Piccolo alfabeto del malumore

Lucia Tosi

Per contro t’accorgi della leggerezza
dei tempi accampata su uno sfondo
di atti e parole consunti, inservibili
che stralunati sbirciano dal magazzino.

 

Piccolo alfabeto del malumore
(inedito, 2010-2011)

 

Amicizia

Esplosioni: poi, il deserto.
Sul terreno lasciti di carne
facili brandelli di teatro: potrai
contare sempre su di noi
.
Neanche la più insospettata
delle creature si salva dal germe
della chiacchiera infinita: poco ti costa
essermi amico, se sono inerme.

 

      Burnout

      Prima implodi.
      Poi, da piccola brace
      ti fai grande incendio:
      bruci emanando fumi letali
      fino a soffocare
      della tua stessa combustione.
      Con te bruciano i valori
      che non avevi messo in salvo.

 

Catecolamina

Il mio è un sistema nervoso antipatico:
dalle sinapsi traboccano ormoni
tossica barriera e trabocchetto
al fiele del mondo.
Sto all’erta, i nervi contratti
in nodi scorsoi per le vene
in cui scorre l’ira
su pallide tracce ematiche.

 

      Dedizione

      Una strada a senso unico
      un nastro srotolato ad infinitum
      un tapis roulant
      dell’anemia dell’anima,
      dissanguamento senza fine.
      L’inizio, i tuoi denti
      affondati qui,
      sotto il mento.

 

Espirazione

Non posso, proprio non posso, trattenere
oltre il fiato compresso nei polmoni.
Si sta inzuppando da anni di schifezze:
devo prendere aria e sputare il rospo-morbo.
Inspirai a fondo ch’ero fanciulla!
Ci vuole una bella espirazione,
e che non mi sbagli e mi tocchi
(un’altra volta!) un’espiazione.

 

      Fandonia

      Fandònia, sorella di Fantàsia,
      terra di storie infinite,
      dove anche Atreju ha trovato
      la sua ingiusta collocazione.
      Moderato e cattolico, popolare e di destra
      l’elettore di Fandònia aspetta
      la rivelazione del Verbo, il nulla che avanza,
      e il Fortunadrago.

 

Galaad

C’è un posto al mondo
un u-topos odioso
abitato da uomini
potenti e concupiscenti
che fottono (laggiù in basso)
con il rischio di clonarsi
in mille piccoli nani bastardi.
Era un bel paese, Galaad.

 

      Humanitas

      Non vendo tegami, né pentole:
      senza coperchi men che meno.
      Il grande Venditore le ha piazzate
      in ogni casa: ci cuociono le anime
      che lui si mangerà.
      Ho una nuova paideia, da qualche parte,
      se qualcuno sapesse che farsene.
      Non la vogliono: non attacca.

 

Invece

La tentazione è forte:
l’incertezza e il tormento
di questi anni di latta,
che sminuzzano la pazienza
anche ai santi, fanno fare
cose stupide, come chiedersi
se questo o quello non fosse accaduto,
come sarebbe se per esempio invece.

 

      Lontano

      L’indifferenza e l’inattingibilità
      dei luoghi malabitati dagli umani
      (dismesse vie di lemuri desolati
      caseggiati cantieri abbandonati
      iati di cemento tra cosa e cosa
      musei a cielo aperto cariatidi
      di onnipotenti banche onnipresenti):
      aspiro a un mondo sempre più lontano.

 

Memoria

E’ un peso talmente insopportabile
quello che di colpo ti assale
alle reni, se volgi il capo a ritroso,
impaziente malfido Orfeo!
Per contro t’accorgi della leggerezza
dei tempi accampata su uno sfondo
di atti e parole consunti, inservibili,
che stralunati sbirciano dal magazzino.

 

      Nimrot

      Neolingua postbabelica: mi chiedo
      se sono l’unica a trovar poco da dire
      se mi parlano di civiltà elastica
      di principi olistici di alterità.
      So solo che mi batto e arrabatto
      rabbiosa e furibonda perché le mie parole
      dicano le cose. Vado a capo, talvolta,
      perché non ne vengo a capo, per dar la volta.

