Archivi categoria: narrativa

L’amore casomai

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Aminadab

Giuseppe Zuccarino

Sui dipinti immaginari
in Aminadab di Blanchot

     Un uomo di nome Thomas è giunto in un villaggio e cammina per strada. Passando davanti a un negozio, in vetrina nota uno strano quadro: «Era un ritratto, di scarso valore artistico, eseguito su una tela nella quale si vedevano ancora i resti di un altro dipinto. Il viso, rappresentato in modo maldestro, spariva dietro i monumenti di una città semidistrutta. Un albero esile, posato su un prato verde, costituiva la parte migliore del quadro, ma disgraziatamente rendeva ancor più confuso il volto, che doveva essere quello di un uomo imberbe, dai lineamenti comuni e con un sorriso gradevole, almeno per quanto lo si poteva immaginare prolungando linee che si interrompevano di continuo. Thomas esaminò pazientemente la tela. Distingueva case assai alte, provviste di un gran numero di finestrelle disposte senz’arte né simmetria, alcune delle quali erano illuminate. Continua a leggere Aminadab

L’ultimo editore

Dinamo Selignieri

Non capisco perché ogni volta che gli scrittori scrivono dei libri su quei futuri torbidi in cui è rimasto un solo uomo sulla terra, non capisco come sia possibile che guarda caso è proprio quello il protagonista del libro, l’ultimo uomo sulla terra! e non un altro che è morto a causa della morìa umana o magari un sasso o un albero o una scimmietta o un cagnolino che non c’entrano niente con quell’uomo e si trovano a venti ore di aereo da lui.
Anche in questa novella si vorrebbe scrivere che sulla terra c’è stata una morìa delle vacche e poi una morìa delle persone e quindi una morìa dei poeti e degli scrittori; c’è stata anche una morìa degli editori tranne uno che pare continui a stampare libri anche se non c’è più nessuno che li legge (perché prima della morìa c’era qualcuno che li leggeva?). E’ ufficiale: è l’ultimo editore sulla terra.
Ci piacerebbe parlarne ma purtroppo siamo troppo lontani da dove stampa. E non ne sappiamo nulla.

Depressione e amicizia

Giuseppe Zuccarino

Depressione e amicizia

Dopo aver pubblicato nel 1976 un volumetto narrativo, Le lecteur, etichettato come récit (racconto), tre anni dopo Pascal Quignard fa uscire il suo primo romanzo, Carus[1]. Nell’avvertenza all’edizione riveduta del 1990, l’autore chiarisce che il titolo dev’essere inteso come un omaggio a due autori latini: «Orazio invecchiato, riflettendo sulla propria vita, la giudicò esente da ogni rimprovero giacché egli era stato caro ai suoi amici: carus amicis. Si dà il caso, inoltre, che Carus sia il cognomen di Lucrezio, che è il patrono segreto di questo libro»[2]. Quignard tornerà a ricordare la formula oraziana anche in opere successive, come Albucius («L’ambizione che nutriva un antico romano del tempo della repubblica era di essere definito, dopo l’incinerazione, “carus amicis”, caro ai suoi amici») e La haine de la musique («Orazio invecchia. Quintus Horatius Flaccus riflette sul corso della propria vita. Di colpo, la considera giustificata per il fatto che egli sarà stato “caro ai suoi amici”. Carus amicis. Queste sono le parole che scrive Orazio, con lo stilo tremolante»)[3].

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Così muore mammina

Marco Ercolani

[Pagine rifiutate da Mia madre, musicista, è morta di Louis Wolfson e non confluite nel libro definitivo – violento atto di accusa contro la madre da parte del figlio schizofrenico. Wolfson è anche autore di uno scritto teorico, Le Schizo et les langues, amato da Gilles Deleuze.]

 

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Sul Baphomet di Pierre Klossowski

Giuseppe Zuccarino

Le Baphomet di Pierre Klossowski, pubblicato nel 1965, si potrebbe definire uno dei romanzi più insoliti del secolo scorso. Ricordiamo che l’autore non era soltanto un raffinato romanziere, ma anche un saggista e filosofo, un traduttore (dal latino e dal tedesco) e persino un pittore-disegnatore. Le Baphomet ha costituito, al momento della sua comparsa, un prodotto letterario imprevedibile persino da chi conoscesse già i testi narrativi pubblicati da Klossowski in precedenza. Essi, infatti, erano ambientati in epoca contemporanea, mentre il romanzo in questione ci riporta, almeno in prima istanza, al Medioevo. Ma Le Baphomet presenta anche implicazioni di natura filosofica, come si intuisce già dal fatto che reca una dedica a Michel Foucault, pensatore che stimava molto gli scritti klossowskiani.

