Non si può imporre una lingua – di Fabio Franzin

trota_salmonataMentre dalle mie parti (profondo Nord-Ovest) le edicole sono tutte un fiorire di locandine che annunciano l’imminente uscita (“in vista dell’adeguamento dei programmi scolastici“!) del primo vocabolario e della prima grammatica del dialetto di un paesone della zona, Fabio Franzin invia a un quotidiano delle sue parti (profondo Nord-Est) questa lettera che, com’era prevedibile, si sono guardati bene dal pubblicare. Perché? Suvvia, non malignate, non siate i soliti sovversivi, la ragione è molto semplice: mancanza di tempo. Infatti, sono tutti occupati a stampare le locandine che annunciano l’imminente uscita… etc. etc. etc… del primo vocabolario e della prima grammatica… etc. etc. etc. (fm)

Fabio Franzin – Non si può imporre una lingua ormai lontana dall’anima.

Da quando, negli ultimi tempi, una certa parte della politica, molto radicata ormai, nei luoghi in cui vivo, ha innescato la questione-dibattito riguardante l’identità di un popolo e l’insegnamento del dialetto nelle scuole, i quotidiani locali, fedeli al loro ruolo di megafoni capillari del potere, hanno trattato il tema, scomodando insigni linguisti, direttori di emeriti circoli sulla salvaguardia delle lingue cosiddette minori, di musei della memoria, ecc… non è stata richiesta, né credo sia gradita, l’opinione di chi il dialetto, oltre che parlarlo, lo scrive anche; perciò desidero, se possibile, dire la mia in proposito (dopo sei raccolte di poesia pubblicate nel mio dialetto, penso di poter avere il diritto, se non il dovere, di farlo): il dialetto non è mai morto in Veneto, tutt’altro, come è stato detto e certificato da voci ed enti più qualificati, e questa è anche una delle ragioni per cui io mi ostini a scrivere le mie opere in dialetto, (ma, al contempo, ciò muove il mio primo diniego: se è e continua ad essere così ampiamente parlato nelle terre che furono della Serenissima, da dove l’esigenza di imporlo come lingua di studio? E poi, è davvero questo l’unico modo per tutelarlo?); un altro aspetto concernente il dialetto è che, e mi sembra irrimediabilmente, purtroppo, mutato antropologicamente il parlante dialettale; questa, è stata una terra di gente umile e laboriosa, e laboriosa, in verità, lo è ancora (anche se la crisi economica, nei giorni in cui scrivo queste note, sta travolgendo i cosiddetti “distretti industriali), è nel d.n.a dei veneti: il miracolo del nord-est imprenditoriale ne ha certificato volontà e abnegazione, capacità e spirito di sacrificio, arricchendo un territorio che sino a pochi decenni or sono, era zona di Palù e pellagra; ma proprio questa ricchezza ha scardinato quei valori in cui il vivente e parlante veneto vi si riconosceva, valori che sembravano inossidabili: quella creanza che era prima di tutto umiltà, educazione, rispetto e generosità (“materie” queste, che chi chiede il dialetto a scuola sembra non ritenere altrettanto importanti) , e che io ora vedo mutarsi in chiusura e diffidenza, e anche l’imposizione del dialetto sembra più il lucchetto da fissare alle porte di una algida enclave senza più cultura, la parola d’ordine richiesta al foresto quale lasciapassare per la sagra, il piatto di plastica con la salsiccia, le costicine.

Per gli schèi, poi, si è chiuso più di un occhio riguardo alla salvaguardia del territorio, dell’ambiente, con esiti a volte anche comici, se fossero solo barzellette: è un esempio Cessalto, un paese limitrofo a quello in cui vivo ma in cui vi ho vissuto per alcuni anni, che, mentre ha cercato in tutti i modi, fra carte false e arroganza, di far passare una bretella devastante a due passi del bosco Olmè, già accerchiato, strangolato da una fitta zona industriale, per collegare distretti industriali con centri commerciali – si mossero, in primis, Mario Rigoni Stern e Andrea Zanzotto, Gian Mario Villalta e il sottoscritto (abitavo proprio alle porte del bosco, e dentro il bosco ho scritto molte delle mie poesie), insieme ad un manipolo di abitanti indignati, a un comitato diretto da una donna, che qui voglio citare: Annalisa Fregonese, a cui sarebbe da fare un monumento per la tenacia con cui ha lottato contro burocrati e mestieranti; quei mestieranti dissero, in un articolo vergognoso apparso in uno di questi giornali locali al servizio del padrone: “la bretella si farà, con buona pace degli intellettuali” – al contempo, questo paese ora si fregia, con striscioni e insegne a caratteri cubitali, del titolo di comune italiano leader nella raccolta differenziata; un paese, quello in questione, che deve l’etimologia, la radice del suo nome: Caesus Saltus, proprio da quel bosco, sacra reliquia della grande foresta planiziale, e che, con la tipica faccia di bronzo dell’epoca, si dichiara, nei cartelli annuncianti l’entrata nei territori comunali: città del bosco. Sic…).

Altro discorso riguarda l’humanitas dialettale delle genti nella terra dei SUV “un tòco de pan no’ se ghe ‘o nega a nissùni”; i migranti che giungono nelle nostre terre per sfuggire alla miseria (come lo furono i nostri avi quando la miseria era da noi) sono guardati, perlomeno, con sospetto (si ricordi le vergognose sparate razziste di Gentilini, con gli immigrati visti come leprotti cui dare la caccia); salvo essere usati, per convenienza economica, e in nero, se possibile, spesso proprio nelle fabbriche di chi poi alza la voce contro gli stessi in osteria, in dialetto, generalizzando, facendo di tutta un’erba un fascio.

Insomma, il dialetto, per me, più che linguaggio di un popolo, è, e deve essere, prima di tutto, linguaggio ancorato alla sua nobile storia, deve essere lingua di un’anima.

Io, poeta dialettale con figli in età di studio, sono qui a chiedere che il dialetto non sia usato per stringere brandelli di erbe estinte, sono qui a chiedere, piuttosto, che nelle scuole venga istituito un corso di ricamo dell’anima.

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Ai casoeàri

                           (ad Andrea Zanzotto)

Morosi de l’erba, ‘ven vissù tea pianura
misuràndo i passi fra un foss e ‘na scuìna,
co’i òci spersi, là in fondo, ae montagne,
tee rece ‘na capa che ssisa onde conpagne
ae zhope de tèra nera te un canp ‘pena arà

arà via anca ‘a tèra dae nostre canpagne pa’
inpiantàr botéghe, capanóni, ‘dèss ‘i tó ossari
caro Andrea, i ‘é tuti ‘sti caseoàri, ‘sti casoni
coeònici che cròea a tòchi, rossi, fra ortìghe
e ignoranza, fra Mercedes e un diaéto che no’

vòl pì ‘ver ‘e paròe creanza, buazha, che l’à
arà via sorìsi e vaeóri co’a fadìga, che ‘l conta
caìo i só schèi tignùdhi sconti aa fémena
e al fisco che, cussì zharpìo, tradìo, i ‘o voràe
insegnà parfìn tee scùoe. Rivolgersi ai casolari

con il più disperato rispetto. Mì, incùò, pers
te ‘sta pianura strenta fra ‘l griso dei autlet
e dee fabriche, fra ‘sto verdo strangoeà, fae
el mé sòito peegrinàjo ‘torno ‘ste pière rosse
e ‘sti tre travi in crose, me ferme a pregàr

fra ‘e ortìghe alte come desgràzhie, ‘scolte
‘e vose morte de chi savéa de ver un cuòr
passàr come sói rosa fra ‘e fòjie dee piòpe,
preghe pa’a tèra te un diaéto che fae rima
co’ rispèto, e spere sol che l’erba lo vòpie.