 

Ov(ul)ation

Alla maturazione consegue il disincanto
del riconoscere troppe anime mute
occhi che non guardano quando un tempo
era tutto un vocío e un trafiggersi degli sguardi
un assalto dei corpi da tenere a bada.
Vedere e riconoscere questo sfarsi
esserci arrivata mettere il dito nella piaga
varrà almeno il suono di un applauso?

 

      Pietas

      Dacché ho finito di penare sui miei lari,
      sarà trascorso un anno, è giunta
      quasi l’ora perch’ io mi larizzi
      confusa tra i pilastri della casa,
      immobile, ridotta a sussurri,
      consigli per gli acquisti,
      se mettere o no il sale alla minestra:
      un lare di carne, alla finestra.

 

Qui pro quo

Ci sono bugie in forma di sciocchezze
che non arrivo a tanto benché mi sforzi
di carpire i suoni posati sulle lingue
o arrotati sui denti e sui palati.
Quando credo di capire o fingo per pietà
di essere dei loro (pietà di me, non è per dire)
non varco nemmeno la limitata soglia
delle sensazioni: figurati se ne intendo le ragioni.

 

      Rinuncio

      Hanno rinunciato per me alle seduzioni
      del demonio: non gliel’ho chiesto io,
      pensavo ad altro in quel momento.
      La buona educazione, solo quella,
      ha fatto il resto: che assumessi fattezze
      umane e mi accollassi una vita perbene
      scontando per tempo dell’inferno tutte le torture:
      non le gioie, non l’energia, e il carnevale.

 

Sangue

Prendi Buzz Aldrin: alle macchie di Rorschach
rispose sempre farfalle. Sapevo che potevo dire farfalle
ma sentivo i pugni nello stomaco e nella testa: così
ci ho visto i miei avvoltoi smembrati, figure
dell’oltretomba con artigli, uteri e polmoni
squaternati, sangue che cola da ferite, due
donne goffe ad un tavolino di bar. Ero
quei visceri, ero io, a pezzi, o in due.

 

      Tentazione

      Le sconfinate possibilità sono un’invenzione
      dei filosofi, la libertà un giogo insopportabile,
      una tentazione alla grandezza demenziale.
      Giorno dopo giorno fatichiamo a raggiungere
      noi stessi, sempre un po’ più indietro dell’ultima
      tappa, tappando falle, vuoti, colmi di mille
      pretese deliranti, scansando l’appuntamento
      per esserci, quella prima e ultima volta.

 

Umiltà

Quello che si vede in superficie
è il resto di un’ustione, la materia
grigia e ingrata di una rinuncia,
di un approccio sghembo alla parola.
Storte le sillabe, storta l’anima
che le ha nutrite figlie prodighe,
che se tornano non ho di che dargli
a mangiare, io sola al sole, a mendicare.

 

      Vanità

      Posseggo il dono della chiaroveggenza:
      è la mia unica vanità. Irrompe talora
      un sogno mentre mordo l’angolo
      del fazzoletto: immagini oltre i vetri,
      l’alito ghiaccio dei miei vecchi sul collo.
      Non albe o promettenti tramonti, ma
      giornate di piombo mi tendono le mani,
      e il desolato sentire profondo dell’oggi.

 

Zena

Zena scriveva (per arrivare a vedersi intera)
enfiati viluppi di memorie. Scrive ancora:
lottando contro il caos spera varchi
spazio-temporali. Ma resta qui,
nell’ombra trasognata. Invecchiata sogna
che un lamento le sfugga e s’offra
all’orecchio del ladro: contempla
il suo niente su un evanescente quadro.

 

***

55 pensieri riguardo “Piccolo alfabeto del malumore”

  1. “Fandonia” accende la solidarietà di chi ascrive alla poesia una sua “utilità” , alla faccia dello scetticismo montaliano di buona memoria .
    E “Umiltà” ha la bellezza disadorna e antisentimentale che vorremmo sempre adire alle parole quando ci occupano e ci preoccupano .
    Ho letto e riletto il tutto con grande piacere , convinto della riconoscibilità dei mezzi espressivi al servizio della naturalezza del verso e dell’immagine , cosa rara di questi tempi ( se dio non vuole ) .
    Un bell’inserimento di Francesco .

