Caos inesistente

Joel Robinson

Marco Ercolani

Caos inesistente
(una storia vera)

     9 – 7 – 28. Ho 46 anni. 3 – 15 – 29. Mi chiamo Ian. 4 – 12 – 51. Ho 46 anni, vivo a Torino da pochi mesi. Volete controllare la mia carta d’identità? Sono di origine rumena. 5 – 67 – 82. Come vivo? Sono attore di strada, falsario, collezionista. Di cosa mi sospettate? Perché avete bussato con tanta violenza alla mia porta? Per le mie casse di libri? Ho cominciato a collezionare libri per caso. Prima per colore; poi per argomento; poi per titoli. È stato semplice, naturale. Ho cominciato a tenere un diario, dove descrivevo con attenzione le posizioni in cui li avevo collocati. È importante sapere il punto esatto, i centimetri precisi che dividono l’oggetto dal muro, lo spessore degli scaffali, la densità della polvere. Ogni numero ha un suo mistero, ogni luogo un suo segreto. Non vi siete mai accorti che certe formule matematiche, certe equazioni semplici, certi numeri primi, ritornano come presagi?
     Le posizioni. Ad ogni posizione corrisponde un gesto, una traccia. Le tracce che abbiamo lasciato nel mondo. Riunirle, riordinarle, collocarle. È così che la vita diventa un’enciclopedia cifrata, un tronco con gli anelli stratificati e i cerchi bene in vista, con tutti i segni del tempo esposti all’occhio – i secoli, gli anni, i giorni, i minuti. Ricordo alcuni temi: la Geografia, la Grammatica Croata, la Bicicletta, l’Astronomia, gli Scacchi. Perché ricordo proprio questi? Non so. Mi piace viaggiare, adoro gli scrittori slavi, le stelle hanno belle configurazioni, l’aria sferza le guance dei ciclisti, ogni mossa con l’alfiere è un rischio mortale.
     Ho collezionato altri generi. Ingegneria, Musica, Genetica, Filosofia, Sonno. Li ho messi in tanti magazzini. Cosa ci ho messo? I miei libri, che diavolo! Non è di quelli che stiamo parlando? Non è per tutti questi volumi che ho stipato a migliaia in decine di case in centinaia di cartoni, saturando tutti gli spazi, che io sono stato denunciato e che voi siete qui, con le vostre sciocche divise, i tristi berretti a visiera sopra le facce pallide, a guardarmi con sospetto? Non vi hanno ordinato, i vostri capi, di sapere come io ho costruito le mie arnie di libri? Non c’entra nessun omicidio. Stilate con esattezza il verbale: Ian lavoratore instancabile, Ian ape paziente. Con le mie mani costruivo scaffale dopo scaffale. Poi, uno dopo l’altro, infilavo i libri lì dentro, li riunivo, li stipavo, li ammucchiavo anche in sei file, uno dietro l’altro. Che senso di pace, alla fine!  Che stupefacente sollievo! All’inizio erano pochi, avevo il tempo di leggerli, potevo ricordare gli argomenti, le trame, i caratteri. Era tutto contenuto nella mia testa, ordinato fra le pareti del cranio. Ma poi crebbero di numero e mi stancai di ricordare cosa significavano. Mi bastava vederli: il desiderio di togliere un volume dalla sua posizione per sfogliarne le pagine era eccessivo. Bisbigliavo 9 – 3 – 11- 4. Nominavo il numero, la fila, lo scaffale, e basta. La cifra è tutto. Sapere significa conoscere, numerare, misurare, dalle rughe di un volto decrepito ai granelli di polvere di un deserto. Se non riuscite a comprendermi, pensate a una mappa. Prendete la vostra vita, ad esempio. Voi lavorate per tutelare la legge. O almeno, così immagino, se siete qui, minacciosi, a guardarmi. Voi arrestate rapinatori, assassini, nomadi. Poi tornate a casa e sfogliate il vostro album di famiglia con tutte le fotografie. Non vi dà un senso di magico sollievo vedervi birichini e innocenti, all’età di sette anni, spavaldi e presuntuosi all’età di vent’anni, sazi e sicuri all’età di ventotto, con la madre che sorride e la fidanzata, orgogliosi e tranquilli con i vostri figli piccoli quando ne avete compiuto trentaquattro? Che soddisfazione! Tutto al suo posto. Tutto fotografato, riconoscibile, preciso, anche se suddiviso in immagini diverse. Se qualcuno vi uccidesse ora, le immagini resterebbero fisse nei fogli degli album, nei punti della vostra mappa. Molto rassicurante.
