Archivi categoria: critica

Le cose vestite di tempo

……..Elisabetta Brizio

Le cose vestite di tempo

L’ambivalenza costitutiva del presente quale ambito del non più-non ancora in Guido Gozzano si risolverà nelle Farfalle, forse in quella «stanza modesta» nella quale «dormono cento quete / crisalidi in attesa» del compimento della condizione crisalidea, e quindi della conversione al volo. Tuttavia, qui vorrei ricordare Umberto Eco: divagando su Gozzano a partire da un dettaglio dovuto a una mia dimenticanza. Apro Pape Satàn Aleppe e trovo una Bustina dal titolo gozzaniano: Rinasco, rinasco, nel milnovecentoquaranta. Cosí Eco: «La vita altro non è che una lenta rimemorazione dell’infanzia. D’accordo. Ma quello che rende dolce questo rimembrare è che, nella lontananza della nostalgia, ci appaiono belli anche i momenti che allora ci sembravano dolorosi», come «le notti passate nel rifugio antiaereo». Continua a leggere Le cose vestite di tempo

Impossibile essere felici di esserlo

Francesca Marica

Impossibile essere felici di esserlo (Impossible d’être heureux de l‘être) è il titolo dell’elegante plaquette uscita nel dicembre 2020 in trentasette copie numerate per le edizioni Prova d’Artista, Galerie Bordas, curate dal poeta Domenico Brancale – da anni, instancabile scopritore e dispensatore di talenti e meraviglie. La plaquette, impreziosita dai disegni di Luca Mengoni, contiene una selezione di Note tratte dal primo volume di Papiers Collés, pubblicato da Gallimard nel 1960. La curatela e la traduzione sono di Mauro Leone che di Perros deve essere considerato un fratello minore, un parente di elezione. Lo dico subito e senza ipocrisie: Perros, per il suo debutto italiano, non avrebbe potuto desiderare un curatore e un traduttore più attento e devoto. Mauro Leone ne ha studiato scrupolosamente non solo l’opera ma anche la biografia e la geografia. Ne ha respirato i luoghi, le suggestioni, i tormenti, i fantasmi.

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Scrivere il viaggio

………..Elisabetta Brizio

…..SCRIVERE IL VIAGGIO
………Su Le cose del mondo
…………di Paolo Ruffilli

Leggendo Le cose del mondo di Paolo Ruffilli si sarebbe portati a credere che egli pensi, con Whitman in Song of Myself: «Very well then I contradict myself, / (I am large, I contain multitudes)». «Multànime», avrebbe detto D’Annunzio. Il poeta non può aggiogare la propria interiorità proteiforme agli schemi della logica ordinaria. E infatti «perlustrare il concreto mondo in cui si è venuta muovendo la mia esperienza, in un gioco di continui rimandi e rispondenze tra io e realtà esterna attraverso la pratica del linguaggio» (come Ruffilli scrive nel breve prologo) richiede un certo magistero poetico, un dispiegamento di strumenti espressivi complessi che rendano il senso dell’unità delle voci contrarie, che convoglino le sollecitazioni di una pressante configurazione musicale – «una ossessione mentale di tipo musicale mi trascina materializzando le parole come note in una partitura», dichiarava in una intervista. E se ci rimettiamo all’explicit della traduzione italiana del Contre Sainte-Beuve (astraendo dalle idee proustiane sul talento) le cose sembrano ulteriormente complicarsi: «nessuno conoscerà mai, nemmeno chi la sente, l’aria che ci perseguitava col suo ritmo inafferrabile e incantevole».

