Golem, Robot, Švejk

Golem and Loew

Sergio Corduas

[Il saggio riprende, rivisto ed aggiornato dall’autore, il testo della conferenza tenuta presso l’Università di Bologna nell’aprile del 2012 e, precedentemente, a Praga, in lingua ceca, nel 2010.

Di seguito si possono leggere i primi tre capitoli; il lavoro completo comparirà a breve in “Quaderni delle Officine“, vol. XXIX, 2013. fm]

Golem, Robot, Švejk

     Questo contributo non può fornire novità importanti da un punto di vista ebraistico in senso rigoroso, se non altro perché a me mancano le competenze necessarie. Non intende neppure essere un’analisi strettamente letteraria, vuoi del personaggio haškiano, vuoi di quello čapkiano. Ad tertium, non intende infine neppure semplicemente aggiungere Švejk alla coppia degli altri due. Casomai, secondo la regola per cui il tutto è cosa diversa dalla somma delle parti, vuole proporre un tutto – una trinità o una triade, come si preferisce – sul quale non mi sembra inutile discutere, e che inevitabilmente sarà in parte arbitrario.

     Cercherò di mettere in relazione, sperabilmente con ragioni fondate e spero con una qualche novità, un fatto della cultura praghese-ebraica (il Golem), un fatto della cultura praghese-praghese (Josef Švejk), e un fatto di quella che chiamerei con Čapek cultura paghese-Universal (il Robot). Il fine è quello di mostrare un aspetto forse nuovo della propensioni che ha la cultura (non soltanto mitteleuropea) a fissare in tipi – diversi ma connessi – le necessità simboliche e rappresentative dell’uomo. Le quali certo non sono privato appannaggio degli ambienti ebraici o mitteleuropei; ma a Praga, per esempio, trovano esiti particolarmente fortunati: quei «tipi» restano – e passano nelle culture nostre e altrui, conservando capacità grande di essere non già soltanto archeologicamente «studiati», ma anche proprio attivamente «usati». (Come dimostrava, per Švejk, una breve sosta in una birreria praghese.)

     Naturalmente, io devo dare per scontato in gran parte anche il nesso tra Golem e Robot(1), perché è conosciuto e ovvio. Rimando a Ripellino(2), ma aggiungo subito che le implicazioni di questo nesso Golem-Robot sono tutt’altro che esaurite da quanto già si sa. Dividerò lo scritto in sette parti, per ragioni di chiarezza non meno che per… rispetto verso il materiale.

Golem and Loew

       I. Golem

     Come dicevo, non ho particolari competenze ebraistiche per scoprire novità. Comprensibilmente, il Golem è per me quello praghese(3). Pur sapendo dei mille e un tentativi di costruire un golem, io parto dalla leggenda che si incentra su «quel Golem che tanto tempo fa impastò, servendosi di paure e sciagure e argilla, il Rabbi Löw praghese», come dice Bohumil Hrabal in un’intervista su Hašek e Kafka(4). Potrei dire anche – citando un’altra fonte moderna che riscrive quelle antiche – che parto da quel Golem che doveva aiutare il Rabbino praghese a difendere gli ebrei, e che nacque come «creatura viva» da «quattro elementi: dalla terra, dal fuoco, dall’acqua e dall’aria. Assomigliava all’uomo tanto da non poterlo distinguere, tuttavia una cosa gli mancava: il golem non sapeva parlare, perché neppure il saggio rabbino era padrone di tutti i segreti e il segreto della parola è fra tutti i segreti il più grande»(5).

     In questo senso, l’antefatto polacco del Golem non ha qui per esempio una grande importanza (né d’altra parte l’ultimo libro a tale questione dedicato che io conosco mi sembra sciogliere i dubbi sull’autenticità del testo di Rosenberg) (6). È bene tuttavia precisare che fra le molte e discordi accezioni del golem in generale prescelgo, non soltanto per affinità di nome, ma anche perché mi sembra la più equilibrata, quella del cabalista sefardita Moses Cordovero (1548) (7). Ciò vale in specie per la questione dell’anima e della parola nel golem.

     Mi piacerebbe poter qui riassumere le sette (ovviamente sette) leggende principali del Golem praghese(8). Ma manca il tempo e poi esse sono note e si trovano in parte in Ripellino(9); preferisco quindi estrarre da loro alcuni elementi singoli, che per me sono i più rilevanti ed essenziali, senza per ora connetterli.