[Ai casolari
Fidanzati dell’erba, abbiamo vissuto nella pianura / misurando i passi fra un fosso e uno scolatoio, / con sguardi sognanti, là in fondo, alle montagne, / nelle orecchie la conchiglia che mormora onde simili / alle zolle di terra scura di un campo appena arato // arata via anche la terra dalle nostre campagne per / piantare centri commerciali, industrie, ora i tuoi ossari / caro Andrea, sono tutti questi casolari, questi casoni / colonici che crollano a pezzi, rossi, fra ortiche / e ignoranza, fra Mercedes e un dialetto che non // vuole più avere le parole accoglienza, letame, che ha / arato via sorrisi e valori insieme alla fatica, che conta / avido i suoi soldi nascosti alla moglie / e al fisco che, così troncato, tradito, lo vorrebbero / persino insegnato nelle scuole. Rivolgersi ai casolari // con il più disperato rispetto. Io, oggi, vagando / per questa pianura soffocata fra il grigiore degli outlet / e delle fabbriche, fra questo verde strangolato, compio / il mio usuale pellegrinaggio intorno a questi mattoni rossastri / e queste tre travi in croce, mi soffermo a pregare // fra le ortiche alte come disgrazie, ascolto / le morte voci di chi seppe di possedere un cuore / passare come voli rosacei fra le foglie dei pioppi, / prego per la terra in un dialetto che faccia rima / con rispetto, e spero soltanto che l’erba lo accolga.]

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Immagine: cfr. “Commenti” (n.1)
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37 pensieri riguardo “Non si può imporre una lingua – di Fabio Franzin”

  1. Nella foto in alto, in esclusiva per RebStein, il ministro in pectore della pubblica istruzione, pronto ad assumere l’incarico al primo rimpasto governativo (in subordine potrebbe andare ai beni culturali, liberando il divino poeta che occupa attualmente il dicastero da tutte quelle inutili e noiose incombenze che sono soltanto un serio ostacolo all’estrinsecazione quotidiana del sacro fuoco creatore che lo anima).

    Il simpaticissimo trota (è l’affettuoso nomignolo col quale parenti, amici e soprattutto estimatori e intellettuali si rivolgono a lui con deferenza), è la persona giusta al posto giusto: ha le idee ben chiare sui mali della scuola italiana, e un programma già pronto alla bisogna, stilato punto per punto nei minimi particolari, di immediata e praticissima attuazione in caso di nomina.

    La colpa del degrado del comparto istruzione, secondo la sua illuminata opinione, è totalmente riconducibile all’immigrazione: gli extracomunitari vengono da noi a rubare i nostri titoli di studio!, è lo slogan che racchiude le sue elaboratissime riflessioni sull’argomento. Basta bloccarli, dunque, e, contemporaneamente, preparare i nostri giovani a respingere, de facto, i futuri assalti, riducendo drasticamente la durata dei corsi, a partire dalle primarie, per far emergere i veri talenti nostrani.

    La ricetta? Facile, proprio come prendere uno straccio di diploma di scuola media superiore al tredicesimo tentativo: via i libri, ogni studente sarà dotato, all’inizio di ogni ciclo, di un videogioco già disponibile sul mercato, con marchio registrato, frutto della geniale creatività celto-padana (obbligatorio! come i decoder televisivi del capo riconosciuto della simpatica combriccola governativa): affonda il barcone e abbrevia il tuo percorso scolastico! Ogni cento barconi affondati, un anno abbonato!

    Non vi sembra geniale? Un bambino della prima elementare, particolarmente dotato e allenato (e qui l’interazione scuola-famiglia sarà fondamentale), può ritrovarsi in quinta già a marzo, dopo sei mesi di lezioni, e a otto-nove anni avere in tasca il suo bel diploma delle superiori! Pronto ad essere immesso seduta stante, visto il talento, nel mondo del lavoro, con mansioni chiaramente di responsabilità: comandare una ronda; sostituire il docente terrone in classe, se mostra di avere una particolare attitudine all’insegnamento; far parte del consiglio di amministrazione di qualche azienda del capo; avere un posto di responsabilità nel comitato ristretto del prossimo expo (ce ne sarà uno al mese, in ogni città superiore ai quindicimila abitanti); andare a Bruxelles a fare pratica politica in vista di futuri ruoli istituzionali in patria…

    Geniale! Via, in un colpo solo, anche il mastodontico baraccone delle centinaia di migliaia di insegnanti fannulloni che gravano sulle casse dello stato e sperperano denaro pubblico. Con la riforma prossima ventura, dove non potè M.me Gelmina coi suoi tagli, sarà il trota a recidere il male alla radice: basterà un insegnante per classe, visto che tutte le materie si ridurranno a una; ma non è difficile intravedere, comunque, il ben più ambizioso obiettivo che si profila già a breve-medio termine: uno per istituto…

    fm

  2. Sembra uno scherzo quello che dice Marotta, eppure credo che non sia lontano da verità. Governare necessita non di un paese colto, ma di sudditi prostrati e qui, dal terrore causato dall’impoverimento, i licenziamenti le influenze aviarie suine e le dipendenze da superenalotto e altro ancora,non siamo lontani dalla morte di quel 95% della popolazione attuato senza spargimento di sangue. Bella la vita global,no?
    f

  3. …. se non fosse una tragedia…. potrei anche sorridere…. e in effetti sorrido perchè mi piace pensare che le lingue abbiano una forza al di là delle nostre intenzioni….. si intrufolano e fanno casa tra parole di altri popoli….. si mescolano e si mimetizzano…. ma sempre portano con se il loro carico di senso e di storia…. qui l’argomento in verità travalica il mero aspetto linguistico e non posso non pensare alla scuola in cui lavoro da ormai più di vent’anni….. l’unica scuola bilingue d’italia…. in cui due lingue vengono insegnate in condizione di assoluta parità…. e che a ogni inizio di anno scolastico deve difendere con le unghie il proprio modello organizzativo e didattico…. parando colpi che prevedono tagli su tagli volti alla sua snaturazione….. per esempio sono necessari due insegnati per classe per il solo motivo che uno è riferimento linguistico per lo sloveno e l’altro per l’italiano…. e ogni anno dobbiamo pazientemente spiegarlo all’ufficio scolastico regionalie….. questo e altri non sono ovviamente solo un problema “scolastico”…. ma politico e sociale….
    caro fabio…. ti abbraccio
    e a te caro farncesco dico che anche se non mi faccio viva spesso sul blog…. leggo e frequento le tue parole e quelle dei tuoi ospiti…. sempre con vero piacere….. a presto…..
    a

