Una traversata del deserto – Sergio BARATTO


(Mummia di Taklamakan, Museo Civico di Rovereto)

se all’ingresso della nuova storia
verrà a prendermi il Cristo
e mi dirà Piccolo teppista
cosa vuoi che ti redima
so già cosa rispondergli

la lingua di un cane
che si abbevera al tramonto

 

Sergio Baratto – Taklamakan (2001-2007, inedito)

 

Sopra le teste dei tritoni

                                  (A Carlo)

Otto bocche tagliate di sbieco
ottanta dita a macerare
dentro sedici mocassini
sedici fori glassati di muco
e il mare tutto un luccichio

Se ci diranno che abbiamo sbagliato
risponderò Era sbagliata ogni cosa
tranne il nostro respiro
i nostri corpi di zucchero
e il luccichio del mare.

 

Le balene d’agosto

Nelle sere d’estate i poeti
ai tavoli dei cocktail bar –
così ci si divertiva
all’epoca delle balene d’agosto

si adoravano i funghi mucillaginosi
i satrapi di nessun regno
il corridoio dei nostri trasporti
era così lungo che a volte
qualcuno in tutto quel vuoto
si perdeva o al peggio
faceva carriera

o si andava in massa
a venerare sciamani polacchi
chi i capelli verdi chi la pelle cotta
chi una moglie avvolta in carta da parati

Settembre mi sorprese a Mantova
con una zucca in mano
dal giornale occhieggiava
per l’ultima volta
Ahmed Shah Massud

Sono tornato in treno quella sera
con la mia zucca pesante
soffiava allora la brezza
degli ultimi giorni prima della scuola

Quel giorno, scriveranno gli esegeti
il nemico ha sfondato le linee.

 

Populorum progressio

La morale esplora nuove vie
supera l’antitesi tradizionale
tra guerra e pace
l’incerta presenza di armi chimiche
bilancia l’esistenza non provata
di civili fuori dai nostri confini.

 

Singing in the fallout

Come cantare sgravare il fiato
spalmarsi creme idratanti
sui calcagni tra i crateri
vallo a chiedere altrove

Chiedilo alle centomila
anime ustionate di Dresda
chedilo alla bella
Murasaki in fiamme

Chissà come avranno ballato
quando il buon pastore
se le è prese su come
si succhia il brodo

 

Al massacro come a una festa

Al massacro come a una festa
e senza perdono
se divampano le fiamme
le spegneranno a sputi
busserà il Signore
lordo di sugo e pieno di voglie

E Hassan Sabbah ordinò
buttatevi dalla rupe
i due giovinetti saltarono giù
venti metri più in basso
gli Asburgo-Lorena davano grandi feste
i panni rossi dell’imperatore
e tutto il carico di balle eleganti
per dormire meglio il sabato notte

La speranza si fa poltiglia
le ere minerarie hanno
facce di serpente
l’odontoiatria spadroneggia
la mentalità corrente
vuole draghi di carta
lussuosi battelli salpano per le Antille

Restiamo noialtri coi nostri pochi
vestiti i nostri meriti imprecisi

Dateci una mano a definire
il peso del nostro dolore

 

Sonetto IV

In un’altra epoca della tua vita
hai sudato dentro altri pigiami
puzzato dentro altre scarpe
l’epitelio vecchio se n’è andato

nell’eternità al fosforo si dice
che i preti ballino a mentula dura
ma senza fingere e Gesù
mena a spasso i cani torturati

ti portavano bambino al fiume
l’acqua passava l’imbrunire
veniva a stento

le mode cambiano i tramonti sbuffano
chi ti riporta a casa ha un’altra faccia
pensi adesso con orrore impotente

 

Sonetto VI – a canone inverso

A Rumeli Hisari Mehmed collauda
ricette cannoni coiti intercrurali
Costantino guarda oltre le mura

commoventi i suoi tentativi
di non darsi per perso ma ogni sera
l’ansia gli corona i capelli crespi –

“Se al prossimo svincolo del sentiero
un roveto ardente mi gridasse
svolta a destra attraversa i Dardanelli –
anche avesse una voce di merda – ”

Non serve pregare la storia è nelle mani
dell’uomo Dio non sente forse è via
non invocatelo prestate ascolto
ai civili di Gerico e Gomorra

 

Per la fine dei tempi

Verranno a prenderti di notte
in tre su una macchina nera
ti porteranno alla Lubjanka finale
o su treni piombati finirai
in un campo di transito
per un tempo impreciso

