Marco Ercolani: le mura intorno (inedito)

Marco Ercolani ha affidato alla Dimora del Tempo sospeso un suo libro inedito, scritto tra l’agosto 2018 e il settembre 2019, intitolato Le mura intorno. 

Pubblichiamo oggi un secondo frammento.

Dovevo iscrivermi a Lettere, come i professori di liceo si auguravano, ma poi sgusciai nella facoltà di Medicina, chissà perché. Forse per imitare un amico, che sarebbe diventato pediatra. Ma in realtà volevo scrutare le teste degli altri: come farlo, senza diventare medico della psiche, legittimo voyeur della mente?
L’ontano: il vento non riesce a piegarlo, la nebbia non ne cancella la forma. Resiste al gelo, a suo agio nel buio. Convive con le bufere. Albero freddo e severo. Anche se talvolta la sua corteccia si fa di un rosso vivo, simile al sangue. Tollera climi ostili, lasciando che il tempo passi. Considera il fragore delle foglie contro il vento l’unico suono possibile. Non cede. Sa aspettare.
Essere come l’ontano, solitario ma fermo. Resistere. La gioia della temperanza. Ma poi, mentre si aspetta con dignità e fermezza che la tempesta passi oltre, d’improvviso quel gatto spelacchiato entra nella chiesa di soppiatto, si accosta all’acquasantiera, si arrampica, ci immerge le zampe. E tutto diventa strabico, sciocco, demente. L’ontano non ha più senso se quella cosa di peli e di ossa può, in piena notte, sgusciare dentro un tempio e simulare un gesto sacro. Come nell’Annunciazione del Lotto le figure appaiono bloccate in gesti rigidi, simbolici. La stanza è nordica, il letto a baldacchino, la finestrella con i vetri piombati, la mensola, e la piccola natura morta (libri, candelabro, calamaio), lo sgabello e la clessidra, l’inginocchiatoio, il gatto che fugge inarcando la schiena.
Oggi, mercato.
Una bella aria di settembre.
Un senegalese vuole che compri una borsa, insiste, mi irrita. Ma io ho bisogno di mutande, di calze. Camminando scucio le calze sul tallone. L’elastico delle mutande si allenta. Mi occorrono continui ricambi. E si deve anche passare da C., la rosticciera. Appoggio l’auto sul marciapiede. Ti vedo che acquisti chissà cosa, con lentezza e con grazia, come sempre. Poi esci dal negozio e sei sempre come allarmata, non mi vedi. Ti mando un cenno, un sorriso. Ecco, ti sei accorta che ci sono, vieni verso di me, con le mani da scoiattolo. Come un rito. Solo la morte lo interromperà.
Quando ti conobbi ti dissi come avresti dovuto scrivere le tue future poesie. Io, con quella faccia da talebano trentenne, il maglione stretto al collo, tappato nel mio autismo di artista, volevo dire a te come rischiare, per cercare una poesia ulteriore, originale, totalmente tua. Con la mia infantile superbia di allora, volevo modellare, con te, una anomala Bellezza, un nostro sogno a quattro mani. Ora lo so (allora non potevo) quel sogno ha generato libri, carezze, chiacchiericci notturni. Tu, dopo aver letto Pasternàk, una volta sorridesti scivolando nel letto. La faccia verso di me, bisbigliavi (ricordo): «In che millennio siamo?».