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Vocazioni – Il libro

Da dove viene il desiderio di scrivere, di creare immagini, di raccontare storie, di comporre, con le parole o con le note musicali, una sequenza di frasi? A quale necessità obbedisce un artista, un narratore, un critico, quale forza lo spinge, esponendolo al rischio di un esito fallimentare, a misurarsi con i propri limiti, a ricominciare ogni volta da zero tentando di afferrare le parole rimaste sulla punta della lingua? Gli undici saggi raccolti in questo volume – composti in un arco molto ampio di anni, dal 1999 al 2016 – partono tutti, in maniera diretta o indiretta, da questi interrogativi, cercando soprattutto nelle pagine di scrittori come Guy de Maupassant o André Pieyre de Mandiargues, Robert Walser o Thomas Bernhard, Vladimir Nabokov o W. G. Sebald (per fare solo qualche esempio), ma in qualche caso anche di artisti (Jean Dubuffet, Jackson Pollock), le tracce di una possibile risposta. Si delinea in tal modo, a poco a poco, un percorso, procedendo lungo il quale il lettore sarà indotto a ripensare la propria idea di opera, di identità, di scrittura, fino a rendersi sempre più chiaramente conto di come tracciare segni su un foglio – si tratti di una breve annotazione critica o di colature di colore – non rappresenti né un inutile passatempo né il ripetitivo esercizio di un mestiere, ma qualcosa di più, di diverso: un destino, una vocazione.

Luigi Sasso, Vocazioni
Novi Ligure (AL), Edizioni Joker
“I Libri dell’Arca”, 2017

Aprire gli occhi

Giuseppe Zuccarino

Nella prefazione al racconto Madame Edwarda, Georges Bataille espone quella che costituisce l’esigenza di fondo del suo pensiero e della sua scrittura: «Non mi sorprende certo che lo spirito si distolga da se stesso e, voltandosi per così dire le spalle, arrivi nella sua ostinazione a farsi caricatura della propria verità. Dopotutto, se l’uomo ha bisogno della menzogna, liberissimo! L’uomo che forse possiede una propria fierezza viene sommerso dalla massa umana… Ma in fin dei conti: io non dimenticherò mai quel che di violento e di meraviglioso si lega alla volontà di aprire gli occhi, di vedere in faccia quel che accade, quel che è. E non potrei sapere quel che accade, se non sapessi nulla del piacere estremo, se non sapessi nulla dell’estremo dolore!»(1). Per Bataille, dunque, si tratta di non sottrarsi alla possibilità di considerare e valorizzare le esperienze-limite, siano esse legate all’estasi o alla sofferenza.

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Ci sono andato più vicino

Dinamo Seligneri

Ci sono andato più vicino
(John Fante Festival edizione 2017, Torricella Peligna, Ch)

E così nemmeno quest’anno sono andato al John Fante festival!
Ogni anno è la stessa storia.. dico a tutti che ci vado, ci vado sicuro, cascasse il mondo ci vado… invece poi non ci vado.

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Né qui né altrove

Luigi Sasso

Né qui né altrove

Su Il mese dopo l’ultimo
di Marco Ercolani

Ogni autentico scrittore interroga il linguaggio, ne esplora le potenzialità e i confini, lo trasforma, ce ne offre un’immagine nuova, che insieme ci sorprende e ci inquieta.
Si ha la sensazione, leggendo Il mese dopo l’ultimo, che per Ercolani le parole non possano esaurire tutta la realtà, tutta la sua stratificata e proteiforme configurazione. Resta sempre qualcosa di non detto, una cornice di silenzio percorre le frasi ogni volta che le parole si dispongono sulla pagina. C’è un’insufficienza che non deriva da una scarsa abilità del narratore, ma dalla natura del mezzo impiegato. Probabilmente uno dei modi di definire la letteratura è proprio quello di un linguaggio che non nasconde, ma al contrario rivela i suoi limiti «La lotta fra silenzio e parola fa emergere l’opera come lampo sulle rovine – come luce nera su macerie bianche. E così moltiplica il segreto». Continua a leggere Né qui né altrove

Per il decennale di RebStein, 13

Dinamo Seligneri

Matteo di Mario fu Lo Tasso

L’ultima volta che ho visto Matteo di Mario fu Lo Tasso, era una giornata triste, di quelle che raramente un paradiso come Campobasso riserva ai suoi trasognati abitatori. Matteo era tranquillo. Pulito. Sobrio e allegro come un campo di girasoli. Mi mise in mano una busta che avrei dovuto aprire solo quando lui si fosse allontanato – eravamo in un parchetto, vicino al suo condominio. Accettai ed anzi mi ripromisi che avrei letto solo una volta rientrato a casa mia. Negli alti Abruzzi.
Bene. 
All’autogrill di Sangro Est non riuscii più a stare nella pelle. Ordinai un cappuccino, strappai a morsi la busta e mi misi a leggere il foglio che Matteo Lo Tasso mi aveva così cristallinamente consegnato. Continua a leggere Per il decennale di RebStein, 13