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Piergiorgio Welby (di Rocco Brindisi)

3125927086_31d49f242dPiergiorgio Welby viveva in un letto da 17 anni. Non poteva muovere neanche un dito, del proprio corpo; riusciva a parlare solo attraverso la sua voce pensata: un artificio elettronico. Con la sua voce pensata,  diceva che la vita è una passeggiata notturna con un amico, il vento nei capelli, un amore che ti lascia…. Aveva chiesto più volte di poter morire, perché  il suo corpo era diventato cieco, non aveva più memoria di sé. La sua mente, invece, aveva una memoria struggente delle cose, delle persone che aveva sfiorato, toccato, chiamato per nome, con la sua voce, amato. Non trovava naturale essere prigioniero di un corpo insensibile, avere labbra ornamentali, che non servivano a baciare, a socchiudersi per un improvviso stupore, una meraviglia; non trovava naturale essere attraversato da tubi; non sopportava di non provare, da un tempo immemorabile, la piccola, fraterna felicità di comandare alla vescica di sgonfiarsi; rifiutava la tristezza di addormentarsi senza poter mai reclinare il capo da un lato; non era stato facile rassegnarsi all’assenza di odori, sapori; doveva rinunciare, per sempre, al gesto  tenero, involontario, di spettinare un amico, una donna. Aveva chiesto di morire, come, da assetati, si chiede un bicchiere d’acqua. “Avete letto dove è scritto Non voglio sacrificio ma misericordia!“, si grida nel Vangelo; ma i preti gridarono  allo scandalo per il suo rifiuto di patire. Quando un altro essere umano lo liberò dall’umiliazione di non morire, i preti non gli concessero i funerali religiosi, perché la Chiesa riteneva non si fosse trattato di suicidio, per il quale si presuppone sia venuta a mancare –  la piena avvertenza e il deliberato consenso –  Per la Chiesa, Welby aveva chiesto, coscientemente, di essere “ucciso”.  [Rocco Brindisi]

Se penso agli amici… (di Rocco Brindisi)

Lisa SammarcoSe penso agli amici che mi ha dispensato il destino mi sale un groppo di felicità in gola. E a volte piango. In aggiunta, se non credo in Dio, e non credere in Dio vuol dire, per me, non credere nella sua Innocenza, amo i bambini che pronunciano il suo nome con una voce mille volte più pura del silenzio degli astri. Amo il sonno dei miei amici, i loro risvegli, la pigrizia in amore dei loro mattini. Gigi guarda la donna che gli sta accanto, ama teneramente il lenzuolo che non la copre, il guanciale, il suo respiro impercettibile, la somma dei giorni. Giuliano pensa all’amico lontano, va alla finestra e sente il cuore di questo autunno spezzarsi senza un gemito.  Piero legge il Libro delle Ore, nell’albergo di Lisbona; stanotte ha sognato di impastare la lingua del figlio e, con la lingua, la sua voce; più tardi si recherà in ospedale con gli altri due figli, Luigi e Giovanni,  consolerà quella città con la sua preghiera danzante. Giorgio accenderà una delle sue sigarette nei viali dei morti. Carlo si ricorderà di amarmi e sorriderà di avere una porta da aprirmi, quando sarà. Anche lì, le lune si spegneranno come lampade su un libro che ci ha dato una gioia misteriosa. Angela dorme. Anna mi ha chiamato per dirmi che vuole parlarmi, ma io non ho nessuna voglia di parlare: desidero solo che le mie figlie si amino, passeggiando. Potrei dirle questo e nient’altro. [Rocco Brindisi]