     Dalle leggende. Il Golem praghese porta lo schem (sotto la lingua, in primo luogo; oppure sulla fronte o sul petto), altri il tetragramma EMET sulla fronte.
Egli (o esso?…bel problema!) non parla, non ha il dono della parola; tuttavia può scrivere.
Può essere invisibile se il rabbi gli mette un collarino di pelle di daino.
Obbedendo, eccede nel servizio reso.
Può impedire un sacrilegio, un matrimonio tra fratello e sorella.
Ha dato luogo, attraverso una dimenticanza di Rabbi Löw, all’usanza per cui soltanto nella sinagoga vecchio nuova di Praga il Salmo 92 viene sempre letto due volte (10).
Il processo di creazione del Golem è reversibile.
Quando salta, diciamo così, l’equilibrio che «tiene» il Golem, figura spesso nella leggenda, e come causa almeno apparente, una donna (non importa qui se dal Golem desiderata o no).

     Dalla letteratura. Essendo essa davvero sterminata, prescelgo – e si capirà poi perché – due sole cose:
Un golem-automa metallico e che «imita il linguaggio umano» (Vrchlicky, citato da Ripellino) (11).
E almeno due falsi letterari(12).

     Dalle interpretazioni della leggenda golemica, traggo come principali e sommarie le seguenti:
Il golem è senza dubbio in primo luogo un doppio(13).
Dio sta all’uomo (Adamo o Abramo che sia) come il Rabbino sta al Golem.
La creazione del golem è un atto di difesa, oppure è invece un atto di orgoglio, rivolta e negazione di Dio (Zolla).
Infine, il golem ha a che fare col mostro, con l’apprendista stregone, nonché col servo.
Son cose note, e qui valgono anche se rispondono a fonti diverse per epoca, luogo e tipo.

K. Capek, RUR

       II. Robot

     Qui le cose, benché note, non son tutte note. Per quelle note, rimando ancora a Ripellino(14). Naturalmente, e malauguratamente, io so ben poco dei «robot», se per essi si intendono le macchine e i congegni prodotti dalla scienza contemporanea, dalla lavatrice al computer e oltre. Ma sul Robot praghese sono assolutamente indispensabili alcune glosse, sia per capire l’automa čapkiano, sia per connetterlo con Švejk e col Golem.

     Si sa – e lo scrive Ripellino – che robot è parola ceca che compare per la prima volta nel titolo del dramma R.U.R.  (Rossum’s Universal Robots, 1920), di Karel Čapek. Si tratta di un neologismo, relativo però, perché «rob» è radice di «schiavo» in slavo antico e «robota» in ceco medievale è «corvée». (Ancora oggi in russo «rabotat’» è «lavorare» o in slovacco «robotník» è «operaio»). Il neologismo relativo viene precisamente dalla «robota», cioè dalla corvée. Qui Ripellino non si è accorto (e mi domando perché) di un fatto fondamentale, che da solo meriterebbe un saggio interpretativo e che io ritengo costituisca il nesso primo tra Golem, Robot e Švejk: che cioè nel passaggio dalla «robota» al Robot non solo passiamo dal femminile al maschile ma soprattutto si crea un maschile animato. Come si sa, la categoria degli animati nelle lingue slave è riservata ai maschili che indicano esseri viventi (più pochi affini magici), ed è talmente importante da comportare desinenze esclusive e cambiamenti nelle singole lingue al genitivo e accusativo, al singolare e al plurale. Poiché mi sembra evidente l’importanza del carattere animato del Robot, io per ora non lo commento, ma voglio specificare che una volta nato in ceco il Robot čapkiano, col suo genitivo e accusativo singolare di animato (Robot-a), è nato addirittura e logicamente poi in ceco un altro «robot», minuscolo, maschile e inanimato (che ha ovviamente un genitivo «robot-u» e un accusativo «robot»); designa le macchine, i congegni, in generale i piccoli elettrodomestici.
È ovvio che anche la parola Golem in ceco è maschile animato. Sorprendente forse, e anche per i cechi in parte, il fatto che Švejk, ovviamente maschile, maiuscolo e animato poiché uomo, abbia un’accezione di nome comune, registrata nei dizionari con la lettera iniziale minuscola(15). (Ha fatto cioè la fine del cinquecentesco Bertoldo – ma avendo peso di un Renzo).

     Questo piccolo – e, credetemi, facile – excursus conferma l’accezione del termine čapkiano se riferito alla letteratura (anti?)«utopistica» o alla «science-fiction», ma problematizza alquanto, di rimbalzo, l’accezione «scientifica», che nulla sa generalmente dell’origine čapkiana del termine stesso.