  2. Questo piccolo alfabeto del malumore è un gioiello.
    A me fa un piacere immenso il riconoscimento da parte di Francesco, e tu sai bene il perché.
    Sai che ho creduto da subito alla tua scrittura, che fosse prosa o poesia, l’ho ritenuta una delle migliori che si possano leggere in rete.
    Permettimi di dirti che sono fiera di averla apprezzata dall’inizio.
    Grazie di essere così come sei, grazie a Francesco di averti ospitata.
    cb

  3. Qui il “malumore” è un rovello ermeneutico demistificante – poesia ricondotta, senza rinunciare alle sue ragioni profonde, alla radicalità dell’ethos di cui è “figura” coessenziale.

    Ero comunque “certo” che Leopoldo e Anna Maria si sarebbero ritrovati appieno in questa scrittura.

    Un caro saluto.

    fm

      1. mai andata via. ;) un abbraccio a te e grazie per questo post (anche per gli altri, ci mancherebbe), ma questa scrittura ritrova nel dolore il senso di ogni termine e margine, facendolo vivere fino a de-comporlo.

    1. C’è tutta la rigorosa “lectio” degli scrittori classici del genere in filigrana. Mai dismessa e mai dismettibile, del resto.

      fm

  4. Grazie a Cristina per aver linkato questa pagina.
    Scopro in questo alfabeto una Lucia Tosi capace d’accendere il mio entusiasmo. Sono strafelice poichè ero un po’ sottotono e mi necessitava qualcuno che desse voce ai miei malumori, e sopratutto che lo facesse con tanto talento.

    Grazie a tutti, e complimenti sinceri all’autrice.

  5. Veramente prezioso questo alfabeto, e che sia del malumore non importa, anzi… di questi tempi è più che attuale. Avevo letto man mano ogni poesia sul blog di Lucy, apprezzandole molto, ma non ricordo se ho lasciato qualche commento, e per due motivi: – uno, è che sono stata assente per brutti motivi (e senza la testa!!!) – e due, che mi riproponevo di fare un copia e incolla di tutto l’alfabeto e poi fare una sorpresa a Lucy in qualche mio modo, ma ora il gentile ospite mi ha agevolato, perché l’ho bell’e pronto per intero.
    Complimenti a Lucy e molte grazie a Francesco.
    Ma lucy, Lucy, come si fa a dire che non vuoi più scrivere e cose così…

    Ciao, Carmen

  6. Concordo con quanto scrive Francesco sulla lezione dei classici in questo “alfabeto”, inoltre vorrei sottolinare anche la versatilità della Nostra: da una parte un gruppo di poesie all’insegna del “mi di-verto”, dall’altra queste sul “malumore”, infine un gruppo di testi più propriamente lirici. E in tutti la stessa voce inconfondibile: colta, ironica, inventiva.

  7. Lo so, Natàlia, il mio era solo un modo per salutarti. E poi, mi fa sempre molto piacere vedere un tuo commento.

    Besos.

    E grazie a tutti per gli interventi.

    fm

  8. felicissima di essere qui, ho salutato l’evento con uno scampanio virtuale sul mio blog.
    ringrazio francesco, a cui ho dedicato l’alfabeto, che ha pensato a questo
    post così ben redatto: le immagini non potrebbero essere più significative e care.
    ringrazio tutti gli intervenuti, di alcuni dei quali leggo sempre volentieri i
    versi qui e altrove.
    giorgio: è già una cosa enorme per me avere una voce, o meglio: averne trovata una. se poi è anche “colta, ironica, inventiva” … mi fermo, perché le parole hanno spesso la cattiva idea di scapparmi davanti alle emozioni.
    grazie a tutti!
    l.

  9. Grazie a te, Lucia, e grazie per la dedica: l’ho tolta solo perché anch’io finisco per emozionarmi davanti a certe attestazioni.

    Un abbraccio.

    fm

  10. Ragguagli “tecnici”.

    Plevano è finito nello spam per due possibili motivi: o perché ha commentato qui per la prima volta (non molto probabile, visto che, in questi casi, wordpress mette in moderazione), oppure perché ha usato un link diverso da quello con cui è entrato l’ultima volta (cosa che deve essere successa anche a Lucia)…