  4. Vorrei affrontare questo argomento partendo dalla visione di una trasmissione su RAI 3 qualche settimana fa e condotta dal brillante (ma meno del solito) Michele Mirabella. Un incontro molto significativo per capire come, attorno a questi temi, continuano a orbitare (anche tra persone colte) molti luoghi comuni o, comunque, pensieri non abbastanza approfonditi.
    Tema della trasmissione: i dialetti. Gli ospiti? Ovviamente la regola aurea sulle reti nazionali, ormai, è quella di creare la massima confusione possibile; quindi, lasciati ovviamente a casa un Brevini, un Tesio o un Loi, si presentano come grandi esperti di queste cose due giornalisti de “L’Arena” e de “Il Mattino” (!) assieme al novello inquisitore Cerno, autore di un reportage molto critico sul friulano pubblicato sull’Espresso, per poi cedere la parola ad Alessandra Guerra (brava e corretta, in questo caso, fin troppo: credo che non la richiameranno mai) e finire in bellezza con le improvvisazioni di una parlamentare della Lega, nata a Lampedusa, decisamente impreparata su questi temi. La trasmissione diventa, da subito, una discarica a schermo aperto di banalità e luoghi comuni. Si inizia, come da copione, prendendo in giro coloro che dedicano il loro tempo a tradurre, nel loro linguaggio nativo, le grandi opere della letteratura antica e moderna, dalla Bibbia alla Divina Commedia. Dei poveretti che sprecano fiato confrontandosi con modelli inarrivabili, secondo le parole del presentatore: peccato che tra questi perditempo troviamo poeti (presenti nelle maggiori antologie della letteratura del Novecento) come Pier Paolo Pasolini, Tolmino Baldassarri o, negli ultimi anni, Pierluigi Cappello.
    Poi, altro luogo comune: la trasmissione dei linguaggi locali va affidata soltanto alle famiglie. Perché? Perché, si dice, o una lingua si sostiene da sola oppure in nessun modo la si potrà tenere in vita. Se questo fosse vero, quanti parlerebbero oggi l’italiano? Se non si fossero investiti, dall’Unità d’Italia ad oggi, cifre enormi per insegnarlo (in modo obbligatorio!) a milioni di persone che non lo parlavano e, spesso, continuano a non parlarlo in casa o nei loro paesi? La lingua italiana oggi, molto probabilmente, sarebbe parlata solo da una piccola parte degli abitanti della penisola se la sua sopravvivenza fosse dipesa soltanto, negli ultimi secoli, dalla volontà delle famiglie di tramandarla ai propri figli. In più, si tratta di una lingua su cui lo Stato, non solo nella scuola, negli ultimi decenni ha continuato ad investire risorse enormi. Pensiamo soltanto al costo annuale di una rete televisiva regionale della RAI. Milioni e milioni di euro. Create in quella stessa regione, con lo stesso budget, una rete radio televisiva nella lingua locale e, potete starne certi, nell’arco di qualche decennio probabilmente il numero dei parlanti cesserà all’improvviso di diminuire e, in qualche caso, probabilmente aumenterà. Abbiamo gli esempi lampanti della Catalogna, del Galles, del resto.
    Si tende, così, in trasmissioni come questa, a mostrare queste antiche lingue locali e le culture ad esse correlate come vecchie macchine da rottamare, da far sparire al più presto da tutte le strade che portano al domani. Questa politica dell’eliminazione del diverso mi sembra molto inquietante. Queste persone non riescono ad accettare che in Italia vi siano comunità la cui lingua madre non è mai stata l’italiano. Come non volevano accettare questa incontestabile verità coloro che bruciarono, a Trieste, nel Ventennio, la casa della cultura slovena. Sono passati tanti anni ma nel nostro paese continuiamo – spesso inconsapevolmente – a guardare queste cose con gli occhi di chi ha fatto di tutto, nel passato, per cancellarle dalla propria vista.
    La realtà, drammatica, è che nel nostro tempo molte cose – per tanti motivi che qui non stiamo ad elencare – rischiano di scomparire. E moltissime sono già scomparse. I grifoni, solo per fare un esempio fra infiniti esempi possibili, sono sopravvissuti per migliaia di anni senza l’aiuto di nessuno ma oggi, lo sappiamo bene, senza costosissimi programmi di protezione di questa specie, nel giro di pochi anni, scomparirebbe dai nostri cieli ogni esemplare. Se per noi, dunque, queste cose meritano di rimanere in vita dobbiamo anche, necessariamente, trovare modi nuovi per offrire a chi verrà dopo di noi la possibilità di conoscerle e tramandarle a loro volta. Le famiglie non bastano anche perché, se parliamo di famiglie, non parliamo delle famiglie di un tempo ma di quelle di oggi, molto diverse, frammentate, con padri e madri che lavorano entrambi e spesso nell’arco di una giornata, a volte, nemmeno riescono a parlare con i propri figli. Se le famiglie non assolvono più (o solo in minima parte) a questa funzione, la trasmissione dei saperi (tra cui anche la conoscenza della storia, della cultura, della lingua locale) non può che partire dalla scuola. Non lo dico io, ma grandi studiosi che da tempo ricordano che, se vogliamo offrire delle radici alle nuove generazioni, un collegamento tra ciò che siamo ed il nostro passato, senza disperdere al vento un patrimonio immenso di esperienze millenarie, la famiglia moderna non ha più né il tempo né, forse, nemmeno più i mezzi per farlo.
    I dialetti (uso questo termine per facilità anche se non è corretto) non sono che una delle tante facce di un mondo, il mondo della varietà, delle differenze, dei mille diversi colori, suoni, profumi, che oggi rischia di rimanere schiacciato sotto i rulli enormi dell’omologazione. La questione è seria. Al di là delle sparate dei politici, degli scoop di giornalisti a caccia di visibilità, ricordiamoci sempre, quando parliamo di queste cose, delle parole di Pasolini, di Zanzotto, di Olmi. Parole non dette o scritte per soldi, per un’effimera fama. E nemmeno, come oggi purtroppo sempre più spesso accade, per compiacere i propri elettori o raccattare qualche manciata di nuovi voti. Non facciamoci distrarre, attrarre nelle reti di chi non rispetta le parole, le umilia riducendole a sinistri amplificatori di menzogne. Ascoltiamo coloro che hanno parlato e parlano – della loro terra, della loro lingua – con il cuore. I poeti e tutti coloro che guardano il mondo con gli occhi dei poeti.

  5. Io credo che se insisteranno in questa menata di bocciare utilizzando le cosiddette prove oggettive di valutazione, che sarebbero poi le prove invalsi, obbligatorie da quest’anno in terza media e, secondo le mie previsioni, obbligatorie fra poco anche per la quinta elementare, continuando in questa strada non faranno altro che creare una vera e propria emergenza sociale. Perchè, se bocci tutti quelli che non ce la fanno e sintetizzi il tutto scremando solo i migliori, dove cazzo lo metti questo esercito di ritardati mentali bocciati? E se poi ti metti a chiudere anche le scuole civiche di Milano, dove, chi va a iscriversi, ci va perchè ha voglia di studiare, è chiaro che crei un’emergenza sociale. Perchè questo è, se si vanno a vedere le statistiche delle bocciature negli istituti: questi che si perdono per strada non sono altro che la prova lampante del fallimento della scuola. Perchè, più alto è il numero dei bocciati, più la scuola dichiara, prove in mano, il suo sonoro fallimento. E purtroppo il problema riguarda già la scuola media. Per dirne una: l’anno scorso il mio collegio si è spaccato in due proprio su una discussione che riguardava il numero di ragazzini bocciati alla media. Una gentile prof commentava: dov’è il problema? Io mi sono preso degli insulti, come al solito, ma i problemi son problemi e qualcosa abbiamo dovuto fare, visto la presenza, ma ormai sembrano veramente dei reperti archeologici, di insegnanti con le palle che posso no ancora raccontare certe esperienze. Ma la mia scuola è un caso a parte. Posso benissimo immaginare cosa succeda altrove. E di scuole ne ho girate anch’io
    Seb

  6. Geniale il tuo pezzo, caro Francesco; voglio pensare, immaginare, che l’ironia ci salverà dalla disperazione, perciò lo plaudo – oltre a ringraziarti, di cuore, per aver postato il mio intervento – anche se il periodo è così sconsolante (per me poi, anche dal lato professionale, come sai), e il futuro è altro che un’ipotesi, come disse Ruggeri; il futuro è ormai segnato per un bel pezzo, sia economicamente che socialmente; e non appare, da nessuna parte, qui, un Obama de noantri, per dirla col linguaggio televisivo, e quello sì che si è imposto come lingua altra, cialtrona e volgare, come lingua nazionale.
    Un grande abbraccio, e grazie, di cuore. Fabio F.

  7. risposte e complimenti per tutti
    grande marotta grande franzin
    da un partito fondato sul razzismo non c’è da tirar fuori niente solo sciglierlo
    il mattino è un giornalaccio di potere da almeno venticinque anni (esperienze dirette)
    si,forse un sorriso ci salverà
    la salvezza è nella poesia
    c.

