchiostro” che viene evocato in parola e sostanza in un altro suo libro, Il miliardesimo maratoneta, 2011 (“Regalo questo inchiostro, / scolatura che rimane / dagli accurati strappi”). E gli strappi, inutile dirlo, sono dolorosi. Continua a leggere L’ora mora del giorno