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La ragazza che ama Dostoewskij (di Rocco Brindisi)

F. M. Dostoevskij

Una ragazza conversa con Muratov, amico di Anna Politkovskaia, fatta ammazzare da Putin, il Pavone del Kremlino.
Sulle pareti, le foto dei giornalisti fatti ammazzare per ordine o semplice desiderio del Pavone.
La ragazza ha lo sguardo di Grushenka, Sonia, la Signora col cagnolino di Cechov.
Le unghie delle sue dita potrebbero essere smaltate di blu, come quelle della donna che amava tenersi bella, dal suo cadavere rattrappito, vengono fuori tre dita pittate, che sono la trinità del Tempo, della Corsa Paralizzata della Giovinezza, dello Sguardo in Amore, al mattino.
Dall’altro lato del tavolo, la ragazza che ama Dostoewskij, le Anime morte, il divano di Oblomov, la Donna di Picche di Puskin, cerca di capire, è in ascolto, più inquieta della storia di Dio, ma anche razionale, ironica, calma.
La conversazione è quasi senza aggettivi.
Muratov, anche lui cerca di capire, parlando. La Russia che si respira nella stanza è la tenebra di Stalker, il film di Tarkowski, ma è anche la luce disperata delle parole mai asservite, mai morte.
La ragazza e Muratov si ascoltano. Nessuna vanità, neanche quella dello sgomento.
Chi pronuncia la parola “guerra” rischia fino a dodici anni di carcere. La Russia Necrofora s’imbelletta di Verità come una Troia.
Giudici, poliziotti, cartomanti del Pavone, si lavano i denti ogni mattina.

Misurare, millimetrare, ridisegnare: su “quattro ” di Italo Testa

1921434499_ee1f044032Scriverò di quattro (Oèdipus Edizioni, Salerno 2021) di Italo Testa prendendo avvio dai primi righi del risvolto di copertina, ma per provarmi a formulare una precisa teoria interpretativa del libro: «Quattro in una stanza. Tre estati. Due extraterrestri. Un poema continuo. Se un giorno, un’invasione dallo spazio, due corpi caduti nel tempo, quattro occhi a vegliare nel buio. Inizia la vita bigemina […]».  Continua a leggere Misurare, millimetrare, ridisegnare: su “quattro ” di Italo Testa

Di una nuova peste rossa. Massimo Sannelli e Sante Notarnicola

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di Lorenzo Mari

Scrivo e riscrivo, ma alla fine è tutto da rifare, pensando alla lotta di classico di Massimo Sannelli.

Beninteso, niente è sbagliato: l’ortodossia, se riesce ancora, in qualche modo, a colpire, colpisce altrove.

Scrivo e riscrivo, faccio e rifaccio, semplicemente, perché fa rifà anche Sannelli, impegnato da anni in un lavoro di cancellazione, ripubblicazione e mutazione della propria opera. È un lavoro e insieme uno spreco (non in senso morale, né in senso qualitativo, etc.) che ne ha modificato profondamente, in primo luogo, l’autorialità, spingendola, innanzitutto, verso i territori dell’autopubblicazione. Territori apparentemente marginali rispetto al sistema letterario, territori sui quali vigono i sospetti maliziosamente istillati dal sistema stesso – …e la qualità? e il controllo? – territori, infine, che Sannelli cerca continuamente di minare, rendendo instabile e precaria tanto la sua andatura quanto la nostra. Un obiettivo di importanza cruciale nella sua poiesis, credo, come in molte altre che ambiscano, non senza una certa attitudine metafisica, a una qualche autenticità di fondo.  Continua a leggere Di una nuova peste rossa. Massimo Sannelli e Sante Notarnicola

“La vita impressa” di Ranieri Teti

la vita impressaLa pregnante ambivalenza del titolo del libro più recente di Ranieri Teti  La vita impressa (Book Editore, Ro Ferrarese 2022) introduce subito all’almeno duplice natura di questo libro: vi si seguiranno le tracce impresse dall’esistere e si seguiranno le connessioni tra scrittura (quello che l’arte tipografica imprime sulla pagina) ed esistenza. L’elegantissima filigrana della scrittura, infatti, così aerea eppure concreta, così rarefatta e allusiva deriva, in realtà, da materiali incandescenti e magmatici (sentimenti, pensieri, esperienze vissute, sogni, mancanze, errori, luoghi frequentati, voci care…) che un annoso lavorio di filtraggio, di presa di distanza, di rasciugamento di ogni sbavatura sentimentale e psicologizzante ha trasformato in testi dalla forma (anche tipografica) rigorosa e chiusa, geometrica e ascetica. 