  8. Carissimo Fabio,
    sulla questione dell’insegnamento non lasciamoci influenzare, però, dalle sparate dei politici. Sono temi seri. Le cose che dico le ho discusse a lungo con Cortellazzo padre e figlio, due mezzi geni. La conservazione del nostro patrimonio culturale ( e, dunque, anche linguistico) dovrà passare necessariamente, in futuro, attraverso la scuola. Non c’è scampo. Dipende da noi se vogliamo lasciare in mano queste cose a certi tristi figuri o dare spazio a persone sensibili. In Friuli io ho conosciuto maestre che fanno corsi di friulano e in friulano con approcci di una modernità strabiliante. Parliamo dunque di cose possibili e che è possibile far bene. Bisogna rimanere molto calmi e portare avanti con determinazione (e rispetto per tutti) quest’opera di valorizzazione e conservazione del nostro meraviglioso patrimonio linguistico. Gli avvoltoi ci sono sempre. Sta a noi tenerli lontani ed accudire il nostro piccolo, incantevole gregge di parole e saperi. Ciao!

  9. Caro Ivan, ti ringrazio per gli interventi, innanzitutto; so che noi, in fondo, parliamo la stessa lingua, nel senso del nostro rapporto, non nostalgico, di un dialetto che vuol star fuori dall’ombra stretta di un qualche campanile, e i suoi, conseguenti pensieri intorno al tema linguistico-sociale. Bene, il Friuli si è accorto di possedere un patrimonio – leggi linguistico – da decenni, e da decenni porta avanti, con rigore, un progetto di valorizzazione, vera, di questo patrimonio: penso a ciò che fa e ha fatto il Menocchio, per es. o i Colònos; va da sé che anche la scuola, di conseguenza, ci metta il suo, anche trascinata da queste associazione benemerite nel senso più vero, e vivo, della parola. Io vivo e parlo del Veneto, le cui “rappresentazioni” del dialetto sono, da decenni, le commedie di Goldoni di qualche compagnia teatrale dilettante in abiti settecenteschi, in qualche palco – vedi carro agricolo con assi – di qualche sagra paesana. Senza voler prendere ad esempio un caso, il mio, come la risposta astiosa ad un territorio che, nonostante scriva da quindici anni in dialetto, con esiti non proprio disprezzati dagli addetti ai lavori, mai sono stato invitato in provincia di TV a leggere i miei versi (perché anche quando leggemmo insieme a Oderzo, ricordi? io fui invitato, anche lì, da un ente friulano, PNlegge, come sai) perché non mi interessa farlo, grazie a Dio un certo interesse, fuori regione, fuori provincia verso la mia poesia c’è, e mi basta.
    Allora, tale l’amore che provo per la lingua che parlo, in cui esprimo le mie emozioni, tale il mio sospetto verso chi, fingendo di amarlo, ne vuol fare una bandiera sventolata per altri scopi.
    A me sembra davvero che il desiderio di imporlo come materia di studio, in queste lande, sia la volontà di creare i presupposti per allestire un ponte levatoio: se vuoi entrare alla sagra c’è la parola d’ordine da recitare: “‘ugànega” per es. poi potrai avere il tuo piatto di plastica, le costicine, la salsiccia e la polenta.
    Non quindi una lingua che lega, ma una lingua di lega, e la lega in oggetto, caro amico mio, non viene da fusione di materiali così nobili.
    Ti abbraccio. Fabio

  10. Mi sono dimenticato di ringraziare, e salutare Antonella Bukovaz (sempre più brava e coinvolgente nella sua poesia) e Carmine Vitale.
    Grazie, di cuore, per il passaggio in questa nobile dimora. Fabio

  11. vorrei aggiungere una piccola glossa.
    il dialetto non è una distorsione dell’italiano un ‘tradire’ la lingua di Dante. come l’italiano deriva dal latino. mentre si costruiva la lingua (scritta) e pensiamo a Petrarca di cui Bembo ne farà il modello, nel parlato, come dire, c’era piena ‘libertà’.
    certo che far discutere di lingue e dialetti ai nostri illustri pensatori e nauseaBondi poeti-ministri…

    un abbraccio (in dialetto)

  12. Mi chiedo: quale dialetto? Io vivevo con i nonni paterni, nella pianura veronese. I genitori di mia madre abitavano in Valpolicella, a quaranta chilometri di distanza. I nonni materni parlavano il dialetto delle colline, dei vigneti e degli olivi, i nonni paterni quello delle risaie, delle zanzare, dei campi di granoturco. La differenza c’era, si sentiva, quando si incontravano io sorridevo perchè c’erano alcune parole pronunciate dagli uni che gli altri non capivano. La focaccia, le ciabatte, non si chiamavano nello stesso modo. Io facevo da traduttrice, perchè l’estate la trascorrevo in Valpolicella, e mi facevo una full-immersion nel dialetto locale (una sorta di vacanza-studio, come si dice ora…). Quale dialetto? Quello che ci permette di parlare con i nostri genitori, con gli anziani, con i vecchi amici? O quello che si stanno inventando sulla Padania, quello di Zaia? Quest’ultimo è un muro, una barriera… il dialetto che, al contrario, è “lingua di un’anima” è un’altra cosa.
    Grazie, e un caro saluto a tutti
    Stefania

  13. Due argomenti in un solo post, e tutti e due mi toccano da dentro più che da vicino. Per questo scrivo, anche se forse non dirò nulla di nuovo.
    La scuola. Pensavo che il fondo del pessimismo fosse stato toccato da anni, perché il Italia l’istruzione è un optional in declino, comportamento tipico di un paese vecchio e in decadenza etica prima ancora che economica. Da un lato la politica di tagli, dove tagliare le risorse significa tagliare le gambe ai nostri figli, che di fatto non hanno nemmeno i soldi per comprare la carta igienica. Ed è vero che fra maestri ed insegnanti ci sono persone che dovrebbero fare altro (ma meno di quanto pubblicizza Brunetta, il nostro lavoro è evidente, visibile a tutti): dunque ben vengano criteri di valutazione, di selezione, però oggi di fatto l’istruzione pubblica si basa sul volontariato ed io dico no, amo il mio lavoro ma è un lavoro, come poi l’idraulico che viene in casa non lo fa per farmi un favore. Così come da anni è in atto una strategia limpida ed evidente di impoverimento dell’istruzione pubblica a favore di quella privata, portata avanti o accettata da tutti i governi per accondiscendenza, ed è intuitivo unire la necessità di risparmio con quella di indirizzare sempre un maggior numero di studenti verso il privato. Ecco, tutto ciò è evidente, pensavo fosse questo il limite del pessimismo.
    Invece no. Adesso si è passati alla fase tre. Quando ci si indigna per la libertà di stampa, e lo si fa giustamente, ancora di più si dovrebbe combattere per la libertà di coscienza. La realtà è che nella scuola italiana si va facendo sempre più limpido un disegno perfetto di omologazione da regime, un grande fratello silenzioso che estorce ad un popolo intero ed ai suoi individui la capacità critica proprio nel momento in cui la dovrebbe formare. Caro fm, purtroppo sono d’accordo con te: qui non è in gioco la democrazia ma l’umanità, minata alle sue stesse radici, tradita, impoverita. Il problema non è nel numero di respinti, ma nel messaggio, o ancora meglio il problema è che non c’è messaggio, non c’è pensiero. E per un paese e un tempo in cui sempre più spesso le famiglie delegano alla scuola non solo l’istruzione, ma l’educazione dei figli tutto questo è un dramma. Cambieranno i governi, certo, ma ugualmente pagheremo il prezzo.
    Il dialetto. Questo argomento per me è una ferita aperta. Sono friulanissimo, ma non parlo il friulano se non a fatica, sono uno di quelli che sta uccidendo la propria lingua e ne soffro. Perché ho perso il treno da bambino, quando i miei non lo parlavano con me, e da adolescente, quando la ribellione ha coinvolto anche le tradizioni che non andavano perse.
    Sono d’accordo con Fabio, il problema non è la lingua (o non solo la lingua) ma la conservazione di una identità culturale che è stata sradicata. Purtroppo temo che la scuola possa fare abbastanza poco, o almeno che sia solo uno dei passaggi necessari: è vero, caro Ivan, che alcuni hanno messo in atto splendidi progetti, ma realisticamente è maggiore il numero di coloro che nelle scuole elementari, negli asili, hanno insegnato tre parole di friulano in croce come stecchi rinsecchiti. Non è questo che si deve fare, questa non è identità. Così come, e dobbiamo essere sinceri anche noi, molto spesso la conservazione della lingua si è intrecciata con istanze campanilistiche, autonomistiche, tutta una serie di sentimenti che poi sono andati a confluire nel leghismo.
    Sia chiaro, apprezzo e ammiro sinceramente chi lavora sul dialetto con cura e affetto, nel campo della scrittura mi venite in mente tu, Mattiuzza, Cappello … State facendo un lavoro che io non sono in grado di fare, aggiungo, per mia incapacità. Ma il problema, come sottolinea Fabio, è che la lingua rischia di diventare strumento che divide, se non è inserita all’interno di un contesto più ampio di valorizzazione e conservazione di una identità che si sta perdendo e la cui mancanza ci porta rabbiosamente a rifugiarci in un sotterraneo razzismo. L’idea dunque non solo è buona ma necessaria (e sottolineo necessaria), però bisogna fare molta attenzione che non diventi lo strumento per un “altro” messaggio, molto più pericoloso, soprattutto visto chi ci governa, localmente e a livello nazionale. Vedi alla voce “scuola”, sopra, appunto. Che i dialetti siano cultura e non la chiusura del cerchio in un piano più ampio: questo mi sembra dica Fabio, sul cui amore per il dialetto credo non ci siano discussioni, e questo dico io, che nel mio piccolo cerco di usare l’italiano come un dialetto, e spero che altri non siano costretti alla mia stessa forzatura.
    Francesco t.

