Gadda, Carlo Emilio (VI)

Giancarlo Mazzacurati
Carlo Emilio Gadda
Giovanni Campi

10-12-1986

Il linguaggio d’uno scrittore certamente è la fonte da cui discende quel flusso naturale della sua lingua che alcuni manuali poi fanno rientrare in un genere letterario naturalmente considerato. Gli appunti privati, raccolti nel ”Giornale” o nel “Racconto”, sono tipicamente personali, propri dell’uomo Gadda. Mandare alle stampe un libro, e dunque pubblicare, significa arrivare ad una comunicazione con un pubblico di lettori la cui attesa per certi versi può dirsi spasmodica. Naturalmente, in questo percorso prestabilito, autore-editore-lettore, occorre considerare come sia piú facile trovare un pubblico, e dunque come sia piú veloce il tragitto e svolto con esiti già conosciuti, per colui il quale, l’autore, sia facilmente traducile, per chi scriva in modo altamente leggibile, fruibile: questo è, per esempio, il caso di Umberto Eco con il suo “Il nome della rosa”, del quale è da dire, comunque, come non faccia uso di una sola metafora, ma il cui prodotto sia, ad ogni modo, un oggetto di consumo alto, scritto in una lingua neutralizzata, un prodotto destinato ad un mercato vasto, ma con una sottile e alta strategia, che non poteva non venire da un esperto delle funzioni comunicative del linguaggio, da un semiologo rinomato ed anche bravamente colto qual è Umberto Eco. Per tale tipologia di strategia giovano naturalmente una serie di motivi, che possono andare dall’esperienza all’età, oltre ai motivi strettamente letterarj; ebbene, in cosiffatta strutturazione dell’opera va a farsi benedire l’ispirazione dell’autore, la natura sorgiva non essendo piú, né potendo essere piú, pura, incontaminata dalle preoccupazioni di carattere servile, le quali avranno da essere, in vece, quasi i soli motivi, le sole cagioni dell’opera: dunque, l’acqua non importa tanto da quale fonte provenga, quanto piú tosto conta come venga incanalata verso i lettori ai quali essa è predisposta, come venga servita, riempita nei contenitori, bevuta e trangugiata. Come se non esistesse una differenza irrepetibile tra identità assoluta e identità relativa, non fosse un tutt’uno, un tutto organo che viene smentito dalle scoperte continue che si fanno negli scritti.
Nel caso di Gadda esiste ad esempio una diversità estrema tra le informazioni che ci provengono dalla sua prima opera e quelle che son venute poi dalle sue opere future, da quando, cioè, egli ha iniziato a scoprire il luogo del suo linguaggio, un luogo mai uguale. Al tempo del suo esordio narrativo, lo si è detto, egli aveva nella sua memoria il ricordo di un po’ di libri (forse Flaubert, certo Maupassant e Verga); dunque, il mondo si piega a quel tipo di scrittura, a quel tipo di ideologia: il personaggio incarna infatti la tipizzazione dell’innocenza, i suoi tratti caratteristici sono i sentimenti allo stato primario attorno ai quali ruotano tutti gli ingranaggj del mondo complicato dei padroni, un mondo che domina su un altro mondo. In questa prima operazione di narrativa esiste come una sorta d’ideologia pregaddiana, in quanto il mondo gaddiano, si vedrà, non è un mondo nelle cui aspettative, nelle cui attese, nelle cui speranze, intervenga l’innocenza, o la colpa, o la semplicità, ciò ché anche le figure le piú semplici (come quelle delle serve, o del portinajo, o di quante altre siano) sono sempre e comunque figure rappresentative del caos del mondo, della sua complessità, non mai della semplicità o della unicità, della univocità causale. Sebbene sia lontano, estremamente distante dalle avanguardie che, s’è visto, già operano in quegli anni, il linguaggio dell’esordiente Gadda è un linguaggio precocemente stanco, se anche lo sia in una condizione di emergenza che, se a quel punto farà scattare una risposta di sapore tipicamente tradizionale, farà poi scattare risposte di deformazione, tipicamente grottesche, ironiche, dialettalmente deformate.
Gli anni che vanno dal ’18 al ’24, gli anni del primo esordio e poi del nuovo tentativo d’inaugurare la carriera di narratore, questi anni valgono come assemplo, addirittura come lezione: non esiste la possibilità, cioè, di raccontare una carriera letteraria secondo la manualistica tradizionale, nella quale vengono riportate le origini, le formazioni, i classici, la scuola, l’embrione, il destino, il capolavoro, ed anche in una coerenza, in un modo affatto congruo, ma sono appunto la coerenza e la congruità che non fanno parte generalmente della storia della scrittura che si salva da tale contesto avendo altre strategie, di tipo storico, per esempio. (Il Manzoni dei sonetti alfierani è tutt’altra cosa dal Manzoni del romanzo.) Quella dell’esordio è una scrittura dimessa, pacata, che è paradossale solo a paragonarla con quella del “Giornale”, là dove esistono già quelle capacità d’invenzione linguistiche poi sviluppatesi piú compiutamente nelle opere successive; nella prima operazione di scrittura egli usa anche, in risposta all’ira, una lingua codificata, tradizionale, vecchia, stantia, refrattaria alle esplosioni cosí come alle implosioni. Dunque, nel complesso della valutazione, ci sono delle tensioni, delle stratificazioni di tensioni giustapposte, a volte contrapposte: se da un lato v’è la tensione privata, rivolta al coprire, alla velatura, dall’altro