Rapporto sui ciechi

Ernesto Sábato

Sopra eroi e tombe
III. Rapporto sui ciechi

     Quando è incominciato quel che ormai finirà col mio assassinio? Questa feroce lucidità che ora posseggo è come un faro che mi consente di proiettare un raggio intensissimo di luce su vaste regioni della mia memoria: vedo facce, topi in un granaio, strade di Buenos Aires o di Algeri, prostitute e marinai; muovo il raggio di luce e vedo cose più lontane: una fontana nella tenuta, un pomeriggio d’afa, uccelli o occhi che buco con un chiodo. Sì, forse proprio lì, a quell’epoca, ma chissà: potrebbe anche essere molto più addietro, in epoche che ora non ricordo, in periodi remotissimi della mia prima infanzia. Non so. E poi, che importa?
     Ricordo perfettamente, in cambio, l’inizio della mia ricerca sistematica (dell’altra, quella inconscia, forse la più profonda, come posso saperlo?). Fu un giorno d’estate dell’anno 1947, passavo per piazza Mayo, costeggiando via San Martín, sul marciapiede del Municipio. Camminavo distrattamente, quando a un tratto odo un campanello, come di qualcuno che volesse svegliarmi da un sonno millenario. Io camminavo, e intanto udivo il campanello che cercava di penetrare negli strati più profondi della mia coscienza: l’udivo, ma non l’ascoltavo. Finché improvvisamente quel suono tenue ma penetrante e ossessivo parve toccare qualche zona sensibile del mio io, qualcuno di quei punti in cui la pelle dell’io è finissima e di una sensibilità anormale: e mi svegliai di soprassalto, come dinanzi a un pericolo improvviso e turpe, come se avessi toccato nel buio con le mani la gelida pelle di un rettile. Davanti a me, enigmatica e dura, che mi osservava con tutta la faccia, vidi la cieca che in quel punto vende cianfrusaglie. Aveva smesso di suonare il suo campanello; come se l’avesse scosso soltanto per me, per svegliarmi dal mio folle sogno, per avvertire che la mia esistenza di prima era finita, chiusa, insulsa tappa iniziatica, e che ora dovevo affrontare la realtà.  Rimanemmo così, lei immobile, puntando quel suo viso astratto verso di me, e io paralizzato come da un’apparizione infernale ma gelida, durante istanti che non fanno parte del tempo ma che danno accesso all’eternità. E poi, quando la mia coscienza ritornò nell’alveo del tempo, fuggii.
     Fu così che ebbe inizio la tappa finale della mia esistenza.
     A partire da quel giorno compresi che non si poteva più perdere neppure un minuto e che dovevo dar inizio subito all’esplorazione di quell’universo tenebroso.
     Passarono diversi mesi, finché in un giorno di quell’autunno avvenne il secondo incontro decisivo. Ero nel pieno delle indagini, ma il mio lavoro era ritardato da una inspiegabile abulìa, che ora penso fosse certamente una forma fallace di paura dell’ignoto.
     Non avevo tuttavia smesso di sorvegliare e studiare i ciechi.
     I ciechi mi avevano sempre molto interessato. Ho sostenuto in varie occasioni dispute sulla loro origine, gerarchia, maniera di vivere e condizione zoologica. Incominciavo appena ad abbozzare la mia ipotesi della pelle fredda ma già ero stato insultato per lettera e a viva voce dai membri delle organizzazioni in qualche modo relazionate al mondo dei ciechi. E con l’efficacia e la rapidità, la misteriosa capacità d’informazione che hanno sempre le logge e le sette segrete; logge e sette sempre invisibilmente diffuse tra gli uomini e che, senza che si sappia e neppure si arrivi a sospettarlo, ci sorvegliano in permanenza, ci pedinano, decidono del nostro destino, della nostra rovina e perfino della nostra morte. Il che soprattutto succede nella setta dei ciechi, che, per maggiore disgrazia di chi lo ignori, hanno al loro servizio uomini e donne normali: gente, vuoi abbindolata dall’organizzazione; vuoi vittima d’una perniciosa demagogia dei sentimenti; e infine, ma sono i più, individui semplicemente timorosi delle punizioni fisiche e metafisiche che si mormora riceva chi si azzardi a mettere il naso nei loro segreti. Punizioni che, sia detto per inciso, ebbi allora l’impressione di aver già parzialmente ricevuto e la convinzione di dover continuare a ricevere, e in forme ogni volta più temibili e sottili; ma la cosa, senza dubbio a causa del mio orgoglio, altro risultato non ebbe che d’accentuare in me indignazione e proposito di spingere le mie ricerche fino alle ultime conseguenze.