  14. Nel post precedente, scritto di getto, non ho nominato lo sloveno – e chiedo scusa ad Antonella – perchè la situazione mi sembra frutto di circostanze storiche e politiche molto differenti, e dunque la scelta del bilinguismo ha il suo fondamento su altre necessità.

    ft

  15. Il patrimonio che la tradizione, minacciata di espropriazione e di rimozione dalle logiche di controllo e di omologazione, conserva attraverso le parlate dialettali, va salvaguardato nei suoi valori fondanti di solidarismo e di condivisione comunitaria. Il punto cruciale riguarda proprio la “forma” in cui questa trasmissione avviene, perché la forma, in questo caso, investe anche la sostanza valoriale: ne accentua il senso in funzione di dialogo e di apertura, o lo snatura in funzione di conservazione e di rifiuto.

    In buona sostanza: se la tutela delle ricchezze dialettali diventa strumento per veicolare “chiusure identitarie” e particolarismi antropologici, politici e culturali, che sia in ballo o meno la poesia, l’operazione è aberrante e gli esiti, oggi sotto gli occhi di tutti, esiziali per la convivenza e qualsiasi istanza democratica.

    La poesia può aiutare ad impedire una deriva del genere, sottraendosi, nello stesso tempo, ad ogni tentativo di mistificazione e di strumentalizzazione: ma ciò può avvenire solo nel caso in cui il poeta, riprendendosi il ruolo di intellettuale e ridandogli vita e dignità di coscienza critica libera, denuncia a chiare lettere “da che parte sta” rispetto all’esistente, e si rifiuta con decisione ad ogni ambiguità, ad ogni pratica che nega, nei fatti, la sostanza dei valori che sulla carta vuole salvaguardare e tramandare.

    Il problema è: in quanti lo fanno? In quanti rifiutano e rifiuterebbero premi, prebende e comparsate organizzati da chi nella realtà della vita quotidiana opera in direzione di quella chiusura, di quel rifiuto dell’altro, di quella negazione di solidarietà e di diritti?

    fm

  16. Vorrei intervenire con parole sagge come quelle di Fabio, Ivan, Francesco e altri, su un argomento che trovo molto, ma molto più importante, direi fondamentale, e non solo per questo disperato pezzo di terra italiana. Qui in fondo, al di là della questione se il dialetto vada o non vada insegnato a scuola, se sia o non sia sufficiente la famiglia, se e come la becera politica può metterci lo zampino (lo ha fatto, lo fa e lo farà, statene certi), si sta parlando dell’abisso culturale nel quale stiamo vivendo. Di tutto quello che ho letto le cose che mi hanno colpito di più sono state il racconto della lotta contro un bretella devastante che passa accanto ad un bosco o il fatto che un poeta che scrive nel dialetto della sua terra sia riconosciuto ovunque, tranne che nella sua terra, o ancora l’esperienza di chi, come Tomada, vive il mondo della scuola dal di dentro, e come lo vive. Questo non è il risultato di quanto fatto dal signor B., questo è quanto ci ritroviamo per vivere non in un’Italia ma in dieci, centomila Italie, che potrebbero tranquillamente parlarsi e comprendersi – nei dieci, centomila lingue o dialetti – se non avessimo paura (non conoscessimo) persino del vicino di casa. Ma questo è un discorso che va troppo in là… Stamattina mi sono letto quanto Fabio ha scritto un mese fa a Topolò, me lo sono letto prima in dialetto, sicuramente storpiando molto le parole, ma ho goduto di quei versi esattamente come leggendoli in italiano.

  17. il controllo (termine che viene aggirato -molte volte- con ‘globalizzazione’) passa attraverso molte variabili; una è la lingua, poi si sono accorti che c’erano le lingue, ops! allora iniziamo a controllare anche quelle chiamate minoritarie; così non si sa mai. “tutto ciò che fa paura viene prima inglobato e poi massificato” ci ricorda Marcuse (e mi saprete scusare, ma mi piaceva tanto da ragazzo! -cioè, ieri l’altro-).
    il ‘grammaticare’ anche una lingua orale è dotarla di regole, e si sa a costoro le ‘regole’ piacciono; alla lingua meno! proviamo a pensare alle ‘regole’ dell’italiano…
    un aneddoto personale: mamma di Livorno, babbo (e non papà!!) di Pisa, (toscanissimi) beh, vi assicuro che non era/è la stessa lingua… italiano… toscano…?

    un abbraccio

  18. Mandi Fabio, Francesco, Ivan e ciao a tutti.

    Condivido alcune delle vostre perplessità e mentre lo faccio mi accorgo di come, per qualche aspetto, a noi quassù in friuli, sia stata, per ora, risparmiata una parte abbastanza consistente delle problematiche che vede Fabio nel suo veneto. Ma ci sono due punti sui quali io credo forse si possa riflettere un attimo ini più insieme. Il primo riguarda l’ annosa questione della lingua minore (o dialetto) e della società che la parla. Legarle a doppio filo, per quanto comprensibile, è anche un rischio, perchè sposta il problema dalla causa ,che è anche altrove, all’effetto che invece è qui. Dico questo perchè affidare alla lingua il compito di arginare certe derive contemporanee, di far da barricata al dilagare di un mentalità che vede “schei su schei” per quanto comprensibile è anche molto rischioso perchè la lingua da sola, questi urti non li regge. Sperare che lo faccia è darle un ruolo che non riesce ad avere ed il rischio è quello di venirne legittimanente eppure anche erroneamente delusi come amanti traditi. Il problema è solo nei valori, la battaglia va fatta lì, la lingua non può nulla. Lo prova il fatto che noi e con noi tanti altri riescono ad usarla in tutt’altro modo rispetto a chi ne fa folclore o chiusura. La lingua quindi è libera, è franca. E poi c’è un altro aspetto, anzi un sospetto. Quello che tutto questo can can sui dialetti e le lingue minore che monta ora non sia altro che un disegno che prova a monopolizzare una sacca di diversità per prima danneggiarla e poi annullarla. Dico questo perchè ricordo come molti di quelli che ci soffiano sopra oggi non votarono qualche anno fa in parlamento una legge fondamentale come quella che istituisce, con cinquanta anni di ritardo rispetto a quanto sancito dalla costituzione, la tutela delle lingue minori italiane.
    Io credo infatti che a molti di quei politici, che mai ho sentito parlare davanti ad un microfono rai o mediaset, nemmeno per un minuto, una lingua che non fosse l’italiano, interessi tutt’altro. Se ora caricano i dialetti in questo modo è perchè così prendono due piccioni con una fava . Gli effetti si vedono già, basta leggere un qualsiasi giornale progressista italiano per capirlo. L’operazione, per me, è chiara. Far leva in un certo modo sul dialetto infatti rende infatti su due piani perchè oltre che alimentare la xenofobia del paese , una xenofobia tra l’altro molto forte anche e forse soprattutto nelle città che col problema del dialetto non hanno poco a che fare, lo presenta a tutti gli altri, soprattutto ai più sensibili al tema, come uno dei diritti che non va più sostenuto in quanto compromesso con il razzismo. Prova ne sia anche il fatto che si comincia a parlare anche di una “revisione” degli statuti speciali delle regioni che hanno al loro interno minoranze linguistiche riconosciute e che hanno lottato per farsi accettare come tali. Ci sono due modi di negare una diversità, uno è quello di reprimerla e l’altro è fingere che non esista facendo d’ogni erba un fascio. Una certa invenzione geopolitica, non potrà infatti mai esistere fin quando ci saranno nelle regioni che si vorrebbe ne facciano parte, entità storiche e visibili come i ladini, i friulani, i tedeschi o gli sloveni. In questo contesto dare tutela a tutti, anche a quelli che non la chiedono, non la desiderano, significa disinnescare le potenzialità di chi, democraticamente, ne ha desiderio, necessità, di chi si sente comunità aprendo la strada ad una cittadinanza inventata per altre e basse ragioni.
    Oltre a ciò io credo sia opportuno riflettere anche sul fatto che qui, in Italia, non sono i dialetti o le lingue minori a fare chiusura verso gli immigrati, ma un paura ben più profonda e costruita ad arte che scorre lungo tutto un paese che dimentica, vergognosamente, la sua storia di emigrazione e lavoro.

