Archivi categoria: antonio scavone

Note di lettura (XI) – Leopoldo Attolico

Leopoldo Attolico Antonio Scavone

Il commiato del cuore

     Leopoldo Attolico è un poeta che non si fa illusioni: né su se stesso quando scrive d’amore né sulle lacerazioni “esaltanti” che l’amore procura a un uomo e una donna innamorati. È un approccio ostico quello dei poeti con l’amore: lo magnificano negandolo, lo declinano spesso in una rappresentazione tanto esagitata quanto controversa. La poesia d’amore (o sull’amore) è quel sentiero impervio e insidioso che il poeta accuratamente attraversa col dubbio e la speranza, col fantasma del disamore. Continua a leggere Note di lettura (XI) – Leopoldo Attolico

Luca

Luca De Filippo Antonio Scavone

     Presentandolo al pubblico del Teatro Odeon a Milano nel lontano 1955, Eduardo disse che il figlio Luca, allora settenne, rinnovava col suo esordio sulla scena la tradizione della famiglia Scarpetta-De Filippo di far interpretare il ruolo di Peppeniello (in “Miseria e nobiltà”) al più piccolo degli eredi di quella progenie teatrale. Eduardo aggiunse che Luca si era preparato scrupolosamente per quella parte ma che era, comunque, un bambino come gli altri e non era certo un bambino-prodigio. Luca cominciò a calcare le scene a quella tenera età, tra gioco e impegno, scoprendo le magìe e i trucchi del fare teatro, l’odore e il “gelo” delle quinte, dei fondali, dei praticabili e intraprese, come per un destino a lui superiore, il mestiere di attore. Ma il mestiere di attore con un “direttore” come Eduardo non era facile: se il legittimo orgoglio di un padre correggeva con puntiglio l’interpretazione del figlio, ci voleva poi ben altro per stare correttamente sulla scena, rispettare i tempi delle battute, dominare distrazioni e vuoti di memoria. Continua a leggere Luca

Note di ascolto (V) – ¡España!

habanera

Antonio Scavone

Note di ascolto (V) – ¡España!
(de Falla – Rimskij-Korsakov – Bizet)

     Il linguaggio della musica ha sempre travalicato i confini geografici della terra d’origine dei compositori. Pur ispirandosi a storie o leggende del milieu territoriale cui apparteneva, la musica ha anticipato una “globalizzazione” (rilettura o innovazione di atmosfere e stili) tra le attribuzioni precipue di un popolo (contesto e tipologia culturale) e la condivisione di un patrimonio tendenzialmente compatibile. Molto più della parola letta o udita, la musica ha sempre affermato e imposto un’intelligibilità “naturale” (cosa c’è di più universale di un “suono”?), anche quando quella parola si esprimeva nell’armonia del canto (opera lirica, in primis). Ci sono stati musicisti per così dire “nazionali” (il cèco Smetana, il finlandese Sibelius) e altri di un respiro sovranazionale, che hanno ricreato un’atmosfera d’ambiente con una fedeltà idealmente sostenibile. Continua a leggere Note di ascolto (V) – ¡España!

Minoritari

Gao Xingjian

Antonio Scavone

Minoritari

     Molti di noi, siamo sinceri, pur non essendo minori, siamo di fatto, a torto o a ragione, minoritari. Leggiamo, scriviamo, pubblichiamo perché abbiamo letto, scritto, pubblicato ma non riusciamo, non siamo riusciti del tutto ad attraversare il limbo che maldestramente ci connota come ignavi e ad approdare ad una gratificazione (o ad una ricompensa) che non sia quella di amici generosi e ospitali o addirittura di familiari che ci stimano con la loro fiducia e talvolta ci sostengono con la loro bonaria magnanimità. Sicché siamo sopra- o sottovalutati?
     Sono gli altri (il sistema, l’apparato, la casta, il blog) che ci negano interesse e considerazione o siamo noi a pretendere una sorta di consacrazione dovuta, di legittima cooptazione? È un dilemma, siamo a un bivio: c’è chi persegue la propria strada resistendo ai dubbi e alle incertezze e chi lascia quella strada di tenacia e di coraggio semplicemente scomparendo, eclissandosi. Continua a leggere Minoritari

Note di ascolto (IV) – Vibrazioni esotiche

Crosby, Stills, Nash and_Young, 1970

Antonio Scavone

Note di ascolto IV – Vibrazioni esotiche (Brian Wilson e i “Beach Boys” – Crosby, Stills, Nash & Young)