     Se fossi solo un po’ più sciocco potrei forse vantarmi d’aver confermato con quelle investigazioni le ipotesi fin da ragazzo formulate sul mondo dei ciechi, poiché furono e gli incubi e le allucinazioni della mia infanzia a condurmi alla prima rivelazione. Poi, crescendo, mi si andò accentuando la prevenzione contro questi usurpatori, anzi morali ricattatori che naturalmente abbondano nei cunicoli delle ferrovie metropolitane, per una loro specifica parentela con gli animali di sangue freddo e viscida pelle che sono abitatori di tane, caverne, cantine, carrugi, fogne, chiaviche, condotte sotterranee, pozzi neri, fessure profonde, miniere abbandonate per silenziose infiltrazioni d’acqua; e alcuni, i più potenti, in enormi tane sotterranee, certe volte a centinaia di metri di profondità, come si può dedurre da ambigue e reticenti notizie di speleologi e cercatori di tesori; e tuttavia abbastanza chiare, per chi conosce le minacce che incombono su chi cercasse di violare il gran segreto.
     Prima, quando ero più giovane e meno diffidente, seppur convinto della mia teoria, rinunciavo a verificarla e perfino ad enunciarla, perché quei sentimentali pregiudizi che sono la demagogia delle emozioni mi impedivano di sfondare le barriere erette dalla setta, tanto più impenetrabili quanto più sottili e invisibili, fatte di idee imparate a scuola e sui giornali, rispettate dal governo e dalla polizia, diffuse dagli istituti di beneficenza, dalle signore e dai maestri. Barriere che impediscono di arrivare fino ai tenebrosi sobborghi dove i luoghi comuni incominciano a diradare, a diradare, e nei quali si inizia ad avere qualche sospetto della verità.
     Ci vollero anni perché potessi oltrepassare le barriere esterne. E così, a poco a poco, con forza grande e paradossale, come quella che in un incubo ci fa muovere incontro all’orrore, andai penetrando in quei proibiti territori in cui comincia a regnare l’oscurità metafisica, qua e là intravvedendo, dapprima in modo indistinto, come fuggevoli dubbi e fantasie, poi con maggiore e terribile precisione, tutto un mondo di esseri abominevoli.
     Racconterò come conquistai questo terribile privilegio e come dopo anni di ricerca e di rischi potei entrare nel recinto dove s’agita una moltitudine di esseri, dei quali i comuni ciechi non sono che la manifestazione meno impressionante.

[…]

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Tratto da: Ernesto Sábato, Sopra eroi e tombe, traduzione di Fausta Leoni, Milano, Feltrinelli, “I Narratori”, 1965 (Prima edizione argentina: Sobre héroes y tumbas, Buenos Aires, Fabril Editora, 1961).
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7 pensieri su “Rapporto sui ciechi”

  1. Dov’è questo libro? Lo avevo, lo avevo… Lo cerco in libreria, ma sembra scomparso!
    Ah Francesco, perché rinnovelli lo disperato dolor…
    M.

  2. Questo romanzo è un capolavoro assoluto.
    E il romanzo nel romanzo, il Rapporto sui ciechi, un capolavoro nel capolavoro.
    Chi non l’avesse letto sappia che qui ci troviamo di fronte a una delle prose migliori del Novecento.

  3. quante “tracce” trovo nella tua dimora francesco
    la poesia deve farsi prosa e la prosa deve farsi poesia
    grazie, grazie di cuore
    spero tu stia bene
    un bacio
    la fu

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