Angela, Anna e le tane d’ombre (di Rocco Brindisi)

campigli_donna_in_bluQualcuno dovrebbe avere una foto di Dio bambino; non del bambino chiamato Cristo, ma un ritratto del Creatore del mondo, sorpreso nella sua infanzia, mentre guarda malinconicamente la propria eternità.  Mia madre non ha mai pensato di fissare un momento della mia vita, di  bloccarlo; non ha mai sognato  di conservare quell’istante, per ritrovarlo chissà quando. Non succhiava “ il volto, lo sguardo dei figli”. Si ritraeva, quando le mostravano una foto, quando un conoscente le chiedeva di cercarne una, dentro casa. Non l’ho mai vista guardare un ritratto, non l’ho mai sentita nominarne uno. È notte.  Continua a leggere Angela, Anna e le tane d’ombre (di Rocco Brindisi)

Ho steso le mutandine alla fune (di Rocco Brindisi)

campigli_55Ho steso le mutandine alla fune: le mie e quelle di Angela. Dormiamo nel lettone. A volte (non sempre), quando devo scoreggiare, scendo nel bagno. Abbranco l’asta che arriva al soffitto e faccio le scale, un passo dopo l’altro, lentamente. Dovessi inciampare, finirei contro i radiatori, e l’urto potrebbe risultare letale. Nel bagno mi libero, sorridendo, quando lo sfiato è devastante. Torno a letto. Il volto di Angela, che intravvedo nella penombra, è quello dei suoi dodici anni, evito di fissarlo perché mi stringe il cuore questa magia che ha qualcosa di crudele. In questi giorni mi passa le pillole, le compresse, gli sciroppi, le vitamine; servono per portare il virus alla consunzione. Mi appaiono, d’improvviso, le sue piccole mani, il palmo spalancato; mi porge un bicchiere di carta pieno di un liquido bluastro. Al citofono, le amiche buddiste di Angela; lasciano i sacchetti sulIe sedie, al secondo piano. Il vicino di casa, Gianluca, ci ha fatto un paio di volte la spesa; mi piaceva starmene con lui sul ballatoio: gli dicevo di accostarsi, mi divertiva vincere la sua timidezza; lo invitavo a sedersi, gli chiedevo di arrotolarmi un po’ di tabacco. Sono ancora capace di avventurarmi nel mistero dell’altro, e non lo faccio per diradare il respiro avariato della solitudine. Una sera  se n’è venuto con due bicchieri di vino: l’amicizia tra un vecchio signore, che ama Tetsuro O Hara,  musa di Ozu, e un giovane che insegna Economia al Politecnico. Ieri mi sono affacciato sulla porta, con una coperta di lana che mi copriva la testa, le spalle. Mi ha guardato con la compassione, la fiducia di un ragazzo che sognava lunghe conversazioni, nella luce, o più o meno notturne, con  l’uomo incatarrato, che gli aveva nominato Grushenka dei Fratelli Karamazov. Angela parla al telefono con un amico lontano: vorrei attraversare la città, una di queste notti; salire al secondo piano, in via Barbaroux, al numero 16 e, ancora prima di bloccarmi davanti alla porta, sentirla ridere con qualcuno, un uomo felice di vederla ridere; un uomo che scoppia a piangere davanti alla maestà, inerme, di questa  meravigliosa amica dei giorni. Ricorderei, a un tratto, di essere morto, non cercherò la chiave nelle tasche, mi siederò ad ascoltare.

Dal verso al conflitto / si è spezzato il tempo: su “La terra del rimorso” di Stefano Modeo

tarantoIl demartiniano titolo La terra del rimorso (italic, Ancona 2018) di Stefano Modeo introduce immediatamente dentro un libro in poesia complesso e che della poesia, nella poesia cerca una prospettiva capace di capire il presente e le stratificazioni da cui esso scaturisce.

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“Non mi piace parlare dei film che non amo” di Rocco Brindisi

tre-pianiHo il piacere e l’onore di pubblicare quest’intervento di Rocco Brindisi (che ringrazio) sul film di Nanni Moretti  Tre piani. [A. D.]

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Non mi piace parlare dei film che non amo. Ho amato “Bianca”, “La messa è finita”, “Caro diario”, “Habemus Papam”. ”Ecce bombo”. Mi ha commosso il breve, struggente film sull’ultimo giorno di attività di una farmacia in un quartiere di New York. Il film-documentario sul Cile di Allende ha uno sguardo dolente, fraterno, senza un’ombra di retorica, sui cileni che si ribellarono alla dittatura feroce di Pinochet.

