Cinque poesie di Johannes Bobrowski

Johanns Bobrowski

Johannes Bobrowski
Davide Racca

 

Dort
einen Menschenmund
hӧrte ich rufen:
Komm in dein Haus
durch die vermauerte Tür,
die Fenster schlag auf
gegen das Lichtmeer.

 

__________________________
Johannes Bobrowski, Poesie
Cura e traduzione di Davide Racca
Testo originale a fronte
Martinsicuro (TE), Di Felice Edizioni,
“I poeti di Smerilliana”, 2013
__________________________

 

Testi

 

DIE SARMATISCHE EBENE

Seele,
voll Dunkel, spät –
der Tag mit geöffneten
Pulsen, Bläue –
die Ebene singt.

Wer,
ihr wogendes Lied,
spricht es nach, an die Küste
gebannt, ihr Lied:
Meer, nach den Stürmen,
ihr Lied –

Aber
sie hӧren dich ja,
lauschen hinaus, die Städte,
weiß und von altem Getӧn
leise, an Ufern. Deine
Lüfte, ein schwerer Geruch,
wie Sand
auf sie zu.

Und
die Dӧrfer sind dein.
Dir am Grunde grünend,
mit Wegen,
schmal, zerstoßenes Glas
aus Tränen, an die Brandstatt
gelegt deiner Sommer:
die Aschenspur,

da das Vieh geht
weich, vor dem Dunkel,
atmend. Und ein Kind
folgt ihm
pfeifend, es ruft
von den Zäunen
die Greisin ihm nach.
         _ _ _

Ebene,
riesiger Schlaf,
riesig von Träumen, dein Himmel
weit, ein Glockentor,
in der Wӧlbung die Lerchen,
hoch –

Strӧme an deinen Hüften
hin, die feuchten
Schatten der Wälder, unzählig
das helle Gefield,

da die Vӧlker geschrietten
auf Straßen der Vӧgel
im frühen
Jahr ihre endlose Zeit,

die du bewahrst
aus Dunkel. Ich seh dich:
die schwere Schӧnheit
des ungesichtigen Tonhaupts
– Ischtar oder anderen Namens –,
gefunden im Schlamm.

 

LA PIANURA SARMATICA

Anima,
colma di buio, è tardi –
il giorno con polsi
aperti, bluastri –
canta la pianura.

Chi,
l’ondeggiante suo canto,
ripete, respinto
fin sulla costa, il suo canto:
mare, dopo la bufera,
il suo canto –

Ma
loro ti ascoltano, sì,
teso l’udito, le città,
bianche e dal suono antico
lieve, lungo rive. Le tue
brezze, un odore greve,
come sabbia
le va incontro.

E
tuoi sono i villaggi.
Per te al suolo verdeggiante,
con sentieri,
esili, vetro franto
di lacrime, posto nel luogo
dell’incendio delle tue estati:
la scia di cenere,

qui il bestiame va
molle, prima del buio,
respirando. E un bambino
lo segue
fischiando,
dai recinti lo chiama
la vecchia.
        _ _ _

Pianura,
sonno immenso,
immensa di sogni, ampio
il tuo cielo, un portone campanario,
le allodole nella volta,
in alto –

Fiumi lungo i tuoi
fianchi, le umide
ombre dei boschi, interminabile
chiarore dei campi,

lì passarono i popoli
lungo vie di uccelli
presto nell’
anno, il loro tempo infinito,

cavato dal buio, che tu
preservi. Ti vedo:
la severa bellezza
della cieca testa di creta
– Ishtar o d’altro nome –,
trovata nel fango.

 

***

 

LETTISCHE LIEDER

Mein Vater der Habicht.
Großvater der Wolf.
Und der Ältervater der räubrische Fisch im Meer.

Ich, unbärtig, ein Narr,
an den Zäunen taumelnd,
mit schwarzen Händen
würgend ein Lamm um das Frühlicht. Ich,

der die Tiere schlug
statt des weißen
Herrn, ich folg auf zerspülten
Wegen dem Rasselzug,

durch der Zigeunerweiber
Blicke geh ich. Dann
am baltischen Ufer treff ich den Uexküll, den Herren.
Er geht unterm Mond.

Ihm redet die Finsternis nach.

[Anmerkung von J. Bobrowski
Ein Herr von Uexküll stand im 17. Jahrhundert wegen Ermordung eines seiner Knechte vor dem Rigaer Rat.]

 

CANTI LETTONI

Mio padre l’astore.
Progenitore il lupo.
E l’antenato il pesce predatore nel mare.

