Archivi categoria: critica

Le lacrime del faraone

Giuseppe Zuccarino

Tutto comincia con una strana vicenda narrata da Erodoto, e relativa al faraone egiziano Psammetico. Si tratta in realtà di Psammetico III, incoronato nel 526 a. C. e rimasto in carica solo pochi mesi, perché sconfitto dai persiani di Cambise II. Ciò è avvenuto dapprima nella battaglia di Pelusio, poi definitivamente con la resa della città di Menfi. Secondo il racconto erodoteo, lo sfortunato faraone si era trovato a dover fronteggiare l’esercito persiano in una guerra iniziata già quando a capo dell’Egitto c’era suo padre Amasi. In ogni caso, dopo il lungo assedio di Menfi, Psammetico cade nelle mani dei nemici assieme alla sua famiglia.

Continua a leggere Le lacrime del faraone

Lamina e velo

Marco Ercolani

Nota di lettura a:
Annamaria De Pietro
Madrevite
Lecce, Manni Editore, 2000

…… Si dice, di Fohi, tradizionalmente considerato l’inventore della scrittura in Cina, che ricavasse i primi segni grafici dalle impronte dei denti di un drago. Analogamente, ai tre mitici imperatori cinesi, Fu Xi, Sheng Nang e Huangdi viene attribuita la creazione di un particolare tipo di scrittura ispirato alle impronte lasciate dagli uccelli e dagli animali. Nel tardo periodo Shang (XVI-XI secolo A.C.) si parla addirittura di un sistema organico di scrittura dove scapole di animali o corazze di tartaruga, esposte al calore del fuoco, provocano una serie di screpolature irregolari che vengono poi interpretate e trascritte sulle ossa stesse, dette giaguwen, in linee diritte e forme squadrate – linee ferme che rappresentano una sorta di scrittura oracolare. Continua a leggere Lamina e velo

Penultimi

Francesco Forlani

Con questi testi che sono insieme contesti ed extratesti, sono parole, immagini, riferimenti precisi al mondo concreto, oggettuale, quotidiano, platealmente condiviso, indiscutibilmente luogo comune, comunanza, Francesco Forlani ci regala un risultato, non una ricerca intellettualistica, manieristica e vana. Il risultato è il punto di vista, “dal basso”, che confligge o si sposa con lo stile che è medio ma anche alto, lirico. Il male non viene urlato perché dirlo e dirlo nello stile del male, vuol dire restare invischiati e complici. Forlani salta l’attrazione del male e ne parla bene. La letteratura viene così costretta a fare il suo mestiere: dire la bellezza proprio nel momento in cui dice una scomoda verità. Anche se questa verità fa propriamente male. I penultimi non sono gli ultimi. I penultimi possono ancora trovare ciò che resta della civiltà occidentale, delle sue idealità: la comunanza, la commozione, la morbidezza di ciò che è sensuale, corporeo, vitale. Possono ancora concepire la speranza del cambiamento. Il mondo che emerge non è più quello dell’alienazione operaia ma quello dell’apartheid prodotta dalle nuove oligarchie finanziarie. La società tende a dividersi in caste non più in classi come nel Novecento, le persone, sempre in movimento pendolare, restano immobili, l’Occidente sembra tutto retrodatato a vecchio regime, a prima della rivoluzione borghese, è un mondo neofeudale, appunto. Di questo mondo Forlani dice con tenerezza e crudeltà. (Biagio Cepollaro)

Continua a leggere Penultimi

Hop-Frog

Nino Iacovella

Il nano della Stazione Termini

Non tollero i rumori indistinti,
l’anonimo paesaggio di corpi,
inafferrabili per un rapace
senz’ali, né artigli per predare

Eppure è qui il pasto per la mia specie,
dentro gli occhi di chi è in cammino
e inciampa nel caos

So cosa pensano di me
da come osservano i miei passi,
un nano smarrito nel ventre della stazione,
un uomo costretto a cibarsi della bellezza
caduta dal tavolo degli avanzi

Sono quello che sono: uno storpio
inginocchiato per statura,
ma anche un sortilegio del mondo,
un suono che si stacca dal rumore
grigio dei giorni per farsi canto

Continua a leggere Hop-Frog

Il sogno di Giuseppe

Antonio Devicienti

Il sogno di Giuseppe di Stefano Raimondi,
ovvero di cisterne, di transiti, di profondità