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Breve saggio su “Compass Rose” (2015) di Ashwini Bhat e Forrest Gander

compass rose

Il poema è spazio e la tradizionale pagina a stampa non può contenerlo, ma, eventualmente, ospitarne soltanto una pallida raffigurazione.

Ecco allora che il poema deve andare oltre la parola scritta, non ha un inizio né una fine, è (anche letteralmente) aperto e cangiante, ha bisogno di una grande parete, è poema che va letto e contemporaneamente guardato – lo sguardo abbandona il suo abituale muoversi da sinistra a destra, dall’alto verso il basso, alla lettera naviga sulla grande mappa del poema.

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“Succhiando gocce di acqua fresca / dall’ angolo delle pietre”

La poesia di Alfonso Guida trova fin dagli esordi (sul finire degli anni Novanta) e senza tentennamenti né ripensamenti successivi la propria inconfondibile voce, dispiegandosi con un’energia, una continuità e una disciplina singolari.
Scrivo “disciplina” perché (al di là del per lui irrinunciabile endecasillabo – pur variabile nella sede degli accenti principali – che è uno dei marchi di fabbrica guidiani e che già di per sé impone una determinata disciplina compositiva) quella del poeta lucano è obbedienza rigorosa alla poesia quale energia vitale ed esistenziale, quale parola sorgiva (ma non ingenua) e necessaria – necessaria in quanto capace di dire senza vezzi e senza maschere e naturale respiro del pensiero. Guida conferma infatti che la poesia sa essere ancora energia viva e vivente, necessità del vivere stesso capace a sua volta e in una sorta di circolo non autoreferenziale né asfittico di esprimersi quale poesia. Continua a leggere “Succhiando gocce di acqua fresca / dall’ angolo delle pietre”

[PER I GORILLA SAPIENTI DI MIQUEL BARCELÓ]

Miquel Barceló: Gorilla bianco sulla spiaggia, 1989, tecnica mista su tela.

Il rinoceronte di Dürer, il cardellino di Carel Fabritius, l’usignuolo di Keats, il passero solitario di Leopardi, le pernici di Alcmane, i gatti di Baudelaire, la giraffa di Piero di Cosimo, gli uccelli di Messiaen e di Braque e di Saint-John Perse vengono a conversare nel testo concavo acceso di parole dove tutto accade e tutto ha ritmo e cadenza di figura, dove tutto vortica magnete di senso: per appartenenza alla foresta, per sapienza di naturalità, per sostanza di vita e per fraterna alleanza ecco i gorilla sapienti di Miquel Barceló, ecco la materia pittorica ad addensarsi sulla superficie non più cieca, non più muta, ecco il grido libertario erompere dalla gola del condannato alla prigionia, del condannato alla solitudine.
Per lacerti e per tracce e per risorgenze e per simiglianze e per frammenti e per affioramenti e per fossili rimanenze i gorilla di Miquel Barceló hanno arti e occhi e pelame che anche sono tendini d’antichissimi alberi, pigmenti di grotte pitturate, nodi e grovigli di respiro, di parola allo stato nascente, l’abisso della gola, i labirinti del polmone.
Il pithecanthropus erectus di Charles Mingus, lo scricciolo di Dylan Thomas, il toro di Lorca, le rane di Koyo e di Yves, i bisonti della grotta Chauvet, l’axolotl di Julio Cortázar (e lo scarafaggio di Kafka?) si danno convegno nella concavità accogliente del testo, nel palinsesto continuamente rinnovantesi della scrittura.