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Ad limina scripturae: su “Misura del sonno” di Federico Federici

federici_tiresiaMi provo a riflettere sul libro di Federico Federici Misura del sonno (e altre ricerche verbovisive) / Maß des Schlafes (und andere verbovisuelle Forschungen) pubblicato da Anterem Edizioni / Cierre Grafica nel 2021, in termini di realismo, ma emendato tale termine, ovviamente, da ogni pregiudizio o definizione o collocazione storico-letteraria tradizionale o aprioristica; la res è da pensare, in questo caso, secondo le acquisizioni più recenti della fisica quantistica, delle teorie che muovono dal concetto di campo, di frattale, di onda e secondo gli avanzamenti di carattere teorico ed estetico delle scritture di ricerca, delle scritture asemiche, del visual poetry e del language poetry, nonché a partire dalle filosofie dell’interrelazione tra individuo e ambiente, tra linguaggio e psiche, tra percezione e conoscenza.

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Scritto 71

wolfgang_laibQuello di Wolfgang Laib è sempre un atto di riconoscenza nei confronti del mondo e di sua (laica) (silenziosa) riconsacrazione: il polline, il latte, la cera, il riso, il legno, il marmo, il duttile e luminoso metallo sono gli elementi costitutivi del suo fare. E il risultato visibile è soltanto il momento d’arrivo di un lungo, paziente cercare o di un lungo, paziente preparare: i mesi nei boschi a raccogliere il polline, le ore (il corpomente concentratissimo e raccolto in sé, nella sua muscolatura, nel silenzio dell’equilibrio tra respiro e tensione, tra battito cardiaco e gesto che posa, inserisce, addensa, versa, livella, sparge) per disporre i coni di riso, le barchette di metallo, i rettangoli di polline luminoso, il latte nelle impercettibili escavazioni nel marmo.

Meditante fare, sovrana calma, accoglienti geometrie.

Fragilissime tessiture del pensiero, armonie del silenzio, luce emanata dal (semplice) stare del polline sul pavimento, del riso accanto al marmo, della cera in architetture di sobria, commovente bellezza.

Biancore e ambrata luce, mandala creati con elementi che non comportano violenza alla loro origine, mandala da posare con la paziente cura del monaco che prega il proprio dio o il cosmo, se pregare è ripetere a sé stessi quanto sacra sia la vita, quanto fragile, quanto struggente nella sua disarmata bellezza.  

Le ragazze che indossano camicie bianche (di Rocco Brindisi)

Marc Chagall, Nudo sdraiato,1914Sarebbero passati vent’anni e avrei conosciuto Giorgio. Avrei amato le ragazze che indossano camicie bianche, sbottonate, in alto, che si allungavano sui jeans. Lo avrei amato perché quello era il destino. Avrei pianto d’amore, vedendolo accartocciare bottiglie di plastica sul balcone. Avrei chiesto, alla ragazza con la camicia infilata nei jeans, di rimetterla fuori? Non ne avrei avuto il coraggio. Eppure, che incanto, le camicie che scivolano sulle anche! Così rara, la pelle di una camicia, che scende, giù, sulle braccia, e si apre, sul petto, senza mai spalancarsi! La pelle di “Quizas, quizas”, la canzone che nessuna ragazza canta negli androni, sulle scale, nei balconi d’Occidente. Non importa che la camicia abbia ricami. Potrebbe avere il colletto, non averlo. Una spilla d’oro, dalle parti del capezzolo? Potrebbe risultare superflua. Niente estranei, su quel biancore. Né celeste né azzurra né turchese, ma bianca. E dove le mani finiscono, polsini che lasciano entrare il vento. [Rocco Brindisi]

La rivoluzione ha ignorato Bach / seconda parte (di Rocco Brindisi)

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(QUI LA PRIMA PARTE)

Fu in quell’anno, era il ’77, che arse vivo un bambino, nell’androne di un palazzo dove qualcuno aveva gettato una molotov.