     Ma non per me. Ci sono troppi fattori imprevedibili nelle vite domestiche: le luci sgradevoli, le ombre confuse, i lutti imprevedibili, la polvere della rovina sulle cose. Non fa per me. Le mie mappe sono sicure come scrigni, chiuse nelle mie stanze, a Torino. Sono i miei libri. I libri che ho letto e collocato in quegli scaffali. Perché dovrei riconoscere una storia, identificarmi con un personaggio, riassaporare l’incanto delle parole? Non sono mai stato un vero lettore. Io, i libri, li possiedo. Non ho nessuna voglia di viaggiare dentro di loro. Il viaggio sono loro. Avete mai provato a svegliarvi tutti i giorni, sempre chiusi nel vostro corpo, sempre prigionieri della stessa stanza, pensando che domani la vostra esistenza sarebbe stata uguale a quella di oggi? La vita può essere interminabile. E, poiché è interminabile, ho cominciato a collezionare libri. Come compagni, sono compagni ideali: non sporcano, non parlano, se ne stanno fermi dove li hai messi, finché non sei a tu prenderli fra le mani, a sfogliarli, a risvegliarli, a toccarli. Sei tu, che decidi. Direte: non è lo stesso se accendi la televisione, se infili una cassetta o un dvd nel videoregistratore? Sì, ma cassette e dvd si deteriorano. Un giorno puoi non vederli più. I libri, invece, non basta il tempo di una vita a vederli invecchiare. Vivessi ottant’anni, i caratteri saranno sempre gli stessi, l’inchiostro non sparirà dalla carta: anzi, col tempo, una certa polvere sulle parole, un foglio ingiallito, può provocare un piacere perverso, sottile…
     Cercate di capirmi. Ho collocato i miei volumi nei punti esatti degli scaffali di certe librerie perché è un ottimo sistema per ricordarmi di me. Sapere che un libro è lì, catalogato e timbrato, messo in quella posizione, definito da quel numero, mi fa immaginare che la vita non sia caos, ma attimi certi, numeri esatti, splendide combinazioni. Là, per esempio.  Grammatica russa: 1, 27. Cosa è successo nel gennaio del 1927? Mancavano esattamente sei mesi alla nascita di mio padre.  Ecco, in questa cifra ci sono i sei mesi che hanno preceduto la sua nascita. Guardo il dorso del libro. Non importa cosa contenga. Immagino, ricostruisco, invento. Vedo una donna incinta. Una casa grande. Mio nonno che bacia mia nonna. Ho davanti ai miei occhi tutta la scena, fissata in un numero.
     All’inizio delle mie collezioni, ricordo che sulla prima pagina applicavo il mio timbro, poi disegnavo una bandierina con i colori della nazione a cui apparteneva l’autore. Spesso raccattavo volumi scartati dalle librerie o dispersi nei marciapiedi o gettati nei cassonetti, e li depositavo con cura in quel punto esatto della casa, li ordinavo negli scaffali o li lasciavo imballati ancora nelle casse.
     Scusate, ho perso il filo…8 – 6 – 54 – 7. La mia collezione, sì. All’inizio non li amavo affatto, questi rettangoli duri. Leggere, rileggere, capire, ripensare quello che avevo letto: che noia! Poi mi accorsi che i libri avevano una natura diabolica: potevano essere letti e potevano non esserlo. Splendido scoprire la seconda ipotesi! Tutti quei mattoni allineati e chiusi, colorati ma sigillati: sarebbe bastato aprirli per… e io non li aprivo apposta. Gialli, avventure, cronache, scoperte, teorie, western, fumetti, poesie – tutte le storie che potevo immaginare. Poi, se la fantasia mi mozzava il respiro e non mi faceva dormire, potevo mettere fine all’attesa, aprivo il libro, leggevo, e da allora non era più un segreto inesauribile ma un messaggio preciso. Fino al momento meraviglioso in cui lo avrei di nuovo dimenticato e il libro sarebbe tornato ad essere il più inaccessibile dei misteri.
