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Leggo “Le Belle Bandiere” (di Rocco Brindisi)

Leggo “Le belle bandiere”, seduto davanti al bar, sotto i portici. Il volto del poeta in copertina: capelli arruffati, guance scavate, una bellezza antica. La ragazza del bar mi informa, con un sorriso: “Il suo amico è venuto poco fa”. Un po’ le dispiace che non ci siamo incontrati, un po’ è felice di averlo nominato; terzo, ritiene una sorta di incantamento l’amicizia tra un vecchio signore, barba folta, bianca, con un ragazzo. La sua curiosità è gentile. Continuo a leggere. Un movimento brusco, e il libro si richiude. Ritorna lo sguardo del poeta, che mi trafigge e mi consola. Nei suoi occhi, la passione di guardare il mondo. Sta girando il “Decamerone”. Uno sguardo fiero della propria felicità. Nel film, è un pittore del Trecento in viaggio, che approda a Napoli. Nel libro, le sue risposte ai lettori di “Rinascita”. anni ’60. Lettere di operai, studenti, pensionati. In queste pagine, l’epopea di una lingua amorosa, che rinnova il proprio mistero, entrando negli affanni, le ragioni, i dubbi, i pudori, le speranze senza tempo, la devozione, mai ruffiana, del lettore nei confronti del poeta. Che parli di politica, di cinema o d’altro, c’è qualcosa di lancinante nel rispetto che egli nutre per l’interlocutore, per sé stesso e per il volto invisibile che guarda, scrivendo. Ancora il suo ritratto: la bocca chiusa, non serrata, è il terzo occhio, ribelle e magnanimo. Sarebbe stato bello morire in quei giorni, il terzo giorno la fine delle riprese di un film sulla gioia. Il ragazzo degli appuntamenti al bar non è venuto. Le parole del poeta, la sua faccia, così lontani dalla sua morte, che mi viene da piangere. [Rocco Brindisi]

 

Franca Rame (di Rocco Brindisi)

Franca Rame. Chi ha visto e ascoltato il suo monologo sullo stupro subìto dai fascisti, non ha avuto il tempo di sognare che il suo racconto non fosse vero. Ma è vero; le speranze cadono, si inabissano. La donna che ricostruisce l’orrore di quella sera lo fa con una semplicità allucinata, che dà alla testa. Le sue parole sono il suo corpo, il suo corpo sono le sue parole. Il suo corpo non diventa mai, neanche per un momento, uno spettro del teatro. Non ci sono preamboli. Sei tirato dentro quell’ora maledetta, appena reclina il capo sulla spalliera della poltrona. Resuscita, in un momento, il corpo terribile del racconto, assalita e immersa nel suo dolore disincantato. Descrive i gesti dei ragazzi uno per uno; i ragazzi fumano, spengono le sigarette sul suo collo, sul seno. Spalancano le sue gambe; uno di loro le spinge un ginocchio sulla schiena, fanno quello che sognavano di fare, sono fantasmi in carne e ossa, sente il loro seme colarle dentro.
Racconta tutto, su un palco; non getta un grido, non risplende il suo orrore; il suo sgomento non diventa mai, neanche per un momento, letterario. Il racconto non ha ambizioni, neanche quella di gettare buio sul tempo, di rendere ancora più scura quella notte. Volevano marchiarla, divorare la sua bellezza senza neanche guardarla; non credo abbiano mai pronunciato la parola “bellezza”, nella loro vita, i loro padri non avevano fiatato, leggendo il decalogo delle Leggi Razziali; nessuna vergogna che i bambini ebrei venissero espulsi dalle scuole del Regno. Tra i loro discendenti, impossibile che qualcuno sputi sulle loro tombe.
Franca Rame ci fa vedere la mostruosità, senza tremori; non usa mai neanche un sinonimo; in un monologo che fa impallidire quello di Amleto, mai un tentativo di levitazione, di osservare da fuori quello che le accade. Decine di morti, una dopo l’altra; non chiama in soccorso i silenzi della città a cancellare le voci, le coltellate delle voci: “Godi, puttana!”. La rivestono, la scaricano in strada. [Rocco Brindisi]