Io, sbarbato, un matto,
barcollante agli steccati,
con mani nere mentre
strangolo un agnello alle prime luci d’alba. Io,

che sferzai le bestie
invece del padrone
bianco, io seguii il corteo
sferragliante su slavati sentieri,

vado attraverso lo sguardo
delle zingare. Poi
sulla riva baltica incontro Uexküll, il padrone.
Lui incede sotto la luna.

Gli fa eco la tenebra.

[Nota di J. Bobrowski
Un nobile von Uexküll fu processato davanti al senato di Riga nel XVII secolo a causa dell’omicidio di un suo servo.]

 

***

 

IMMER ZU BENENNEN

Immer zu benennen:
den Baum, den Vogel im Flug,
den rӧtlichen Fels, wo der Strom
zieht, grün, und den Fisch
im weißen Rauch, wenn es dunkelt
über die Wälder herab.

Zeichen, Farben, es ist
ein Spiel, ich bin bedenklich,
es mӧchte nicht enden
gerecht.

Und wer lehrt mich,
was ich vergaß: der Steine
Schlaf, den Schlaf
der Vӧgel im Flug, der Bäume
Schlaf, im Dunkel
geht ihre Rede –?

Wär da ein Gott
und im Fleisch,
und kӧnnte mich rufen, ich würd
umhergehn, ich würd
warten ein wenig.

 

SEMPRE DA NOMINARE

Sempre da nominare:
l’albero, l’uccello in volo,
la rupe rossastra, dove passa
il fiume, verde, e il pesce
nel fumo bianco, quando cala
il buio sui boschi.

Segni, colori, è
un gioco, rifletto,
potrebbe non finire
bene.

E chi mi insegna
cosa dimenticai: sonno
della pietra, il sonno
dell’uccello in volo, sonno
degli alberi, il loro parlare
va nel buio –?

Ci fosse un Dio
e nella carne,
e potesse chiamarmi, io andrei
errante, io mi attarderei
un po’.

 

***

 

ERFAHRUNG

Zeichen,
Kreuz und Fisch,
an die Steinwand geschrieben der Hӧhle.

Die Prozession der Männer
taucht hinab in die Erde.
Der Boden wӧlbt sich herauf,
Kraut, grünlich, gewachsen
durch ein Gesträuch.

Gegen die Brust
steht mir der Strom auf,
die Stimme aus Sand:

ӧffne dich
ich kann nicht hindurch
deine toten
treiben in mir

 

ESPERIENZA

Segni,
croce e pesce,
scritti sulla scabra parete della grotta.

La processione degli uomini
si immerge nella terra.
Il suolo vi si inarca sopra,
erba, verdastra, cresciuta
attraverso un cespuglio.

Di contro al petto
mi si innalza il fiume,
la voce di sabbia:

apriti
io non passo attraverso
i tuoi morti
fluttuano in me

 

***

 

DIE WOLGASTÄDTE

Der Mauerstrich.
Türme. Die Stufe des Ufers. Einst,
die hӧlzerne Brücke zerriß. Über die Weit fuhren
Tatarenfeuer. Mit strähnigem Bart
Nacht, ein Wandermӧnch, kam
redend. Die Morgen
schossen herauf, die Zisternen
standen im Blut.

Geh umher auf dem Stein.
Hier im gläsernen Mittag
über die Augen hob
Minin die Hand. Dann Geschrei
stob herauf, den Wassern entgegen, Stjenkas
Ankunft – Es gehn auf dem Ufer
bis an die Hüften im Unterholz
Sibiriaken, ihre
Wälder ziehn ihnen nach.

Dort
einen Menschenmund
hӧrte ich rufen:
Komm in dein Haus
durch die vermauerte Tür,
die Fenster schlag auf
gegen das Lichtmeer.

 

LE CITTÀ DEL VOLGA

La striscia di muro.
Torri. La banchina di proda. Un tempo
crollò il ponte di legno. Lontano passavano
fuochi tartari. Con barba a ciocche
una notte, un monaco viandante, venne
parlando. Sprizzarono
i mattini, le cisterne
ristettero nel sangue.

Cammina d’intorno sopra la pietra.
Qui nel mezzogiorno di vetro
Minin alzò le mani
sugli occhi. Poi si levarono
grida, incontro alle acque, l’arrivo
di Sten’ka – avanzano lungo la riva
fino ai fianchi nel sottobosco
i siberiani, le loro
foreste al seguito.


una bocca umana
sentii gridare:
entra nella tua dimora
per la porta murata,
spalanca la finestra
sul mare di luce.

 

____________________
Ringrazio l’editore Di Felice per aver gentilmente concesso
di pubblicare questi testi. (fm)
____________________

 

Johannes Bobrowski

 

***

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