Le retoriche

Norman Rockwell, Triple Self-Portrait, 1960

Antonio Scavone

Le retoriche

     Giudicata da tutti come leziosa o arcaica, la retorica viene poi da tutti normalmente utilizzata: è uno strumento che aiuta la comunicazione, è un artificio padroneggiato con efficacia da chi deve convincere un uditorio ed è, infine, un repertorio di modi di dire comuni e convenzionali cui ci si affida per dire e fare intendere (o dare a intendere) problemi e circostanze imprevedibili e straordinarie.
     Si ricorre alla retorica in tutti gli ambiti del dire e del parlare, da quelli attrezzati per usarla (la discussione politica, ideologica, religiosa) a quelli che l’hanno fatta propria per elevare il proprio linguaggio e farlo passare per idiomatico o professionale (imbonitori, venditori). C’è una retorica spicciola e colloquiale (detto questo, in qualche modo, facciamo un passo indietro); c’è una retorica fatalistica nel gioco del calcio (ogni partita fa storia a sé), nello sport in genere (gli infortuni mi hanno tagliato le gambe, a parità di condizioni); c’è una retorica consolatoria e confessionale (siamo figli del nostro tempo, da qui non si torna indietro); c’è una retorica desunta da commedie o film famosi (tutto a posto e niente in ordine, gli esami non finiscono mai, la strana coppia, il braccio violento della legge).
     Parliamo retoricamente, siamo densi di retorica e non ce ne accorgiamo ma non ce ne liberiamo. Usiamo le figure retoriche, certo – la metafora, la metonimia, l’eufemismo, la litote – ma preferiamo servirci di frasi fatte, di frasi standard che riassumono meglio il nostro pensiero (“debole”) e il nostro lessico (povero), evitando di avventurarci in costrutti e perifrasi difficili da governare. Ci rivolgiamo retoricamente ai nostri interlocutori per sorprenderli e stupirli con la nostra loquacità o la nostra logorrea martellante e ardita oppure assegniamo ai nostri ascoltatori il compito di non interromperci, di non porre domande, di percepire in silenzio e remissivi ciò che andiamo dicendo o almanaccando.
     Se è vero che la retorica ha sempre svolto questo compito (lusingare e affascinare chi ci ascolta), è altrettanto vero che negli ultimi anni e in tutto il mondo la retorica si compiace ancor più di se stessa, lesinando sulla comunicazione propositiva e privilegiando invece quella vanagloriosa e autoreferenziale, allusiva o subliminale. Parliamo cioè non per argomentare ma per illudere o assecondare, per appiattire o assommare (di tutto, di più), per lasciare il discorso sempre aperto senza mai arrivare a una conclusione e, spesso, senza mai volerla.
     I politici sono quelli che gestiscono meglio l’uso della retorica: ancor prima di assumere incarichi di governo, i politici comunicano con il parlare, cerebrale e popolare, e si affidano ad un repertorio di parole ambivalenti se non talora ambigue. Possono essere parole di scherno o di compiacimento, sarcastiche o nobili ma sono, sempre e solo, parole e chi ascolta, di solito,  quelle vuole sentire, le parole che non sa o non vuole dirsi da sé, le parole che è stanco di dover pronunciare e ripetere. Una volta al governo, le parole dei politici cambiano: non più slogan per aizzare o gratificare un uditorio ma impegni e promesse per aizzare o gratificare una comunità, un popolo, un paese. In realtà, se pure cambiano le parole, la retorica – di quando si parla e si promette – resta invariabilmente la stessa: è un esercizio comunicazionale talmente collaudato che, venendo a mancare, le parole risulterebbero solo voci di un elenco, un’arida tassonomia senza il conforto di una sintassi pur minima, di un eloquio immaginifico, di una gestualità e di un’oralità di supporto, accurate e convincenti.
     Anche l’uomo della strada ha una sua retorica, elementare e raccogliticcia, ma colpisce per la sua emotività e la sua immediatezza più che per la portata di invettive o proteste. Più ispirata, invece, è o sembra la retorica degli osservatori, dei giornalisti, degli scrittori, degli artisti. L’ispirazione nasce da un approccio più attento o più sofferto con la realtà: viene in risalto un dato autobiografico, la profondità o la proiezione di una vita vissuta che contiene nel suo nucleo tanto una percezione veritiera e condivisibile della quotidianità, tanto una connotazione filosofica (socratica, esistenzialista) degli eventi e delle coscienze nel confronto spesso irrisolto con quella quotidianità.
     In altre parole, il politico gestisce la società, l’uomo della strada la semplifica, il giornalista o lo scrittore la rappresentano: ognuno con intenti diversi ma ognuno con i medesimi strumenti e fini retorici. Non sembri ovvia questa conclusione: da venti-trent’anni a oggi abbiamo semplicemente scoperto che la retorica – artificio elitario del parlare – si è “democratizzata”, diventando uno strumento di uso comune, di uso corrente, da scindersi in applicazioni molteplici e spesso conflittuali, da far perdere in certi casi l’originalità e la pregnanza del suo essere un raffinato ausilio alla comunicazione, anzi di essere tout court la comunicazione.
     Il retore, nell’antichità, era un magistrato, un oratore, un uomo d’ordine, un saggio e divulgava la sua sapienza sia nell’insegnamento filosofico, sia nel giudizio e nella valutazione di un arbitrato, di una diatriba. Era dunque un uomo di cultura ma talora era ridondante e spocchioso, acuto ma anche causidico. L’arte della retorica era quella del parlar bene o del parlar forbito, al fine di costruire e proporre un “discorso” oggettivo ma all’occorrenza trascendente, realistico e visionario. E i retori di oggi cosa fanno o cosa hanno inventato?
     I nuovi retori hanno ampliato il paradigma del senso e della sua costruzione (talvolta arbitraria), reinventando la struttura polisemica del dire, dell’alludere e del significare con mezzi e modalità sempre più articolati, per associare il linguaggio verbale a quello iconografico, l’artifico del parlare con la tecnologia del rappresentare.