     Negli anni ’60 li chiamavamo “complessi” ed erano formazioni strumentali che ricalcavano l’assetto dei “Fab Four”: batteria, basso elettrico, due chitarre elettriche, di cui una era lead, guida o solista. Si formarono innumerevoli complessi ma molti dei loro componenti trasmigravano da un gruppo all’altro, fondandone di nuovi, sconfessando gli originali. La denominazione “complesso” andò in disuso – troppo semplicistica e in fondo anonima – ma da noi era difficile accettare quella di “band”, che configurava un assetto dalla vocazione pluri-strumentale e con un repertorio molto più articolato e identitario. Continua a leggere Note di ascolto (IV) – Vibrazioni esotiche

Calibano

W. Hogart, Caliban, from The Tempest of William Shakespeare Antonio Scavone

Calibano

      L’attuale web-editor della Dimora, alter ego di Francesco Marotta, ha scelto un nick-name di effetto, uno di quei nomi che restano nella memoria e ritornano in mente quando non sai perché e a cosa o a chi vogliono alludere. Questo nome è quello famoso di un personaggio de “La Tempesta”, che Shakespeare scrisse nel 1611: è il nome di uno schiavo selvaggio e deforme, è il nome di Calibano. Figlio della strega Sicorace, Calibano è rozzo, incolto, lentigginoso, credulone. Il ruolo che svolge nella commedia è quasi ininfluente: non risolve conflitti ma semmai li tenta, non pregiudica la storia anche se si illude di modificarla e infine accetta brontolando la sua condizione di schiavo perché, per il suo singolare modo d’essere, non può fare altro. E allora a che serve nell’economia della commedia?
     Serve a se stesso, alla completezza inafferrabile del suo personaggio, di un personaggio che fa da contrappunto – con la sua sincera rozzezza o con la sua sciocca presunzione – alle trame del mago Prospero che si è insediato nella sua isola esautorandolo, riducendolo in schiavitù, sbeffeggiandolo come un disabile, un inetto, un mostro ripugnante. Ma è davvero ripugnante il cencioso Calibano? Continua a leggere Calibano

I barbari

Vauro-Vincino

Antonio Scavone

I barbari

     Rileggendo la celebre poesia di Costantino Kavafis sull’attesa di una sinistra invasione dobbiamo riconoscere che i barbari a più riprese, vichianamente, arrivano e che, anzi, da noi erano già arrivati da almeno vent’anni ma che avevamo fatto in modo, con sciagurata supponenza, di tenerli lontani dai centri di potere semplicemente ignorandoli, considerandoli lestofanti tollerabili perché esigui di numero e di prospettive. Non è stato così: in realtà li avevamo sottovalutati e li abbiamo in seguito obliquamente cooptati al nostro sistema sociale e politico, lasciando che ne diventassero protagonisti.  Negli ultimi vent’anni, con bandiere diverse ma con un’unica determinazione, ce li siamo ritrovati nelle fabbriche, negli uffici, nelle scuole, nei bar, nelle case, nelle tivvù. Come chiamarli questi barbari? Affaristi, galoppini, portaborse, persuasori, mediatori, amministratori? Continua a leggere I barbari

Do not remake Eduardo

Eduardo De Filippo

Antonio Scavone

Do not remake Eduardo

     A trent’anni dalla morte Eduardo De Filippo è stato opportunamente celebrato in Senato (era senatore a vita) ed è stato ovviamente ricordato dal figlio Luca, dal nipote Luigi figlio di Peppino, da attori, registi, critici, cineasti, fotografi, memorialisti del teatro italiano (napoletano e no). Era un omaggio dovuto, un ossequio necessario, sincero e spontaneo com’è nella consuetudine di conservare con la stima e il rispetto il contributo di un drammaturgo schietto e scontroso alle sorti del teatro italiano del secondo dopoguerra. Continua a leggere Do not remake Eduardo

Ipostasi del ritiro (IV)

