Poco prima della guerra

crozzoletti bis

Stefania Crozzoletti
Alessandra Pigliaru

Ci si esercita tutta la vita alla bellezza senza fare i conti con la Storia. Quella che fa brandelli di te e che ti risputa in direzione contraria a ogni accadimento. La stessa che con sguardo derisorio ti accusa poi di non farne parte, mentre tu desideravi solo stare altrove, ignorando di dover chiedere il permesso. E in questo incrocio, ci si potrebbe domandare, quanto le si volterebbero volentieri le spalle, alla Storia? Così tracotante, che gronda scenari confusi e di morte. In un mondo che utilizza l’esclusione come dispositivo efficace a reclamare vendetta, ci si può fare carico dell’abiezione? Quando Julia Kristeva ne discettava, forse non immaginava che l’ossessiva coazione a ripetere avrebbe condotto a orizzonti desertificati come quelli contemporanei – ben oltre il rigetto. Si deve imparare un nuovo linguaggio dunque, per sapersi misurare con questo fastidioso verdetto di estraneità perenne, laddove l’abietto è solo l’altro nome della contemporaneità – senza possibilità di contrattazione. Non c’è dunque un turbamento che possa dirsi appropriato a tanto disordine, un posto adatto in cui sentirsi in salvo. Ci si deve attrezzare, con strumenti di fortuna e spesso inerenti alla propria genealogia, per dire che effettivamente quell’altrove non è pura diserzione, ma insistenza adamantina nel presente – in differenza. L’autorizzazione non la si deve domandare proprio a nessuno. E che l’abiezione, sì anche quella, fa parte della realtà e andrà ripensata. La silloge di Stefania Crozzoletti apre a una nuova narrazione di esistenza, e – come soggettività incarnata – ne percorre tutte le nervature, luminose e ambivalenti. Se ambivalente viene colto nella accezione etimologica di «doppia forza». Chiama a sé, con ferma delicatezza, tutta la sua esperienza e la dispone in una durata asincrona, giacché vissuta e rischiata fino alla fine. All’abiezione che inficia lo sguardo, le poesie rispondono altrettanto efficacemente, muovendosi attraverso figurazioni forti a riscriverne il necessario disequilibrio. Mantenendosi in direzione ostinata e contraria allo sfacelo, Stefania Crozzoletti appare inizialmente nel presagio delle intenzioni – quello che la avverte di un mutamento riguardante anzitutto lei stessa. Poco prima della guerra assume così la cifra silenziosa di un destino ineluttabile, se non fosse per quel minuscolo granello che – capitato per caso dentro all’ingranaggio – fa intravvedere tutte le contraddizioni interne alla Storia. Per raccontarne un’altra, questa volta singolare – dolorosa di un rifiuto che però si contamina di accoglienza. Non è precisato a quale guerra ci si riferisca; in effetti però quest’ultima è affare collettivo che segue interessi specifici, tutti in capo alla logica patriarcale del più arrogante in mezzo ai deboli. Nella silloge di Stefania Crozzoletti, invece, gli unici vinti sono quelli che non hanno saputo ascoltare il proprio tumulto interiore e che non hanno potuto dire di no alla partecipazione attiva dell’abiezione. L’orrore vero sta nel non sapersi assumere il governo di sé, insieme alla confusione tra la guerra – affare da uomini – e il conflitto – posta in gioco che coinvolge tutte e tutti. Quel conflitto si intercetta dapprima come un’oscillazione dell’io che lotta con se stesso per conquistare il proprio desiderio. Sta lì il combattimento, il corpo a corpo che il presente pretende – non per la sopravvivenza della specie, né per inscenare una nuova dialettica servo/padrone – per decretare piuttosto chi respinge o no l’alfabeto della generosità e della responsabilità. […]
(dalla prefazione di Alessandra Pigliaru)

 

Testi

 

questa pelle non contiene
è involucro che sbatte
sulla strada – picchia
sui sassi – sbalza
nei campi – raddoppia

non ha direzione
né misura – come
una decisione non assunta

la carta malamente tagliata
aspetta ricorrenze –
finali con mani strette
e poca misericordia

 

*

 

se il mondo vero fosse quel cosmo
sfumato, senza marcati perimetri
con stelle finte e raggi miopi

sentiresti gli occhi freddi
confortati dal dondolio
di fragili forme geometriche

[i limiti a volte fanno regali
inaspettati]

 

*

 

atto di fede e di dolore
 

Afferrarla la testa
fortino assediato
salvarla da suadenti
capitani coraggiosi

in battaglia
chiedono ai soldati
di fidarsi (è così,
così deve essere)

l’ordine, l’equilibrio
(e sia fiducioso
l’abbandono).

Salvarla la testa
con ostinati
io non credo, non mi fido

scansare le persuasioni
nei secoli dei secoli
e i sensi di colpa
peccati pneumatici.

La bambina con occhi sgranati
contempla la creazione
intanto la pazza grida
sui gradini della chiesa:
non voglio la vita eterna,
le vostre ricompense!

ha una voce che taglia
canta il contrario di tutto
scardina le certezze
vi maledico e vi combatto!

la creatura si trastulla
tra sicurezze e lusinghe
allontana la rivoluzione
trattiene la preghiera
in bilico sulle labbra:

anche il contrario di tutto
è atto di fede e di dolore.

 

*

 

bersagli
 
 
dovremmo abitare questa città di morti
accettarne le vene trafficate, l’orribile oscillazione
le facce gonfie di cerchi irrisolti

immersi in questo catrame trovare la forza di sorridere
al barista
vedere in un angolo qualcosa che assomigli alla salvezza

[approssimarsi alla fine con confidenza
trattare i corpi con cura, brindare ai futuri radiosi]

in queste strade sporche, nel rumore che confonde
nell’odore della morte che va di fretta

in apnea, dovremmo lasciarci attraversare
diventare bersagli di attenzioni, ricettacoli di premure

senza rimandare mai a tempi migliori, aspettare
che la roccia si sciolga nell’eden e l’orizzonte diventi
uno stralunato scenario di pace

 

Stefania Crozzoletti
Poco prima della guerra
Prefazione di Alessandra Pigliaru
Bologna, Kolibris Edizioni, 2013

 

***

4 pensieri su “Poco prima della guerra”

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