     Čapkiana – ma di quale Čapek? Molti sanno che il termine Robot fu suggerito a Karel Čapek dal fratello Josef, in luogo del previsto Labor. Boemisticamente parlando, questo intervento di Josef meriterebbe un saggio a parte, per dare a Josef, pittore, scrittore e personalità, quel che gli spetta. A noi però qui interessano solo queste considerazioni: che il suggerimento costituisce un intervento di cardinale importanza per due ottime ragioni.
La prima è che il latino «labor» è classico ben prima che medievale, e confina col dolore (come mostra la personificazione virgiliana di Labos) (16); insomma non ha quasi nulla a che vedere con la corvée, cioè col lavoro forzoso medievale (che in latino infatti suona Munera, Munia, Angaria), cioè con la chiave interpretativa principale del Robot(17).
La seconda ottima ragione, e non crediate sia pedanteria, sta di nuovo nella questione dell’animato: anche Labor sarebbe stato animato, ma per così dire animato male. Il suo genitivo/accusativo singolare e il plurale animato suonerebbero sommamente ridicoli: Vidím Labora, jsou tady tři Laboři!!

     Non avrebbe fatto presa il Labor come automa presso i cechi e nel mondo, perché tutti sanno che cosa vuol dire: un astratto o un concreto, ma in ogni caso un inanimato “lavoro”. Non voglio affermare che l’eventuale dramma R.U.L. (Rossum’s Universal Labors) di Karel Čapek non avrebbe avuto il successo che ebbe alle prime di Praga nel ’21 e Londra nel ’23. Ma avremmo avuto un dramma di successo invece di una vera e propria unità culturale, con una posizione centrale in tutte le culture occidentali e con un opportunissimo nome nuovo di zecca, sconosciuto quanto indovinato.
I nomi sono spesso determinanti e forse riassumono anzi tutto, nella cultura, e i tre nomi scelti qui ne sono già da soli una prova: quanto ci interesserebbe il golem se fossimo certi su come tradurlo e se non avesse nella bocca il nome proprio di Dio o sulla fronte la Verità? Dunque quanto fin qui detto sul Robot vuol essere una prova anche proprio linguistica dell’importanza dell’anima, se c’è, dentro i pupazzi d’argilla e dentro i pupazzi di metallo e chimica creati a Praga. E Švejk?

Svejk

       III. Švejk

     Di Josef Švejk io mi sono occupato più volte(18) e non intendo ora ripetermi né annoiare. Mi interessa dire che esiste ed è necessaria e utile una connessione del bravo soldato più famoso del mondo col più famoso dei golem e dei robot (anzi dei Roboti). È ovvio che «tout se tient», e perché mai allora non sarebbe lecito un nesso fra queste ma anche fra le altre unità culturali? Tuttavia non credo che qui si debba trattare di un tale generico esercizio, e non è soltanto la comune praghese origine ad interessarmi. In fondo, il golem nasce prima e altrove che a Praga e lo stesso vale per gli automi e perfino per il tipo letterario di Švejk. A me interessa quella che io di solito chiamo «creazione seconda», la cui sede è in Europa a Praga (per solito, la si immagina a Parigi) (19) e i cui effetti sono determinanti per la cultura occidentale. Senza dilungarmi, voglio accennare che essa creazione seconda ha a che fare con una specie di insufficienza, o assenza o scarsità quasi, del Rinascimento e del Romanticismo(20) nella cultura ceca. So di attirarmi i fulmini di illustri boemisti e slavisti, ma vorrei placarli sostenendo che non si tratta, se posso autocitarmi, di un difetto o mancanza, ma di una diversità, la quale rende possibili altre visioni proprio del Rinascimento e del Romanticismo. Così i nostri tre, per esempio, diventano parte di tutta la cultura moderna e contemporanea soltanto dopo essere nati, disgiunti e ri-creati, a Praga; e ri-congiungerli mi sembra insieme ovvio e necessario.

     È in Švejk, non nel Golem e non nel Robot, che io vedo la chiave di questa triade e della sua rilevanza per la cultura tutta, non solo letteraria e non solo mitteleuropea. È ben vero che una tale chiave potrebbe scorgersi invece in Josef K., il quale infatti c’entra non poco. Ma allargherei il discorso, dovrei poi occuparmi per esempio di Leopold Bloom o dell’Uomo senza qualità, insomma farei un lavoro diverso. Inoltre, Švejk è in fondo l’unico personaggio, di questa famiglia letteraria, che sia nato in lingua ceca. Resto dunque fermo al solo Švejk.

     Švejk è prima di tutto un personaggio letterario. Perché emergano i nessi col Golem e col Robot, io devo qui riassumere alquanto apoditticamente come vedo il mio personaggio.

