Tutto questo

Marco Ercolani

Nota di lettura a:
Maria Luisa Vezzali
Tutto questo
(puntoacapo,  2017)

 

«bellezza è quell’armonia dolcemente
crocefissa nel rilievo dell’onda
che riconosci come un luogo
frequentato a lungo in un passato
che non è nel tempo
ma sul tetto della piramide
sfinge scava senza fine nel petto
il pozzo del dono che non fa rumore».

A dieci anni dalla pubblicazione di lineamadre, la poesia di Maria Luisa Vezzali ritorna con la sua lingua abbagliata e potente, con il suo incisivo respiro visionario. Scrive Elio Grasso nella sua prefazione: «In fondo tutto questo libro è un impavido trattato su come debba durare la resistenza nel mondo e, ancor prima, nella poesia». Il libro si suddivide in quattro sezioni: Versi d’esperienza e d’amnesia, Le tre età, Scuola d’ossa e Cartoline metafisiche. Vezzali ritrova subito la luce materica della sua voce («la luce procede verticale / ma nell’impatto irradia dalle mani / ti plasma sul palmo teso / nella nudità silenziosa / inghiotti dalla tua ebbrezza / la lezione della meraviglia») e la incide nell’essere carnale della parola e del corpo. («dentro le gabbie o nella testa / o sotto la sabbia grigia dei deserti / le parole possono morire / come gli uomini / una volta strappato / il tessuto che le contiene»). Libro desolato e drammatico, di “lingua sasso”, Tutto questo non è un volume elegiaco. Ancora una volta, come nel libro precedente, è “papiro eraso”, pulviscolo di frammenti, e appaiono nuclei linguistici di densità a volte insostenibile, di un io gettato nel mondo a segnalare con orrore “tutto questo”. A volte, semplicemente, la vita di una donna, «nata una volta, ma quante volte abortita» come viene raccontato nell’ustionante /una voce/, dove i dettagli di una “vita strozzata” non sono isole narrative, ma laceranti e politiche schegge di parole («e poi comunque quando un giudizio / è ripetuto così assiduo / da diventare destino // compiuta ma non del tutto / cresciuta troppo / o troppo all’interno // e le parole complici dello specchio / sempre incapaci / di restituire / un’immagine»). La poesia di Vezzali è sempre carnale  e addolorata, implosa ed esplosa: la sua potente grazia formale contrasta con i temi e gli sviluppi drammatici del testo («il fiume per quanta onda lo gonfi / neppure si tende come la linea / retta della tua schiena/ quando scoppiano sassi nel silenzio / sotto la pelle e un pugno che sfonda / la storia sale e scende senza luogo»).

Lo sguardo poetico è la superficie amara e abbagliante, dove tutte le energie confluiscono. Questa poesia vive intera nel suo impetuoso ascendere-sprofondare, nel suo trascinare parola e corpo allo stesso “calor bianco”. Come scrive Stefania Portaccio nella postfazione: «Vezzali bandisce i passaggi logici e ci vuole nel ritmo incalzante dei colpi. Vuole la nostra risonanza interna». Cioè, il resistere con ardore a quanto vorrebbe farci tacere. Vivere con forza “L’altra eternità” (così si intitolava il suo primo libro) nel tessuto carnale e tormentoso della poesia. Vezzali però, a differenza di una certa poesia femminile, non esibisce espressionistiche visceralità, ma mette il suo corpo e il suo grido dentro il rigore formale di un verso acceso, complesso, drammatico, come spesso accade nei cortocircuiti sintattici di una poetessa amata e tradotta da Vezzali, Adrienne Rich.

Il libro si conclude, con sprezzante originalità, con tredici “Cartoline metafisiche” (dodici più una). Le “Cartoline” portano come epigrafi, esclusa l’ultima, brani dalla Metafisica aristotelica, e “commentano” poèmes en proses che sono descrizioni tormentate di un corpo invecchiato, guasto, sofferente. Cito il finale di uno di questi grotteschi poèmes: «Vedimi la bellezza sulle unghie infangate, le amnesie, le afasie, le acidosi, il roco della voce che non taglia, la stracchezza del campo dove nessun germoglio. Vedimi. Altrimenti cos’hai gli occhi a fare». La voce di Vezzali chiude il libro in modo aspro, con “le orme irrequiete della nostra astrusa fedeltà”. Parla dei luoghi dell’anima e forse del pianeta: «I nostri luoghi, continuamente rimodellati, guastati, alienabili». Inconciliata, esprime la sua disperazione con bruschezza, nell’insonnia del dire poetico («E non sappiamo che farmaco ci addormenti la notte»), nella malinconia sconsolata del paesaggio e dell’io: «Ma se non si guarda, batte l’alito del vento alle nostre porte inutili e vicino molto vicino anche risa si attorcigliano ai margini fragili dei giardini, Allora, apri almeno, guarda. Fissa cieca finché c’è buio». Vezzali tiene asciutta e ferma la voce, “formata di fuoco, acqua e respiro”, con dolorosa fermezza. Il suo occhio, intransigente, resta aperto e fedele alla sua ombra: «sono /calma/ sono senza gola / esplosa d’alba/ sono / la linea / della tua / ombra».

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