Giuseppe Zuccarino: Forme della singolarità

La Dimora del Tempo sospeso ha da diversi anni l’onore, il privilegio e la gioia di pubblicare gli splendidi contributi di Giuseppe Zuccarino; un nuovo volume, Forme della singolarità. Da Michaux a Quignard (Mimesis Edizioni, Milano-Udine 2022), si aggiunge alla ricca bibliografia di Giuseppe e anche questa volta una buona parte del libro (ben 11 saggi!) è costituita da contributi già anticipati sulla Dimora. Ovviamente leggerli ora in formato cartaceo e affiancati ad altri testi li arricchisce ulteriormente, donando loro un’ancora più ampia e profonda prospettiva.  Auguriamo al libro tutta  l’attenzione che merita.

La cecità delle ore (di Rocco Brindisi)

La figlia di Beppino Englaro era, al tempo, una bambina. Stava nel cuore dei giorni. Nulla sapeva delle finzioni della morte. Come tutti i bambini, recitava, a volte un ultimo respiro. Giocava alla morte; poi, riprendeva a respirare, tornava al respiro del suo sguardo, e il respiro del suo sguardo era buono. La sua infanzia splendeva nella moltitudine delle parole che compaiono nei libri, nella solitudine fraterna delle cose. Aveva conosciuto, nell’adolescenza, la perfetta,  amorosa solitudine di nuotare accanto a un amico, un’amica. Aveva sfiorato gli amori che spingono teneramente il cuore nella notte. Aveva visto un amico ridotto a un corpo di tenebre e aveva detto, senza tentennamenti che, fosse capitato a lei, nessuno doveva privarla del respiro della morte.

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Il sonno di Angela (di Rocco Brindisi)

Angela dorme. Si è addormentata. Uno dei suoi sogni: addormentarsi. Uno dei miei sogni: sentire il suo sonno nell’aria. Così dolci, le sue palpebre abbassate. Batte, il cuore del sonno. La sua sagoma, avvolta dal lenzuolo, oro della notte. C’è un altro gioco possibile, in questo letto, tra padre e figlia? Sento fiorire i rami del sonno nella sua schiena. Il sonno di Angela perdona settanta volte sette.
Emily Dickinson. Un suo ritratto da bambina. Bianca allucinazione dei suoi versi. Bianco su bianco, bianco nel bianco. Non era necessario credere al corpo di Gesù nell’ostia. Quello che sconvolge e placa il cuore del tempo, è il dono. Il dono del suo corpo agli amici. Emily amava i bambini. Solo ai bambini era permesso di entrare nella sua stanza. Se la morte non diventa bambina, non entrerà nel regno, più terrestre del morso a una mela, dei cieli.
A Nina Simone che muore, in una campagna francese, dove si è ritirata perché la sua malattia, invece di trastullarsi, le spezzi il cuore, compare, ai piedi del letto, una bambina che le sussurra di non aver paura: “Non avere paura”. La bambina le chiede: “Grattami”; le prende la mano, se la porta dietro la schiena. Nina comincia grattare, la bambina le sposta la mano, la supplica di continuare a grattare, finché non trova il punto giusto. “Qui, qui!”. La bambina getta un grido di felicità. Ride.
Un ritratto di Amy Winehouse: una bambina di dieci anni. Pensierosa. Una tale, arcana bellezza, un tale dolore, negli occhi, che Dio si mangia le mani, per non averlo mai provato, neanche in sogno. [Rocco Brindisi]

Werner Herzog e io (di Rocco Brindisi)

