Canzonacce

…………Giorgio Galli

Le strade del mondo

Chiunque Tu sia, Adonai
E ovunque il Tuo letto di morte
Guardaci sporchi di sabbia
Il sole ci cuoce addosso la pioggia

Qualunque strada, o Lord
Qualunque polveriera
Ci conduce allo stesso posto

A tappe forzate, in catene
Ci conduce allo stesso posto
Ho messo calce sui muri d’Europa
Ho riparato i tubi
Degli acquedotti dei secoli
Ho marciato sotto Atatürk, Berija, Assurbanipal

Belli e duri come i sassi, o Deus
Non puliti e non sudici
Ma tostati dal legno e dalla luna

Chiunque Tu sia, Adonai
Ovunque Tu ti sia perso
Le rotte degli esuli
Sono impregnate del Tuo nome

Lungo le strade che non portano a niente
È pieno del Tuo nome
Del Tuo nome che non esiste
Del Tuo nome che non risponde

 

Il canto della terra

Io più ci penso e più sono incantato:
mi rendo conto che in musica ho sentito,
a volte, gli strumenti di un’orchestra
imitare qualcosa di un cavallo
che beve alla sua greppia,
un volo di canarino, un cancellino,
una gabbietta d’uccello che si chiude,
l’annaffiatoio dimenticato aperto,
versi d’upupa, cucù, schiocchi di merli
e un saltellare di lucci sullo scorrere
gaio d’un rivo.
Ho visto questa scena, con i suoi voli e salti,
nell’Adagio di un Concerto di Bartók:
non era lieta, ma l’uomo non c’era.
Anche Hokusai nelle incisioni sue
sembra mirare le forme ed i colori, e domandarsi
come saranno quando noi non ci saremo.
Vedete, ogni arte si ritaglia un posto
per conversare con ciò che noi non siamo,
il non umano, o il divino se volete.
E allora penso che forse non dobbiamo
tanto ascoltare ciò che dentro
ci fa la rissa in cuore,
quanto la canzone dell’insensato
mondo ch’è fuor di noi, dove tutto è per caso
e tutto continua ad essere se un incantesimo
o la stupidità ci fanno sparire.

Forse dobbiamo tenere più aperta
la porta che si tende su quest’abisso ignoto
e tralasciare l’abisso più docile
che ascoltiamo da secoli, dentro di noi.

 

Cadono gli angeli

Io non lo so per quale legge accade,
eppure accade: e sembra che gli alberi
non abbian posto per i frutti più buoni,
che il grembo delle madri
non ce la faccia a sopportare il peso
di quanto di migliore ha custodito.
“Muore giovane colui che al cielo è caro”
si diceva una volta: ed era un amore-odio,
colui che gli Dei amavano, lo invidiavano
e lo annientavano senza pietà.
Come se fosse troppo bello per poterlo tollerare
come se la sua presenza fosse un monito
di ciò che doveva essere, e non era:
non si poteva essere più divini degli Dei.
E la gente è proprio come Giove,
vede un bel viso e lo sfregia,
trova un muro bianco e ci scrive su,
nasce un figlio troppo buono e lo ricusa.
Lui girerà per il mondo impazzito
folle di rabbia e di dolore
e diranno: “È così che si diventa
ad esser troppo simili a lui”.
La sua pazzia sarà consolazione.
Cadono gli angeli come cade la neve,
come cade la neve, e poi si scioglie.

 

Chagall

Una luna azzurrissima riposa.
Tutta la città tace: è notte. Quand’ecco dalle case
vedi uscire un rabbino
con i libri della Legge fra le mani,
un giocoliere, uno col violino
che volteggia suonando sopra i tetti.
Vanno fluttuando nell’aria come uccelli,
come bambini che giocano nel mare.
Le candele si accendono su Vitebsk
e la banda accompagna il funerale
– il funerale della tua compagna
che ancora giovane un giorno ti lasciò.
Vola davvero sopra i tetti rossi
insieme agli angeli ai violini e alle trombe
con la sua veste da sposa,
madre dolcissima in oro di Bisanzio…

 

La morte

L’odore della morte l’ho sentito
quando nella vasta piana
del cimitero, sparsa di tombe e di fiori,
fra le croci ed i segni che parlano
di devozione e paure medioevali,
sopra il viale di loculi
che corre verso i colli e verso il mare,
passa un uccello
che – mentre un po’ di vento sfiora l’erba –
emette un grido secco,
stridulo, e va via.

 

Uno che va

Sparirò. L’attesa è troppo grande
e il tempo sulla terra troppo breve.
Tacerò. Il sonno è benvenuto
la cortina del buio mi ripara.
Verseranno nel cesto fogli inutili
quaderni mezzi vuoti, frasi monche.
Mi confonderò piano piano col buio
sarò macchia fra tante, sarò rovo.
Sarò cose non dette, silenzi.

 

Netturbino, blues

il gattino schiacciato a bordo strada
animale notturno come me
le bottiglie degli ubriachi che festeggiano
degli ubriachi che bevono
perché non c’è più nulla da festeggiare
l’alba impastata di sonno
il sonno dei porci del mondo

la bava delle emozioni seccate nel buio
l’anima fuori dal baricentro
l’odor di piscio dei morti festosi
che modellano con l’aria la parola “vita”
l’alba impastata di tubo di scarico
e a bordo strada accanto al gattino
dormono i porci del mondo

 

Nicola

Ti somiglia quell’aria che il mattino
d’inverno a volte porta al mare: l’aria
gelida quasi di ghiacciaio alpino
che spacca l’aspra zolla della pelle.

È irsuto il mare e dardi soleggiati
getta la sabbia. Il cielo è triste e limpido
come un’immensa lavagna che aspetta
d’esser rigata con pensieri neri.

Crescono erbacce, qua e là, sparse a mucchi:
il muricciolo, e rametti nodosi,
qualche sasso, e le schiene che due vecchi
voltano al mare rientrando, freddolosi,

sono lo scabro ornamento di questa
passeggiata che mi offri, quasi muto.
Come un mazzo di rose io la prendo:
il tuo silenzio è una voce anche mia.

 

…………………..Giorgio Galli, Canzonacce
……………Grottaminarda (AV), Delta 3 Edizioni
…………………..“Letture Meridiane”, 2021

5 pensieri riguardo “Canzonacce”

  1. lungo le strade che nn portano a niente é un verso mio, ma di tutti i poeti –
    lui, in qualche maniera si consegna a una specie di lettera che la posta ha perduto e la ringrazia ecc…,

  2. Gli oggetti e i personaggi in volo di Chagall-ricordati nella tua poesia- guidano la mente a rendere credibile l’incantesimo! Auguri Elisabetta Potthoff

    >

  3. Testi a mio avviso notevoli. Poca retorica, grande profondità, chiusure coerenti e forti.
    Bravo Giorgio, mi hai spiazzato in questa tua frequentazione inedita di poesia.
    Nino

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