    E allora DICO: PACS! :)

    fm

  11. Questo malumore sobbolle il malessere non in modo ripiegato sul proprio picciol esistenziale, ma rivolto a lo intorno; lo fa in modo letterario utilizzando un registro chiaro e raffinato, che comprende diverse sfumature mai debordanti, l’ (auto)ironia, per es,
    tutto all’insegna di uno sguardo partecipato ed etico.
    È una poesia all’insegna della pietas che mi sembra un tratto molto presente, oltre alla capacità di indignarsi, in Lucy; qui la scrittura aderisce a Lucia Tosi in toto.
    Mi piace molto anche la struttura utilizzata (gli otto versi, una stanza? C’è sempre una assonanza o rima interna finale – di più a proposito o a sproposito non riesco a dire :))
    Cmq. trovo il commento di Francesco: “Qui il “malumore” è un rovello ermeneutico demistificante – poesia ricondotta, senza rinunciare alle sue ragioni profonde, alla radicalità dell’ethos di cui è “figura” coessenziale” perfetto, spero di non avergli fatto banalmente il verso.

    Ciao!

  12. Un’altra delle migliori menti e tanta abilità tecnica rovinate dall’astio politico, dall’identificazione del male assoluto nel nemico, che è un uomo e non un sistema economico. Gli imperi non si distruggono uccidendo Cesare, ma il potere che consente a Cesare di crescere e dominare. La storia ci insegna che dopo Cesare viene Augusto e dopo di lui intere dinastie di imperatori, se non si uccide il potere dentro di noi, se non si uccide il Denaro. Solo dopo si potrà fare poesia e non invettiva politica

      1. Io sono sempre in attesa del “Manuale della vera poesia”, Natàlia. Confido molto nei Maya, magari ce lo portano l(‘)oro l’anno prossimo…

        fm

  13. ringrazio margherita ealla oltre a quelli che non avevo ringraziato ad uno ad uno prima:
    cristina, falcon,natàlia, clelia, frantzisca, marco, leopoldo, anna maria.

    sono contenta di dispiacere a diaktoros per due ragioni:
    la prima perché così resto desta e non mi addormento sugli allori (dei poeti: che mi spettano pochino, in verità)
    la seconda perché se le mie parole sono riuscite a esprimere quello che lui chiama “astio politico” tanto da farglielo notare così spiccato lo prendo come un ulteriore complimento: vuol dire che il mio pallino della poesia contemporanea come poesia civile ha qualche speranza.
    ringrazio inoltre per gli apprezzamenti sulla mente e sulle abilità tecniche: se il non condividere politicamente me le rovina, accetto anche i guasti. l’invettiva politica può avere forme poetiche: oppure buttiamo anche dante?
    vado a riposare su questo giorno luminoso!
    grazie a tutti, ancora.

  14. i tempi in cui viviamo sono quelli che sono.
    mai come negli ultimi anni c’è stata una proliferazione così massiccia e evidente della cosiddetta poesia civile.
    ma ogni cosa ha il suo rovescio: la troppa attenzione al significato ha portato alla progressiva sterilità dei testi impegnati in tal senso.
    nella maggior parte dei casi, la giustapposizione di “cartoline” -più o meno didascaliche, più o meno “colorate” – è tutto quello che rimane al lettore più attento.
    conseguenza : si tende alla sola illustrazione, dimenticando così il “mezzo” attraverso il quale quelle illustrazioni si manifestano.
    in buona sostanza, l’attenzione al significato “facile-facile”, l’impegno civile e le varie cartoline di turno sono (quasi) sempre date in pasto senza prestare attenzione alla “scrittura”.
    e la sterilità cui accennavo poc’anzi è riferita proprio alla continua ri-proposizione di canoni e messaggi triti e ri-triti, a tal punto da risultare gli uni uguali agli altri.
    nelle poesie di Lucia Tosi finalmente si respira un’aria diversa e più pregnante. c’è così tanta attenzione alla letteratura che l’impegno civile di alcune composizioni acquista un valore e una risonanza diversi da tutto quello che ci capita di leggere sia in rete che su supporti cartacei.
    siamo in presenza di una letteratura che procede un passo per volta, talvolta quasi timidamente, senza colpi di teatro, e che è “alta” proprio tra le righe, all’interno delle pieghe dei significanti e non solo nell’estroversione dei significati.

  15. una di queste posie al giorno, devo dire, toglie il medico di torno. e per quasi un mese, grazie all’alfabeto, sono a posto. peccato che abbiamo solo una ventina di lettere! scusate le banalità, ma le emozioni che mi dà questa donna pestifera sono le più disparate…giorno dopo giorno.

