“Non mi piace parlare dei film che non amo” di Rocco Brindisi

tre-pianiHo il piacere e l’onore di pubblicare quest’intervento di Rocco Brindisi (che ringrazio) sul film di Nanni Moretti  Tre piani. [A. D.]

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Non mi piace parlare dei film che non amo. Ho amato “Bianca”, “La messa è finita”, “Caro diario”, “Habemus Papam”. ”Ecce bombo”. Mi ha commosso il breve, struggente film sull’ultimo giorno di attività di una farmacia in un quartiere di New York. Il film-documentario sul Cile di Allende ha uno sguardo dolente, fraterno, senza un’ombra di retorica, sui cileni che si ribellarono alla dittatura feroce di Pinochet.

L’ultimo film: “Tre piani”, è semplicemente brutto. La mia amica Anna lo ha definito, benevolmente, un “polpettone”. Mi chiedevo come si potesse girare un film con protagonista Scamarcio, che ha molto meno espressività di una ghiacciaia vuota. Avrei assistito a un miracolo? I primi secondi del film hanno  qualcosa di umano: è notte,  una casa, la luce accesa nel portone¸ una donna spinge il cancello che dà sulla strada. Da quel momento in poi,  persino le comparse diventano aliene.  Un’auto in corsa sfonda una casa,  i suoi abitanti si guardano attorno; non sanno cosa dire, cosa fare; c’è qualcosa di buffo nel loro stupore. Il capofamiglia è Scamarcio. In una delle scene successive, si mostra “seriamente” preoccupato: ha appena scoperto che il signore dell’appartamento accanto, dove lasciano di tanto in tanto la loro bambina, è debole di testa, non si può fare affidamento su di lui.  Ma il giorno dopo torna a bussare a quella porta e chiede al vecchio e alla moglie di tenersi per qualche ora la figlia. Tutti gli attori del film, a cominciare da Margherita Buy, danno l’impressione di essere capitati, per caso, su un set dove gli si chiede di dare sfogo alla propria inutilità. La Buy si aggira, più soprapensiero del solito, alla ricerca di una battuta, di un gesto che la faccia riemergere da una totale confusione; rimane incorporea fino alla fine, manca persino la sensualità che riviene alla luce, misteriosamente, in una donna che attraversa, trasognata, una stanza. Una identica cancellazione del corpo la vediamo in Anna Bonaiuto, imbruttita e intronata, ridotta all’ombra dell’ombra della meravigliosa attrice che abbiamo imparato a conoscere e ad amare. E’ una maschera persino la bambina e far diventare falso il corpo, la voce di una bambina non è semplice. Nanni Moretti si è riservato il ruolo di un giudice con la toga, anche lui di passaggio, in una storia che ha meno respiro di un cadavere. Il massimo della estraneità alla storia che interpreta e che racconta, il regista-attore lo mostra nella scena in cui rivolge un panegirico (il tono che usa, pacato, straniato, sarebbe all’altezza di vecchi, stupefacenti monologhi di Moretti in altri film) al figlio che ha sfondato la casa con l’auto; ed è strano che il regista, maestro di una ironia, a volte amara, altre volte dolorosa, non abbia riso di sé, guardandosi nei “giornalieri”. Quando il figlio prende a calci il padre, davvero non si può fare a meno di ridere. E il figlio, nella più sgangherata sceneggiatura che sia mai stata scritta, non evoca, nella sua furia, una minima traccia della cosa che chiamiamo dolore, smarrimento; neanche l’ombra di quella realtà angosciosa che è la follia… Quella che vediamo è un’atroce macchietta del dolore…

Sono stanco di parlare di questo film.

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