Archivi categoria: critica

Queneau sulle tracce dei pazzi letterari

Giuseppe Zuccarino

All’inizio degli anni Trenta, poco dopo essersi staccato dal gruppo surrealista, Raymond Queneau fa nuovi incontri ed esperienze. Diviene amico di Georges Bataille e collabora con articoli e saggi alla rivista «La Critique sociale», espressione di un gruppo di comunisti dissidenti (in polemica con lo stalinismo) diretto da Boris Souvarine. Nel contempo, però, intraprende un’iniziativa molto singolare, che consiste nell’esplorare la Bibliothèque nationale di Parigi alla ricerca degli scritti di coloro che già nel secolo precedente avevano ricevuto la denominazione di «pazzi letterari»[1]. L’aggettivo non deve trarre in inganno, visto che non si tratta di autori dediti alla poesia o alla narrativa, bensì di persone che, pur coltivando idee deliranti relative ai più diversi ambiti culturali (dalla cosmografia al linguaggio, dalla religione alla scienza), sono riuscite a pubblicare libri in cui hanno esposto le loro bizzarre teorie. Incuriosito e attratto da tali opere misconosciute e marginali, Queneau prepara una vasta antologia di passi desunti da esse. Il volume, a cui lo scrittore lavora a partire dal 1930, viene da lui considerato concluso all’inizio del 1934 e proposto a due diversi editori (Gallimard e Denoël), ma in entrambi i casi egli riceve una lettera di rifiuto. Benché quella particolare versione dell’opera sia andata perduta, il dattiloscritto più vicino alla stesura finale è stato pubblicato postumo molti decenni più tardi, nel 2002, col titolo Aux confins des ténèbres[2].

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L’Europa nel gorgo dei nazionalismi

Mario Pezzella

Non c’è dubbio che Putin stia conducendo una guerra di aggressione e che le sanzioni nei suoi confronti siano giustificate. Tuttavia l’autorevolezza morale e politica di chi le sta imponendo è prossima allo zero. Sono gli stessi Stati Uniti, la Gran Bretagna, la Francia (e l’Italia come ruota di scorta) che hanno invaso e distrutto, o contribuito a distruggere, quattro Stati sovrani – Iraq, Afghanistan, Libia, Mali – senza subire sanzioni, che nessuno del resto ha osato chiedere. I droni e i bombardamenti hanno prodotto in quei Paesi le stesse devastazioni a cui oggi assistiamo in Ucraina. Anche lì sono morti bambini e sono stati distrutti ospedali. Ma le vittime non erano europee. E i profughi di quei Paesi sono destinati ai campi di concentramento. […]

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Nota dell’autore su “Il Crinale Puiseux”

Yves Bergeret

Da una mail a Francesco Marotta sulla traduzione di “L’arête Puiseux“.

Caro Francesco,
avevo probabilmente 18 anni, di sicuro non più di 20. Ero un giovane alpinista, troppo impulsivo, me ne rendo conto ora, che correva enormi rischi in imprese alpine particolarmente audaci. La mia famiglia era un disastro, oltretutto senza mezzi economici. A quanto ricordo, facevo di tutto per andarmene in montagna, da solo, ogni volta che potevo. Sono i giovani scalatori, di altissimo livello, che incontro da qualche anno, a mostrarmi l’assoluta spericolatezza di quello che facevo allora e di cui non mi ero mai reso conto; tra loro, anche una giovane coppia, sui trent’anni credo, con cui mi sono intrattenuto a lungo sabato scorso a Luc en Diois.

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Polifonia narrativa

Giuseppe Zuccarino

Polifonia narrativa

Il primo libro pubblicato da Louis-René des Forêts è un romanzo, Les Mendiants[1]. Faranno poi seguito varie opere di rilievo, ma in esse l’autore non tenterà più di raggiungere l’ampiezza del volume d’esordio. Scrittore molto esigente, des Forêts motiverà questa sua particolarità nei termini seguenti: «Una prima opera non è un trampolino per la seconda, né la seconda per la terza, ecc. Proprio al contrario, le prime costituiscono, di per sé, dei seri ostacoli all’elaborazione della seguente. Ed è tanto più difficile trionfare sulle difficoltà che si presentano alla soglia dell’ultima in quanto lo spirito critico si sviluppa continuamente, irridendo, dissuadendo, asserendo con ardore che, se non si è riusciti a condurre a perfezione un’attività creativa fin dai primi tentativi, ci sono poche possibilità di riuscirci quest’altra volta»[2]. Egli è di norma severo con se stesso, dunque le sue parole non devono indurci a credere che, ad esempio, il romanzo breve Le Bavard o i racconti di La Chambre des enfants siano meno validi rispetto a Les Mendiants[3]. Di fatto, però, la difficoltà di esprimersi in maniera soddisfacente verrà da lui ribadita con sempre maggiore insistenza.