     Perché mi guardate con sospetto? Cosa cercate? Pensate che sia un terrorista o una spia? Non ho mai né rubato né complottato. Potevo guadagnare due soldi come interprete o come attore di strada, ma non avrei potuto mantenermi una casa così grande da collocare tutti i miei libri. Scelsi una soluzione intermedia, insoddisfacente – l’unica possibile.  Affittai diversi magazzini e garages, dislocati in punti lontani di Torino, spesso all’estrema periferia della città: due ore dopo che li avevo affittati, grazie a velocissime ditte di trasloco, li avevo già riempiti di volumi. E io, nel mio taccuino, avevo annotato tutti i numeri di tutti i libri: La tabacchiera dell’imperatore, Marjuana, I ghiottoni, Lettera all’onorevole, Manuale delle caldaie a vapore. Sono solo alcuni esempi, ma sarebbero infiniti. Ho tanti taccuini con tutti i numeri: volendo, posso ritrovare questo o quel volume, questo o quel pezzo di vita. Talvolta le combinazioni mi attraggono per il fascino numerico. Spesso le gioco e rigioco. Una volta vinsi al lotto una piccola cifra con cui mi pagai per due mesi l’affitto di un altro magazzino, dove stipai altri libri.
     Torino è una città misteriosa ma lo è molto di più da quando io colleziono libri, perché ho disseminato, nei punti strategici della città, intere biblioteche di cui solo io ho la chiave. Solo io, Ian, padrone della città-libro che ho sempre sognato di possedere. Ho sotto controllo tutte le storie e tutti i saperi. Quelli, almeno, che riguardano me. Io regolo il caos.  Con le mie librerie sotterranee, come un generale con i luoghi strategici della battaglia di cui si sa sicuro vincitore, ho creato, molto semplicemente, me stesso. Me stesso, ripeto: un caos che non esiste. Niente può eliminare da me quello che so perché sono circondato da quello che so. Io sono quello che so. Ho tutti i numeri e tutti i punti. I libri sono lì: rispondono alle mie domande. Numero 13, fila 8, L’innocenza di Igor: diciannove anni, la musica di Mahler, il 1979. Dico 13, dico 6, ecco I due melograni: un bosco frusciante, i quindici anni, lo schiaffo di una ragazza.
     Ma voi non vi accontentate, no, voi chiedete e chiedete ancora, dovete riferire al vostro capo se io sono un pazzo o un criminale, se ho bisogno di una cella in ospedale o in carcere. Magari vi domandate perché non conduca una vita normale; perché non dorma, come tutti, in un letto decente; perché non mangi tre volte al giorno; perché non scopi una donna. Ve lo dico subito: niente di quello che voi pensate indispensabile per la sicurezza di un uomo rende sicuro me. Dormire? Ma se può arrivare la morte a portarti via come un lampo! Mangiare! E se poi finisce che il corpo si piega in due per la colite, che stramazzo a terra tra i dolori? E amare una donna, che mi detesterebbe per il mio morboso collezionismo? Perché? Le azioni normali dell’uomo sono cariche dei più orrendi pericoli. Trovate così pericoloso e inquietante che io collochi un libro in quel punto esatto della stanza, che gli dia un numero e una fila nello scaffale e che, domani, ricordando quei due numeri, possa riuscire ad evocare un momento irripetibile della mia vita?
     Io sono molto più normale di voi. Io colleziono la mia pace interiore. Ho sempre usato con voi – per tenervi lontani, per tenervi a bada – un linguaggio manierato, cortese, elegante. Conosco alla perfezione il tedesco, l’inglese, il russo, l’ucraino, il cinese, il giapponese, ma non li parlo. Con i libri è lo stesso: ci sono, ti tengono a bada, ti riducono al silenzio. Che bisogno c’è di una cucina, per nutrire questa carcassa che domani non esisterà più? Vi rendete conto, voi che parlate, di quanto tutto questo sia grottesco? Nutrirci? Al diavolo! Meglio acquistare un libro, collocarlo al posto giusto, tenerlo ben stretto nella mente. Lavorare alla biblioteca. Ma no! I miei libri non sono la biblioteca di Babele, non imitano metafisici labirinti, non presuppongono saperi tecnici o filosofici. Sono cifre, punti, equazioni, formule matematiche. Alla fine mi ritrovo sempre con 1 x 0. E 1 x 0 è nulla. Ricordate quel libro di Florenskj sulla prospettiva? Non ne ricordo una parola: ma so dove è collocato, in che punto di Torino, in quale caveau sotterraneo. Se lo penso laggiù, la mia vita è più chiara. Qui Èmile Cioran, Sommario di decomposizione; là Xavier de Montepin, Il medico dei pazzi. Un libro è incancellabile. Puoi sempre, in qualche punto di te, in qualche luogo della tua anima, gustarlo, toccarlo, ritrovarlo.