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Colate di lava, alle falde dell’Etna, a formare crateri di templi che si sono sgretolati prima di essere costruiti e dove non si é mai svolto nessun rito. Rami plasmati dalla lava in forme di rettili distesi sulla pietra o di esseri deformati dal dolore. Saline basse. Vie di pietra fenicia e normanna. Da sempre quella rovina è la stessa rovina, sotto l’identico vento che soffia da secoli. I Tophet sepolcrali di Mozia: anfore con ceneri di bambini, guerrieri, donne e uomini con maschere e copricapi, lastre a coprire ossa piccole, irriconoscibili, di esseri sacrificati in riti cruenti. Una maschera nera, di ossidiana, traversata da una smorfia. Un uomo parla degli spiriti dei bambini, potenti nelle Cave di Cusa. Gli spiriti abitano i luoghi incompiuti, il tempio interrotto. Segesta ha distrutto Selinunte. Da Cusa non verranno più portati via quei massi immensi, appena sbozzati a colonne, destinati a costruire Selinunte e ora a giacere incompiuti sotto le folate del vento, a giacere nell’erba, immani, futili, grandi, con l’aria che sibila gelida fra cespugli e fessure. Le rocce di Al Qantara sono prismi perfetti che l’acqua ha ricavato dalla lava erodendola per secoli: ha senso questa perfezione? E poi le valli. Grandi come crateri sotto la luna, dune nere e bianche, monti invisibili che prima erano rosei. Muri lavici, sprofondati nella notte. Case basse che trattengono il sole, come in Marocco e in Provenza. La pietra soffice di Siracusa, dove la mano lascia tracce di polvere bianca e il muro, trasfigurato dalla pioggia fittissima, entra nel cerchio assolato dove il tempio di Atena è rivestito dalla chiesa barocca. Alla Zisa muri vuoti di porte, fortificazioni notturne. I due angeli della cattedrale di Modica reggono il primo uno scettro, il secondo uno specchio: è il riflesso dello specchio ad assumere solenne autorità o è il potere a polverizzarsi nei riflessi dello specchio? A Cefalù rocce grigie e bianche, forme di templi mai nati. Non sembra una necropoli. Sopra le pietre si addossano, basse e bianche, le case. Nella piazza una fontana piccola: il senso della luce è tutto nel suono dell’onda, quando l’ultimo chiarore sparirà dalla schiuma. Su ossa piccole, infantili, irriconoscibili, è in bilico una maschera nera, fissata in una smorfia sarcastica. Le immagini sono scintille di luce, ma la luce si incolla e si confonde, torna questa nebbia grigia. La finestra chiusa, il portacenere con mozziconi di Moods, una matita smangiata, la matrice di una multa mai pagata a Camogli, la pietra opaca del Pordoi

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Sezade camii. Sultanahmet. Arkeoloj muzeleri. Gli affreschi dell’Anastasis con Cristo che sradica gli apostoli dal loro sepolcro. Il Re con le ali d’uccello. Le due teste infantili di Medusa. Le tavolette ittite. Le teste tristi di Kore. La battaglia di Alessandro, nel sarcofago, che anticipa di secoli la potenza di Michelangelo. La certezza che l’arte passi per vie segrete e non maestre, per miraggi critici. La sensazione di essere, nel grande fragore di Istanbul, piccolissimo e silenzioso. La moschea affacciata sul Bosforo, tutta coperta da migliaia di piccioni neri, con nell’aria l’eco del muezzin amplificata dagli altoparlanti, sembra una grande psiche avvolta dai fantasmi. E poi, l’odore delle spezie nei bazar, che nessuna mente e nessun libro potranno rappresentare. Il sottopassaggio occupato da una calca immensa di persone, i venditori di scarpe che urlano, annidati a ridosso dei muri. Una volta all’aperto, il pane scottato sulla piastra, il salmone fresco, l’urlìo delle voci, le navi in partenza. Arriva un vecchio, la faccia troppo rugosa. Centinaia di piccioni volano alti. Il tramonto è imminente. I rumori del bazar assordano la testa. Dentro il frastuono c’è un silenzio perfetto, come sotto la cupola altissima e dorata. Uomini scalzi, fuori dalla moschea, sollevano gli occhi in alto, tastano dei fogli. Donne arabe, dentro la moschea, la testa velata, leggono immobili, come morte o dormienti. In un caffè affollato, sotto il vetro del tavolo, un foglietto senza firma, datato 1 settembre 2009, riporta queste parole: «Istanbul è pittoresca se pittoresco è ciò che la casualità del tempo ha mutato della sua forma originaria creando nuove visioni». Forse la frase è di Ruskin. Chissà. Nuove visioni consentono di vedere realmente il Bosforo abbacinante, dove non distinguo riva da riva perché voglio sempre essere altrove.

5 pensieri riguardo “Marco Ercolani: le mura intorno (inedito)”

  1. eccco adesso posso rispondre, grazie! chiedo scusa a tutto il sito e ai curatori x il mio imperdonabile comportamento… purtroppo dettato da un un alcolismo cronico. Ho letto tutti i libri di francesco marotta gentilmente nell’offerta della biblioteca… credo davvero che sia il presecutore del grande poeta tedesco (Celan) … aspetto la dimora del tempo sospeso come da bambino i balocchi sotto l’albero.
    scusate ancora e grazie giorgio stella
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