Il sonno. Il dono incredibile del sonno. L’insonnia di Émile Cioran, che, affermava, era stata la sua amante perfetta, l’unica realtà senza maschere, un dono che lo costringeva a girare tutta la notte ascoltando i suoi passi sui ciottoli. Un bambino raccoglie un dito di fango, ci sputa sopra, lo passa sugli occhi spenti di Dio che, finalmente, dorme. E, dormendo, vede il mondo, il dolore senza speranze, la sua mostruosità, la la propria grottesca perfezione e quella, altrettanto ironica, delle stelle. Per molti esseri umani, svegliarsi è un incubo. La madre di Cioran amava Bach, lo ascoltava, lo suonava. Quest’amore lo passò al figlio, che ha amato Bach fino alla fine. Diceva che Bach va oltre Dio. La rivoluzione ha ignorato Bach. Giorgio cercava la gioia di Bach e la trovava anche quando non riusciva più a carezzare la donna che amava, perché le sue mani erano diventate un ornamento: avrebbe potuto pensare che le sue mani fossero un’ombra perfida del suo corpo, ma non lo pensava. Non pensava che alla gioia di ascoltare la gioia. Mia madre avrebbe amato Bach. Lei, che era una maestra dei rammendi, avrebbe ricucito gli strappi della pelle di Dio con quella musica. Avrebbe ricucito le ferite del sonno dei suoi figli.  Continua a leggere La rivoluzione ha ignorato Bach / seconda parte (di Rocco Brindisi)

La rivoluzione ha ignorato Bach / prima parte (di Rocco Brindisi)

img_2270Il giorno del rapimento di Moro, la piazza grande era affollata. La maggior parte della gente passeggiava. Pure i compagni, che di solito la evitavano. Non ricordo se ci fosse il sole. Leggevo, nei loro volti, una quieta esaltazione.  Quello che era successo non mi commuoveva e neanche m’inquietava. Mi incuriosiva.  Non  mi sentivo toccato dal massacro della scorta. Non amavo i poliziotti, nessun poliziotto si era mai ribellato a un ordine ingiusto, al disonore di sparare su una folla. Questa convinzione non mi ha mai abbandonato. È anche vero che non ho mai applaudito all’uccisione di un poliziotto.  Continua a leggere La rivoluzione ha ignorato Bach / prima parte (di Rocco Brindisi)

Sguardo, sguardi. Finestre

nadotti_berger_kunowskyEcco L’intatta coerenza dello sguardo di Maria Nadotti – e desidero fare due precisazioni (la prima generale, la seconda di carattere personale) nell’introdurre questa magnifica proposta apparsa nelle ultime settimane nella collana Prova d’Artista curata da Domenico Brancale per le Edizioni della Galerie Bordas di Venezia: Maria Nadotti è scrittrice, saggista e traduttrice generosa che mette spesso la propria scrittura (limpida ed elegante perché espressione di un pensiero limpido ed elegante) al servizio di altre scritture altrettanto generose e decisive nella nostra contemporaneità e mi limito qui soltanto a ricordare quanto si sia adoperata perché in Italia si venisse a conoscere il pensiero di bell hooks; devo a lei quella che mi piace chiamare “la mia passione bergeriana”, dal momento che nella mia biblioteca sono presenti pressoché tutti i libri di John Berger tradotti e spesso introdotti o commentati da Maria Nadotti ed è stato proprio il tramite di questi commenti,  introduzioni e traduzioni che di volta in volta mi ha spinto a comprare un nuovo volume di Berger   –   –   –   bruciante agisce in me il rimpianto di non avere mai avuto l’occasione d’incontrarlo.  Continua a leggere Sguardo, sguardi. Finestre

Due paginette del diario torinese (di Rocco Brindisi)

