Il pezzullo di db (XIV) – PRETI

Se a fine ’56 in Ungheria si mossero i carri sovietici, a fine ’57 in Italia li imitarono i carristi ideologici; solo che lì il bersaglio era lato e vago, qui puntiforme e rispondente al nome di Giulio Preti. Ovviamente era un nemico interno, e perciò benissimo localizzato: iscritto al Pci verso la fine della guerra, ne era uscito infatti nel ’46 per due bocconi che non riuscì a ingoiare: l’amnistia ai fascisti e il concordato ai preti (nomen ≠ omen)…

Finché, undici anni dopo, esce per Einaudi Praxis ed empirismo, una miscela di giovane Marx e nuova logica viennese che avrebbe dovuto, nelle intenzioni, esplodere sul campo imprescindibile della democrazia. Ce n’era d’avanzo per attirarsi fulmini. L’unico che avrebbe potuto difenderlo era il suo vecchio maestro Banfi, spirato però l’estate stessa del ’57 – e come poi, se in primavera il senatùr aveva compiuto un entusiasmante viaggio in Unione Sovietica, di cui via via narrava sulle colonne de “L’Unità”? Dalla stampa di partito partirono le prime bordate, poi fuoco di fila dalla rivista “Società” coi più bei nomi dell’ortodossia (da Badaloni a Sereni a Luporini) e colpo di grazia sul finire del ’58, da una penna rubata alla letteratura: Cesare Cases, Marxismo e neopositivismo, libello pseudo-ironico ancora per Einaudi, di cui l’autore ebbe a pentirsi poi nella forma più vile, i. e. glissando.

E Preti? Da allora per due anni terrà uno zibaldone titolato Riflessioni, in cui registra, teorizza, attacca. Il 30 giugno 1960, in una prosa che par Pasolini ma è Tocqueville (o par Cattaneo ma è Leopardi), scrive:

   È vero: non si torna più indietro al Fascismo. Ma il movimento di liberazione non è stato affatto “un profondo anelito di rinnovazione sociale e politica”. È stato il modo (involontario per chi combatteva) con cui il popolo italiano (e non solo le “forze” ora al potere) ha liquidato il fascismo per salvare il fascismo dalle sue stesse rovine. È stato un modo per continuare la “rivoluzione fascista”: la rivoluzione non del proletariato ma delle plebi italiane, sfruttata e organizzata dal magro, inetto e plebeo capitale italiano, e da quella cosa ormai svuotata di ogni significato storico e valore spirituale che è la Chiesa cattolica. Il fascismo era molte, troppe cose, anche in contraddizione tra loro: inquietudine e barbarie meridionale, organizzazione dei teddy boys nazionali, miseria e inettitudine del capitalismo settentrionale – soprattutto fermento rivoluzionario delle plebi contadine e artigiane. Tutti questi elementi sono stati, in qualche modo, insieme per più di un ventennio: poi la guerra ha rivelato le contraddizioni interne e, ormai, l’inadeguatezza del sistema. Il “fascismo” come calderone pseudo-unitario di tutte queste cose è caduto. Ma molti elementi di esso si sono riorganizzati e hanno mantenuto il potere. Erano gli elementi più resistenti, più tradizionali, più “italiani”. Il fascismo amava l’equazione “Fascismo = Italia”. Equazione che non era del tutto vera, ma era, purtroppo, molto vera. E per questo, senza camicie nere e senza retorica da ammazzasette, senza duci e colli fatali, nella sua sostanza, nella sua politica economica, morale e culturale, scolastica, religiosa, nella sua corruzione, nel suo meridionalismo, il fascismo domina ancora l’Italia. E la dominerebbe anche se il partito al potere si chiamasse, anziché DC, PCI o PSI, o comunque.

     Questo fascismo è l’espressione di un Paese semi-balcanico, un paese ignorante, moralmente e culturalmente vecchio, topograficamente (e spiritualmente) marginale, provinciale. È l’espressione di quasi tutta l’Italia, ma non di tutta. Dal Settecento c’è, quasi sempre in minoranza, ma sempre abbastanza forte, un’Italia europea, moderna, progressista, che tende all’industrializzazione, al ringiovanimento del costume, al ripudio del peso morto delle tradizioni nazionali. L’Italia, tanto per localizzare le cose (pur con alquanta ingiustizia e approssimazione) di Torino e di Milano, contro quella di Roma, Napoli e Firenze. È da questa Italia che proviene, in generale, un’“intelligenza” che è molto aperta a tutte le correnti straniere, anche le più disparate, ma non trova nessuna base nella tradizione italiana, da S. Tommaso a Croce e Gentile compresi, che invece corrispondono all’altra Italia, quella “fascista”. E perciò è necessariamente debole, velleitaria, fatalmente distaccata dalla massa, da quella plebe che ieri era fascista, oggi è democratica, domani potrebbe essere socialista o comunista o, di nuovo, fascista. “Intelligenza” che è tanto più debole, sfasata e contraddittoria, quanto più si scende (spiritualmente, idealmente) da Nord a Sud, cioè quanto più essa rimane “italiana”, cioè intrinsecamente, inconsapevolmente legata alle ideologie reazionarie dell’idealismo e del cattolicesimo.
Per questi intellettuali il problema è quello di liberare l’Italia dall’Italia – quello di inserire, economicamente moralmente, culturalmente la vita nazionale italiana nell’unità – concreta, fattuale, per nulla mitologica o utopistica – della grande vita europea.