Hieronymus Bosch Antonio Scavone

Reading

     Ehilà, il tavolo dei relatori è bello pieno! – Sì, hanno fatto le cose in grande – Ci sono tutti, tutti poeti – Infatti. C’è Francesco Marotta, Manuel Cohen, Enzo Campi, Natàlia Castaldi, Leopoldo Attolico, Maurizio Manzo – E chi è il poeta che presentano? – Ramingo Pellegrino – …Ramingo Pellegrino?! Che razza di nome è? – Così si chiama – E da dove viene? – Dai confini della società odierna – E che vuol dire? – Non lo so, c’è scritto così nella brochure – Va bene, ma che ha fatto, che ha scritto? – Ha esordito come narratore e questa è la sua prima silloge di poesia – La prima silloge… ma tu lo conosci? – No, non l’ho mai incontrato – Ne hai sentito parlare, almeno? – Neppure – Mario, mi dici perché siamo venuti a quest’incontro con… come si chiama? – Ramingo Pellegrino – Ma è un nome d’arte? – Non credo, penso che Ramingo debba essere il nome – E cosa ha pubblicato come narratore? – Un work in progress – Cioè un inedito? – Sì, più o meno – Continua a leggere Ipostasi del ritiro (IV)

Note di lettura (X) – Francesco Marotta

Francesco Marotta, Impronte sull'acqua Antonio Scavone

Poesia della luce

     Gli addetti ai lavori letterari (critici, poeti, scrittori) sono di solito più autentici quando si trovano in situazioni informali (incontri privati, dopo-cena amicali, dibattiti casuali): non fanno mostra di sé per eloquio o spocchia e se lo fanno è per una terapeutica auto-ironia e non indulgono a citazioni dotte perché le ritengono non pertinenti, anzi fuorvianti. Che significa questo understatement? Che senso ha questa sincerità spartana e sotto traccia? Niente di più naturale: dicono e si dicono le verità, al di là di modi di dire, di riferimenti libreschi, di capisaldi critici.
     Sappiamo tutti (letterati di genere vario) che la poesia è, per esempio, un codice non facilmente accessibile e che, in fondo, tale deve restare. Anche il verso che sembra il più semplice e colloquiale nasconde una difficoltà di interpretazione – se non un’insidia – che richiede, a sua volta, una captazione del senso non immediatamente fruibile. Dovremmo chiederci allora perché i poeti siano così difficili da intendere e perché si ostinino a costruire significati via via più ardui da intendere. La risposta la forniscono i poeti sia pur lasciandola oscura alla nostra capacità o abilità di cogliere le intenzioni e il pregio di un’opera poetica.
     Questa risposta è geneticamente costitutiva del poeta stesso, è la sua linfa e il suo destino, la sua indagine e la sua scoperta: è il perché dell’atto poetico in sé, la sua esigenza e la sua motivazione. Gli scrittori scriveranno racconti e romanzi strada facendo e ne riscopriranno stile e struttura nella stesura dei loro testi, i poeti scriveranno poesie per rispondere alla domanda primordiale e selettiva del loro poetare: scrivo poesie perché so che, facendolo, esprimerò qualcosa che di per sé è inesprimibile. Più che criptica o ermetica, la poesia diventa essenziale alla vita del poeta, anche quando viene concepita sincreticamente al di là della vita e talvolta, addirittura, pur non essendo vita. Continua a leggere Note di lettura (X) – Francesco Marotta

Ipostasi del ritiro (III)

Viareggio Carnival 2014 Antonio Scavone

Grillesque

     Il grillesque è uno spettacolo di artifici varii: è generalmente parlato, urlato e gesticolato; è fatto di invettive (“vaffa” la più idiomatica), di turpiloquio per stupire, di minacce per spaventare, supportato da cartelli e tweet, improntato ad una dizione e una pronunzia talvolta burina/coatta/tamarra (“gnente, gnente”), regolamentato dai I like della rete  (una sorta di “Consiglio della Rivoluzione” per eccitare un terrore mediatico).
    Lo spettacolo grillesque si presenta come un teatro-evento, un happening di massa e alla buona dove la massa fa da supporter alle persone che si agitano sul palco come gli ultrà allo stadio, all’occorrenza si materializza una ola per fare l’Italia “più bella e più grande che pria”. Ma lo spettacolo non viene rappresentato solo dagli agit-prop che recitano sul palco condanne ed esecrazioni: anche il pubblico – non più bue o pecora – partecipa con fervore e rancore alle accuse da lanciare o ai risentimenti da far scoppiare. Continua a leggere Ipostasi del ritiro (III)

Ipostasi del ritiro (II)

