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Pratica della poesia (I)

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Nomina lucis

Immagine di Michele Guyot Bourg(Nomina lucis)

Se potesse lo sguardo
consumato dalla febbre del cammino,
fiume irrequieto di memorie,
fermarsi a rimirare
gli orli feriti delle immagini
che costellano le rive,
e osservasse le pietre
dove frange la marea dei giorni
come un uccello fissa il proprio volo
negli specchi del cielo, anche il nulla
di cui fa fede la risacca
illimitata dei miraggi
sarebbe un silenzio che trascorre
in natura di deserto rifiorito,
il mistero che si schiude
nel grembo di neve dell’aurora,
la gemma che si annuncia
nel respiro profondo della pioggia,
l’astro delle stagioni
che fascia i calici dell’anima.
Sarebbe voce
stagliata su orizzonti di vertigine,
alfabeto di fuochi in fondo al mare,
e i nostri volti, tutti,
gli infiniti nomi della luce.

Un segno di passaggio

Giuliano Mesa visto da D. RaccaGiuliano Mesa
(1957-2011)

cosa frammischia –
cenere (sempre cenere)
e vento (sempre, da sempre)
se non il vuoto, Lucrezio,
il vuoto –
lì possiamo costruire, c’è spazio,
per fare un’orma
e fare un segno di passaggio
(noi siamo, passeggeri,
come argini,
muschi sulla sponda del fossato,
chiocciole ciottoli lucertole
e questo è molto,
a farsene una ragione,
è molto tempo, e spazio,
molta necessità)

[Sempre nella memoria e nel cuore, come tutti i segni
di passaggio
che sopravviveranno alla nostra polvere. (fm)]

Magna Mater

(Magna Mater)

Il calice inviolato
di memorie
su cui talvolta posano le labbra
in un coro d’invisibili presenze,
conserva la neve segreta
sposa dei boschi,
il bagliore dove dio si mostra
nel vento sempreverde
di una gemma.
Il suo occhio
che d’un tratto s’illumina
al richiamo vociante
di una fonte,
cerca tra le acque danzanti
l’ombra dalle mille braccia
nella cui stretta farsi corpo,
albero, eternità migrante
in un respiro.

Metamorphosis

(Metamorphosis)

Sul volto di una pietra
levigata da lingue di sorgente,
i segni di luoghi aperti
a venti di visione –
le orme del tempo e l’acqua,
a immagine del cielo,
che emerge da cavità di quarzo
con mani colme
del lume degli abissi.
Domani sarà un flauto
che risale l’aria e incastra
suoni nelle lettere del mondo,
una guglia eretta su cattedrali d’alga,
oppure uno sterpo,
un glifo di sabbia, un’ombra errante
che cerca dimora nell’azzurro.
Domani sarà albero o stelo
di granito, pupilla in volo
o cieco affluente di memoria,
sarà fiamma, pioggia,
luna trapassata d’echi,
forma indefinita, pulviscolo,
pensiero –
domani sarà una rosa,
verdissima linfa
che soffia luce all’alba.

Semen

(Semen)

Specchiata nel lume ghiaccio
della notte, lingua e canto
di terre dissolte in pozze di luna,
la costellazione
invisibile di un seme.
Nessun legame lo trattiene,
la sua sola memoria
è un passato
votato a diventare foglia
nell’abbraccio materno dell’alba.
Fermenta come olio
evaso da lampade di tenebra,
annaspa nella vertigine
fonda di una zolla, schiude
i suoi occhi d’oasi tra i sassi –
inaccessibile respiro
del mondo che si fa voce
e parla dalle labbra della luce.

Odio quel Due Agosto


Orologio strage di Bologna

Flavio Almerighi

Odio quel Due Agosto

Tua figlia s’imbarcherà per l’oceano.
Dice -“Posso remare, ho forti le braccia!”

(Antonio Pibiri)

Odio quel Due Agosto sempre più lontano.
Odio il polverone, l’odore intriso di calore
sempre sospeso e mai posato a terra.
Odio chi non sa o finge di non sapere.
Odio i quartieri residenziali invasi di erbacce,
le case vuote arrangiate ad ambulatori,
il continuo via vai
e la paura di fermarsi là di notte.
Odio i quarant’anni trascorsi
in cerca di verità risapute.
Certe, ma non ho le prove.
Odio pregare per chi ci governa,
i governanti sono pseudonimi.
E le fughe verso l’estremo:
odio l’estremo lembo occidentale:
tanti chilometri di costa senza entroterra.
Odio Bologna, non è più la stessa,
i suoi reduci drogati, rievocatori
dei bei tempi andati che, alla fine,
non erano così belli.
Tutto si allontana, il rimanente è duro,
immangiabile. Il Due Agosto
è ogni giorno, brutto giorno,
e l’odio, unica fabbrica
impossibile a delocalizzare,
tu vai, vai, hai braccia forti,
puoi remare.