[Dal § 17 del quaderno Riflessioni, datato “30 giugno 1960” (Fondo Giulio Preti, I, 26 – Dip. di Filosofia, Università degli Studi MI)]

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La nota introduttiva al pezzullo di db è stata redatta da Dario Borso ed è tratta da il Il Primo Amore del 23 aprile 2009.
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7 pensieri riguardo “Il pezzullo di db (XIV) – PRETI”

  1. “L’Italia, tanto per localizzare le cose (pur con alquanta ingiustizia e approssimazione) di Torino e di Milano, contro quella di Roma, Napoli e Firenze. È da questa Italia che proviene, in generale, un’“intelligenza” che è molto aperta a tutte le correnti straniere, anche le più disparate, ma non trova nessuna base nella tradizione italiana, da S. Tommaso a Croce e Gentile compresi, che invece corrispondono all’altra Italia, quella “fascista”.”

    bisognerebbe allargare l’analisi, sì ingiusta ed approssimativa, a quanto accadde, ad esempio, in Sicilia ed a come la rivolta rossa e contadina nonché la vittoria elettorale del 1947 da parte del blocco popolare venne affogata nel sangue, destinado definitivamente il meridione e l’isola all’abbandono ed al proseguire del “baronismo” e latifondismo del Vaticano e di Roma. Parlo di Portella della Ginestra, 1 maggio 1947, 1° strage di stato.

    In Sicilia l’intelligenza c’è sempre stata, ma emigrava a milano e torino.
    e stava bene a tutti che fosse così.

  2. Cara Natàlia, il testo andrebbe correttamente contestualizzato, secondo me, onde evitare che i riferimenti “geografici”, a prima vista, e “a pelle”, sicuramente “urticanti”, finiscano col relegare in secondo piano la tesi di fondo contenuta nella riflessione di Preti: tesi che, a mio modo di vedere, offre una chiave di lettura, discutibile quanto si vuole ma valida, anche della situazione italiana di oggi, a iniziare dalle raccapriccianti presenze del ducio e dei suoi scherani in alcuni luoghi altamente simbolici della lotta e della memoria legate alla Resistenza; per continuare, volendo, col plauso, e non solo mediatico, che quei discorsi ipocriti, e infingardamente revisionisti, hanno riscosso (a Onna, stando alle cronache, che ho seguito in diretta, di Radio Popolare, c’era gente che piangeva di commozione alle parole del padrone del governo)…

    Riferimenti geografici, comunque, che hanno la portata di categorie storiografiche d’insieme, e andrebbero utilizzate come tali; non vi leggo nessuna valenza di matrice antropologico-politica che potrebbe negare un “retroterra” che, a iniziare dagli episodi che citi, non è, e non può essere, sconosciuto o estraneo alla sensibilità e alla (con)formazione etica di chi scrive. Difficile pensare che Preti possa scrivere ignorando che la Resistenza ha preso se non le mosse una spinta notevole dall’insurrezione di Napoli, o che a Portella delle Ginestre l’apparato statale repressivo, di chiara e mai dismessa impronta fascista, abbia mostrato, sia pure per interposta “persona” (i.e., mafia), le sue credenziali postbelliche.

    Il testo postato serve proprio a far discutere, tenendosi ben cara, anzi, difendendola con le unghie e i denti, quella “intelligenza” di cui parli, e che, da nord a sud, è l’unico patrimonio che ci resta, l’unica “risorsa” per fare argine contro la marea montante dell’azzeramento della memoria e delle coscienze.

    Quella “intelligenza”, cara Natàlia, inutile illudersi del contrario, in questo paese è sempre stata minoritaria: dalla Sicilia (come spiegarsi, altrimenti, i 60 deputati su 60 all’assemblea regionale: te li ricordi? e i cuffari e i lombardi dopo i ciancimini e i limi?) alla Campania, alla Lombardia (come spiegarsi, altrimenti, il fascioleghismo?) e via elencando.
    E’ da questa constatazione che bisogna partire: il fascismo, in simbiosi con l’oscurantismo clericale, è nel patrimonio genetico della maggioranza degli italiani: il ducio è il figlio di tutto questo, per questo milioni di “padri” e di “madri” lo riconoscono, lo reclamano, lo acclamano.

    Ciao, buona notte, magari continuiamo domani.

    fm

  3. Questa analisi è notevole. Una consapevolezza che a distanza, sorprende oggi per la sua attualità.
    Quella famosa camicia …. (non riesco nemmeno a scriverlo) sempre pronta da indossare.
    Ieri sera ho visto una locandina nel mio comune (sud della provincia di milano), che pubblicizzava un’opera letteraria ispirata ad Alberto da Giussano.
    Nuove (si fa per dire) riedizioni della storia (propaganda) ad uso e consumo di certi personaggi che trovano pieno riconoscimento ( sono perfino sindaci) nelle amministrazioni locali.
    Quanti anni dovranno passare prima di vedere la fine di queste abnormità?
    In che mondo stiamo vivendo? Non si riesce a farci l’abitudine.
    Tornando a casa mi ha rincuorato una scritta sui muri “Borghezio, via da qui”.

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