Hieronymus Bosch, Salita al Calvario (partic.) Antonio Scavone

Foyer

     Ma cos’è ’sta cosa che vediamo stasera? – Non lo so, Linda, ma Gianfabio ne ha parlato molto bene sul giornale – E di chi è? Chi l’ha scritta? – Il nome adesso mi sfugge ma dicono che sia uno in gamba – Se ti sfugge il nome, Marzio, vuol dire che non è nessuno – Nessuno, dici? Cioè uno dei soliti raccomandati, dei soliti sopravvalutati? –  Si capisce! E magari sarà pure uno di sinistra che si è piazzato – Infatti è stato direttore del nostro teatro – Hai visto? Che ti dicevo? – È stato, ora non lo è più – Appunto! – Al di là di tutto, Linda, ci voleva questa serata diversa, ti pare? – Al di là di che, Marzio? Le serate sono sempre uguali, anche questa che ti sembra diversa – Rituali, vuoi dire? – Rituali, convenzionali, insignificanti – Sì, sì, ho capito ma allora perché ci siamo venuti, qui a teatro, dico? – Per vedere le stesse facce, sentire le stesse cose e magari illuderci…

Continua a leggere Ipostasi del ritiro (II)

Ipostasi del ritiro (I)

Edward Hopper People in the sun, 1960
Edward Hopper
People in the sun, 1960

Antonio Scavone

Rinunce, abbandoni, esilii

     L’ultima a dichiarare la “dismissione” dalla sua attività letteraria, poco prima di morire, è stata la scrittrice sudafricana Nadine Gordimer, Premio Nobel 1991: prima di lei Philip Roth e molti altri scrittori avevano fatto sapere di aver chiuso con la letteratura. Una notizia come questa può sconcertare taluni, incuriosire altri ma di solito passa inosservata.
     Si rinuncia a scrivere per infinite ragioni o per molteplici cause: l’invalidità e la sofferenza provocate da una malattia debilitante o terminale, una sopraggiunta crisi ideativa, quella sensazione di molestia e di estraneità procurata dall’ambiente letterario (povero o impoverito dalla supponenza), dal contesto socio-politico (immobile o involutivo), dalla sfiducia per le controversie stucchevoli e degradanti del costume, del pensiero, persino della joie de vivre. Continua a leggere Ipostasi del ritiro (I)

Brush up your Shakespeare

Kiss me Kate, 1953

Antonio Scavone

“Brush up your Shakespeare”
(Sindrome del “di… da…”)

     Gli sgherri di una bisca clandestina, Lippy (Keenan Wynn) e Slug (James Whitmore), provano a recuperare dall’incolpevole regista Fred Graham (Howard Keel) un debito di gioco che un ballerino della compagnia ha contratto falsificando in un pagherò la firma del suo capocomico-regista.
     Lilli Vanessi (Katryn Grayson), ex-moglie di Fred e protagonista della commedia, minaccia di abbandonare la compagnia e di vanificare così l’incasso dello spettacolo. Con le “buone maniere” Lippy e Slug costringono la bizzosa Lilli a continuare la recita ma quando percepiscono, al di là del filo del telefono, che il loro capobanda è stato eliminato, ritengono ormai superato il debito di Fred Graham e, congedandosi, perché ormai anche loro senza lavoro, consolano l’afflitto Fred a riprendersi dalla delusione e dall’amarezza consigliandogli di rispolverare per l’occasione il buon vecchio e sempre valido Shakespeare in una rinnovata rilettura delle opere del Bardo di Stratford-on-Avon.
     Brush up your Shakespeare (rinfresca, ripassa il tuo Shakespare) è il formidabile duetto cantato e ballato da Lippy e Slug, davanti a un rinfrancato Fred, nel film “Baciami, Kate!” di George Sidney del 1953, con la partitura di Cole Porter e le coreografie di Hermes Pan, per una famosa edizione musicale de “La bisbetica domata” (The Taming Of The Shrew).

Continua a leggere Brush up your Shakespeare

Note di ascolto (III) – Giuseppe Verdi, Nabucco

Chorus of hebrew slaves

Antonio Scavone

Note di ascolto (III) – Giuseppe Verdi, Nabucco
(Va’ pensiero sull’ali dorate)

     È il coro più famoso, più popolare e più eseguito dell’opera lirica: è il celeberrimo Va’ pensiero sull’ali dorate dal “Nabucco” che Giuseppe Verdi compose sul libretto di Temistocle Solera e che fu rappresentato per la prima volta alla Scala di Milano nel 1842.
     La storia del “Nabucco” è quella dell’assedio del re assiro Nabucco (Nabucodonosor) alla città di Gerusalemme, infliggendo morte, distruzione e schiavitù agli assediati, gli ebrei Leviti. Ma è anche la storia delle due figlie di Nabucco: l’una, Fenena, erede naturale al trono e fedele; l’altra, Abigaille, figlia presunta e ambiziosa. Continua a leggere Note di ascolto (III) – Giuseppe Verdi, Nabucco