In cosa consiste il lavoro

Antonio Pibiri

Inediti (2019)

La ghianda e la quercia

………………………………..(Così noi)
onoravamo Sun Tsu e l’autunno
nei colori disintegrati di Kiefer:
una scaltra battagliata di ghiande
marce, da frantumo – o acerbissime,
bossoli sordamente al rimbalzo
su schiene lanciate nel bosco.
Le urla in fuga disperavano i rifugi.
Pini e ruderi. Rovi. Filati.
Dove s’impolpa la tibia, lì il dettagliante
sceglie a quale prezzo il sangue.
I rovi sul litorale godevano al nostro urto,
si aprivano alle vocali della gioia.
A volte la ghianda schiantava il giovane petto.
Delle volte sino al fondo, nella torba.
La quercia sarebbe cresciuta col tempo
in un altro tempo. La quercia
nel teatro di guerra. Base sicura.
Le Case in costruzione sugli alberi.

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La biblioteca di Babele

Jorge Luis Borges

La biblioteca di Babele

L’universo (che altri chiama la Biblioteca) si compone d’un numero indefinito, e forse infinito, di gallerie esagonali, con vasti pozzi di ventilazione nel mezzo, bordati di basse ringhiere. Da qualsiasi esagono si vedono i piani superiori e inferiori, interminabilmente. La distribuzione degli oggetti nelle gallerie è invariabile. Venticinque vasti scaffali, in ragione di cinque per lato, coprono tutti i lati meno uno; la loro altezza, che è quella stessa di ciascun piano, non supera di molto quella d’una biblioteca normale. Il lato libero dà su un angusto corridoio che porta a un’altra galleria, identica alla prima e a tutte. A destra e a sinistra del corridoio vi sono due gabinetti minuscoli. Uno permette di dormire in piedi; l’altro di soddisfare le necessità fecali. Di qui passa la scala spirale, che si inabissa e s’innalza nel remoto. Nel corridoio è uno specchio, che fedelmente duplica le apparenze. Gli uomini sogliono inferire da questo specchio che la Biblioteca non è infinita (se realmente fosse tale, perché questa duplicazione illusoria?), io preferisco sognare che queste superfici argentate figurino e promettano l’infinito… La luce procede da frutti sferici che hanno il nome di lampade. Ve ne sono due per esagono, su una traversa. La luce che emettono è insufficiente, incessante.

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Tramonto

(L’arte dimenticata di morire)

è lo spazio che occupano – l’anima delle cose
portare alle labbra pazienza e dolore
tracciare solchi sul viso per scrivere la parola seme
le sue sillabe di solitudine
e i mancati giorni, l’alfabeto delle stagioni
che, ignari, indossiamo come un vestito di gala –
ed è già tramonto –
in un viola oscuro si esplorano gli abiti deposti sul letto
si contano a lumi di vertigine
le ultime flebo consumate, i liquidi miracolosi
che galleggiano nell’aria
come schegge di un mare raccolto in un bicchiere,
mentre ancora si cerca il sesso dell’amata
mezzaluce di domande dimenticate
di risposte disattese

(nella deriva delle pupille assopite
profili incerti in un reliquiario di voci,
la stanza ondeggia, i libri penzolano ingialliti alle pareti
i versi di ieri sul margine in ombra della riva –
a volte ti brucia i ricordi – il silenzio
come il fuoco di un dio senza tempio, e tu inciampi
negli strali del buio, tra le carte della tua assenza
disseminate nell’aria)

(da Hairesis, 2004)

Madre di creature ferite

(Madre di creature ferite, 3)

Non ricoprire di pietre
l’immagine che dal tuo respiro grida
fino a tentare il sonno
di un dio imbiancato di rughe e di tramonti
la sua ombra non mai coniugata
di pianto
(il paradiso lo scopri
nel breve volo
di un bambino
senz’ali – lo vedi, beve dalla tua bocca
anni sfioriti, frutto dell’incesto
tra miseria e miseria) –

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Miniature

Elio Grasso

Nota di lettura a:
Alla Gorbunova
Miniature
Traduzione di Paolo Galvagni
Faloppio (CO), Lietocolle, 2019

Alla Gorbunova torna al lettore italiano con una serie di racconti (sempre per cura di Paolo Galvagni), dopo la raccolta poetica La rosa dell’angola pubblicata nel 2016 dall’editore Marco Saya. Poetessa di San Pietroburgo, certamente affermata in patria e conosciuta in Europa per il suo forte temperamento, il che significa seguire il fine principale della scrittura quando le si presenta davanti con tutta la sua forza sciamanica e alchemica. È la struttura delle sue poesie e delle sue prose a far tornare sulla terra l’energia che un tempo serviva a rifornirsi di cibo e a comprendere il mondo. Tutte cose che richiedevano scaltrezza e competenze animali e spirituali. Continua a leggere Miniature