Ho ricordato a Werner Herzog, dopo la proiezione del suo ultimo film: “La regina del deserto”, il viaggio che fece, a piedi, da Monaco di Baviera a Parigi, per vedere un’amica che stava morendo. Si era messo in cammino nella speranza, che per lui diventava sempre più una certezza, che, finché durava quel viaggio, l’amica non sarebbe morta. Sapevo di raccontargli quello che già sapeva; e lui, che stava a qualche metro da me, mi fissava con una espressione di sorpresa e di gratitudine. Non aveva dimenticato quell’avventura, ma certo, ascoltandomi, la stava rivivendo. Non pensava che un vecchio signore del sud potesse conoscere quella storia. Mi ha risposto, con il suo tedesco, e la voce della traduttrice che gli stava accanto, di trovare la mia memoria di quel fatto una cosa “gentile”. Ho aggiunto, poi,  che avevo fatto vedere alcune sequenze del suo “Nel paese del silenzio e dell’oscurità”, ai miei scolari di dieci anni, quando insegnavo. Herzog continuava a fissarmi e, quando ha preso di nuovo la parola, mi ha confessato, come gli si fosse illuminato il cuore in quel momento, che il film che gli avevo nominato era quello che amava di più, il più “profondo”. Mentre esce dal cinema, lo avvicino e, un po’ confusamente, gli chiedo se gli sia mai capitato di rivedere, in tutti quegli anni, la signora Fini, la donna sordocieca (meravigliosa protagonista del suo film). Mi risponde in inglese, sommerso da una decina di ragazzi; in quello che dice capisco soltanto che è felice, spiazzato dal mistero che uno sconosciuto gli ricordasse quel nome. Prima di sparire, aggiunge: ”Grazie” [Rocco Brindisi]

Una foto di Dio bambino (di Rocco Brindisi)

Qualcuno dovrebbe avere una foto di Dio bambino; non del bambino chiamato Cristo, ma un ritratto del Creatore del mondo, sorpreso nella sua infanzia, mentre guarda malinconicamente la propria eternità.  Mia madre, non l’ho mai vista guardare un ritratto, non l’ho mai sentita nominarne uno. Ho appena letto a Angela, che aveva pianto, alcune pagine del libro di Anne Tyler: “La ragazza nel giardino”. Ho proseguito, nonostante la bocca impastata. Durante una pausa, ha riaperto gli occhi due secondi per dirmi che era ancora sveglia e ho visto la dolcezza di una bambina felice di addormentarsi nella voce del padre. Ho ripreso a leggere, e quando si è addormentata, ho annusato l’aria per sentire l’odore del sonno. Alzandomi, ho sbattuto la testa contro il soffitto, ho poggiato il libro sul ripiano del guardaroba; scendo gli scalini con la solita cautela, di traverso, pensando che un giorno o l’altro potrei mettere un piede in  fallo e sfracellarmi sui radiatori. Mi viene da ridere. Esco a fumare sul ballatoio, rientro, per uscire di nuovo, infagottato dalla testa ai piedi. [Rocco Brindisi]

Raccontami qualcosa, come facevi una volta (di Rocco Brindisi)

Ascolto  “Hona” di Boubacar Traore.  Mi sono svegliato con una malinconia che mi spezza le ossa. Elena portava un fazzoletto in testa; quando si affaccendava in cucina. Lo pretendeva mio fratello Totore. Mia sorella schiaccerebbe questa malinconia come un pidocchio tra i capelli. Sulla scrivania, una decina di segnalibri colorati, dipinti  dai miei scolari. Ce n’è uno, grande, di cartone, dove l’autore ha scritto “Rocco sei troppo buffo”. Li ho amati senza ombre, e, non ho dubbi, li ho portati per mano nella loro gioia. Mi sarà perdonato molto, per questo. Raccontami qualcosa, come facevi una volta. [Rocco Brindisi]

La ragazza che ama Dostoewskij (di Rocco Brindisi)

F. M. Dostoevskij

Una ragazza conversa con Muratov, amico di Anna Politkovskaia, fatta ammazzare da Putin, il Pavone del Kremlino.
Sulle pareti, le foto dei giornalisti fatti ammazzare per ordine o semplice desiderio del Pavone.
La ragazza ha lo sguardo di Grushenka, Sonia, la Signora col cagnolino di Cechov.
Le unghie delle sue dita potrebbero essere smaltate di blu, come quelle della donna che amava tenersi bella, dal suo cadavere rattrappito, vengono fuori tre dita pittate, che sono la trinità del Tempo, della Corsa Paralizzata della Giovinezza, dello Sguardo in Amore, al mattino.
Dall’altro lato del tavolo, la ragazza che ama Dostoewskij, le Anime morte, il divano di Oblomov, la Donna di Picche di Puskin, cerca di capire, è in ascolto, più inquieta della storia di Dio, ma anche razionale, ironica, calma.
La conversazione è quasi senza aggettivi.
Muratov, anche lui cerca di capire, parlando. La Russia che si respira nella stanza è la tenebra di Stalker, il film di Tarkowski, ma è anche la luce disperata delle parole mai asservite, mai morte.
La ragazza e Muratov si ascoltano. Nessuna vanità, neanche quella dello sgomento.
Chi pronuncia la parola “guerra” rischia fino a dodici anni di carcere. La Russia Necrofora s’imbelletta di Verità come una Troia.
Giudici, poliziotti, cartomanti del Pavone, si lavano i denti ogni mattina.

