Spalancati spazi

Marco Ercolani

 

Nota di lettura a:
Claudio Pozzani
Spalancati spazi. Poesie 1995-2016
(Passigli, 2017)

 

«Non so se il mare
fabbrichi le onde
o le subisca
e sotto il sole
con gli occhi chiusi
penso al buio
come puoi pretendere allora
che io non ti pensi
quando sono solo in casa
e mi svito la testa
per sostituire la lampadina dell’abat-jour
e mi stacco le braccia
per appenderci il cappotto
e mi metto i piedi
al posto delle orecchie
per divertire il gatto»

La poesia di Claudio Pozzani, performer, poeta, inventore del Festival internazionale di poesia a Genova, si presenta con l’immediatezza surreale di un pensiero ribelle e libero («Fate lavori che non amate / proclamandovi artisti / fate poesie che annoiano anche voi / e ce le fate / subire: / potete fare endecasillabi perfetti, / terzine quartine e tombole / ma restate inutili»), dove la parola è vista come rigenerazione del mondo e non come trastullo salottiero o giocattolo verbale. Agguerrito ma non ingenuo, Pozzani adora il futurismo italiano e la poesia russa d’avanguardia, per il loro spirito corrosivo, e conserva intatto lo “stupore” di chi può dire: «non so se il mare / fabbrichi le onde / o le subisca». Le poesie di Pozzani, raccolte finalmente in questo libro dopo diverse e disperse pubblicazioni, sono monologhi in versi che l’autore intona sui palcoscenici dei festival internazionali: sono “parole spalancate” e “spalancati spazi” che vogliono spazzare via le nubi dell’indifferenza, dell’arroganza, dell’ignoranza, e ritrovare la spinta per osare e innovare ancora, nello spirito di una costante rigenerazione dell’uomo.

Viscerale, ironico, rivoltoso, autore di ballads contro i luoghi comuni, a suo modo anarchico chansonnier, Pozzani non inventa sofisticate strategie linguistiche: è indifferente all’organizzazione di una carriera letteraria tra «avanguardie perenni e modernismo vecchio / con villaggi globali / in un globo villano / tra McLuhan e Mac Donald»: cerca lo spirito della poesia nel vento drammatico del monologo, da “La marcia dell’ombra” a Notre-Dame d’Afrique”. Il poeta sa cosa vuole: «Dovrei forse inventare un nuovo tempo per i verbi / perché passato presente e futuro / non riescono a fissare / quello che non esiste ora / quello che non c’è stato quello che non sarà mai». Un magnifico libro del poeta cecoslovacco Juri Ortèn, morto non ancora trentenne durante la seconda guerra mondiale, si intitola: Questa cosa chiamata poesia. Pozzani, con la sua facilità espressiva, la sua percussiva comunicabilità, la felicità contagiosa della scrittura, vuole proprio questa “cosa”, da ribelle “ragazzo di strada” che tiene stretta la sua preda.

«Portami dove si possa dimenticare
questo secolo che ci vede esiliati,
questi temporali
che non riescono più a rinfrescarci,
queste celebrazioni di abbracci
che sembrano inutili corone di fiori.
Il mare è laggiù,
lontano come un progetto abbandonato.»

Questo è il simbolo della lotta: che il mare non sia “abbandonato”, che torni a incresparsi e a essere vivo delle e nelle sue innumerevoli onde. L’utopia/distopia del progetto poetico, l’animus pragmatico e onirico di Pozzani, medita la ricostruzione del mondo attraverso la poesia. Il catastrofico nichilismo della malinconia, come suggerisce Pontiggia, è un pericolo per la stessa poesia. Ma la costruzione poetica porta con sé, come l’acqua del fiume, la sua creazione e la sua decreazione, è terreno di metamorfosi (“niente nasce dal niente”, scriveva in anni lontani e mai lontani il Lucrezio del De rerum natura), e humus di una laica rivolta permanente, che non può ignorare i veri padri della scrittura (non della letteratura), da Leopardi ad Artaud, da Marinetti a Mandel’stam:

«Costruire una realtà nuova
strappando al nostro io
la D iniziale
Dobbiamo essere soli
che dispensano energia e calore
non essere soli
con soltanto ombre attorno

[…]

Voi così attenti a misurare il vuoto
con i vostri maîtres à penser
così risoluti a rincorrere il peggio
senza curarvi degli sputi di Cioran
dei ghigni di Kraus
delle urla scorticate di Artaud
dell’indifferenza pietosa di Leopardi
Voi così corretti
Nelle vostre uguaglianze da poster di Benetton,
rivestite persino i sentimenti
con slogan e bandiere per tutti uguali

[…]

È così facile incolpare qualcuno
di rubarci la libertà
che non siamo capaci a conquistare
La libertà è un vestito attillato
che non a tutti calza bene
Bisogna avere il fisico adatto
e lo spirito
e la mente»

La libertà di Pozzani è quella di sbeffeggiare i poeti troppo “attenti a misurare il vuoto” e riportare la figura dell’artista a un coraggio espressivo fatto di polemica e dissacrante ironia, non imbrigliato da catene linguistiche e strutturali: «Siete solo chiacchiere e d’istintivo non avete nulla / Siete solo un fastidio da grattarsi via / Siete solo un’acidità che richiede un Maalox / Siete solo uno spavento nelle tenebre dell’arte”. Di questa linea romantica e antilirica, che vuole “delinquere” progettando una poesia non timida e non morta, il poeta è vigoroso interprete, nel tono della voce e nei gesti del corpo, estraneo da sempre ai timbri della “musica da camera” e preparato ad affrontare il desolato e veemente universo del suo grido rock e del suo canto blues. Sebastiano Aglieco definisce Pozzani come un “Ulisse arrabbiato”, parla della sua «scrittura poematica, nel senso che tutto raccoglie e canta, persino i lacerti e le briciole della vita […] scrittura bulimica che a nulla rinuncia, in forma di ballata canzonatoria, a volte affabile o malinconica, spesso sprezzante e autoaccusatoria […] non è scrittura consolatoria né assolutoria, eppure è scrittura popolare che corteggia le forme della canzone, che raramente balbetta […] scrittura che abbraccia e forse chiede l’abbraccio». Ma è anche vero che la poesia non nasce al centro di nessun mondo ma è sempre ai suoi margini, in uno sguardo periferico, scorato, rabbioso, anche folle, là dove nessun potere può raggiungerla e dove solo l’utopia di un viaggio in corso è la foce e la sorgente del fiume.

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3 pensieri riguardo “Spalancati spazi”

  1. Bellissima recensione da parte di Marco Ercolani agli “Spalancati spazi” di Claudio Pozzani dove s’intuisce l’uomo, il poeta dalla scrittura febbrile, in perenne combustione, che quando bussa a porte che non si aprono non esita a sfondarle.

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