    Maurizio Mattiuzza

    ps: qualcuno di voi ha visto ” il vento fa il suo giro” ? E un film che spiega molto e mostra come la chiusura si fondi, spesso, su vizi e limiti umani che , proprio perchè umani, non svaniscono all’interno di una comunità di lingua.

  19. Arrivo ora da una lettura, in dialetto, a due passi da casa mia, stavolta, in un agriturismo, per festeggiare il 50° compleanno di un amico. E’ un po’ tardi, e purtroppo sono anche stanco per poter rispondere, a tutti, come meriterebbe (nel senso di articolare un pensiero lucido, non stremato); ma voglio ringraziarvi tutti, e fare l’elenco, di amici così cari, poi, sarebbe solo un appello che mi porterebbe via altro tempo. Sappiate che vi ringrazio, davvero col cuore, per i vostri interventi, per l’ardore, lo sdegno, la speranza che avete messo nei vostri interventi, scaturiti, anche, dal mio pensiero. Io dico solo, e in ciò sono in linea con Marotta, che se fossi un abile opportunista invece che un artigiano della parola, sarei andato incontro a chi propone l’uso del dialetto sulle scuole; forse avrei potuto trovare un angolino di spazio, di visibilità, entro tale progetto, con un po’ della tipica ruffianeria italica avrei potuto scriverne un articolo a favore invece che a sfavore (sono stato anche “avvicinato” da costoro, ultimamente), ma io non sarei stato più io, la mia lingua non sarebbe più stata mia, mia nel senso comunitario del termine; sono anche d’accordo con Maurizio che può risultare forzato l’intreccio della questione linguistica col degrado sociale, ma ricordiamoci che molte delle derive che ci apparvero paure forzate si sono poi rivelate in tutto il loro disegno dirompente; sono più d’accordo con Michele, che qui saluto con grande affetto e stima: stiamo vivendo, un po’ in tutti gli ambiti civili, un periodo sconfortante, dalla scuola al lavoro, dalla politica alla cultura.
    Ecco, io credo che ognuno di noi sia chiamato a un compito, non così arduo o eroico, del resto, ma neppure così semplice: quello di coltivare l’onestà morale e di non buttarsi a capofitto verso il canto di strambe sirene; quello di abbandonare qualche seme lungo il cammino, per ritrovare la strada di casa, certo, e lungo quella strada, magari, scorgere qualche germoglio che prima non c’era. Vi abbraccio. Fabio F.

  20. quello che effettivamente sconcerta è l’uso strumentale che si vuole fare del dialetto: una bandiera, ‘che non lega, ma di lega’ usando le parole di Fabio… Il discorso sull’insegnamento nelle scuole è veramente complesso: Tullio de Mauro in un suo studio ormai fondamentale per l’approccio ai dialetti, ricorda che le varietà linguistiche presenti sul territorio italiano, sono circa 10.000… cioè quasi quante i comuni… sappiamo tutti che molto spesso, non solo da una città ad un’altra, da un paese al paese più vicino, ma anche all’interno di un singolo comune, tra le varie contrade variano le inflessioni: a Santarcangelo, un comune abitato dalla poesia, sono presenti almeno 6 varietà…lo stesso accade per quasi tutti i comuni, tra paese e contrada o rione: a Muro Lucano, piccolo paese di 4000 abitanti, mi dicono ci siano almeno 8 varietà dialettali… ; affrontando un discorso regionale: mi chiedo quale dialetto dovrebbe essere insegnato nelle Marche: quello anconetano( simil italiano) quello pesarese ( la parlata gallo italica del montefeltro, simil romagnola?) quello di San benedetto del Tronto? un dialetto meridionale?….anche lì, dunque si dovrebbe procedere secondo un’ottica politica normalizzatrice? si impone a tutti la lingua del capoluogo di regione?… Sarebbe una follia. Bisogna accettare il fatto che i dialetti, anzi, le lingue, ci sono, si trasformano, vivono e possono pure morire: penso che la lingua italiana condivida il proprio futuro con i nostri dialetti: è anch’essa una lingua minoritaria, non regge all’onda d’urto della storia economica e della globalizzazione, e non regge neppure per ragioni di ‘anagrafe’: i parlanti sono pochi milioni nel mondo: di fronte ai vari miliardi di parlanti in cinese (anche lì, sappiano di quante centinaia di lingue vi siano in Cina, e di come la normalizzazione maoista abbia cercato di distruggerne cultura e pensiero), o in Inglese, dall’europa all’america alle colonie dell’est asiatico, l’australia…. forse sarebbe il caso di attrezzarsi in altro modo, attrezzare scuole e bambini ad affrontare il mondo con le armi che tutti gli altri paesi sembrano aver adottato e che da noi stentano a decollare: occorre studiare l’Inglese, il cinese, forse lo spagnolo…ciò detto, mi rendo conto di non aver ancora affrontato la questione di fondo: il dialetto di cui stiamo parlando è quella cosa lì che vogliono certi politici per discriminare in nome di una fantomatica IDENTITA’ ? è quello strumento di propaganda elettorale che fa sì che una ‘comunità’ si ritrovi stretta a una bandiera? ma che bello un mondo senza bandiere! per dirla tutta: trovo scandaloso che tra i requisiti richiesti a un insegnante ci sia pure la conoscenza della lingua del territorio: è ovvio che è un modo per fare fuori gli insegnanti meridionali, è ovvio che dietro c’è quel campanilismo RAZZISTA, QUEL PREGIUDIZIO oggi ricavalcato sull’onda drammatica della crisi. Vogliamo riprecipitare l’Italia all’età dei ‘liberi’ (?) comuni? Liberi, poi, proprio non direi: hanno per anni menato la solfa del neo-liberismo: sembrava fantastico che si aprissero le varie opportunità di lavorare a Palermo come a Brescia o a New York: e oggi i neoliberisti richiudono le frontiere? rimettono i paletti e i confini tra paese e paese, borgo e borgo?

    altra fatto da affrontare e da chiarire: un conto è parlare di dialetto, altro parlare dei dialetti, anzi, delle lingue adottate dai poeti: è evidente che non c’è quasi più una rispondenza tra comunità dei parlanti e lingua del poeta neodialettale: quest’ultimo difficilmente scrive nella lingua del Coro, della Comunità: quella che adotta e riusa e trasforma è la sua personalissima lingua, il suo idioletto (non più socioletto) : e dunque difficilmente si piega a un uso politico. La lingua di un neodialettale è essenzialmente letteraria, lo si voglia o meno, lo si accetti o meno, ma è così. Ed ha valore quanto l’italiano o il latino, e potrà essere letta e studiata o ristampata A PRESCINDERE dal fatto che sia o sarà ancora corrispondente a una lingua-dialetto parlata.

    amiamo e leggiamo da sempre poeti di lingue morte, ma non per questo la loro parola non ci arriva, o illumina o ferisce. Non è un dramma se non ci saranno più le lucciole o le mezze stagioni: sappiamo che qualcuno le ha cantate per noi, per una musica che, comunque, ci accompagnerà sempre.( forse).

