Archivi categoria: critica

La Biblioteca di RebStein (LXXXIII)

La Biblioteca di RebStein
LXXXIII. Settembre 2021

AA. VV.
(a cura di Giuseppe Zuccarino)

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Un seminario su Michel Foucault
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Foucault e il piacere della morte

Giuseppe Zuccarino

Foucault e il piacere della morte

1. Nella tradizione filosofica non mancano gli autori che, in maniera occasionale o sistematica, hanno avanzato argomenti in difesa del suicidio. Per citare solo qualche nome, basti pensare a Seneca, Montaigne, Montesquieu, Hume, Schopenhauer e Nietzsche. In ambito novecentesco, un posto a parte spetta a Michel Foucault, il quale, pur non dedicando un’intera opera all’argomento, è tornato ad accennare a esso più volte, nel corso dei decenni. Che per lui non si trattasse soltanto di un tema su cui riflettere, ma anche di qualcosa che implicava un coinvolgimento di natura personale, è dimostrato dalla sua stessa esperienza. È noto infatti che, quand’era poco più che ventenne, aveva tentato per due volte di suicidarsi, nel 1948 e nel 19501.

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In cerca del linguaggio

Presentiamo le prime pagine di uno studio di Antonio Devicienti dedicato all’opera Zong! di Marlene NourbeSe Philip, edita da Benway Series. Il saggio sarà pubblicato integralmente in “Quaderni delle Officine”, CIX, luglio 2021.

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Calogero, una analisi

Renzo Franzini

CALOGERO, UNA ANALISI (1)

Scrive Calogero in una lettera riportata da Amelia Rosselli, nell’attentissimo saggio che avrebbe dovuto introdurre il terzo volume della Lerici (2): Le mie poesie poi, può darsi che siano prive della più elementare importanza come della più elementare analisi logica e grammaticale.
Un tale rilievo ha guidato l’indagine sugli aspetti grammaticali e sulle loro conseguenze, in Come in dittici (3): il presente articolo ne annota i risultati, attraverso la lettura di Non una vena, testo che funziona in qualità di parte per il tutto, manifestando alcuni dei tratti più distintivi e caratteristici di quanto vagliato.

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L’oggettività del linguaggio poetico

Disapprovo il segreto
di rimanere solo: non era
quanto sognato che un canto
cauto taciuto che vedo dileguare
in trasparenza.

O una bella giornata
è una sollecitudine sognata
tutto l’anno.

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Il laborintus di Alessio Vailati

Elisabetta Brizio

Immagine fotografica di Fabrizia Milia

Possono i segni archeologici costituire le categorie essenziali di una utopia? Altrimenti, come scavalcare o subordinare il passato, se all’orizzonte del tempo a venire non si riescono a scorgere che segnali di vertigine e caos? Labirinto, margini dell’umano-monade incomunicabile, infinito, poesia: condizioni distopiche e utopiche possono coesistere, immerse nel contestuale sfondo di interazione o di conflitto tra gli elementi primordiali e nella assimilazione delle loro pertinenze. Cosí Alessio Vailati sembra spiegarsi nascita, morte, trasformazione (assumendo «metá» anche nel senso di «atto del ricongiungere»). Nelle sue intenzioni c’è una quadrilogia poetica a partire da Orfeo ed Euridice (o Della poesia perduta), dove i quattro elementi naturali, la empedoclea «quadruplice radice di tutte le cose», fanno la loro comparsa nella sezione liminare e danno l’avvio al capolavoro delle voci. L’elemento acqua sarà sviluppato nel Moto perpetuo dell’acqua (Biblioteca dei Leoni 2020, Introduzione di Paolo Ruffilli), il poema, tra l’altro, della dissezione dei costituenti delle cose, mentre sono in corso di elaborazione opere ispirate agli altri elementi, dei quali il fuoco, con tutta probabilità, è allusivo del fuoco dell’ispirazione artistica (per le istruzioni di base per l’uso di alcune sue opere si veda Il pensiero di fondo della quadrilogia, a questa pagina).