     Tutta la città, come volevo, comincia a essere la mia anima. A essere piena di me, come volevo. Nessuno mi conosce ma i miei libri occupano i punti strategici che conosco io solo, come in una città invisibile di cui sono io l’unico padrone. E io possiedo le chiavi di tutti i magazzini. Ho una sensazione inebriante e precisa: che la mia mente si sia espansa bene nei suoi luoghi, che tutti i miei pensieri siano contenuti in numeri e spazi privi di caos. Non posso perdere neppure una pagina; perderei un minuto di vita. Ho collocato i miei pensieri dentro certi volumi, come se le frasi non fossero parole ma cose reali: emozioni, ricordi, parti del cervello e del cuore. Spesso ho pensato: se al posto dei libri ci fossero piume di uccelli dai colori cangianti, oppure orme di piedi, maschili e femminili, o impronte digitali, o fotografie? Non sarebbe lo stesso, non sarei abbastanza soddisfatto. A conti fatti, un libro è sempre la cosa migliore. Un libro non è mai quello che è veramente: ha una forma rettangolare, anonima. È una cosa sigillata, uno scrigno chiuso, una piccola bara: però, quando lo vuoi, lo apri, e ti si spalanca il mondo che vi si annidava. Tutti i pensieri, i sogni, gli inganni, le avventure, sono lì: possono volare via, polverizzarsi, o risuonarti dentro. Ma sono lì. Quelli sono i miei punti, le mie coordinate. Tutti insieme rappresentano l’anatomia del mio sistema arterioso e venoso, il sangue che mi affluisce alla faccia, alle mani, alle gambe, alle ossa. Perché, se mi guardo dentro, se cerco di ricordare chi sono senza di loro, ho un senso di confusione assurda, di orribile stordimento, come di ubriachezza; e mi si affollano in testa speranze, pulsioni, passioni. Che orrore! Preferisco riportare tutto alla composta e regolare superficie delle copertine, a quelle piccole colline rettangolari e colorate, bene al riparo dentro stanze sempre chiuse, dove non possono entrare né raffiche di pioggia, né folate di freddo, né bufere di neve.  Volume 7, fila 2, magazzino 3, una bimba scivolata dalle scale, una ringhiera arrugginita, la pioggia che crepita sull’intonaco della scuola, la copertina gialla col titolo scuro. Volume 8, fila 16, magazzino 9, il primo libro che ho letto, fiabe scozzesi, ricordo le illustrazioni, la carta, i caratteri, ho quindici anni, disteso nel letto, a luglio, la finestra socchiusa, leggo e sogno. Volume 9, fila 15, magazzino 12, un grande volume pieno di immagini infernali e di versi incomprensibili, che acquisto quando ancora non so quasi leggere, lo sfoglio estasiato, osservo paludi scure, corpi contorti, lapilli…
Andate via di qui, via!! 7 – 9 – 14 – 26!!
     Ieri notte, in sogno, mi trovavo nello scompartimento di un treno e provavo il desiderio irrefrenabile di occuparlo tutto.  Volevo farlo con le persone che passavano nel corridoio, volevo costringerle a sedersi tutte vicino a me, tutte sedute insieme, in tutti i posti, senza lasciare nessuno spazio libero. Avrei parlato con ognuno di loro, e ognuno di loro mi avrebbe risposto. Nessun vuoto. Nessuna inquietudine. Esseri vivi, numerabili, classificabili, visibili, con i loro colori, espressioni, ossa, vestiti. Temevo solo la prossima stazione, quando qualcuno si sarebbe alzato, e inevitabilmente avrebbe lasciato il suo posto…
     Che catastrofe! Io l’ho evitata per sempre. I libri sono fermi. Dormono. Nessun movimento, nessun disastro. Loro mi aspettano nel caos inesistente. Sono la mente, il sonno, la pace di Ian.
     Non parlatemi più, non esasperatemi. Io una soluzione l’ho trovata. Tornare da loro. Andate via! 9 – 6 – 9 – 4! Mi aspettano! Via di qui! Lasciatemi tornare da loro!