Questo scritto prende avvio da un assunto semplicissimo: il personaggio biblico di Giuseppe che ispira il poema di Stefano Raimondi può essere direttamente ricondotto al mito di fondazione del popolo ebraico; escluderò subito gli aspetti strettamente religiosi e teologici che risulterebbero, invece, fuorvianti e non coerenti con una lettura che cercherà di cogliere i nessi del poema con il mito e con le sue metamorfosi o reviviscenze e risorgenze nel contemporaneo. Inoltre cercherò di dimostrare come il Giuseppe dell’opera raimondiana possegga tutte le caratteristiche della Pathosformel warburghiana in quanto figura archetipica che transita dall’essere quella di uno dei Patriarchi d’Israele e incarnazione della predilezione divina a figura capace di esprimere la condizione dell’uomo contemporaneo in quanto espatriato, migrante, escluso, in cerca di approdo; se da un lato il riferimento da parte di Raimondi al Giuseppe biblico è esplicito e pienamente consapevole, d’altro canto il ‘suo’ Giuseppe risulta essere anche una stratificazione plurimillenaria che il poeta milanese fa riemergere nel nostro presente, oltre che un’immagine dinamica in quanto inscindibile sia dalla storia della sua doppia prigionia sia dalla sua capacità d’interpretare i sogni, elementi questi che identificano in maniera univoca e del tutto priva di equivoci il Giuseppe veterotestamentario divenuto il centro del poema di Raimondi. […]

__________________________
Leggi il saggio di Antonio Devicienti su
L’Ulisse, n. 23, nov. 2020 (pg. 611-634).

La complicità del plurale

Marco Bellini

Anche tu hai scritto
con le molte ore di lavoro e dei campi.
La pergamena tra la nuca
e dove il collo diventa schiena
gli scavi del sole fitti di memoria
come gli anelli distesi nel tronco
del castagno avanti casa.
Stupito ti guardavo e vedevo
imprevista, un’incisione verticale
deporre nella pelle
il riassunto di un crocifisso

                    (da La complicità del plurale, di Marco Bellini)

___________________________
Due “letture” dell’opera:
di Antonio Devicienti
e di Marco Ercolani.

Quattro sentieri per immaginare

Antonio Devicienti

[…] Immaginare è, per Massimo Rizzante, il liquido amniotico in cui nascono il pensiero e la sua eticità, perché immaginare per lui non è affatto un andare alla deriva o un navigare a vista tra i continenti del sogno e dell’invenzione, ma la capacità, che è anche sentimento dell’esistere, di accogliere dentro di sé il mondo e le persone che lo abitano. Questo, infatti, è soprattutto un libro popolatissimo di individui, dei loro pensieri, dei loro sentimenti e delle loro storie, che con coraggio fa i conti con la Storia, che per Rizzante è sempre un mostruoso, immane mattatoio che, spesso, dilania quei medesimi individui.

(Continua a leggere su Doppio Zero)

Il passo dell’obbedienza

Marco Ercolani

Nota di lettura a:
Laura Corraducci
Il passo dell’obbedienza
Bergamo, Moretti & Vitali, 2020

L’ultimo libro di versi di Laura Corraducci, Il passo dell’obbedienza (Moretti & Vitali, 2020) è un affresco potente, insieme lirico e civile, della resistenza umana e personale a disastri diversi: guerra, follia, malattie, dolori. Come osserva Giorgio Galli: «Alla vastità, ma anche all’unitarietà, del progetto corrisponde la struttura musicale del libro, basato su ritorni di nuclei tematici e di immagini-guida, come in una sinfonia di Bruckner dove tutto eternamente si ricrea e procede a partire da alcuni nuclei germinali». Aggiungerei, a questa osservazione, una riflessione conseguente: la struttura poematico-musicale dell’intero libro, diviso in cinque sezioni, si presenta con poesie brevi e compatte totalmente prive di punteggiatura, che proprio nel loro articolarsi in un continuum non scandito da punti o virgole modellano un discorso che inizia sempre e non finisce mai, fra impennate, pause, slanci, variazioni e ritorni al tema, dove la voce del poeta è ora sussurro lirico ora descrizione straziata ora affabile ellissi. Il lettore si trova trascinato nel ritmo, morbido e incalzante, sempre sicuro e ampio, del libro:

Continua a leggere Il passo dell’obbedienza

La cripta e la fiamma

Marco Ercolani

La cripta e la fiamma

……1
……Proust afferma in Contre Sainte-Beuve: «I bei libri sono scritti come in una lingua straniera»1. Questa frase riassume bene l’idea di un viaggio interiore che si emancipa dalla ragione dominante. Il comune senso delle cose esige che esista una lingua originale e una lingua tradotta, ma la sensazione proustiana di una “lingua straniera”, aliena, conquista noi lettori, come se non appartenessimo mai totalmente a noi stessi ma sempre abitassimo al di qua o al di là dei nostri limiti, dentro una lama di luce obliqua che fa apparire il testo letto come uno strano meteorite, precipitato casualmente nella pagina, e che solo l’intuizione ci permette di gustare. L’intuizione, nel momento in cui è nostra, è anche lo strumento che ci guida fuori di noi. Continua a leggere La cripta e la fiamma