Misurare, millimetrare, ridisegnare: su “quattro ” di Italo Testa

1921434499_ee1f044032Scriverò di quattro (Oèdipus Edizioni, Salerno 2021) di Italo Testa prendendo avvio dai primi righi del risvolto di copertina, ma per provarmi a formulare una precisa teoria interpretativa del libro: «Quattro in una stanza. Tre estati. Due extraterrestri. Un poema continuo. Se un giorno, un’invasione dallo spazio, due corpi caduti nel tempo, quattro occhi a vegliare nel buio. Inizia la vita bigemina […]».  Continua a leggere Misurare, millimetrare, ridisegnare: su “quattro ” di Italo Testa

Di una nuova peste rossa. Massimo Sannelli e Sante Notarnicola

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di Lorenzo Mari

Scrivo e riscrivo, ma alla fine è tutto da rifare, pensando alla lotta di classico di Massimo Sannelli.

Beninteso, niente è sbagliato: l’ortodossia, se riesce ancora, in qualche modo, a colpire, colpisce altrove.

Scrivo e riscrivo, faccio e rifaccio, semplicemente, perché fa rifà anche Sannelli, impegnato da anni in un lavoro di cancellazione, ripubblicazione e mutazione della propria opera. È un lavoro e insieme uno spreco (non in senso morale, né in senso qualitativo, etc.) che ne ha modificato profondamente, in primo luogo, l’autorialità, spingendola, innanzitutto, verso i territori dell’autopubblicazione. Territori apparentemente marginali rispetto al sistema letterario, territori sui quali vigono i sospetti maliziosamente istillati dal sistema stesso – …e la qualità? e il controllo? – territori, infine, che Sannelli cerca continuamente di minare, rendendo instabile e precaria tanto la sua andatura quanto la nostra. Un obiettivo di importanza cruciale nella sua poiesis, credo, come in molte altre che ambiscano, non senza una certa attitudine metafisica, a una qualche autenticità di fondo.  Continua a leggere Di una nuova peste rossa. Massimo Sannelli e Sante Notarnicola

“La vita impressa” di Ranieri Teti

la vita impressaLa pregnante ambivalenza del titolo del libro più recente di Ranieri Teti  La vita impressa (Book Editore, Ro Ferrarese 2022) introduce subito all’almeno duplice natura di questo libro: vi si seguiranno le tracce impresse dall’esistere e si seguiranno le connessioni tra scrittura (quello che l’arte tipografica imprime sulla pagina) ed esistenza. L’elegantissima filigrana della scrittura, infatti, così aerea eppure concreta, così rarefatta e allusiva deriva, in realtà, da materiali incandescenti e magmatici (sentimenti, pensieri, esperienze vissute, sogni, mancanze, errori, luoghi frequentati, voci care…) che un annoso lavorio di filtraggio, di presa di distanza, di rasciugamento di ogni sbavatura sentimentale e psicologizzante ha trasformato in testi dalla forma (anche tipografica) rigorosa e chiusa, geometrica e ascetica. 

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Ad limina scripturae: su “Misura del sonno” di Federico Federici

federici_tiresiaMi provo a riflettere sul libro di Federico Federici Misura del sonno (e altre ricerche verbovisive) / Maß des Schlafes (und andere verbovisuelle Forschungen) pubblicato da Anterem Edizioni / Cierre Grafica nel 2021, in termini di realismo, ma emendato tale termine, ovviamente, da ogni pregiudizio o definizione o collocazione storico-letteraria tradizionale o aprioristica; la res è da pensare, in questo caso, secondo le acquisizioni più recenti della fisica quantistica, delle teorie che muovono dal concetto di campo, di frattale, di onda e secondo gli avanzamenti di carattere teorico ed estetico delle scritture di ricerca, delle scritture asemiche, del visual poetry e del language poetry, nonché a partire dalle filosofie dell’interrelazione tra individuo e ambiente, tra linguaggio e psiche, tra percezione e conoscenza.