 

***

8 pensieri riguardo “Caos inesistente”

  1. narrazione in bilico tra Franz Kafka e Ray Bradbury, buona e originale l’idea di base dell’io narrante di un accumulatore seriale di libri coi suoi codici per ritrovarli nel caos del tempo e della toponomastica, il tutto scritto in un’ottima prosa, mai pesante, mai noiosa, mi chiedo però perché affibbiare una nazionalità straniera al bravo Ian? Anche se è persona colta, forse un qualche strafalcione in italiano lo scriverebbe…

  2. GRAZIE!!!!!!!!! cercavo questa storia, sapevo che prima o poi sarebbe venuta a me….è quello che succede nella testa di Pino(Klein) ..legno resinoso..autodafè…ordine dei libri caos inesistente …la poesia rimette a posto le cose

  3. leggo e mi passa per la ente non solo f. Kafka e r. Bradbury, citati nel commento di f.a., ma joyce, ulisse, partizione IIX scilla e cariddi la biblioteca, in ogni caso lettura stupenda..
    r.

  4. Grazie, Francesco, dell’ospitalità.
    Per la nazionalità di Jan è il caso della vita che ha scelto: la persona è realmente esistita e i suoi comportamenti sono stati molto vicini a quelli che drammatizzato; il suo nome e cognome era R.P.; chi lo conobbe e me lo presentò, un editore bizzarro, mi disse che era vissuto in Francia ma che aveva origini balcaniche, forse rumene. La persona in oggetto è scomparsa molti anni fa per un K cerebrale. Io lo vidi, ma una volta sola. Aveva un’aria mite, dimessa, una sua particolare ritrosia.

    1. Comunque complimenti, il pezzo assume una luce diversa, un modo ispirato, bellissimo e non retorico di trasmettere memoria di una persona.

  5. Grazie, Flavio: questo era ciò che volevo, e che ho delineato all’interno di mie ossessioni personali (come la bulimia di libri, che talvolta a stento riesco a leggere: magari, chissà, disegnano una loro trama…). Ciao. M

  6. Bello, vero per ragioni di scrittura. Mi fa venire in mente per contrasto Hant’a, il protagonista di Una solitudine troppo rumorosa di Boh. Hrabal, che salva libri e adorna i pacchi che si porta a casa dal macero….
    Grazie.

  7. a me è tornato in mente anche Borges, anche se qui c’è più inquietudine al posto del mistero, che personalmente prediligo.Ma! I tempi chiedono il perturbativo, oltre al perturbante, il caso germogliante è quanto la società produce nella psiche. Numismatica e bibliofilia, riduzione del libro in casellario e cesellatura della mente, ingegneria e architettura, aggetto tra un lugo che c’è e mille altri che pur vivi di parola sono solo dentro la mente fino a che, per una urgenza qualsiasi, si trasformano in materia che vive tra di noi. Grazie per questo pezzo davvero ricchissimo di spunti. ferni

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