     Il processo di democratizzazione della retorica si sviluppa di continuo, investendo su risorse più o meno innovative, coinvolgendo tecniche espressive più o meno elaborate. Non abbiamo più una sola retorica ma tante retoriche, molteplici usi e costumi di un parlato che tende a restare monotematico, prefiggendo di essere e di diventare esemplarmente onnicomprensivo.
     C’è una retorica epidermica e confusionaria (i tatuaggi arabescati di una sottocultura pulp, i piercing iniziatici, i capelli crestati e variopinti); la retorica agiografica dei “social network” (facebook, twitter, instagram); la retorica contemplativa o speculativa e talora narcisistica dei blog letterari; la retorica populista e demagogica dei blog di opinione (politici e simil-politici); la retorica degli sms, degli mms, delle app e dei whatsapp.
     La retorica o le retoriche del web, contrariamente agli intenti degli esordi, non hanno arricchito e differenziato la domanda/offerta del significare: come per la liberalizzazione dei canali radiofonici e televisivi, abbiamo assistito ad un impoverimento e a un imbarbarimento delle potenzialità espressive e comunicazionali del nuovo dire, del nuovo parlare.
     La retorica si avvale delle mani (i gesti), la postura del corpo e soprattutto la voce (il timbro, la pronunzia) di chi ne fa uso. Gesti plateali non sempre sortiscono risultati edificanti, anche perché sono diventati di dominio pubblico e trasversali (il “pugno chiuso” ormai è un must persino della destra anarcoide e neo-fascista); le inflessioni dialettali o regionalistiche, proprio perché localistiche, se guadagnano in familiarità e prossimità di cittadinanza pèrdono come proiezione identitaria e territoriale (lo jus soli, sembra strano, non si applica al retore indigeno, anzi è un deterrente); infine la postura, l’andatura, l’atteggiamento in spazi pubblici – sia al chiuso che all’aperto – dimostrano come e quanto siano segnati dalla difficoltà di gestire il proprio corpo, di proporlo disinvolto e “al naturale”, laddove un’antica timidezza giovanile lo rende di fatto imbalsamato.
     C’è chi, al contrario, governa come un consumato istrione la voce, il portamento, la capacità di rendersi e presentarsi amichevole e “alla mano”: con l’ausilio della retorica del dire (barzellette, calembour, doppi sensi), costoro – o costui – infrangono la barriera della convenzione formale e si propongono alternativi, seducenti, di una sincerità fasulla ma studiata a tavolino. Coloro, invece, che subiscono questa sovra-esposizione teatrale della retorica del consenso, restano lusingati e compiaciuti dall’abilità mimetica dell’intrattenitore. L’evento – l’happening della seduzione – si realizza facilmente in questo rapporto di comunicazione dove l’oratore comunica in realtà se stesso per mezzo di  argomenti e temi fondamentalmente pretestuosi.
     Dovremmo chiederci, a questo punto, se esista una retorica buona, se riusciamo a trovare portatori sani di retorica.
     Linguisti, semiologi, filosofi del linguaggio non hanno mai ritenuto che la retorica fosse falsa, che producesse cioè inevitabilmente falsità, sia perché, per la sua stessa natura, è di fatto meta-linguistica (supera o altera il dato verbale), sia perché trascende e modifica, in molti casi con una bizzarra originalità, la questione dell’affidabilità di una tesi, di un argomento, di una metodica di comunicazione.
     La retorica non persegue il vero ma il verosimile, coniuga e declina il falso come paradigma alternativo e attendibile della “verificabilità”, innesta e sviluppa un compatibile e trasparente principio di alterità (si parla per dire altro evitando di enunciarlo).
     I tre gradi della retorica classica (inventio, dispositio, elocutio) sono stati attualizzati nelle retoriche moderne in un complesso unico di affabulazione (definizione, descrizione, narrazione) che propone modelli di comportamento spesso o quasi sempre elusi proprio da chi li va dettando, assume modi di dire volatili e trasversali per diffondere un pensiero di masssa laddove è venuto a mancare o è deficitario il concetto di “massa” e stabilisce, infine, con iperboli e similitudini, la linea di demarcazione tra tutto ciò che è avvertito come bisogno e tutto ciò che è, più realisticamente, necessità.
     Quand’è, allora, che diventiamo retorici? Quand’è che usiamo la retorica come artificio e strumento ineguagliabili dell’inganno o dell’approssimazione? La risposta risulta subitanea e ovvia: quando ripetiamo stancamente un concetto, quando riproduciamo ossessiavemente un argomento e non certo per svilupparlo ma per imporlo e presentarlo come l’abbiamo concepito unilateralmente. La retorica del già detto prende il sopravvento su quella del mai detto: si costruisce e si favorisce un consenso non già per farlo lievitare da una discussione o da un confronto ma per farlo assumere come un dato di fatto inoppugnabile. Si può sfuggire alla retorica e ai suoi artifici spesso subdoli? Sembrerebbe di no perché abbiamo a che fare con le retoriche di “buoni e cattivi”, di pacifisti e terroristi, di fedeli e infedeli, di sapienti e saccenti.
     Non riusciamo a difenderci dalle insidie delle retoriche perché le retoriche hanno sostituito l’esercizio del pensiero, hanno oscurato la funzione e lo stimolo dell’approfondimento: siamo tutti suggestionati e sedotti dal parlare per tesi o dogmi, per progetti o per occasioni.
        In realtà le retoriche aiutano l’elaborazione delle idee ma spesso si fermano agli intenti o alle trovate degli elaboratori di idee e spesso non sono idee quelle che vengono veicolate ma, retoricamente, obiettivi pretestuosi di una personale e smisurata ambizione. Siamo tutti presi dalla passione di dire la nostra opinione in qualunque modo, a qualunque costo, al fine di evitare critiche propositive e scongiurare pertanto di venire interdetti giacché, molto spesso, anche il niente è la più retorica delle nostre tentazioni.