Nell’ombra enumeri
le offese inflitte gli insulti subiti
il conto non torna non dà mai
lo stesso risultato un pomeriggio
smetterai l’algebra e comincerai
semplicemente ad aspettare

 

***

Verranno forse una sera a cenare con te
tra gli stridi degli astori in volo
e sarà passato ti racconteranno
portandosi il pane alla bocca
il tempo dei satrapi crudeli dei tiranni

poi la digestione i rutti – si uscirà
a scalciare la sabbia coi sandali
davanti a tutto quel tramontare
a quella quiete improvvisa e terribile

quelle sere d’estate – hai presente – quando
tornavi in bicicletta da Cafarnao centro
in una mota invisibile
ch’era tutta stelle e voglie di baci

se a breve tornerà – dirai –
io non sono pronto non ancora

e i saluti finali
spartani
come si addice a un vero addio

ecco non senti più nessun rumore

tua sorella dorme nel suo letto
tuo fratello dorme nel suo letto
tuo padre dorme nel suo letto
tua madre dorme nel suo letto
tua zia dorme nel suo letto

perdonatemi il mio modo di amare
questo mio stupido modo di amare

dirai
ma zitto zitto
come sempre

 

 

     Taklamakan

1. I sobborghi del secolo nuovo

Come sempre sarò l’ultimo a vedere
che il mio succo è poca cosa
se l’ho sempre saputo l’ho sempre nascosto
ai miei occhi senza misura
sono sempre sembrato un gigante nano

(So thought our young man
a thirty-three year old night errant
of the early 21st century
’twas so funny the way
he tried to look
like a poor knight with his
stupid fake helmet of Mambrino
and the typical imaginary A.M.D. shield) (1)

Fuori città cominciava il Taklamakan
ma prima cartelli fluorescenti motel
pompe di benzina e dovizia di pulotti
il tutto pensato per rendere più morbido
l’impatto tra i civili morituri – tutta
brava gente bastava non farla parlare –
e la nuova barbarie in rigoglio ormonale

poi le bombe le scarpe i cecchini
e i cadaveri allungati in stupore
corrosa la lingua cariata la bocca
e di fiamme ricinta la fronte

così attraversammo le piazze nella corsa
una ragazza dal corpo angioino
cadde un braccio restò a vigilare
sull’asfalto ancora sporco di sanguinella

 

2. Kronštadt 8 marzo 1307

„Ich sterbe“ сказал Антон Павлович
и умер все вокруг было тихо и светло
а все равно Антон
исчез во тьме времен
пролили немного крови
пришел бульвар ребята
развратились малафьей занимались
девчата после уроков потом
октябрьский дождь умыл весь божий свет (2)
ibo kommunizm’ est’ grad’
v’ nem’ že ot’lučajut’ ot’ cr’k’ve eretik’i
(3)

Dire a Dolcino che s’armi
rinforzare le bocche di fuoco su Oranienbaum
alle donne alle lavoratrici un abbraccio
alle loro caviglie un bacio
alle conchiglie delle loro orecchie
non esistono labbra più dolci
oggi è l’otto marzo e nevica
i Rossi bombardano il burro è finito
Ave Margarita Dulcinus vale
nessuna speranza nessuna resa
domani i crociati attraversano il pack
aspetto il vescovo sui bastioni gli urlerò
Raniero dei miei coglioni
se ho culo faccio in tempo a piantargli
un palla in mezzo agli occhi (4)

 

3. L’uomo di Cercen (5)

Non ho il coraggio ho la ferocia
ho un buco in fronte il bacino sfondato

la manovalanza sanculotta
l’avrà sempre persa
gli inchini per cieca obbedienza
sono il sale della civiltà

le stelle continuano a ruotare
cicli di stagioni ere geologiche yuga
tutto come prima come sempre
nel tempo che è dato alla vita
prima che il Sole si mangi ogni cosa

sfrecciano le rondini le perseidi
a sciami le città sempre sporche
i devoti a buco ritto
si andrà avanti così anche dopo di me

se all’ingresso della nuova storia
verrà a prendermi il Cristo
e mi dirà Piccolo teppista
cosa vuoi che ti redima
so già cosa rispondergli

la lingua di un cane
che si abbevera al tramonto

 