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Errata corrige – Su “Delle osservazioni” di Marco Giovenale

     Marco Giovenale mi segnala questo passaggio del mio studio su Delle osservazioni:

Propongo ora un raffronto tra due versioni del medesimo testo; la prima com’è stata pubblicata in Storia dei minuti, la seconda come viene riproposta in Delle osservazioni (p. 7):

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Su “Delle osservazioni” di Marco Giovenale

Antonio Devicienti

Il paradigma cui Giovenale rimane fedele, è cosa arcinota, è l’uso di un linguaggio e di strutture sintattiche che vogliono stare agli antipodi del lirismo e del sentimentalismo, dello psicologismo e della bella forma vuota e fine a sé stessa; l’incessante tensione intellettuale e la lucidissima coscienza sia ermeneutica che storica rendono la scrittura di Marco Giovenale un sistema d’intervento che definirei chirurgico, là dove il mondo stesso appare come un’unica clinica e gli esseri umani dei ricoverati in continuo, solo apparentemente paradossale stato di precarietà e che non potranno mai guarire dalla condanna a morte che è l’esistere: ma questo, tengo a sottolinearlo con grande forza, non dà vita a una scrittura funerea o banalmente e noiosamente “pessimistica”, bensì a un lucido dire sia la condizione umana (esistenziale e conoscitiva, conoscitiva e politica, politica e sociale) che i moti del pensiero che con una tale condizione si misura, per cui l’attitudine “chirurgica” della scrittura è, paradossalmente, l’unico modo in cui cercare non un’impossibile guarigione, ma, nella clinica-mondo, un modus vivendi et operandi che dia un qualche senso al vivere stesso.

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Klossowski, o dell’ostinata singolarità

Giuseppe Zuccarino

Se nel Novecento francese c’è un autore che mostra con estrema chiarezza come l’intensità del sentire debba necessariamente tradursi in opere inconsuete (tanto per il pensiero in esse espresso, quanto per le tecniche espressive adottate) e in uno stile di vita particolare, si tratta senz’altro di Pierre Klossowski. Nato a Parigi nel 1905 in una famiglia di artisti, ha la fortuna di essere guidato, nei suoi primi passi, da uno scrittore importante, André Gide. Verso il 1930, si interessa alla psicoanalisi e alle opere di Sade. Pochi anni dopo conosce Georges Bataille, col quale partecipa ad esperienze collettive come il gruppo di militanza antifascista «Contre-Attaque», la rivista «Acéphale» (e l’omonima società segreta), il Collège de Sociologie. Nella prima metà degli anni Quaranta, attraversa un periodo di febbrile ricerca religiosa, che lo porta a compiere studi di teologia e ad entrare come novizio in monasteri benedettini e domenicani, poi a convertirsi, ma solo per un breve periodo, al protestantesimo.

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Teoria delle rotonde

Antonio Devicienti

    Teoria delle rotonde. Paesaggi e prose (Valigie Rosse, Livorno 2020) di Italo Testa rappresenta un versante della ricerca letteraria in lingua italiana degli ultimi anni capace di raggiungere e di proporre una visione lucida e coerente del reale e della scrittura che quel reale indaga.

     Si parta infatti dal seguente assunto: Teoria delle rotonde è linguaggio quale sonda acuminatissima e impietosa che s’immerge nel corpo di un mondo da un lato quasi totalmente dominato (e quindi determinato) dall’ultraliberismo economico e finanziario, dall’altro soggetto a impreviste, imprevedibili e non sempre visibili contaminazioni e trasmigrazioni che ne cambiano i sistemi, gli ambienti, le interrelazioni aprendo anche orizzonti inediti, linguaggio che, inoltre, deve fare i conti con quei momenti in cui il reale resiste alla comprensione e/o alla possibilità di dirlo.

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