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La Biblioteca di RebStein (LXXXI)

La Biblioteca di RebStein
LXXXI. Gennaio 2021

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(a cura di Stefanie Golisch)

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Lettere di Cristina Campo a Alejandra Pizarnik
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Contro le finzioni della realtà

Maturato nel clima della Neoavanguardia senza, tuttavia, esserne soverchiato, Giannino di Lieto (1930-2006) è un poeta che, dopo gli esordi contraddistinti dall’interrogazione epigrammatica o lapidaria (cfr. Poesie, 1969; Indecifrabile perché, 1970), a partire da Punto di inquieto arancione (1972) espone il suo pervicace intento di non conformarsi alla norma per fondare una comunicabilità “altra”: dove ogni cosa risulti destrutturata dal discorso usuale decadendo dalla propria convenzionalità e diventando parola pura, immagine intensiva o emblema energetico. Continua a leggere Contro le finzioni della realtà

Le lacrime del faraone

Giuseppe Zuccarino

Tutto comincia con una strana vicenda narrata da Erodoto, e relativa al faraone egiziano Psammetico. Si tratta in realtà di Psammetico III, incoronato nel 526 a. C. e rimasto in carica solo pochi mesi, perché sconfitto dai persiani di Cambise II. Ciò è avvenuto dapprima nella battaglia di Pelusio, poi definitivamente con la resa della città di Menfi. Secondo il racconto erodoteo, lo sfortunato faraone si era trovato a dover fronteggiare l’esercito persiano in una guerra iniziata già quando a capo dell’Egitto c’era suo padre Amasi. In ogni caso, dopo il lungo assedio di Menfi, Psammetico cade nelle mani dei nemici assieme alla sua famiglia.

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Lamina e velo

Marco Ercolani

Nota di lettura a:
Annamaria De Pietro
Madrevite
Lecce, Manni Editore, 2000

…… Si dice, di Fohi, tradizionalmente considerato l’inventore della scrittura in Cina, che ricavasse i primi segni grafici dalle impronte dei denti di un drago. Analogamente, ai tre mitici imperatori cinesi, Fu Xi, Sheng Nang e Huangdi viene attribuita la creazione di un particolare tipo di scrittura ispirato alle impronte lasciate dagli uccelli e dagli animali. Nel tardo periodo Shang (XVI-XI secolo A.C.) si parla addirittura di un sistema organico di scrittura dove scapole di animali o corazze di tartaruga, esposte al calore del fuoco, provocano una serie di screpolature irregolari che vengono poi interpretate e trascritte sulle ossa stesse, dette giaguwen, in linee diritte e forme squadrate – linee ferme che rappresentano una sorta di scrittura oracolare. Continua a leggere Lamina e velo

Penultimi

Francesco Forlani

Con questi testi che sono insieme contesti ed extratesti, sono parole, immagini, riferimenti precisi al mondo concreto, oggettuale, quotidiano, platealmente condiviso, indiscutibilmente luogo comune, comunanza, Francesco Forlani ci regala un risultato, non una ricerca intellettualistica, manieristica e vana. Il risultato è il punto di vista, “dal basso”, che confligge o si sposa con lo stile che è medio ma anche alto, lirico. Il male non viene urlato perché dirlo e dirlo nello stile del male, vuol dire restare invischiati e complici. Forlani salta l’attrazione del male e ne parla bene. La letteratura viene così costretta a fare il suo mestiere: dire la bellezza proprio nel momento in cui dice una scomoda verità. Anche se questa verità fa propriamente male. I penultimi non sono gli ultimi. I penultimi possono ancora trovare ciò che resta della civiltà occidentale, delle sue idealità: la comunanza, la commozione, la morbidezza di ciò che è sensuale, corporeo, vitale. Possono ancora concepire la speranza del cambiamento. Il mondo che emerge non è più quello dell’alienazione operaia ma quello dell’apartheid prodotta dalle nuove oligarchie finanziarie. La società tende a dividersi in caste non più in classi come nel Novecento, le persone, sempre in movimento pendolare, restano immobili, l’Occidente sembra tutto retrodatato a vecchio regime, a prima della rivoluzione borghese, è un mondo neofeudale, appunto. Di questo mondo Forlani dice con tenerezza e crudeltà. (Biagio Cepollaro)