  21. So che rischio di apparire poco simpatico (ma so che mi salva l’affetto davvero profondo e sincero che provo nei confronti di tutti coloro che hanno scritto finora) ma ho la necessità, nata da una ventennale frequentazione della materia ormai, di puntualizzare alcune cose. Com’è giusto fare tra amici degni di questo nome. Bisogna stare molto attenti, quando si parla di questi argomenti, altrimenti c’è il rischio di impantanarsi, come anche qui talvolta è accaduto, nella palude (spesso quasi invisibile) dei luoghi comuni. Nel nostro paese, mi riferisco anche alle persone più preparate, si tende a dire la propria su tutto anche quando, in realtà, non si ha alcuna conoscenza dell’argomento su cui si vuol parlare. Mi spiego. Alcuni esponenti di un partito politico propongono di portare l’insegnamento dei dialetti nelle scuole e, l’indomani, sbucano ovunque – alla radio, in televisione, sui giornali, nei blog – migliaia di persone che pontificano su una questione così delicata. Ognuno è libero di esprimersi, è ovvio, ma se si vuol rispondere in modo ragionevole a simili sproloqui bisogna opporre, in primis, all’ignoranza la conoscenza approfondita di ciò di cui si parla. Altrimenti non si fa altro che aggiungere confusione a confusione. Facendo il gioco (di cui ha parlato così bene Mattiuzza) di tutti quelli che in realtà, sia a destra che a sinistra, segretamente si augurano la scomparsa di queste parlate.
    Detto questo, senza spirito polemico si badi, vorrei chiedere: chi, tra coloro che parlano a favore o contro l’insegnamento dei dialetti nelle scuole, si è mai confrontato seriamente, a lungo, con insegnanti che hanno già sperimentato queste cose assieme ai bambini? Credo nessuno. In realtà in Italia, nei luoghi in cui risiedono le minoranze linguistiche riconosciute dalla legge 482/99, dai ladini ai friulani, dai sardi agli albanesi, già si sperimenta da anni l’insegnamento nelle scuole di questi altri linguaggi accanto a quello dell’italiano: basterebbe far parlare questi insegnanti. Cosa che, ovviamente, nessuno si cura di fare. Anch’io del resto un tempo intervenivo pubblicamente su queste questioni (senza in realtà conoscerle a fondo, lo ammetto) finché, un giorno, non ho incontrato l’ex deputata e illustre studiosa di insegnamento plurilingue Silvana Schiavi Facchin. Un giorno, a pranzo, mi disse: “Ma perché parli di cose che non conosci? Prova a parlare con le insegnanti di friulano che ci sono in regione e fatti raccontare, da loro direttamente, come e se funzionano queste cose”. Ho seguito il suo consiglio e devo ammettere che molte delle paure o perplessità che avevo sono, oggi, del tutto scomparse.
    Partiamo innanzitutto dalla realistica constatazione che in Italia, con tutta la più buona volontà, se si riesce a tirar fuori un’ora alla settimana per l’insegnamento dei dialetti siamo già fortunati. In meno di quaranta ore distribuite in un anno cosa si può fare? Ben poco. Qualche cenno, velocissimo, di grammatica; l’insegnamento di qualche termine particolare (nomi di piante, animali, di oggetti..); un paio di ricerche sulla storia locale; e poi, se tutto va bene, l’allestimento di qualche recita o spettacolino. Più che di insegnamento, come si può ben capire, parliamo di un modo (necessariamente semplificato) per ricordare ai bambini ed ai ragazzi che si tratta di un mondo che merita di essere valorizzato e conservato in quanto parte integrante del nostro patrimonio culturale nazionale. Attentare all’unità nazionale in questo modo mi sembra assai difficile…
    Una delle ragioni, poi, per cui sarebbe impossibile insegnare i dialetti – dicono alcuni – sarebbe la loro eccessiva frammentazione. Innanzitutto, dire che in Italia ogni paese o quasi ha una sua parlata particolare non è del tutto esatto. Quando in un paese gli abitanti di un borgo dicono di parlare un linguaggio molto diverso dai loro vicini sappiamo bene che, nel novantanove per cento dei casi, si tratta in realtà di microdifferenze alimentate da una forte volontà di differenziazione. Queste cose accadono, di solito, soltanto in aree di confine dove lingue molto diverse si incontrano. È vero però che l’Italia, seconda solo all’India, è il paese più ricco di diversi linguaggi del mondo. Questo che dovrebbe essere un vanto è vissuto invece, da noi, come una tragedia. Per cui, se è vero che un abitante di Padova impiega un veneto diverso da quello impiegato da un abitante di Belluno, è anche vero che, se analizziamo a fondo queste parlate, i punti in comune sono infinitamente superiori rispetto alle differenze. Per cui, di solito, com’è accaduto anche per il friulano, si parte da ciò che è comune a tutti e poi, di volta in volta, nei singoli paesi si tenderà a valorizzare le peculiarità della parlata locale. Per capirci: tutti i veneti possono capire e studiare Goldoni, anche se non sono nati a Venezia, mentre se dobbiamo fare una ricerca su come i contadini chiamavano la gallina possiamo tranquillamente impiegare, di volta in volta, “gaìna” o “pita”. Sono, in realtà, cose più semplici da farsi che a dirsi: l’importante, è ovvio, è formare degli insegnanti con un’approfondita conoscenza del linguaggio locale. Ma questo vale per qualsiasi altra materia.
    Per finire, sempre in Friuli abbiamo visto che praticamente tutti gli immigrati, smentendo un altro luogo comune, iscrivono spontaneamente i loro figli ai corsi di friulano, segno che vedono in questa lingua un modo per integrarsi con maggiore facilità in questi territori. La conoscenza della realtà locale, poi, ha anche il merito di dare una fisionomia a questi luoghi che, per gli stranieri ma anche per le nostre nuove generazioni, rischiano di essere percepiti come non luoghi: spazi senza un volto, senza una voce, senza un passato alle spalle né un futuro davanti verso cui incamminarsi. Essere moderni e, al tempo stesso, attaccati alle proprie radici non è cosa impossibile, del resto, anche se per noi quasi inimmaginabile: qui, a pochi chilometri dal luogo da cui vi scrivo, in Slovenia, trovate giovani punk che parlano cinque, sei lingue intenti a mangiare piatti tipici e sottofondo di musiche tradizionali. Noi non siamo capaci di fare altrettanto. E forse, anche per questo, non sappiamo valorizzare come si dovrebbe ciò che fa parte del nostro passato come non sappiamo proiettarci pienamente verso nuove direzioni.