jodice_lecceVedo la casa ed è notte. La cucina è illuminata; un chiarore caldo, malinconico. A un lato della finestra,  la madre di Franco (sul terrazzino, tanti anni fa, Franco leggeva ad alta voce, un uomo, entusiasta, le mie deliranti poesie da Dolce Stil Novo). La madre vive al primo piano. Più in alto abita il secondogenito, anche lui da solo: un uomo invecchiato nei rimpianti: quando il nome dei figli, e quello di una donna che hai amato, chissà quando, ti batte alle tempie e cerchi i loro corpi in bocca e non li trovi, e guardi una finestra. La madre, seduta su una vecchia sedia ingiallita, guarda la notte. A due passi dalla casa, dalla mestizia orgogliosa della donna, c’è il vicolo VI Rosica, dove sono nato;  in questo momento è più lontano e disincarnato della luna. Sono qui, sospeso per aria, forse.  La madre di Franco ha una chioma bianca, quella di una signora di ottant’anni che ha cura dei propri capelli, ancora belli. Quando ero bambino, aveva messo sù una merceria, sotto  casa. Ci andavo a comprare una spoletta di cotone, una fettuccia, un ago, mi piaceva starle vicino, frugare con gli occhi nella vetrinetta del banco. C’era qualcosa di regale e remoto nel suo sguardo. Mi attirava la bontà delle sue mani. Ora che siamo invecchiati, Franco mi racconta sua madre;  Continua a leggere Due paginette del diario torinese (di Rocco Brindisi)

Storie, una nell’altra (di Rocco Brindisi)

Lorenzo Alessandri, Studio per un ritratto di Piera Oppezzo, 1953Non sento più il vento. Ieri siamo andati al cinema. Io e Angela. Sarebbe stato bello fosse venuta anche Anna. Ma in questi giorni, Angela respira meglio senza la sorella. Mi è negata la felicità di stare in mezzo a loro, e questo mi brucia. Ma guardo la grossa sciarpa di Angela, il piumino rosso. L’ho convinta a comprare un piumino rosso. Indossava sempre quelli neri. Il rosso le restituisce l’adolescenza.  Il film: “La notte più lunga dell’anno” è ambientato a Potenza, la città che abbiamo lasciato. Si svolge di notte, dall’inizio alla fine. Nessuna nostalgia, a guardare i luoghi che conosco. Nessuna patina di vecchiezza o di già visto. Come tutte le città del mondo è cieca e, sullo schermo, non appaiono segni della sua, della mia infanzia. Questa smemoratezza calma il mio sguardo, non mi opprime. Perdòno tutto. Non comparirà mia madre né il mio amore buono, che stanno nel dolce abisso dei morti. Sono quattro storie, una nell’altra. La donna che riscalda il tè per il padre e lo guarda con un amore notturno; l’uomo guarda la figlia con una quieta eternità negli occhi. L’uomo ha due tubicini infilati nel naso, racconta l’anima dei pesci; le finestre di quella casa sognano la neve. La figlia, sui quarant’anni, esce per andare al lavoro, fa la cubista in un locale notturno. Bella, immersa in un dolore di seta. La vediamo ballare in una sala affollata. Non sopporto le scene girate  in una discoteca, provo un senso di repulsione, sempre. Ma lei balla da regina del disamore che si dona. Il suo corpo lacera l’eternità che, finalmente, perde sangue. In un altro episodio, un uomo torna a casa, è ancora  e sempre notte, si toglie le scarpe nell’ingresso, con una malinconia aliena, come se tutti i gesti possibili, sulla terra, si fossero addormentati, per prendere pace, nella pietà di un bambino-fantasma che non sta, da tempo, al gioco disperato della disperazione del tempo e ne ha solo pietà. Sale il chiarore del giorno. Sono qui, a scrivere, benedetto dal sonno di Angela sulla mia testa. [Rocco Brindisi]

Piergiorgio Welby (di Rocco Brindisi)

3125927086_31d49f242dPiergiorgio Welby viveva in un letto da 17 anni. Non poteva muovere neanche un dito, del proprio corpo; riusciva a parlare solo attraverso la sua voce pensata: un artificio elettronico. Con la sua voce pensata,  diceva che la vita è una passeggiata notturna con un amico, il vento nei capelli, un amore che ti lascia…. Aveva chiesto più volte di poter morire, perché  il suo corpo era diventato cieco, non aveva più memoria di sé. La sua mente, invece, aveva una memoria struggente delle cose, delle persone che aveva sfiorato, toccato, chiamato per nome, con la sua voce, amato. Non trovava naturale essere prigioniero di un corpo insensibile, avere labbra ornamentali, che non servivano a baciare, a socchiudersi per un improvviso stupore, una meraviglia; non trovava naturale essere attraversato da tubi; non sopportava di non provare, da un tempo immemorabile, la piccola, fraterna felicità di comandare alla vescica di sgonfiarsi; rifiutava la tristezza di addormentarsi senza poter mai reclinare il capo da un lato; non era stato facile rassegnarsi all’assenza di odori, sapori; doveva rinunciare, per sempre, al gesto  tenero, involontario, di spettinare un amico, una donna. Aveva chiesto di morire, come, da assetati, si chiede un bicchiere d’acqua. “Avete letto dove è scritto Non voglio sacrificio ma misericordia!“, si grida nel Vangelo; ma i preti gridarono  allo scandalo per il suo rifiuto di patire. Quando un altro essere umano lo liberò dall’umiliazione di non morire, i preti non gli concessero i funerali religiosi, perché la Chiesa riteneva non si fosse trattato di suicidio, per il quale si presuppone sia venuta a mancare –  la piena avvertenza e il deliberato consenso –  Per la Chiesa, Welby aveva chiesto, coscientemente, di essere “ucciso”.  [Rocco Brindisi]