Scritto 43

Irma Blank: Orizzonte, 2005 (penna a sfera su poliestere)

Lo chiamava compartir la mirada, condividere lo sguardo. Nacquero così due libri: viaggiavano insieme, lui (Miguel Falces) guardava e fotografava, e lui (José Ángel Valente) guardava e scriveva. I luoghi di San Juan de la Cruz e quelli del Parco naturale di Cabo de Gata entrarono nelle fotografie e nelle parole, nei due sguardi: Las ínsulas extrañas. Lugares andaluces de Juan de la Cruz (1991) e CABO DE GATA. La memoria y la luz (1992).
In occasione del terzo libro il poeta è ammalato e non può muoversi da Almería. Il fotografo viaggia, realizza scatti di luoghi in cui lui e il poeta erano stati insieme, stampa e porta all’amico le fotografie; questi guarda, sceglie, scrive direttamente sulle foto; nasce così il terzo e ultimo libro comune: José Ángel Valente. Para siempre: la sombra (2001).
Isole del silenzio, luoghi della memoria e della poesia, la luce, l’ombra, l’amicizia, lo sguardo condiviso.
L’andare del corpo che viaggia, della mente che guarda, dell’amicizia che fotografa e scrive. Scritture.

Fame di forma di fame

Haroldo de Campos2

poesia em tempo de fome
fome em tempo de poesia

poesia em lugar do homem
pronome em lugar do nome

homem em lugar de poesia
nome em lugar do pronome

poesia de dar o nome
nomear é dar o nome

nomeio o nome
nomeio o homem

no meio a fome
nomeio a fome

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Scritto 31

Richard Serra: Drawing in Five Parts (2005).

Gli spazi del testo, tipograficamente delimitati, sanno dilatarsi potenzialmente all’infinito grazie al contenuto del testo (pensare al testo come a un recipiente che, pur limitato, può – almeno in teoria o per forza immaginativa di chi lo scrive – contenere l’illimite).

Ma qui nella Dimora del Tempo sospeso venire a ripensare gli spazi fisici del testo: ebbene, il singolo testo è affioramento o nodo di una struttura rizomatica che, invisibile ma presente, s’estende per link e pagine interconnesse e sequenze di occorrenze.

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Selezione da “L’Impero che si tace” di Ilaria Seclì

Avevo chiesto a Ilaria Seclì alcuni testi tratti dalla sua opera più recente L’Impero che si tace (Giuliano Ladolfi Editore); ecco la sua scelta – un grazie a Ilaria da parte della Dimora del Tempo sospeso che ha già avuto la gioia di ospitare la sua scrittura.

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Nell’esilio / Ilaria Seclì: L’Impero che si Tace

Non si legga L’impero che si tace (Borgomanero, Giuliano Ladolfi Editore, 2019) come un libro di poesia o, peggio ancora, di prose poetiche.

Lo si legga, invece, come una rincorsa del respiro e con una rincorsa del respiro, con la certezza che il linguaggio è capace d’inventare mondi e che la bruttezza violenta del cosiddetto reale s’inceppa ed è in affanno e si rivela ancora più (pericolosamente) stupida e ingiusta se si frange contro un libro come questo.

Lo si percorra camminando sulle mani e con i piedi che hanno il cielo come abisso (ricordate Paul Celan e il discorso di Darmstadt?), entrandovi come in un gazebo oblungo (ricordate l’invito che Antonio Leonardo Verri rivolgeva ai poeti?), sentendo nella carne l’esilio e i suoi privilegi.

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Scritto 4

Eduardo Chillida: Gravitación. Elogio del agua, 1987.

I nudi di Carol Rama sono affermazioni della presenza: raffigurano il diritto della persona alla presenza.
Il corpo mutilato di braccia e di gambe rappresenta la mutilazione che la cultura repressiva (patriarcale e maschilista) impone al corpo e alla mente.
Ma la sessualità dirompente di quel corpo, l’innegabile manifestarsi del desiderio rendono visibile proprio la libertà e la gioia fisica (e mentale) di cui la cultura reazionaria e fascista ha paura.