  22. A me non sei riuscito a diventare antipatico, mi dispiace, e so che avremo occasione di parlarne anche davanti a un bicchiere di vino.
    Se poi saremo in disaccordo su qualcosa, come è possibile, sarà il pretesto per bere il secondo e il terzo.

    ft

  23. A T. Beh, a questo punto conviene prendere direttamente una bottiglia che si risparmia… Poi da queste parti trovare un vino antipatico, per fortuna, è piuttosto difficile…

  24. Caro Ivan, neanche a me sei riuscito a diventare antipatico; tutt’altro. E credo che il bello della questione, di ogni questione, sia il confronto; poi si sa che ognuno, in ogni riflessione, immette la prospettiva che vede da dove si trova, e poi che torto e ragione sono sempre intrecciati fra di loro. La tenacia con cui disegni il tuo credo ad una possibilità in più per la storia dei dialetti dimostra, primo, il tuo amore e la tua purezza verso la materia, e secondo la tua fiducia per le sue possibili soluzioni; ecco, collegandomi ad un proverbio (tanto innervati di storia e sapienza dialettali), è vero, come dici tu che forse “non tutto il male vien per nuocere”, e far propria questa massima è già una maniera positivista di affrontare le difficoltà, e io, lo ammetto, sono sempre stato, purtroppo, un po’ più pessimista. Beh, per darti ancor più ragione (non regredendo comunque dalle mie), ti racconto un fatterello accaduto sabato mattina scorso: ho portato mio figlio, che quest’anno ha iniziato la scuola elelmentare, in un parco giochi sito proprio nei paraggi della scuola; ritornando verso casa, all’altezza dell’istituto abbiamo incontrato una delle sue due maestre, ci salutiamo, e lei gli fa: “hai detto a tua papà della poesia del “siton”? mio figlio se ne era dimenticato; io non ricordavo a quale delle mie poesie si riferisse, e perché… allora lei mi ha ricordato di un mio incontro coi bimbi di un altro istituto di alcuni anni orsono, in cui lessi la famosa (non riesco proprio a ricordarmi quale) poesia sulle libellule, e quanto poi, successivamente – dalla forza evocativa del nome siton -, sia stato lavorato, da lei e dagli allievi, sui nomi dialettali degli animali e degli insetti.
    Ecco, questo fatterello basterebbe, se io non fossi un blocco di pietra, dentro, a instillarmi un po’ di fiducia; tale fatto avvalora le tue ragioni, caro Ivan. Ti abbraccio forte. Fabio

  25. Caro Ivan, conosco i vini delle vostre zone a tal punto da mettere volentieri in discussione i miei luoghi comuni :-) La questione è controversa, ne converrai, e quello che più mi dispiace è che per certuni politici la questione dell’insegnamento del dialetto è diventata una bandiera… le mie obiezioni relative poi alla didaddica del dialetto nascono dalla conoscenza delle varietà linguistiche: ponevo semplicemente una questione di fondo: quale dialetto nelle scuole? se (forse) tutti i veneti possono capire i veneti, non tutti i pugliesi, come per i marchigiani, possono capire i pugliesi: tra il foggiano e il leccese non si sono solo qualche centinaio di chilometri, ma pure lingue divaricate, lontanissime, come l’albanese parlato in certe zone. affidare a ogni singolo distretto scolastico la scelta dell’insegnante e del dialetto ‘maggioritario? e poi, ben venga pure quest’ora di dialetto, anzi direi allora di cultura del territorio (tradizioni popolari) , ma ben venga pure l’ora di educazione civica( perchè non battersi anche per quella,mi pare che ce ne sia estremo bisogno)…altra questione è dialetto e scrittori neodialettali (ma, questo punto non è, mi rendo conto, contemplato dai neoriformatori scolastici)…

    davanti a un buon vino, capiresti senza necessità di spendere ulteriori parole e, neanche tanto segretamente, quanto anch’io ami ‘essere tra le lingue’, sebbene sia (come te) consapevole che anch’esse vivano e muoiano, o si trasformino.

  26. caro db ben vengano i restauri, da denaro pubblico privato di destra o sinistra. la questione dell’insegnamento è più delicata, credo: anche perchè investe categorie quali comunità, appartenenza, ma pure identità: e l’identità non è uno slogan, e neppure sta nella fissità inalienabile. L’identità, come il resto, non può che essere in divenire. (mi rendo conto che nell’affermare questo sono anch’io ideologico, almeno quanto il più retrivo dei campanilisti). tornando al restauro, spero che lo facciano, come spero che quella villa non diventi un luogo simbolo, magari di un fantomatico battesimo padano.

  27. Grazie, caro Manuel, per aver risposto in mia vece; avrei usato le stesse parole. A db voglio dire che, augurandomi il restauro della villa veneta, posso, allo stesso tempo, rammaricarmi per il mancato restauro delle genti.
    Un caro abbraccio. Fabio

  28. Io dico: contro i conservatori, i loro cupi proclami, guardiamo a queste cose con spirito creativo e propositivo. Loro scopo è quello di bloccare, fissare; il nostro, germogliare e germogliare e germogliare.

  29. LA MERLETTAIA DI VEERMER

    “sono qui a chiedere, piuttosto, che nelle scuole venga istituito un corso di ricamo dell’anima”

    Ammiro molto le poesie che ho letto di Fabio Franzin. Ci sono in loro accuratezza e proporzione, non so come altro dire, e a leggerle nella versione in lingua non si ha il disagio della traduzione… la cosa che è stata tradotta ha un che di fraterno, concorde… È per questo motivo che non poche volte ho letto questa sua “lettera” che già nel titolo, “Non si può imporre una lingua ormai lontana dall’anima”, ci porta ai suoi paragrafi finali…

    Ebbene debbo confessare una grande difficoltà: non riuscivo a dirmi, a dire, pressochè nulla su di essa… finchè non mi sono detto che tutto ciò sta insieme a termini come globalizzazione, glocalizzazione, e tutela, o distruzione, della biodiversità… Mi sono venute in testa allora le colline dove abito. Sono del ’54. Ricordo un tempo lontanissimo in cui, tranne dov’era il grano, ogni parete di collina era un orto, e lo era “di necessità”… Ora è pressochè ovunque “monocultura”… oppure prende ad inselvatichire, dove è troppo difficile e sconveniente lavorare la terra…

    Niente più di una “monocultura” consente “l’identificazione generalizzata”, ma niente banalizza di più, distrugge, “la ricchezza culturale”… quella “nobile storia” a cui deve “ancorarsi” la “lingua dell’anima” che, per Franzin è il dialetto…

    Dicevo all’inizio dell’accuratezza e della proporzione che sento nelle poesie di Franzin… Ecco, un po’ credo di averci capito qualcosa… Qui si sta dicendo, molto probabilmente, di una ricamatrice seduta sul gradino di casa che tesse un merletto incantevole, e della sua anima, e insieme di una macchina ricamatrice (sto leggendo: esiste e rende – “a frutta” come si direbbe nel dialetto di qui) in grado di “ricamare” contemporaneamente dodici “articoli”…

    Un caro saluto

    Adelelmo Ruggieri

  30. A DB: giusto, ma bisogna conservare rinnovando, altrimenti non si dà la possibilità al passato di diventare futuro. Io ho lavorato molto per conservare la cultura, materiale ed immateriale, dei luoghi in cui vivo e lo faccio anche, in parte, come lavoro, cercando di salvare opere d’arte in stato di degrado e studiando le tecniche antiche. Io dico solo che il tempo moderno deve essere messo in comunicazione con quello trascorso per fare cose nuove con forti radici. Altrimenti creiamo solo musei (necessari certo!) ma mai niente di veramente innovativo. Perciò dico: conserviamo, sì, ma in modo creativo.

  31. Ringrazio, davvero di cuore, Adelelmo Ruggieri per le sue parole – non solo per quelle, generose, sulla mia poesia -, ma per aver compreso il mio “sfogo”, e il malessere che lo ha generato, nella sua più intima, e straziante, verità; in fondo, già noi poeti non siamo altro che dei merlettai che cercano, attraverso le loro parole, di rammendare gli “sbreghi” del mondo: sarà anche una pia illusione, ne convengo, ma per quel che è la mia esperienza umana, so che solo questa corte alla bellezza e all’umiltà potrà farci ricucire col creato.
    Grazie, di cuore, Adelelmo. Fabio F.

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