Se penso agli amici… (di Rocco Brindisi)

Lisa SammarcoSe penso agli amici che mi ha dispensato il destino mi sale un groppo di felicità in gola. E a volte piango. In aggiunta, se non credo in Dio, e non credere in Dio vuol dire, per me, non credere nella sua Innocenza, amo i bambini che pronunciano il suo nome con una voce mille volte più pura del silenzio degli astri. Amo il sonno dei miei amici, i loro risvegli, la pigrizia in amore dei loro mattini. Gigi guarda la donna che gli sta accanto, ama teneramente il lenzuolo che non la copre, il guanciale, il suo respiro impercettibile, la somma dei giorni. Giuliano pensa all’amico lontano, va alla finestra e sente il cuore di questo autunno spezzarsi senza un gemito.  Piero legge il Libro delle Ore, nell’albergo di Lisbona; stanotte ha sognato di impastare la lingua del figlio e, con la lingua, la sua voce; più tardi si recherà in ospedale con gli altri due figli, Luigi e Giovanni,  consolerà quella città con la sua preghiera danzante. Giorgio accenderà una delle sue sigarette nei viali dei morti. Carlo si ricorderà di amarmi e sorriderà di avere una porta da aprirmi, quando sarà. Anche lì, le lune si spegneranno come lampade su un libro che ci ha dato una gioia misteriosa. Angela dorme. Anna mi ha chiamato per dirmi che vuole parlarmi, ma io non ho nessuna voglia di parlare: desidero solo che le mie figlie si amino, passeggiando. Potrei dirle questo e nient’altro. [Rocco Brindisi]

Angela, Anna e le tane d’ombre (di Rocco Brindisi)

campigli_donna_in_bluQualcuno dovrebbe avere una foto di Dio bambino; non del bambino chiamato Cristo, ma un ritratto del Creatore del mondo, sorpreso nella sua infanzia, mentre guarda malinconicamente la propria eternità.  Mia madre non ha mai pensato di fissare un momento della mia vita, di  bloccarlo; non ha mai sognato  di conservare quell’istante, per ritrovarlo chissà quando. Non succhiava “ il volto, lo sguardo dei figli”. Si ritraeva, quando le mostravano una foto, quando un conoscente le chiedeva di cercarne una, dentro casa. Non l’ho mai vista guardare un ritratto, non l’ho mai sentita nominarne uno. È notte.  Continua a leggere Angela, Anna e le tane d’ombre (di Rocco Brindisi)

Ho steso le mutandine alla fune (di Rocco Brindisi)

