Tutti gli articoli di fmrebstein

Tempesta emotiva

“In ogni caso né da vivo
e tanto meno da morto
si avrà ragione di me.”

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Docile e interminabile

Marco Ercolani

Lorenzo Calogero
(Docile e interminabile)

Lorenzo Calogero nasce a Melicuccà nel 1910, in provincia di Reggio Calabria. Studia ingegneria, poi si laurea in medicina, esercita saltuariamente la professione in Calabria e poi in provincia di Siena, dedicandosi con crescente interesse alla filosofia e alla letteratura. Pubblica a proprie spese alcune raccolte poetiche in case editrici minori: Poco suono, Ma questo, Parole del tempo, e cerca di stabilire contatti con poeti e case editrici (Betocchi, Bargellini, Einaudi) ma senza successo. Continua a leggere Docile e interminabile

L’uomo senza nome

Yves Bergeret

Dice l’uomo senza nome:

Al bambino dell’altra riva
faccio spazio
aprendo nei muri che lo rinchiudono
la finestra del mio canto

Alla donna straniera
offro l’acqua fresca e il pane
aprendo tra i pugni che minacciano
il palmo della mia vita

Sul pendio roccioso
mi allontano
rifiutando lo scontro

mi basta il suono dei passi
di chi, una spalla poi l’altra,
passò attraverso la cruna dell’ago
della parola chiara

Tratto da:
L’os léger /L’osso leggero
(2013)

Néglia

Michele Sovente

“Mbrónte sbatte sèmpe ’u stesso
chiuóvo, ’u penziéro
ca ’i ccose, strujènnose, na specie
’i néglia spànneno pe’ ll’aria addó
’i muórte e ’i vive
s’amméscano, tutto chéllo
ca nun ce stò cchiù e chéllo
c’à dda venì.

Che s’annascónne rint’ ’u stipo?
Comme fò ll’acqua
a se carriò appriésso ’a luce
e ll’ombre r’ ’u munno?

’Nzisto ’mbrónte sbatte ’u rummóre
r’ ’i rrammère ca nu viénto
’nzisto sbatte: e tu pe’ dinto
’a stessa néglia vaje
penzanno a tutto chéllo ca nun ce stò cchiù
e a chéllo c’à dda venì.

Anatomie della luce

“Ci minaccia ogni giorno l’incalzante terrore della materia. Come una lumaca stanca esco di casa per poter sentire vischiosa il mio viscidume e la bava che lascio sulla terra. Ho fatto nascere una macchina incontinente, un nuovo desiderio e due braccia per poterlo avvolgere. Ma questi arti che finiscono con uncini non fanno che strozzarmi, incidono sui colli non i profili della collina ma i tagli crudeli degli eccidi mancati.

Le forbici tagliano i monconi finali, ricostruisco le mani con i rami raccolti nel bosco. La tradizione del riflesso nasconde la possibilità di ricominciare: io riscrivo la mia storia, reinvento il mio passato.”

Mariasole Ariot
Anatomie della luce
Torino, Aragno Editore, 2017

La bellezza

Marco Ercolani

Alcuni frammenti di una lettera scritta da Sigmund Freud alle soglie della sua vita (1935).

Ho trascurato la bellezza, caro amico.
Mi sono messo a indagare i labirinti della ragione, per capire come dare un ordine ai confusi labirinti della non-ragione, e ho trascurato proprio la bellezza. Forse questa amnesia è un sintomo di qualcosa. Bisognerebbe amare solo le cose belle che durano sempre meno, come le lucciole, le farfalle, e se ne vanno, e non guardare troppo oltre. Anche la vita dell’uomo è troppo lunga. Io stesso sono durato troppo. L’uomo, anche malato, sopravvive.
Spero che tu, mio ultimo medico, sia pietoso e voglia togliermi serenamente dal mondo, dopo tutte queste operazioni. Queste labbra straziate non vogliono più parlare. Chi disse che a 50 anni bisognava morire!! Ah Dostoevskij, sì! Non ho mai parlato di lui. Meglio così: lo avrei frainteso, apponendo il mio ragionevole sigillo al limpido delirio del Santo Inquisitore.
Quanti errori! Che inutile ostinazione nel voler spiegare tutto l’inspiegabile! E la presunzione! Ma lei lo sa, amico mio, lei che inutilmente mi cura, lei lo sa che fino all’ultimo mi sono sentito un perfetto ignorante di tutto il mondo della psiche, io, il grande conquistador, io, Sigmund Freud?
Dopo, ho fatto un passo indietro, e le ombre mi sono apparse vere ombre.
Era necessario, per sentirmi umano.

Aprire gli occhi

Giuseppe Zuccarino

Nella prefazione al racconto Madame Edwarda, Georges Bataille espone quella che costituisce l’esigenza di fondo del suo pensiero e della sua scrittura: «Non mi sorprende certo che lo spirito si distolga da se stesso e, voltandosi per così dire le spalle, arrivi nella sua ostinazione a farsi caricatura della propria verità. Dopotutto, se l’uomo ha bisogno della menzogna, liberissimo! L’uomo che forse possiede una propria fierezza viene sommerso dalla massa umana… Ma in fin dei conti: io non dimenticherò mai quel che di violento e di meraviglioso si lega alla volontà di aprire gli occhi, di vedere in faccia quel che accade, quel che è. E non potrei sapere quel che accade, se non sapessi nulla del piacere estremo, se non sapessi nulla dell’estremo dolore!»(1). Per Bataille, dunque, si tratta di non sottrarsi alla possibilità di considerare e valorizzare le esperienze-limite, siano esse legate all’estasi o alla sofferenza.

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Cantiere orale

“Uomini di parola, uomini della parola, non possiamo ridurci ad accettare questo abbrutimento. Non lo può un poeta, artigiano della parola etica, bene comune che è di tutti e non appartiene a nessuno.”

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