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La poesia di Giannino di Lieto

Giorgio Bàrberi Squarotti

L’attività e l’itinerario dell’opera letteraria, poetica, narrativa, critica, intellettuale, di pensiero e di polemiche fervide e appassionate di Giannino di Lieto offrono un’esemplare illuminazione e una lezione preziosissima per far comprendere che cosa è stata la vicenda della nostra cultura letteraria fra la fine degli anni sessanta del Novecento e l’inizio del nuovo secolo. Sono testimonianze che tutti ci coinvolgono appieno ancora e che costituiscono il migliore punto di riferimento per le attuali scritture, che, del resto, mi sembra non abbiano finora proposto nulla di diverso, anzi piuttosto un fievole crepuscolo (per citare una metafora inventata dal Borgese a proposito dei poeti del primo decennio di un altro inizio di secolo)…

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Tratto da Giorgio Bàrberi Squarotti,
Le verità del Novecento: la poesia di Giannino di Lieto,
di prossima pubblicazione in
“Quaderni delle Officine”, CXV, febbraio 2022.

Il “Parmenides” di Nanni Cagnone

Nanni Cagnone
Parmenides Remastered
Macerata, Giometti & Antonello, 2022

Il poema Sulla natura, del filosofo greco Parmenide d’Elea (v Secolo a.C.), giunto fino a noi in 19 frammenti, non solo è un testo di riferimento per l’intera cultura greca, ma coinvolge i fondamenti di tutta la filosofia occidentale, tanto che nel ’900 ha dato spunto a innumerevoli considerazioni, in particolare da parte di quei filosofi che si sono confrontati con i temi primari dell’essere, la verità, l’apparenza, l’uno, il tutto, il molteplice ecc. Nanni Cagnone, a quanto dice, percepisce questo testo come «un ostacolo, un fondamentale assillo» con cui è inevitabile fare i conti ma da cui prendere, quando occorre, le distanze. Quella che Cagnone ci propone qui, è una traduzione in senso molto ampio, che riassume i vari sensi che ha avuto questo termine nella tradizione ma al contempo li amplia in una direzione probabilmente inedita. Si ha dunque il corpo a corpo con il testo originale, che poi si fa commentario stringente e spesso irriverente, per poi trasformarsi in verso autonomo. La gerarchia tipografica tra testo e commento si mescola, i frammenti vengono montati in un ordine estraneo alla consequenzialità filologica, ma suggestivo in chiarezza, e tutto si fa materia del pensiero. Conscio della distanza anche di visione che lo separa da questo filosofo delle origini, una volta compiuta quella che definisce nulla più che «la comprovata esperienza d’un lettore», Cagnone si congeda da Parmenide come da un duello in cui si è compiuto qualcosa di decisivo riguardo a ciò che noi chiamiamo pensiero, linguaggio e verità. 

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[Leggi il saggio critico di Antonio Devicienti,
“Un attraversamento di Parmenides remastered di Nanni Cagnone”,
in “Quaderni delle Officine”, LXXXVI, giugno 2019.]

“Cercare l’equilibrio sul filo del coltello”

Giovanni Nuscis legge Edifici pericolanti
di Massimiliano Damaggio

(…) Il titolo Edifici pericolanti e l’esergo di Vinicio de Moraes (Questo cercare l’equilibrio sul filo del coltello …) preannunciano la tensione che pervade dall’inizio alla fine quest’opera. Pericolante, secondo il dizionario Treccani, è ciò “che è in pericolo, che minaccia di crollare, di rovinare”. E fin dai primi versi troviamo conferma del sentimento di precarietà generato da una filosofia economica spietatamente selettiva della specie che ha segnato il destino, con poche eccezioni, della popolazione globale, finendo per ammorbarne le relazioni, lo slancio vitale e la fiducia tra le persone e nel futuro.  Di rado la poesia azzarda a tradurre in versi un fenomeno epocale così complesso e impoetico come il capitalismo, il neoliberismo, la metastasi del tessuto sociale ed economico che ne è derivata; come avviene a seguito di una guerra o di altro evento devastante.

(Leggi l’intero articolo qui)

Massimiliano Damaggio
Edifici pericolanti
Postfazione di Fabio Franzin
Nota di lettura di Nino Iacovella
Milano, Dot.com Press, 2017

“Andanze” – Il libro

Antonio Devicienti,
Andanze,
Venezia, Prova d’Artista, 2021.

