La casa del mais

Fausto Marchetti
Cristina Bove

Nella casa del mais il mare d’erba si fonde con il cielo.
Due uomini nudi sotto la doccia.
Il vecchio non si lava più da solo, l’ultima volta è scivolato, ha paura, orgoglio e pudore gli impediscono di chiedere aiuto alle figlie, sono io l’unico cui affida le confidenze della sua intimità da quando l’ho stretto tra le braccia, mentre gli annunciavo la morte improvvisa della moglie sei anni fa.

Se non fosse stato per te, gli sarebbe venuto un colpo subito, già allora, fu solo grazie al tuo affetto e al tuo abbraccio amorevole che riuscì a sopravvivere al dolore della mia perdita, e io ti ho benedetto, per tutto quello che ci avevi dato, per tutto il cuore che ci avevi messo a cercare di capirci e di amarci entrambi.

Lo scroscio caldo dell’acqua diffonde vapore nello stanzino, accanto a me la pelle leggermente abbronzata ricopre lassa quel che rimane di muscoli e tendini, le mie mani insaponate scivolano sulla sua anatomia, percorrono il telaio di ossa, è girato di schiena, le mani saldamente ancorate alle manopole cromate.
Davanti ai miei occhi l’immagine della sofferenza, un cristo di legno in un corpo di ottant’anni demolito da un male che non perdona.
La nudità e l’inefficienza gli impediscono di parlare.

Che pena vederlo ridotto così, lui così infaticabile, forte come un toro! Ma la sua anima è la stessa, la sento viva e possente come allora.

Mi inginocchio per lavargli gambe e piedi, gli chiedo di voltarsi.

“Cosa sono queste macchie scure sull’inguine, e anche qui e qui all’incavo, cosa ti hanno fatto?”.
“Deve essere la colla dei cerotti per fissare il catetere.”
“Se vuoi le tolgo con la spugna ma dovrei premere un po’ e soprattutto tenere tra le mani il…”
“L’uccello, chiamalo così anche se da tempo non si alza più in volo”.

Santo cielo, ragazzo, mai avrei pensato che avresti potuto accudirlo così! Ho sempre considerato una fortuna per mia figlia averti conosciuto.

“Hahaha…”
Sta sussultando in una risata coinvolgente.
Non riesco a trattenermi, come sempre nelle occasioni più imbarazzanti.
Mollo tutto, scivolo sul pavimento piastrellato, gambe larghe, schiena appoggiata alla parete.
Continuando a ridere si accascia sedendosi davanti a me. Lo accolgo tra le braccia, la sua schiena è sul mio petto e la testa sulla mia spalla.
Due uomini nudi sotto la doccia, suocero e genero da trent’anni.
Ci abbandoniamo per un po’ all’allegria e alla pioggia calda sopra di noi, accanto a me c’è il flacone dello shampoo.
“Dai che ti lavo anche i capelli.”
Sciacquo la nuvola di sottilissima lana bianca.

Ne ha ancora tanti di capelli, ricordo quando erano scuri, sempre un poco arruffati, amavo tanto il ciuffo che gli ricadeva sulla fronte!

Non ride più. Nelle lacrime e nella paura scioglie il suo dolore: “Vorrei morire qui adesso, mi piacerebbe andarmene così dopo una sana risata, non riesco a pensare di dover restare muto a guardare l’angoscia sulle facce delle persone che più amo. Sono in dirittura di arrivo o partenza come la si vuol chiamare. Stiamo ancora un po’ qui a parlare, è un sollievo quest’acqua che mi batte sul corpo, mi sento purificare”.

Quanto mi piacerebbe essere al posto tuo, ragazzo, anche così com’è adesso, mi farei abbracciare e lo abbraccerei anch’io, lo amerei come quando era giovane e forte, appassionato e non gli bastava mai!

“Mi manca mia moglie, avrei sofferto da impazzire a farmi veder in questo stato! Prima l’ho sentita accanto, ho avuto un brivido, una voglia di abbracciarla… Ricordi quel mese d’agosto, quando hai dormito qui e ci hai visti sotto il ciliegio in fondo all’orto fare all’amore alle prime luci dell’alba?”.

E certo che se lo ricorda, noi eravamo imbarazzati più di lui quando ce ne siamo accorti.