     Io sostengo da sempre (dal 1967) che Švejk non è, come si dice, passivo e «scansafatiche», bensì attivo, attivissimo, consistendo la sua attività in iperbolici atti di parola. Che non è psicologicamente e sociologicamente determinato, ma ha l’impenetrabilità della maschera. Che è pregiudizialmente vuoto di contenuti, e quindi possibile tramite o contenitore di qualsiasi contenuto (viene da pensare alla funzione estetica secondo Mikařovský!). Che, quindi, non è tanto un antimilitarista e «piccolo» uomo asburgico o praghese, bensì in primo luogo un eversore permanente, una vera e propria forca caudina, la quale attesta e afferma la crisi della cultura e delle scienze tra gli anni Dieci e Venti. Bohumil Hrabal, che di Hašek (e di Kafka) è un erede certo, cita nell’intervista di cui sopra uno studioso che conferma quanto vado dicendo: questi afferma che Švejk «non è né una metafora né un simbolo, ma un geroglifico dell’esistenza».  (Per quanto… il geroglifico è decifrabile…) Insomma, dico che Švejk è sfera o labirinto senza uscita, non tipo psicologico o sociologico; ha a che fare col tipo del servo (da Plauto in poi), con fatti mitologici, con la crisi del pensiero positivistico; ha a che fare in quanto idiota con Cristo (anche se meno dell’Idiota dostoevskiano: ma nessuno vuole sentirne parlare). Così definito, Švejk va ben oltre il personaggio letterario, e diventa impossibile sfuggirgli o fuggirlo, anche se proprio questo tentativo compiono il più delle volte i cechi, e a ruota gli altri, attraverso false glorificazioni.

[…]

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Note

(1) Per Golem maiuscolo, io intendo qui quello praghese. Per Robot, maiuscolo e pronunziato con la «t» finale, intendo quello di Čapek. Per robot, minuscolo e ingiustamente pronunziato «robò», intendo gli automi, i congegni e i computers. Il golem minuscolo, infine è qualunque golem, praghese o altro.
(2) Cfr. K. Čapek, R.U.R., con una Nota di A.M. Ripellino, Einaudi, Torino 1971. La Nota di Ripellino è alle pagine 173-183.
(3) Per il Golem praghese, rimando alla letteratura citata da A.M. Ripellino in Praga magica, Torino, Einaudi, 1973 (alle pagine 157-187), e in G. Scholem, The Idea of the Golem, in G. Scholem, On the Kabbalah and its Symbolism, London 1965, alla pag. 203.
(4) Cfr. «L’ironia praghese: Hašek e Kafka», intervista in appendice a Bohumil Hrabal, Treni strettamente sorvegliati, Edizioni E/O, Roma 1982.
(5) Cfr. Vác. Cibula, Praźské povesti (Leggende praghesi), Praga 1972, pag. 242. La leggenda del Golem praghese figura altresì tradotta in italiano nel Bohemarius – Letture di Praga, In forma di parole, Elitropia, Reggio Emilia 1983, a cura di S. Corduas, p. 421.
(6) G. Winkler, The Golem of Prague: An Historical and Literary Investigation of an Old Bohemian Legend, Judaica Press, New York 1980.
(7) Cfr. G. Scholem, The Idea of the Golem, cit., pag. 194.
(8) Si trovano in Cibula, cit., pp. 241-253.
(9) Cfr. A.M. Ripellino, Praga magica, cit., pp. 157-187.
(10) Ripellino (in Praga magica, cit., pag. 165) non cita questa usanza, pur toccando la stessa leggenda. Scholem (in The Idea of the Golem, cit., p. 203) invece la nota, ma sostiene che il Sabato non era ancora incominciato. Nella leggenda praghese, avendo il Rabbi Löw finito la lettura del Salmo, il Sabato è dato come incominciato. Cfr. Cibula, cit., p. 249.
(11) In Praga magica, cit., p. 162. Questo Ripellino lo sottolinea con un significativo corsivo.
(12) Cfr. A.M. Ripellino, Praga magica cit., p. 168.
(13) Il golem come doppio è a mio giudizio l’interpretazione prima e fondamentale. Non comprendo bene il giudizio negativo e alquanto sommario che Scholem esprime su un’interpretazione affine, sia pure di un doppio del rabbino, quando scrive (in The Idea of the Golem, cit., p. 204) che «Held’s suggestion that it (cioè una non precisata apparizione che ha dissuaso il Rabbi Hayim dal costruire un golem) was the rabbi’s double, hence the golem himself, is profound but not very plausible.»
(14) Nella sua Nota posposta al citato R.U.R.
(15) Cfr. Slovník spisovného jazyka českého (Dizionario della lingua ceca), Praga, Academia, vol. III, pag. 747, alla voce «Švejk». Vorrei aggiungere, magari solo in nota, che Ripellino è andato molto vicino al nesso tra Švejk e il Golem ma, come impedito, non l’ha veduto, non l’ha assolutamente veduto. Porto un solo esempio. Parlando del Golem praghese di Rabbi Löw, scrive giustamente che questi «per il fatto che esegue i comandi alla lettera, incappando spessissimo in situazioni ridicole, … tiene anche dei furbi tonti che ricorrono nelle favole» (corsivi nostri). Tre righe sopra, chiama «servo» il Golem. Il nesso è li: eppure non viene fuori…. L’esempio citato sta in Praga magica, cit., p. 167. So bene che in altri passi di quell’inesauribile libro Švejk è preso sul serio; ma trovo incomprensibile l’omissione del Golem proprio perché Švejk è ben più che un personaggio letterario, come Josef K., al quale si accompagna in apertura di Praga magica.
(16) «Terribiles visu formae, Letumque Labosque». Verg. Aen. 6, 277.
(17) Un collega mi informa gentilmente che Labor come termine medievale ha molto poco a che fare con la corvée e in tale accezione è documentato, sembra per la prima volta, in un Glossarium del Frass, del 1957. Dunque è escluso che Čapek lo connettesse con la corvée.
(18) Su «Carte segrete», 1968, n. 8, pp. 100-108. Su «Il cannocchiale», 1971, nn. 3-6, pp. 125-136. Nella postfazione Jar. Hašek, dadaplebeo e maledetto di Praga, che segue J. Hašek, Švejk contro l’Italia, Garzanti, Milano 1975, alle pp. 431-449. Cfr. infine S. Corduas, Některé poznámky k možné reinterpretaci Haškova Švejka (alcune osservazioni su una possibile reinterpretazione dello Švejk di Hašek), in Sborník praci FF UJEP, XXX, D, n. 28, Brno 1981, pp. 19-28. Vedi anche il montaggio da Hrabal (su Hašek e Kafka) e la postfazione che precedono e seguono il volume di Jaroslav Hašek Racconti, Mondadori (Oscar classici), Milano 2003, volume parzialmente analogo a quello citato qui sopra, Švejk contro l’Italia.
(19) Cubismo e surrealismo praghesi stanno li, a dimostrare quanto poco io inventi parlando di Praga come sede di «creazione seconda».
(20) Cfr. S. Corduas, Non evitare Mácha (In forma di lettera a Ettore Lo Gatto), in «Studi in onore di Ettore Lo Gatto», Bulzoni, Roma 1980, pp. 41-47.
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4 pensieri riguardo “Golem, Robot, Švejk”