4. Taklamakan

Ce furent les années en fuite
qui faisaient un bruit de feuilles mâchées
ou la voix des ancêtres endormis
dans la poussière salée (6)

veteres Seres nulla humana loquebantur lingua
sed oris sonum trucem edabant (7)

ou tout simplement la pluie
qui tapotait dans la cour –
comme les nuits de mai sont encore fraîches
bien qu’on ne soit jamais prêt à partir (8)

mi sono detto
attraverserò il deserto
per non dover più tornare
se anche mi pentissi
dal Taklamakan non si torna (9)
male che vada giacerò
come un mucchio di stracci
accanto all’uomo di Cercen

der bestirnte Himmel über mir
und eine ruhige Stille in mir (10)

 

5. Die bestirnte Stille (11)

Nella polvere il sale
mi preserverà i capelli
i quattro peli di barba

gli uomini di Cercen dormono nella piana
come ciottoli il deserto
li sorveglia
non si sogna più non si torna più
indietro

Così d’affanno e di temenza sciolto
le età vuote e lente
senza tedio consumo. (12)

 

__________________________

Note a Taklamakan:

(1) “Così pensava il nostro giovane / un notturno errante trentatreenne / all’alba del XXI secolo / era tanto buffo il modo / in cui tentava di sembrare / un cavaliere povero col suo / stupido finto elmo di Mambrino / e il tipico scudo A.M.D. immaginario”.

(2) “Ich sterbe” disse Anton Pavlovic / e morì ogni cosa intorno era quieta e lucente / eppure Anton svanì / ugualmente nel buio dei tempi / fu versato un po’ di sangue / venne il boulevard i ragazzi/ si depravarono di sborra si occupavan / le ragazze dopo i compiti poi / la pioggia ottobrina lavò tutto il mondo di Dio”.
Anton Pavlovic Cechov morì a Badenweiler, in Germania, nel luglio del 1904. “Ich sterbe” (“muoio” in tedesco) fu una delle ultima frasi che pronunciò prima di spirare.

(3) “Poiché il comunismo è una città / in cui gli eretici sono esclusi dalla chiesa” in antico slavo ecclesiastico. “Il mondo è una città in cui gli eretici sono esclusi dalla chiesa” è scritto sul Codice di Novgorod, una serie di tavole di legno disseppellite nel 2000 in Russia. Si tratta della più antica testimonianza scritta della Rus’ e risale agli ultimi anni del X secolo d.C. o ai primi dell’XI: ha dunque mille anni esatti.

(4) Oranienbaum (oggi Lomonosov): città russa sul Golfo di Finlandia, a una quarantina di chilometri da San Pietroburgo. Da qui, tra il 7 e il 18 marzo 1921, l’artiglieria dell’Armata Rossa bombardò l’isola-fortezza di Kronštadt, in cui si erano asserragliati i marinai anarchici e menscevichi in rivolta contro l’involuzione autoritaria del regime bolscevico.
L’8 marzo 1921, sotto i pesanti bombardamenti dell’Armata Rossa, gli insorti di Kronštadt diramarono questo comunicato: “Oggi è festa in tutto il mondo: è il giorno delle lavoratrici. Noi, quelli di Kronštadt, sotto il fuoco delle armi, sotto il boato degli obici che si abbattono su di noi, lanciati dai nemici del popolo lavoratore – dai comunisti – vi inviamo il nostro saluto fraterno, lavoratrici del mondo. Vi rivolgiamo il saluto di Kronštadt la Rossa insorta, il saluto dal regno della libertà. Che i nostri nemici provino ad abbatterci. Noi siamo forti, siamo invincibili. Vi auguriamo di conquistare al più presto la liberazione da ogni oppressione e da ogni violenza. Viva le libere operaie rivoluzionarie! Viva la Rivoluzione sociale mondiale!”.
Raniero degli Avogadri, vescovo di Vercelli dal 1303 al 1328, capeggiò la crociata antiereticale contro l’“eresiarca” Dolcino e i suoi seguaci, asserragliati sui monti della Valsesia. La crociata si concluse il 13 marzo 1307 con la cattura di Dolcino e dei suoi, dopo un anno di assedio e durissimi scontri armati.