Filosofia del nome in Agamben

Luigi Sasso

Filosofia del nome in Agamben

……L’indagine sul linguaggio, sugli elementi che lo compongono, accompagna la storia del pensiero occidentale. Agamben ci ricorda, in Che cos’è la filosofia?, che il mondo antico non poteva riferirsi alla realtà delle cose in un modo che si pretendesse indipendente da come il mondo stesso «si rivelava nella lingua»1. E non a caso molti passaggi dell’opera di Platone, per ricondurci all’esempio più autorevole ‒ dal Cratilo al Sofista, dalla Settima lettera a un brano delle Leggi ‒ si soffermano sull’origine del linguaggio e in particolare dei nomi, sulla loro qualità (da alcuni ritenuta naturale, da altri convenzionale), sul rapporto tra nome e definizione, sulle possibilità che il linguaggio è in grado di offrire alla conoscenza. Continua a leggere Filosofia del nome in Agamben

Warburg e Agamben

Viana Conti

Il canto di Mnemosyne
per una Ninfa danzante.
Warburg e Agamben

……Ninfa. È il piede nudo, sollevato nel lieve incedere della fanciulla di un bassorilievo marmoreo trovato a Roma, quello che eccita il delirio erotico di Norbert Hanold, il giovane archeologo che ne chiede un calco al museo. Non cessando di contemplarlo, mentre la giovane avanza da tempi remoti, trattenendo, con grazia, le pieghe dell’ampio peplo bianco, Norbert le attribuisce il nome di Gradiva, «colei che risplende nel camminare». La figura di quell’archeologo nymphóleptos, posseduto dalla Ninfa, colto in un delirio feticistico, è protagonista del racconto di Wilhelm Jensen del 1903 intitolato Gradiva. Continua a leggere Warburg e Agamben

Quaderni delle Officine (XCIX)

Quaderni delle Officine
XCIX. Settembre 2020

quaderno part_ b_n

AA. VV.
(A cura di Giuseppe Zuccarino)

__________________________
Spazi di pensiero.
Un seminario su Giorgio Agamben

______________________________

Agamben e la Musa della filosofia

Tra il mese di settembre 2019 e il mese di febbraio 2020 si è tenuto a Genova, presso il Centro Former, un seminario sull’opera di Giorgio Agamben. Ai vari incontri hanno partecipato: Viana Conti, Dario De Bello, Gianfranco Di Pasquale, Marco Ercolani, Giuliano Galletta, Tommaso Gazzolo, Rossella Landrini, Luigi Sasso, Enrico Sciaccaluga, Giuseppe Zuccarino.
I materiali realizzati in quell’ambito saranno pubblicati in “Quaderni delle Officine”, Vol. XCIX, Settembre 2020.
Come anticipazione presentiamo il saggio “Agamben e la Musa della Filosofia” di Giuseppe Zuccarino.

Continua a leggere Agamben e la Musa della filosofia

La dimora insonne

Elio Grasso

Nota di lettura a:
Daniela Pericone
La dimora insonne
Bergamo, Moretti & Vitali 2020

La supremazia del pensiero è sempre più irriducibile nelle poesie di Daniela Pericone, dai libri precedenti giunta in piena forma soprattutto in quest’ultimo: fino a una spregiudicatezza sollevante polveri, e significati scoscesi ai tanti che nella poesia cercano ben altre sicurezze, o certezze, o debolezze, e infine stupidaggini. Si potrebbero suggerire diverse prospettive ai contendenti la lingua della poesia, nelle conversazioni quotidiane su cibi e ricette d’essai. Molto più semplice rievocare la gentilezza di arbusti e fogliame, di giorni e stagioni che trovano dimora nelle singole poesie, grati dell’accoglienza. Le poesie, appunto, sottolineano la competenza degli affittuari che saggiano il territorio ricavando dall’opera quel che di buono contiene. Continua a leggere La dimora insonne

Anni di poesia

Marco Ercolani

Nota di lettura a:
Elio Grasso
Anni di poesia
Recensioni e interventi 1985-2019

Puntoacapo, 2020

…… Alcuni libri, più di altri, non si sottomettono a nessuna classificazione. Anni di poesia, di Elio Grasso, è uno di questi. Grasso espone, con seria, competente, divertita, spesso feroce nonchalance, il repertorio dei volumi di versi (non solo italiani), di cui ha scritto, fra il 1985 e il 2019, nonché alcuni interventi di critica poetica. La particolarità di questo libro, il suo quid specifico, è quella di essere del tutto immune da qualsiasi ideologia critica. L’autore raccoglie liberamente, in ordine cronologico, le sue note e i suoi interventi, e basta. Certo, tutto non è così semplice: “semplificare non è mai un buon segno”. Se c’è un autore posseduto dal demone della poesia, questo autore è Elio Grasso. Continua a leggere Anni di poesia