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Scritto 71

wolfgang_laibQuello di Wolfgang Laib è sempre un atto di riconoscenza nei confronti del mondo e di sua (laica) (silenziosa) riconsacrazione: il polline, il latte, la cera, il riso, il legno, il marmo, il duttile e luminoso metallo sono gli elementi costitutivi del suo fare. E il risultato visibile è soltanto il momento d’arrivo di un lungo, paziente cercare o di un lungo, paziente preparare: i mesi nei boschi a raccogliere il polline, le ore (il corpomente concentratissimo e raccolto in sé, nella sua muscolatura, nel silenzio dell’equilibrio tra respiro e tensione, tra battito cardiaco e gesto che posa, inserisce, addensa, versa, livella, sparge) per disporre i coni di riso, le barchette di metallo, i rettangoli di polline luminoso, il latte nelle impercettibili escavazioni nel marmo.

Meditante fare, sovrana calma, accoglienti geometrie.

Fragilissime tessiture del pensiero, armonie del silenzio, luce emanata dal (semplice) stare del polline sul pavimento, del riso accanto al marmo, della cera in architetture di sobria, commovente bellezza.

Biancore e ambrata luce, mandala creati con elementi che non comportano violenza alla loro origine, mandala da posare con la paziente cura del monaco che prega il proprio dio o il cosmo, se pregare è ripetere a sé stessi quanto sacra sia la vita, quanto fragile, quanto struggente nella sua disarmata bellezza.  

Le ragazze che indossano camicie bianche (di Rocco Brindisi)

Marc Chagall, Nudo sdraiato,1914Sarebbero passati vent’anni e avrei conosciuto Giorgio. Avrei amato le ragazze che indossano camicie bianche, sbottonate, in alto, che si allungavano sui jeans. Lo avrei amato perché quello era il destino. Avrei pianto d’amore, vedendolo accartocciare bottiglie di plastica sul balcone. Avrei chiesto, alla ragazza con la camicia infilata nei jeans, di rimetterla fuori? Non ne avrei avuto il coraggio. Eppure, che incanto, le camicie che scivolano sulle anche! Così rara, la pelle di una camicia, che scende, giù, sulle braccia, e si apre, sul petto, senza mai spalancarsi! La pelle di “Quizas, quizas”, la canzone che nessuna ragazza canta negli androni, sulle scale, nei balconi d’Occidente. Non importa che la camicia abbia ricami. Potrebbe avere il colletto, non averlo. Una spilla d’oro, dalle parti del capezzolo? Potrebbe risultare superflua. Niente estranei, su quel biancore. Né celeste né azzurra né turchese, ma bianca. E dove le mani finiscono, polsini che lasciano entrare il vento. [Rocco Brindisi]

La rivoluzione ha ignorato Bach / seconda parte (di Rocco Brindisi)

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(QUI LA PRIMA PARTE)

Fu in quell’anno, era il ’77, che arse vivo un bambino, nell’androne di un palazzo dove qualcuno aveva gettato una molotov.

Il sonno. Il dono incredibile del sonno. L’insonnia di Émile Cioran, che, affermava, era stata la sua amante perfetta, l’unica realtà senza maschere, un dono che lo costringeva a girare tutta la notte ascoltando i suoi passi sui ciottoli. Un bambino raccoglie un dito di fango, ci sputa sopra, lo passa sugli occhi spenti di Dio che, finalmente, dorme. E, dormendo, vede il mondo, il dolore senza speranze, la sua mostruosità, la la propria grottesca perfezione e quella, altrettanto ironica, delle stelle. Per molti esseri umani, svegliarsi è un incubo. La madre di Cioran amava Bach, lo ascoltava, lo suonava. Quest’amore lo passò al figlio, che ha amato Bach fino alla fine. Diceva che Bach va oltre Dio. La rivoluzione ha ignorato Bach. Giorgio cercava la gioia di Bach e la trovava anche quando non riusciva più a carezzare la donna che amava, perché le sue mani erano diventate un ornamento: avrebbe potuto pensare che le sue mani fossero un’ombra perfida del suo corpo, ma non lo pensava. Non pensava che alla gioia di ascoltare la gioia. Mia madre avrebbe amato Bach. Lei, che era una maestra dei rammendi, avrebbe ricucito gli strappi della pelle di Dio con quella musica. Avrebbe ricucito le ferite del sonno dei suoi figli.  Continua a leggere La rivoluzione ha ignorato Bach / seconda parte (di Rocco Brindisi)