v’è, invece, quella carica d’umori implosa nel suo di dentro e che esplode in quelle sue capacità tipiche d’invenzione, d’innovazione, d’espedienti stilistici e retorici mai fini a se stessi, di deformazione: idee accresciute, concresciute da aggettivazione via via deviante e via via introjettantesi, da sarcasmi, autoironie, in cui unico padrone, unico re, unico dio, è il linguaggio che governa e dispone il tutto. Allorché l’oggetto vuole diventare pubblico, è sempre e comunque il soggetto che parla, sebbene sia ancora segreto: esiste una distonia tra l’uno e l’altro pensiero. Cosa ne è allora del fluire, dello scorrere naturale dalla fonte primaria giú nelle acque? La scrittura sembra dunque nascere già diversificata a seconda del destinatario: esiste una ideologia segreta, ma anche una tensione pubblica.
Gli anni d’intervallo, anni in cui non mancano tuttavia del tutto registrazioni, sono gli anni destinati alla laurea, e poi alle ricerche vane di un lavoro, e poi all’emigrazione, la cui mitologia era già allora fortemente avvertita, in Argentina, là dove svolgerà mansioni di tecnico se anche di lusso, là dove sembra possibile abbia conosciuto un giovane poeta il cui nome è Jorge Luis Borges. L’Argentina, questo paese in cui è emigrato, prenderà spazio nelle sue narrazioni, ma solo come immascheratura della sua Lombardia; gli fornirà, dunque, quell’alibi dell’altrove su cui costruire “La cognizione del dolore” intessuta, come è, da molteplici toponimi spagnoli. Avviene, in Argentina, una nuova stratificazione di tensione, anch’essa naturalmente e tipicamente indiziaria, funzionale non solo rispetto ad una nuova esperienza sempre utile per l’arricchimento della personalità, ma anche rispetto a quella che diventerà una vera e propria mania da collezionista e, cioè, l’acquisizione d’un affatto nuovo linguaggio. Si può, senza tema di smentita, dire come nessuno al pari di Gadda sia stato capace di mimetizzarsi, e di mimetizzare, dietro quei tanti linguaggj specifici, e specificamente eclettici, ecletticamente esatti, scientifici, o quelli dialettali, eterogenei, i quali tutti, insieme, impersonano ed accarnano il caos della storia. L’uso ch’egli farà di tali linguaggj è un uso tardivo, maturo. In lui, a quel tempo, esisteva quella tendenza, forte, ad accumulare quante piú parole, quanti piú toponimi, quante piú espressioni tipiche, gergali, quanti piú linguaggj, una tendenza ad introjettare delle cose il suono, e il senso, e la capacità evocativa.
Il “Racconto italiano del novecento” gli torna utile come luogo per esperimenti, come luogo per gli embrioni di quelle che saranno le sue narrazioni future cosí diverse dalle prime prove, gli serve dunque come potrebbe servire un laboratorio; e il suo “Racconto” può essere giudicato per ciò come opus imperfectum. Ma una domanda, a questo punto, sorge spontanea: perché egli si debba accingere a tale compito, siffattamente improbo? È certo che, tranne rarissimi casi quale può essere quello del Moravia sgranocchiato qua e là anche da compiti extraletterari com’è quello di critico cinematografico, è certo, si diceva, che nessuno mai ha potuto vivere di sola letteratura, mai! Ed ancora piú certo è che gli esordj sono sempre stati dei bocconi amari da inghiottire. Perché, dunque, egli partecipò al concorso indetto da Mondadori? Quest’ultimo, editore ruspante la cui voce in capitolo si faceva sempre piú solida e che iniziava ad essere considerato come peculiare al panorama letterario, sia delle riviste sia dei premj, sia in un modo diretto sia in un modo indiretto, ebbene, Mondadori aveva messo in giro la voce che il romanzo non era piú leggibile nella forma e nella struttura che aveva assunto nell’epoche passate; quindi, attraverso questo concorso da lui bandito, decide in un certo qual modo di scandagliare il mercato italiano, in special modo quello dei giovani, per saggiare la loro forza, il loro valore, per scoprire, magari, il genio nascosto. Gadda, essendo venuto a conoscenza di ciò, decide di chiudersi sei mesi dentro casa per tentare la strada del romanzo: naturalmente, quest’operazione non poteva risultare in alcun modo possibile in quanto, i caratteri e le tipologie essendo precisi e precisati nei minimi termini, nelle forme, nei modi, nella struttura, egli non riusciva a includervi quei gas esplosivi della sua scrittura: quest’esplosioni continue, ed anche quelle implosioni continue, non potevano essere racchiuse in alcunché, e neanche le si potevano concludere, dopo averle principiate, non potevasi, insomma, scrivere la parola fine.

***

Annunci

4 pensieri riguardo “Gadda, Carlo Emilio (VI)”

  1. questo passo è, per me, il più significativo di quelli qui pubblicati. la questione della lingua gaddiana, in relazione alla leggibilità, narratività, pubblicabilità delle sue opere è quanto di più spinoso e attraente. problematica che convoglia altre riflessioni “editoriali”: non a caso mazzacurati esordisce riferendosi al “nome della rosa” come esempio di successo editoriale deciso quasi a tavolino. su questo si può non essere pienamente d’accordo, ma su gadda assolutamente.
    grazie per il miglioramento di me stessa che queste letture stimolanti mi procurano.
    buona pasqua a tutti.
    p.s. francesco, sempre nel mio cuore.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.