“Sì non l’ho più scordato, è come se fossero sempre davanti a me i vostri corpi in quell’abbraccio, ero scombussolato dalle sensazioni che provavo perché tua moglie ha sempre esercitato su di me una certa attrazione ma il mio amore era ed è tutto per vostra figlia”.
Il vecchio sorride.
“Usciamo, mi sento molto stanco ora.”
Lo aiuto ad alzarsi gli faccio infilare l’accappatoio. Dopo averlo tamponato con l’asciugamani mi chiede di passargli del talco mentolato su tutto il corpo, la malattia al fegato e tutte le medicine che prende gli procurano un forte prurito.
Mi abbraccia. “Te lo dico anche a nome suo, ti voglio bene, per tutto quello che sei stato per noi.”

Bravo, mio caro, abbraccialo forte anche per me, digli quanto l’ho amato e quanto lo amo ancora.

Lo stringo per soffocare la mia commozione.
“Non voglio lasciarti andare!”
“E’ l’ora per me, un giorno così è giusto per morire. Un ultimo favore, scaldami un goccio di latte”.
Il tempo di versare il liquido tiepido nella scodella e arrivare davanti a lui, mi fa cenno con la mano di avvicinarmi, mi prende la testa tra le mani, mi bacia e sussurra: “Lasciami andare”. Una lacrima gli riga il volto, gira la testa verso la credenza dove la moglie sorride da una cornice in argento, chiude gli occhi.

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Il racconto è stato pubblicato da Remo Bassini nell’e-book “Racconti a quattro mani 2010“. Leggibile ora anche nel blog di Fausto Marchetti.

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19 pensieri riguardo “La casa del mais”

  1. Quando l’emotività è sollecitata in questi termini , con queste parole , non si può non esprimere che condivisione e sincera ammirazione .
    Difficile non andare sopra le righe in circostanze topiche come questa , brillantemente risolta di pancia e di mente .

  2. Io cosa rispondo ora … con un paio di bicchieri di rosso e un buon bicchiere di zibibbo?
    Mi ha chiamato Crì a metà pranzo di Pasqua e quasi non la riconoscevo, poi mi da la notizia di questo omaggio che di certo non mi aspettavo, non so neanche se sono stato capace di rispondere ai suoi auguri tanto ero frastornato e felice per questa sorpresa. Proprio stamattina ho scritto a Lucia Tosi che dell’uovo di Pasqua oramai mi interessa solo il cioccolato fondente invece ho trovato la sorpresa e che sorpresa! Oggi non ho fatto il pane è la prima Pasqua che non lavoriamo, abbiamo festa a casa mia con mia mamma di 90 anni , i miei fratelli, i miei due figli e le loro ragazze ma la festa si è allargata con questo omaggio. Grazie Francesco, io non so cosa aggiungere non sono abituato a queste cose, mi rendo conto di aver trovato amici che mi vogliono bene così come sono e questo è molto bello.
    Grazie Crì , tu lo sai quanto è forte la nostra amicizia.
    Buona Pasqua a tutti!

  3. questo fu – ormai siamo al passato “remoto”, segno di amicizia – un pezzo che mi piacque moltissimo e che rileggo con grande piacere ed emozione per la verità limpidissima che racconta. bravo fausto, che voli alto. la passione si incarna nelle passioni di tutti, nella carne di ciascuno.
    grazie a cristina, che “vede”. a francesco, che vede e ascolta e accoglie.

  4. In un giorno come oggi domande impetose si affacciano prepotenti più del solito. Ascolto voci e trambusto di festa, ne accarezzo la gioia. In un giorno come questo mi serviva proprio lo stupore della tenerezza. Ho letto in questo racconto il profondo rispetto umano e per la vita, quella che in un modo qualsiasi sa sempre, e ancora, bussare. Anche in uno spegnersi d’occhi.
    Che bel regalo mi avete fatto. Grazie Cristina e grazie Fausto.
    clelia

    p.s. In preda all’emozione ho tralasciato di dire della vostra bravura, ma voi sapete già (bravi).

  5. Pingback: La casa del mais
  6. Grazie a tutti. E buon “passaggio”. Verso “dove”, al cuore e alla mente di ognuno. Con tutto il carico che cuore e mente si trascinano.

    fm

  7. Non conoscevo la scrittura di Fausto Marchetti, complimenti. Ritrovo la profondità di Cristina e la sua capacità di soppesare i dettagli e le sfumature nel creare ambienti e situazioni mai scontate.
    un caro saluto
    Abele

  8. Sono felice che Fausto venga proposto in questa sede, dove sfilano sempre belle penne. Fausto e Cris, voi sapete quanta stima ho di voi, ma ci tenevo a ribadirlo qui, e ringraziare il padrone di casa che vi ha meritatamente ospitati. Rileggere mi ha commosso, quanto amore!