Su “Frattura composta di un luogo” di Andrea Accardi

Il notevole lavoro di Andrea Accardi Frattura composta di un luogo (Borgomanero, Giuliano Ladolfi Editore, 2019) esula dalle classificazioni tradizionali (anche se è stato pubblicato nella Collana Perle – Narrativa) e ci viene incontro con la sua geometrica scansione in tre parti (Il luogo – I nomi – Le voci, articolata ognuna in trenta brevissimi Capitoli) provocando quell’inquietudine e quell’indecifrabile senso di angoscia che l’apparente ordine e benessere del “luogo” rappresentato cercano di soffocare, rimuovere, cancellare.
Splendidamente efficace già il titolo allude a una meditata operazione di frattura (ma razionale, anche se dirò presto in quali termini sia da intendere qui quest’aggettivo), ossia di notomizzazione quasi scientifica di una città che sembra situarsi nella provincia di una qualsiasi regione dell’Occidente: La cittadina è stata costruita negli anni settanta, interamente per i pedoni, tutta salite e discese, scalinate e scivoli.
Di notte le luci delle auto fuori del perimetro mostrano però l’inganno (Capitolo I, pag. 9).

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Su “Tirrenide” di Maria Grazia Insinga

Che Tirrenide di Maria Grazia Insinga sia l’opera risultata vincitrice della sezione “opera inedita” del Premio Lorenzo Montano 2019 conferma l’originalità e la qualità della scrittura dell’autrice siciliana; probabilmente più di un lettore storcerà il naso pensando (non a torto, devo ammettere) che i premi letterari non siano né debbano essere misura attendibile e legittima per accertare i valori reali di un libro, ma penso che il Premio Montano possa essere annoverato tra i pochissimi premi di poesia degni d’attenzione e di credibilità e aggiungo che si tratta per me di un’ottima occasione per parlare qui di una raccolta che ho avuto da tempo il privilegio di leggere in privato; questo significa che non ne riporterò alcun testo perché rispetto il fatto che l’opera sarà editata proprio nell’ambito del Premio Montano e perché desidero incuriosire i lettori che, mi auguro numerosi, vorranno acquistare il libro – comunque un manipolo d’inediti da Tirrenide è stato già pubblicato qui, sulla Dimora del Tempo sospeso, nel “quaderno” della Foce e della Sorgente materiato di testi di Maria Grazia Insinga e altri saranno disponibili a breve, sempre in questo spazio, quando Francesco Marotta e io avremo pubblicato una raccolta di testi di poeti siciliani tra i quali, appunto, inediti da Tirrenide. Continua a leggere Su “Tirrenide” di Maria Grazia Insinga

Yves Bergeret, Antonio Devicienti su disegni di Nicolas Hilfiger

Nicolas Hilfiger è un artista residente a Parigi (estremamente riservato sulla propria vita privata) con il quale Yves Bergeret intrattiene da tempo una frequentazione intellettuale e artistica; i suoi disegni hanno ispirato i testi di Yves Bergeret e di Antonio Devicienti che qui vengono presentati insieme con alcuni disegni di Hilfiger; si è deliberatamente scelto di pubblicare i testi soltanto nelle loro lingue originali senza traduzione anche per restare fedeli allo spirito del lavoro che vuole conservare l’immediatezza dell’espressione nelle due lingue sorelle e del loro dialogo diretto senza la mediazione-tradimento della traduzione. Continua a leggere Yves Bergeret, Antonio Devicienti su disegni di Nicolas Hilfiger

Voci dalla Palestina

Sul blog di Georgia, è possibile leggere una interessante rassegna dedicata ad alcune voci della cultura palestinese: un modo intelligente di rompere il “muro” del silenzio intorno a una letteratura che annovera dei veri maestri della narrativa e della poesia contemporanee. Attraverso una rete di links e di rimandi testuali, è possibile ricostruire una piccola mappa di un universo tanto affascinante quanto a noi praticamente sconosciuto.

Ecco alcuni degli ultimi autori proposti:

Muhammad Hamza Gana’Yim
Bashir Shalash
Ibrahim Nasrallah
Mahmud Darwish
Suad Amiry
Sahar Khalifah (1) (2)

Altre notizie e indicazioni bibliografiche sono reperibili qui.
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