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4 pensieri riguardo “Le retoriche”

  1. carissimo,
    sono sempre con la minuscola e mi scuso ma se voglio velocizzare, così è.
    sei come il vino buono che resiste nelle botti e ci riservi sorprese su sorprese. questo post è illuminante, scritto, ovviamente, da chi è già illuminato ma non per questo si ferma su se stesso, non per questo rinuncia alla ricerca costante di nuovi costrutti che diano senso, anzi che siano l’essenza stessa della parola per una giusta comunicazione.
    lo hai spiegato bene il fatto che da moltissimi anni ormai siamo stati invasi da una retorica viscida e subdola, quella che io definisco, e scusa ora la mia retorica, lo specchietto per le allodole.
    ma per chi è in grado di essere dentro la realtà che viviamo, questi imbonitori del volgo ignorante e non solo, non hanno credito.
    è vero, la retorica è il modo-mezzo più veloce per dire, per esprimere
    un pensiero che altrimenti potrebbe perdersi un congiuntivo…………..
    quando hai parlato di una retorica popolare, mi è venuto in mente che,probabilmente ci sia anche una retorica vernacolare, ma non so se dicendo questo, la comunicazione s’ingigantisse in altri territori.
    fammi sapere.

    ti abbraccio sempre di cuore e un saluto a tutti

    jolanda

    un pensieo

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