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Hop-Frog

Nino Iacovella

Il nano della Stazione Termini

Non tollero i rumori indistinti,
l’anonimo paesaggio di corpi,
inafferrabili per un rapace
senz’ali, né artigli per predare

Eppure è qui il pasto per la mia specie,
dentro gli occhi di chi è in cammino
e inciampa nel caos

So cosa pensano di me
da come osservano i miei passi,
un nano smarrito nel ventre della stazione,
un uomo costretto a cibarsi della bellezza
caduta dal tavolo degli avanzi

Sono quello che sono: uno storpio
inginocchiato per statura,
ma anche un sortilegio del mondo,
un suono che si stacca dal rumore
grigio dei giorni per farsi canto

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Il sogno di Giuseppe

Antonio Devicienti

Il sogno di Giuseppe di Stefano Raimondi,
ovvero di cisterne, di transiti, di profondità

Questo scritto prende avvio da un assunto semplicissimo: il personaggio biblico di Giuseppe che ispira il poema di Stefano Raimondi può essere direttamente ricondotto al mito di fondazione del popolo ebraico; escluderò subito gli aspetti strettamente religiosi e teologici che risulterebbero, invece, fuorvianti e non coerenti con una lettura che cercherà di cogliere i nessi del poema con il mito e con le sue metamorfosi o reviviscenze e risorgenze nel contemporaneo. Inoltre cercherò di dimostrare come il Giuseppe dell’opera raimondiana possegga tutte le caratteristiche della Pathosformel warburghiana in quanto figura archetipica che transita dall’essere quella di uno dei Patriarchi d’Israele e incarnazione della predilezione divina a figura capace di esprimere la condizione dell’uomo contemporaneo in quanto espatriato, migrante, escluso, in cerca di approdo; se da un lato il riferimento da parte di Raimondi al Giuseppe biblico è esplicito e pienamente consapevole, d’altro canto il ‘suo’ Giuseppe risulta essere anche una stratificazione plurimillenaria che il poeta milanese fa riemergere nel nostro presente, oltre che un’immagine dinamica in quanto inscindibile sia dalla storia della sua doppia prigionia sia dalla sua capacità d’interpretare i sogni, elementi questi che identificano in maniera univoca e del tutto priva di equivoci il Giuseppe veterotestamentario divenuto il centro del poema di Raimondi. […]

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Leggi il saggio di Antonio Devicienti su
L’Ulisse, n. 23, nov. 2020 (pg. 611-634).

La complicità del plurale

Marco Bellini

Anche tu hai scritto
con le molte ore di lavoro e dei campi.
La pergamena tra la nuca
e dove il collo diventa schiena
gli scavi del sole fitti di memoria
come gli anelli distesi nel tronco
del castagno avanti casa.
Stupito ti guardavo e vedevo
imprevista, un’incisione verticale
deporre nella pelle
il riassunto di un crocifisso

                    (da La complicità del plurale, di Marco Bellini)

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Due “letture” dell’opera:
di Antonio Devicienti
e di Marco Ercolani.

Quattro sentieri per immaginare

Antonio Devicienti

[…] Immaginare è, per Massimo Rizzante, il liquido amniotico in cui nascono il pensiero e la sua eticità, perché immaginare per lui non è affatto un andare alla deriva o un navigare a vista tra i continenti del sogno e dell’invenzione, ma la capacità, che è anche sentimento dell’esistere, di accogliere dentro di sé il mondo e le persone che lo abitano. Questo, infatti, è soprattutto un libro popolatissimo di individui, dei loro pensieri, dei loro sentimenti e delle loro storie, che con coraggio fa i conti con la Storia, che per Rizzante è sempre un mostruoso, immane mattatoio che, spesso, dilania quei medesimi individui.

(Continua a leggere su Doppio Zero)