  16. enzo campi dice delle cose per me molto lusinghiere, soprattutto perché vede dell’alto nel mio volare basso. verificarmi qui con voi tutti è importantissimo: mi consente di visualizzare il fatto che ho avvicinato un obiettivo per me essenziale: fare poesia tra le righe, dire cose “diverse” senza clamori, senza – evidente – ricerca.
    che dire? sono emozionata.

    alessandra, per onorare la verità, è la mia unica figlia che non sapeva niente di questo piccolo corpo di poesie. sono contenta che le legga qui (“se hai tempo da’ un’occhiata a…”) ed esprima un apprezzamento su un versante tenutole un po’ in ombra dalla mia autoironia. in questo modo ha scoperto l’esistenza della dimora, e questo è fatto ancora più significativo. dentro vi troverà un’umanità vastissima, profondissima e la bellezza.

  17. Credo che la quasi totale latitanza del significante non sia l’unico / decisivo “vulnus”che penalizza la poesia cosidetta civile . Manca la pratica dell’ironia; dell’ironia in grado di opporsi alla negatività e all’inautenticità con quell’intima capacità demistificatrice forte al punto da renderne evidente la vulnerabilità, la permeabilità che ne rivela il grottesco, il comico, l’assurdo, la falsità dei miti e dei tabù, le follie massmediali stralunate e fatalmente esilaranti .
    Ironia in tutte le sue declinazioni , contigue quindi al giocoso, al sarcastico, al comico , al surreale , coniugando partecipazione e insieme distacco dalle cose , dal triste evento che è pure il ridere ( o il sorridere ) quando è suscitato dalla frizione tra contrari, dai tic, dai lapsus, dagli inciampi ( anche lessicali ) che spezzano gli equilibri consolidati e azzerano felicemente le regole del gioco , qualunque esse siano e in qualunque contesto si verifichino ; uno sguardo che specula sull’inverosimile della negatività perché genera situazioni di incredulità a cui la parola della poesia contrappone le certezze infantili della sua saggezza , la reiterata discrasia tra due mondi differenti o comunque lo scontro irreversibilmente comico tra diverse concezioni della vita .
    Ma la pratica dell’ironia( come quella dell’autoironia ) non si impara . E francamente teorizzarci sopra può essere frustrante . Sta di fatto che credo costituisca una delle possibili modalità per opporsi alla miseria dei tempi esperendo una guerriglia determinata amabile civile e chiaramente antagonista nell’accezione propositiva del temine proprio perché capace di rapportarsi al “nofuture”con l’intento precipuo di occuparne le nicchie di vuoto e di afasia eludendo al contempo i territori abusatissimi della retorica e dell’enfasi con annessi corollari ideologici .
    Potrebbe essere – questa – la dichiarazione di “poetica” di un Flaiano redivivo in caduta libera sulle sconcezze della nostra italietta ?

  18. che dire più di quanto hanno già detto gli altri lettori-commentatori ? Eppure voglio ugualmente testimoniare il mio immenso piacere nel leggere queste poesie splendidamente pestifere.
    Condivido tutti i commenti-tranne uno- e…applaudo questa forte personalità poetica ( e morale).

  19. grazie a lucetta frisa e a roberto matarazzo!

    (certo che qui è come entrare in una beauty farm dell’anima. se niente niente avevo timori e tremori, e un “momento un po’ così”, mi avete talmente gratificato che me ne esco tutta pimpante e rigenerata!
    nunc est bibendum!!!)

  20. Mi aggiungo al coro dei plausi per queste composizioni.
    Bravissima l’autrice… !

    Alfabeti…

    Avvertendo
    Bisogni
    Che
    Destano
    Elementi
    Fantastici
    Giocando
    Ho
    Illuso
    La
    Mente.
    Non
    Oso
    Pensare
    Questa
    Realtà
    Sbiadita
    ———-
    Tenue Una Voce Zingara

  21. Piccolo perché? Non è certo un un “Piccolo libro inutile” e nemmeno un saggio di “Piccole virtù”. Non sono “piccoli versi” queste istantanee di stati d’animo o di mal d’anima. Ma è proprio da questi benedetti (o maledetti) mali dell’anima che fiorisce la grande poesia, quella che non tramonta dal mattino alla sera e che rimarrà sempre “sola al sole, a mendicare.”

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