Archivi categoria: critica

Il laborintus di Alessio Vailati

Elisabetta Brizio

Immagine fotografica di Fabrizia Milia

Possono i segni archeologici costituire le categorie essenziali di una utopia? Altrimenti, come scavalcare o subordinare il passato, se all’orizzonte del tempo a venire non si riescono a scorgere che segnali di vertigine e caos? Labirinto, margini dell’umano-monade incomunicabile, infinito, poesia: condizioni distopiche e utopiche possono coesistere, immerse nel contestuale sfondo di interazione o di conflitto tra gli elementi primordiali e nella assimilazione delle loro pertinenze. Cosí Alessio Vailati sembra spiegarsi nascita, morte, trasformazione (assumendo «metá» anche nel senso di «atto del ricongiungere»). Nelle sue intenzioni c’è una quadrilogia poetica a partire da Orfeo ed Euridice (o Della poesia perduta), dove i quattro elementi naturali, la empedoclea «quadruplice radice di tutte le cose», fanno la loro comparsa nella sezione liminare e danno l’avvio al capolavoro delle voci. L’elemento acqua sarà sviluppato nel Moto perpetuo dell’acqua (Biblioteca dei Leoni 2020, Introduzione di Paolo Ruffilli), il poema, tra l’altro, della dissezione dei costituenti delle cose, mentre sono in corso di elaborazione opere ispirate agli altri elementi, dei quali il fuoco, con tutta probabilità, è allusivo del fuoco dell’ispirazione artistica (per le istruzioni di base per l’uso di alcune sue opere si veda Il pensiero di fondo della quadrilogia, a questa pagina).

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Errata corrige – Su “Delle osservazioni” di Marco Giovenale

     Marco Giovenale mi segnala questo passaggio del mio studio su Delle osservazioni:

Propongo ora un raffronto tra due versioni del medesimo testo; la prima com’è stata pubblicata in Storia dei minuti, la seconda come viene riproposta in Delle osservazioni (p. 7):

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Su “Delle osservazioni” di Marco Giovenale

Antonio Devicienti

Il paradigma cui Giovenale rimane fedele, è cosa arcinota, è l’uso di un linguaggio e di strutture sintattiche che vogliono stare agli antipodi del lirismo e del sentimentalismo, dello psicologismo e della bella forma vuota e fine a sé stessa; l’incessante tensione intellettuale e la lucidissima coscienza sia ermeneutica che storica rendono la scrittura di Marco Giovenale un sistema d’intervento che definirei chirurgico, là dove il mondo stesso appare come un’unica clinica e gli esseri umani dei ricoverati in continuo, solo apparentemente paradossale stato di precarietà e che non potranno mai guarire dalla condanna a morte che è l’esistere: ma questo, tengo a sottolinearlo con grande forza, non dà vita a una scrittura funerea o banalmente e noiosamente “pessimistica”, bensì a un lucido dire sia la condizione umana (esistenziale e conoscitiva, conoscitiva e politica, politica e sociale) che i moti del pensiero che con una tale condizione si misura, per cui l’attitudine “chirurgica” della scrittura è, paradossalmente, l’unico modo in cui cercare non un’impossibile guarigione, ma, nella clinica-mondo, un modus vivendi et operandi che dia un qualche senso al vivere stesso.

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Klossowski, o dell’ostinata singolarità

Giuseppe Zuccarino

Se nel Novecento francese c’è un autore che mostra con estrema chiarezza come l’intensità del sentire debba necessariamente tradursi in opere inconsuete (tanto per il pensiero in esse espresso, quanto per le tecniche espressive adottate) e in uno stile di vita particolare, si tratta senz’altro di Pierre Klossowski. Nato a Parigi nel 1905 in una famiglia di artisti, ha la fortuna di essere guidato, nei suoi primi passi, da uno scrittore importante, André Gide. Verso il 1930, si interessa alla psicoanalisi e alle opere di Sade. Pochi anni dopo conosce Georges Bataille, col quale partecipa ad esperienze collettive come il gruppo di militanza antifascista «Contre-Attaque», la rivista «Acéphale» (e l’omonima società segreta), il Collège de Sociologie. Nella prima metà degli anni Quaranta, attraversa un periodo di febbrile ricerca religiosa, che lo porta a compiere studi di teologia e ad entrare come novizio in monasteri benedettini e domenicani, poi a convertirsi, ma solo per un breve periodo, al protestantesimo.