  1. uno dei periodi più fecondi della letteratura e del cinema in generale, Golem è un capolavoro anche a livello cinematografico inserito in quel filone più ampio del cinema espressionista tedesco degli anni ’20, in tema segnalo anche il mitico film Lo studente di Praga, anticipatore del genere e famoso per una serie di scorci della capitale ceca che adesso non esistono più, demoliti durante l’ultima guerra mondiale. Questo è un piatto ricco, e mi ci ficco. Complimenti

  2. Letto con grande interesse e profitto. Una curiosità: la letteratura di lingua tedesca dell’Ottocento conosce una versione femminile del Golem: si tratta di Golem Bella, il doppio di “Isabella d’Egitto”, protagonista dell’omonimo racconto di Achim von Arnim, magistralmente presentato al pubblico francese, con la consueta ironia, da Heinrich Heine (qui, pagine 15-20 http://issuu.com/muttercourage/docs/doppelgaengermotiv_800 )

    1. Grazie per la segnalazione; il fatto è che le variazioni sul tema Golem sono dovunque innumerevoli. Anche i golem che parlano sono numerosi e quelli “smentirebbero” le mie ideuzze sul trio di cui mi sono occupato. Solo che io ho volutamente scelto (e lo dichiaro in apertura) le varianti attestate che servivano al mio discorso. Sarebbe spassoso costruire un discorso in qualche modo opposto su altre varianti! Però su Švejk no, su quello non mollerei mai!

      1. Verissimo: la presenza di innumerevoli varianti del Golem incuriosisce e quasi invita a dipanare altri fili rossi; quanto a Švejk, comprendo perfettamente la fermezza su un punto che nel saggio apre a numerosi e consistenti spunti di riflessione e schiude l’accesso a diversi collegamenti. Rinnovo apprezzamento e gratitudine.

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