La rivoluzione ha ignorato Bach / prima parte (di Rocco Brindisi)

img_2270Il giorno del rapimento di Moro, la piazza grande era affollata. La maggior parte della gente passeggiava. Pure i compagni, che di solito la evitavano. Non ricordo se ci fosse il sole. Leggevo, nei loro volti, una quieta esaltazione.  Quello che era successo non mi commuoveva e neanche m’inquietava. Mi incuriosiva.  Non  mi sentivo toccato dal massacro della scorta. Non amavo i poliziotti, nessun poliziotto si era mai ribellato a un ordine ingiusto, al disonore di sparare su una folla. Questa convinzione non mi ha mai abbandonato. È anche vero che non ho mai applaudito all’uccisione di un poliziotto.  Continua a leggere La rivoluzione ha ignorato Bach / prima parte (di Rocco Brindisi)

Sguardo, sguardi. Finestre

nadotti_berger_kunowskyEcco L’intatta coerenza dello sguardo di Maria Nadotti – e desidero fare due precisazioni (la prima generale, la seconda di carattere personale) nell’introdurre questa magnifica proposta apparsa nelle ultime settimane nella collana Prova d’Artista curata da Domenico Brancale per le Edizioni della Galerie Bordas di Venezia: Maria Nadotti è scrittrice, saggista e traduttrice generosa che mette spesso la propria scrittura (limpida ed elegante perché espressione di un pensiero limpido ed elegante) al servizio di altre scritture altrettanto generose e decisive nella nostra contemporaneità e mi limito qui soltanto a ricordare quanto si sia adoperata perché in Italia si venisse a conoscere il pensiero di bell hooks; devo a lei quella che mi piace chiamare “la mia passione bergeriana”, dal momento che nella mia biblioteca sono presenti pressoché tutti i libri di John Berger tradotti e spesso introdotti o commentati da Maria Nadotti ed è stato proprio il tramite di questi commenti,  introduzioni e traduzioni che di volta in volta mi ha spinto a comprare un nuovo volume di Berger   –   –   –   bruciante agisce in me il rimpianto di non avere mai avuto l’occasione d’incontrarlo.  Continua a leggere Sguardo, sguardi. Finestre

Due paginette del diario torinese (di Rocco Brindisi)

jodice_lecceVedo la casa ed è notte. La cucina è illuminata; un chiarore caldo, malinconico. A un lato della finestra,  la madre di Franco (sul terrazzino, tanti anni fa, Franco leggeva ad alta voce, un uomo, entusiasta, le mie deliranti poesie da Dolce Stil Novo). La madre vive al primo piano. Più in alto abita il secondogenito, anche lui da solo: un uomo invecchiato nei rimpianti: quando il nome dei figli, e quello di una donna che hai amato, chissà quando, ti batte alle tempie e cerchi i loro corpi in bocca e non li trovi, e guardi una finestra. La madre, seduta su una vecchia sedia ingiallita, guarda la notte. A due passi dalla casa, dalla mestizia orgogliosa della donna, c’è il vicolo VI Rosica, dove sono nato;  in questo momento è più lontano e disincarnato della luna. Sono qui, sospeso per aria, forse.  La madre di Franco ha una chioma bianca, quella di una signora di ottant’anni che ha cura dei propri capelli, ancora belli. Quando ero bambino, aveva messo sù una merceria, sotto  casa. Ci andavo a comprare una spoletta di cotone, una fettuccia, un ago, mi piaceva starle vicino, frugare con gli occhi nella vetrinetta del banco. C’era qualcosa di regale e remoto nel suo sguardo. Mi attirava la bontà delle sue mani. Ora che siamo invecchiati, Franco mi racconta sua madre;  Continua a leggere Due paginette del diario torinese (di Rocco Brindisi)