Che cos’è un’andanza?

Lo spazio dello sguardo condiviso, l’esigenza politica che si faccia comunità di pensieri e d’intenti e che bisogna accendere un fuoco, cuocervi il pane, vegliare l’operosità dei giorni.

L’andanza è l’acqua da condividere, la soglia d’alberi benigni, ancora andare perché l’andanza è nello sguardo comune.

L’andanza vorrebbe talvolta meditante solitudine, ma anche il chiamarsi delle voci dalla veranda della casa e dalle rotte erratiche della biblioteca.

E andando, sempre andando si fa casa, così come si fa giorno per rotazione naturale della terra attorno al suo perno di luce e l’esigenza culturale di stare insieme, scrivere, disegnare, aprire lo sguardo, gli sguardi.

Il “Discorso su Dante” di Osip Mandel’štam

Marco Ercolani

Negli anni Trenta dello scorso millennio Osip Mandel’štam scrive il suo Discorso su Dante. Proprio all’inizio di questa prosa vorticosa e cristallina scrive: «Dante è un maestro dei mezzi poetici, non un fabbricante d’immagini. È lo stratega delle metamorfosi e degli incroci, non è per nulla un poeta nel senso “paneuropeo”, ossia nel senso culturale, esteriore della parola». Mandel’štam ci ricorda, prima ancora di gettarsi a capofitto nei temi danteschi, che l’immagine esteriore è incompatibile con i mezzi del discorso linguistico, perché la partitura di ogni composizione poetica trascende e trasforma suono e senso, come un “tappeto intessuto di molteplici trame”. Non vi si può costruire un itinerario, precisare un disegno: sarebbe come analizzare un “fiume ingombro d’instabili giunche cinesi variamente orientate”. Osip difende il suo sguardo barbaro e materico sulla Commedia con queste parole: «Cercando di pensare, nei limiti della mia possibilità, nella struttura della Divina Commedia , sono giunto alla conclusione che tutto il poema non è che una sola strofa, unitaria e inscindibile. O meglio non una strofa, ma una struttura cristallina, un solido».

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Il mestiere di Giovanni Nuscis

zhī, intrecciare

Una breve considerazione e una scelta di poesie in seguito alla lettura di Il grande tempo è ora di Giovanni Nuscis, Arcipelago Itaca, 2021.


Distillato cristallino di tempo. Tempo come durata, come parte che ci è assegnata durante la vita. E anche, mi sembra di capire leggendo questo bellissimo libro di Nuscis, verso la morte. Il grande tempo è quanto ci è stato ritagliato, di nero sul bianco: inchiostro sul foglio.

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Poeti greci contemporanei XVI

Νίκος Ορφανίσης
Nìkos Orfanìdis

Cura e traduzione di
Crescenzio Sangiglio

Kithrea, Κυθρέα o Κυθραία, la cittadina d’origine del poeta adesso fa parte della zona turco-cipriota sotto occupazione dell’esercito turco dal 1974. Molti sono i morti e i dispersi tra i parenti, gli amici e i conoscenti del poeta, il loro ricordo rimane sempre come una fitta nell’anima, un impalpabile velo di morte che nessun trillo di uccello e nessun colore di fiori riesce a dissolvere in un oblio di pace.

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Su “L’Arresto” di Gabriele Gabbia

«Scrivere perde sempre più di significato, ma è vero che non possiamo che continuare a fare tante cose altrettanto e più ancora destituite di significato. Mi sembra che il libro resti il messaggio nella bottiglia del nostro naufragio.» (Sergio Quinzio)

Gianluca Bocchinfuso

L’indagine poetica di questa seconda raccolta di Gabriele Gabbia parte dalla foto di copertina. Un uso del linguaggio non verbale che simboleggia un cerchio luminoso e sbarrato, attorniato dal buio pesto. La foto, di Alessandro Gabbia, è essa stessa premessa alle poesie dell’autore: una via di accesso ad una raccolta con delle scelte tematiche in cui l’indagine dell’io mette al centro la caducità della vita umana e le parabole di oblio che l’attraversano. La luce è sbarrata; attorno non ha nulla. Quasi fosse simbolo di un viaggio terminato lì, dove non trova più aneliti di libertà e di contatto. Uno spostamento verso il buio, l’ignoto che si raggiunge nel perenne movimento che dall’alto, repentinamente, raggiunge il basso. E tutto si smarrisce. Perde forma, meta.

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