campigli_55Ho steso le mutandine alla fune: le mie e quelle di Angela. Dormiamo nel lettone. A volte (non sempre), quando devo scoreggiare, scendo nel bagno. Abbranco l’asta che arriva al soffitto e faccio le scale, un passo dopo l’altro, lentamente. Dovessi inciampare, finirei contro i radiatori, e l’urto potrebbe risultare letale. Nel bagno mi libero, sorridendo, quando lo sfiato è devastante. Torno a letto. Il volto di Angela, che intravvedo nella penombra, è quello dei suoi dodici anni, evito di fissarlo perché mi stringe il cuore questa magia che ha qualcosa di crudele. In questi giorni mi passa le pillole, le compresse, gli sciroppi, le vitamine; servono per portare il virus alla consunzione. Mi appaiono, d’improvviso, le sue piccole mani, il palmo spalancato; mi porge un bicchiere di carta pieno di un liquido bluastro. Al citofono, le amiche buddiste di Angela; lasciano i sacchetti sulIe sedie, al secondo piano. Il vicino di casa, Gianluca, ci ha fatto un paio di volte la spesa; mi piaceva starmene con lui sul ballatoio: gli dicevo di accostarsi, mi divertiva vincere la sua timidezza; lo invitavo a sedersi, gli chiedevo di arrotolarmi un po’ di tabacco. Sono ancora capace di avventurarmi nel mistero dell’altro, e non lo faccio per diradare il respiro avariato della solitudine. Una sera  se n’è venuto con due bicchieri di vino: l’amicizia tra un vecchio signore, che ama Tetsuro O Hara,  musa di Ozu, e un giovane che insegna Economia al Politecnico. Ieri mi sono affacciato sulla porta, con una coperta di lana che mi copriva la testa, le spalle. Mi ha guardato con la compassione, la fiducia di un ragazzo che sognava lunghe conversazioni, nella luce, o più o meno notturne, con  l’uomo incatarrato, che gli aveva nominato Grushenka dei Fratelli Karamazov. Angela parla al telefono con un amico lontano: vorrei attraversare la città, una di queste notti; salire al secondo piano, in via Barbaroux, al numero 16 e, ancora prima di bloccarmi davanti alla porta, sentirla ridere con qualcuno, un uomo felice di vederla ridere; un uomo che scoppia a piangere davanti alla maestà, inerme, di questa  meravigliosa amica dei giorni. Ricorderei, a un tratto, di essere morto, non cercherò la chiave nelle tasche, mi siederò ad ascoltare.

Dal verso al conflitto / si è spezzato il tempo: su “La terra del rimorso” di Stefano Modeo

tarantoIl demartiniano titolo La terra del rimorso (italic, Ancona 2018) di Stefano Modeo introduce immediatamente dentro un libro in poesia complesso e che della poesia, nella poesia cerca una prospettiva capace di capire il presente e le stratificazioni da cui esso scaturisce.

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“Non mi piace parlare dei film che non amo” di Rocco Brindisi

tre-pianiHo il piacere e l’onore di pubblicare quest’intervento di Rocco Brindisi (che ringrazio) sul film di Nanni Moretti  Tre piani. [A. D.]

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Non mi piace parlare dei film che non amo. Ho amato “Bianca”, “La messa è finita”, “Caro diario”, “Habemus Papam”. ”Ecce bombo”. Mi ha commosso il breve, struggente film sull’ultimo giorno di attività di una farmacia in un quartiere di New York. Il film-documentario sul Cile di Allende ha uno sguardo dolente, fraterno, senza un’ombra di retorica, sui cileni che si ribellarono alla dittatura feroce di Pinochet.

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Breve saggio su “Compass Rose” (2015) di Ashwini Bhat e Forrest Gander

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Il poema è spazio e la tradizionale pagina a stampa non può contenerlo, ma, eventualmente, ospitarne soltanto una pallida raffigurazione.

Ecco allora che il poema deve andare oltre la parola scritta, non ha un inizio né una fine, è (anche letteralmente) aperto e cangiante, ha bisogno di una grande parete, è poema che va letto e contemporaneamente guardato – lo sguardo abbandona il suo abituale muoversi da sinistra a destra, dall’alto verso il basso, alla lettera naviga sulla grande mappa del poema.

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“Succhiando gocce di acqua fresca / dall’ angolo delle pietre”

La poesia di Alfonso Guida trova fin dagli esordi (sul finire degli anni Novanta) e senza tentennamenti né ripensamenti successivi la propria inconfondibile voce, dispiegandosi con un’energia, una continuità e una disciplina singolari.
Scrivo “disciplina” perché (al di là del per lui irrinunciabile endecasillabo – pur variabile nella sede degli accenti principali – che è uno dei marchi di fabbrica guidiani e che già di per sé impone una determinata disciplina compositiva) quella del poeta lucano è obbedienza rigorosa alla poesia quale energia vitale ed esistenziale, quale parola sorgiva (ma non ingenua) e necessaria – necessaria in quanto capace di dire senza vezzi e senza maschere e naturale respiro del pensiero. Guida conferma infatti che la poesia sa essere ancora energia viva e vivente, necessità del vivere stesso capace a sua volta e in una sorta di circolo non autoreferenziale né asfittico di esprimersi quale poesia. Continua a leggere “Succhiando gocce di acqua fresca / dall’ angolo delle pietre”