(5) Marco Polo, Il Milione: “Ciarcian è una provincia de la Grande Turchia tra greco e levante. E adorano Macomet; e àvi castella e città assai, e l[a] mastra città è Ciarcian. E v’à fiume che mena diaspido e calciadonio, e pòrtalle a vendere au Ca[t]a, e ànnone asai e buoni. E tutta questa provincia è sabione, e de Cotam [a] Pein altressí sabione. E èvi molte acque amare e ree, e ancora v’à de le dolci e buone. E quando l’uomo si parte di Ciarcan, va bene 5 giornate per sabione, e àvi di male acque e amare, e àvi de le buone. E a capo de le 5 giornate si truova una città ch’è a capo del grande diserto, ove gli uomini prendono vivanda per passare lo diserto”.
Le rovine dell’antica Cercen si trovano nei pressi della città di Qiemo, nella Provincia Autonoma Uigura dello Xinjiang cinese. Qui, nel 1978, furono ritrovati i corpi mummificati di un uomo e della sua famiglia. Gli esami stabilirono che i cadaveri risalivano all’incirca al 1000 a.C. In particolare, l’“uomo di Cercen” colpì gli archeologi per l’alta statura e l’aspetto: capelli rossicci, pelle chiara e tratti somatici tipicamente europei. Negli anni successivi lo Xinjiang, e in particolare il bacino del fiume Tarim laddove prende il nome di deserto di Taklamakan, ha restituito pressoché intatti (grazie al clima secco e all’elevata salinità del terreno) diversi altri corpi mummificati di aspetto marcatamente europoide. Per esempio l’“uomo di Yingpan”, vecchio di duemila anni: un colosso di due metri con il volto coperto da una maschera funebre alla maniera degli antichi Micenei; o la “Bella di Loulan”, la più antica delle mummie del Tarim: una donna morta quattromila anni fa che gli Uiguri, la popolazione turcofona dello Xinjian cinese, amano considerare come la loro antica madre.
Nel 2005 l’analisi del DNA delle mummie ha verificato la loro parentela genetica con l’attuale popolazione dell’Europa occidentale. L’ipotesi è che si tratti dei Tocari, una popolazione nomade di lingua indoeuropea vissuta proprio nel bacino del Tarim dal secondo millennio a.C. al IX secolo d.C.

(6) “Furono gli anni in fuga / che facevano un rumore di foglie masticate / o la voce degli avi addormentati / nella polvere salata”.

(7) “Gli antichi Seri non parlavano alcuna lingua / umana ma emettevano un rozzo suono”. Plinio il Vecchio, Naturalis historia, Liber VI: “Iidem narravere latus insulae quod praetenderetur Indiae X stadiorum esse ab oriente hiberno; ultra montes Hemodos Seras quoque ab ipsis aspici, notos etiam commercio; patrem Rachiae commeasse eo; advenis ibi feras occursare, ipsos vero excedere hominum magnitudinem, rutilis comis, caeruleis oculis, oris sono truci …”. I Seres di Plinio hanno i capelli rossi, gli occhi cerulei, una statura smisurata e vivono oltre i monti Emodi, vale a dire l’Himalaya; al di là dell’Himalaya si stendono il bacino del Tarim e il deserto di Taklamakan.

(8) O molto semplicemente la pioggia / che picchiettava in cortile – / siccome le notti di maggio sono ancora fresche / benché non si sia mai pronti a partire”.

(9) Secondo gli Uiguri, “Taklamakan” significa grossomodo: “Se ci entri non farai mai ritorno”. Se questa interpretazione è controversa dal punto di vita linguistico, indubbiamente il deserto di Taklamakan resta un luogo aspro e inospitale. Nello Xinjiang è noto anche con il nome di “Mare della Morte”.

(10) “Il cielo stellato sopra di me / e una placida quiete in me”.

(11) “La quiete stellata”.

(12) Leopardi, Dialogo di Federico Ruysch e delle sue mummie: “Così d’affanno e di temenza è sciolto / e l’età vote e lente / senza affanno consuma”.

 

[Sergio Baratto è redattore de Il Primo Amore e gestisce il blog Tunga.]

 

***

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11 pensieri riguardo “Una traversata del deserto – Sergio BARATTO”

  1. Chapeau, db!

    (Ho inserito altri due testi che sostengono e avvalorano ancora di più la portata del tuo parallelo. E prima di leggere il tuo commento!)

    fm

  2. tanti auguri caro francesco, te li faccio in questo post perchè approfitto per farli anche a sergio insieme ai complimenti per le poesie.
    Non sapevo che sergio baratto scrivesse poesie (e pure belle) e devo a te la piacevole sorpresa, grazie per il favoloso lavoro che fai per tutti noi della rete, un abbraccio
    georgia

  3. “Se ci entri non farai mai più ritorno” – così come non si torna mai più indietro dal dolore e dalle atrocità perpetrate dall’uomo; nel deserto di Taklamakan risuonano meravigliosi e terrificanti questi versi ..

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