  9. C’è dentro questo racconto una grande armonia e tanto amore. Mi sono commossa. Soavi le intromissioni della moglie morta. Chissà cosa ci aspetta dall’altra parte, vedremo i nostri cari e ne conosceremo tutti i riposti pensieri ed essi i nostri. Niente dell’amore scambiato potrà mai perdersi, ne sono sicura. Ed ogni dolore sarà trasformato in amore. Per concludere, quando avrò ottant’anni mi piacerebbe che qualcuno mi volesse così bene come il giovane al vecchio.

  10. Caro Francesco, ho aspettato qualche giorno, il tempo per gustarmi la gioia di questo gradito omaggio che hai fatto al lavoro in collaborazione tra Cristina e me. Oltre alla gioia che mi hanno donato tutti i commenti degli amici, che ancora una volta ringrazio vorrei sottolineare la tua delicatezza nel postare questo racconto proprio il giorno di Pasqua e con l’immagine di quel crocifisso che ben rappresenta la passione di quell’uomo negli ultimi giorni della sua vita.
    Mi farà sempre ospitarti per una lettura nel mio blog, hai capito che sono un uomo semplice e racconto storie che si ascoltano accanto al fuoco o come le chiamo io “storie da sacco a pelo sotto le stelle” dove chi sta a sentire si abbandona alle scene raccontate così nude e crude senza pensieri filosofici o introspezioni psicologiche ( mi piace leggerle ma non sono all’altezza di fare) come si faceva da bambini quando si andava nelle stalle o sotto i portici a “scarfogliare” (staccare la pannocchia dall’involucro di foglie che la proteggeva). Non so a che realtà hai appartenuto da bambino ma questa era la mia e spesso sogno ancora di viverla in quei luoghi dove sono stato felice.
    Passo spesso nella dimora del tempo sospeso anche se non lascio commenti perché temo di non essere all’altezza e creare incomprensioni che poi mi fanno star male, però vorrei che tu sapessi come apprezzo quello che leggo e come imparo dalle persone che di volta in volta ospiti e per questo ancora grazie!

  11. Caro Fausto, ho sempre pensato alla “cultura” come a un filo ininterrotto di “narrazioni” la cui esistenza si giustifica solo per la loro capacità di generare altre “immagini”, riannodare i fili dell’esistenza, generare “pensieri o introspezioni”, costringere a fare i conti, quale ne sia la forma, con la propria vicenda in relazione a quella collettiva. Se un “testo” qualsiasi è in grado di mettere in moto tutto questo, hanno poca o nessuna importanza le declinazioni del “sapere” di cui l’autore è portatore: anzi, credo che la capacità di un testo di “parlare” sia tanto più grande quanto meno quel “sapere”, molte volte solo presunto, ne determina l’alfabeto, ne orienta le scelte, si fa portatore di una determinata “tesi”. L’importante, per chi scrive e per chi legge, è porsi “in ascolto”, far entrare nel proprio circuito ricettivo tutto il “non-detto” che le parole nascondono dietro il velo dell’implicita retorica che le veicola. Il tuo “racconto”, per me, viene dalla lingua che si parla “accanto al fuoco”, la sola in grado di creare legami – e il legame è la condivisione: e la condivisione non è altro che la “rivelazione” a se stessi di essere portatori del medesimo “patrimonio di immagini e di senso” che la comunicazione ci partecipa.

    Sono io che ti ringrazio e sono felice di saperti lettore delle pagine che qui si pubblicano. Rispetto alle quali ho la presunzione di pensare, e di sperare, che esse vengano accolte, prima di ogni altra operazione possibile, per il “dialogo” che riescono a stabilire con quello che siamo e che ci portiamo dentro, cioè per l’intreccio di immagini e senso che sono in grado di mettere “in gioco” in quello scambio di esperienze e di esistenze che è il loro unico fine – perché è l’unico fine di quella “narrazione” che chiamiamo vita.

    fm

    p.s.

    Vengo da una “realtà” dove la pannocchia “scarfogliata” era, molto spesso, l’unico pasto “possibile” dell’intera giornata…

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