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Teoria delle rotonde

Antonio Devicienti

    Teoria delle rotonde. Paesaggi e prose (Valigie Rosse, Livorno 2020) di Italo Testa rappresenta un versante della ricerca letteraria in lingua italiana degli ultimi anni capace di raggiungere e di proporre una visione lucida e coerente del reale e della scrittura che quel reale indaga.

     Si parta infatti dal seguente assunto: Teoria delle rotonde è linguaggio quale sonda acuminatissima e impietosa che s’immerge nel corpo di un mondo da un lato quasi totalmente dominato (e quindi determinato) dall’ultraliberismo economico e finanziario, dall’altro soggetto a impreviste, imprevedibili e non sempre visibili contaminazioni e trasmigrazioni che ne cambiano i sistemi, gli ambienti, le interrelazioni aprendo anche orizzonti inediti, linguaggio che, inoltre, deve fare i conti con quei momenti in cui il reale resiste alla comprensione e/o alla possibilità di dirlo.

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Le cose vestite di tempo

……..Elisabetta Brizio

Le cose vestite di tempo

L’ambivalenza costitutiva del presente quale ambito del non più-non ancora in Guido Gozzano si risolverà nelle Farfalle, forse in quella «stanza modesta» nella quale «dormono cento quete / crisalidi in attesa» del compimento della condizione crisalidea, e quindi della conversione al volo. Tuttavia, qui vorrei ricordare Umberto Eco: divagando su Gozzano a partire da un dettaglio dovuto a una mia dimenticanza. Apro Pape Satàn Aleppe e trovo una Bustina dal titolo gozzaniano: Rinasco, rinasco, nel milnovecentoquaranta. Cosí Eco: «La vita altro non è che una lenta rimemorazione dell’infanzia. D’accordo. Ma quello che rende dolce questo rimembrare è che, nella lontananza della nostalgia, ci appaiono belli anche i momenti che allora ci sembravano dolorosi», come «le notti passate nel rifugio antiaereo». Continua a leggere Le cose vestite di tempo

Impossibile essere felici di esserlo

Francesca Marica

Impossibile essere felici di esserlo (Impossible d’être heureux de l‘être) è il titolo dell’elegante plaquette uscita nel dicembre 2020 in trentasette copie numerate per le edizioni Prova d’Artista, Galerie Bordas, curate dal poeta Domenico Brancale – da anni, instancabile scopritore e dispensatore di talenti e meraviglie. La plaquette, impreziosita dai disegni di Luca Mengoni, contiene una selezione di Note tratte dal primo volume di Papiers Collés, pubblicato da Gallimard nel 1960. La curatela e la traduzione sono di Mauro Leone che di Perros deve essere considerato un fratello minore, un parente di elezione. Lo dico subito e senza ipocrisie: Perros, per il suo debutto italiano, non avrebbe potuto desiderare un curatore e un traduttore più attento e devoto. Mauro Leone ne ha studiato scrupolosamente non solo l’opera ma anche la biografia e la geografia. Ne ha respirato i luoghi, le suggestioni, i tormenti, i fantasmi.

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Scrivere il viaggio

………..Elisabetta Brizio

…..SCRIVERE IL VIAGGIO
………Su Le cose del mondo
…………di Paolo Ruffilli

Leggendo Le cose del mondo di Paolo Ruffilli si sarebbe portati a credere che egli pensi, con Whitman in Song of Myself: «Very well then I contradict myself, / (I am large, I contain multitudes)». «Multànime», avrebbe detto D’Annunzio. Il poeta non può aggiogare la propria interiorità proteiforme agli schemi della logica ordinaria. E infatti «perlustrare il concreto mondo in cui si è venuta muovendo la mia esperienza, in un gioco di continui rimandi e rispondenze tra io e realtà esterna attraverso la pratica del linguaggio» (come Ruffilli scrive nel breve prologo) richiede un certo magistero poetico, un dispiegamento di strumenti espressivi complessi che rendano il senso dell’unità delle voci contrarie, che convoglino le sollecitazioni di una pressante configurazione musicale – «una ossessione mentale di tipo musicale mi trascina materializzando le parole come note in una partitura», dichiarava in una intervista. E se ci rimettiamo all’explicit della traduzione italiana del Contre Sainte-Beuve (astraendo dalle idee proustiane sul talento) le cose sembrano ulteriormente complicarsi: «nessuno conoscerà mai, nemmeno chi la sente, l’aria che ci perseguitava col suo ritmo inafferrabile e incantevole».

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La Biblioteca di RebStein (LXXXI)

La Biblioteca di RebStein
LXXXI. Gennaio 2021

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(a cura di Stefanie Golisch)

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Lettere di Cristina Campo a Alejandra Pizarnik
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