Poco di meglio da fare – di Alessandra Palmigiano

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(Immagine fotografica: Ground Fog, di Ulrich Mueller)

[Qui altri testi di Alessandra Palmigiano]

Da: Poco di meglio da fare, 2009, inedito.

1. onda stazionaria (epilogo)

al di là del silenzio di anni le spalle
voltate gli sguardi interrotti; spenti
e dispersi i richiami ad infrasuoni
scavalcando montagne a perdersi altrove;
ribadita la separatezza, ed usata la vita
a mascella d’asino per dire ciò
che andava detto
— senza ovviamente perdere di vista
l’iceberg che ci avrebbe
aperto la chiglia;
dopo indefessi esercizi di senso privato
e pubblico possesso di sé:
in tutto questo tempo mai alcun dubbio
che tu mi abbia meno che capito.

 

*

nei giorni buoni, la distanza si
riduce come in una lente d’aria
o gioco ottico, di fata morgana;
allora ne approfitto, e non per mettermi
all’ascolto, per agire o per aprire
contatti, ma per leggerti:
non come un libro, ma come per eoni
si sono letti i fondi di caffè,
il volo degli stormi o le interiora
ed attenzione: non
per fare previsioni o per cercare
un ramo biforcuto di futuro:
ma perché, primo, sei tu, doppio, triplo
e senza fondo come sei, che lo
consenti e non fai, dici o scrivi niente
che abbia meno di due motivazioni;
secondo, perché
ho il fondato sospetto di soffrire
di qualche deficit dell’attenzione;
terzo, perché mentre ti leggo posso
ignorarti anche quando ci sei; quarto,
per ritrovare in te
quanto di me vi ho messo.

 

2. fence around the law (cattività)

ciò che non si nomina, che tutela
se stesso, iberna si fa spora non cessa
di escogitare diversi quanto necessari
congegni alla sopravvivenza; ciò
che chiuderà la presa di una decisione
ovvero chiuderà il campo, tenuto a forza
aperto, tra il sigillare l’ennesima camera
ed il far finta di muovere altrove;
ciò che consegna alla fine, adesso innesca
e percorre una linea interna come
nel nervo di una fortificazione:
ad esaustione di ogni circostanza
di riconoscimento.

 

*

disinneschi le bombe che ti tiro
o le fai esplodere al sicuro, dove
ogni onda si spegne, i foglietti
cadono a piombo e le castagne
rimangono lucide e crude
e la tua vita argomentante procede:
non hai saputo farlo succedere, perciò
non era vero.

 

*

ponti d’oro a te, che attraversi
per non incrociarmi stringendoti dietro
la barriera della borsa e vai radente
ai muri come un topo
ho smesso di tracciare traiettorie e individuarti
non cerco di stanarti dalla selva di corpi
dietro cui controlli dove sono. braccia
lungo i fianchi e sguardo al suolo:
in me non c’è più niente di frontale
non voglio farti niente, non devi
difenderti, collaboro.

 

*

ciò che dovevo dirti è detto altrove
su altra carta: e altri sguardi, movimenti
scelte, presenze, silenzi hanno detto
delle mie intenzioni ciò che si poteva
le mie intenzioni ti sono dispiegate
ti hanno parlato con quello che hanno
le vedi bene ma non le intercetti:
le mie intenzioni non ti riguardano
sono cibo che siede in altrui piatti.

 

3. il torto e la scomunica (come ti conosco/ti ho capito io)

quanto di te conosco è quanto ho dedotto
e osservato: il solo modo fondato,
ciò che scorre al riparo:
puoi sempre riallineare
l’altrui opinione, diluirla:
con le tue arringhe e le frasi scoccate
ti ho visto intercettare aspettative.
quanto di te conosco
vive a suo agio nel tuo silenzio,
è refrattario ai tuoi modi e tetragono
ad ogni tuo intervento.

 

*

mi hai regalato un certo libro
(ti ho molto ammirato):
doveva essere nelle intenzioni
la bomba atomica, l’oltraggio
da cui non c’è ritorno. io invece
(ti ho molto ammirato)
non feci una piega: tu
ne fosti sollevato.

 

*

osserva bene questo posto, fattene
un’immagine, guarda
e ricorda i miei libri, il letto il tavolo
il vino che ti verso ciò che vedo
dalla finestra
non è importante ciò che ti dico
o come ti intrattengo:
guarda gli spigoli in mezzo a cui vivo
la pila dei vestiti, come non ho
ancora niente da perdere qui
tocca il mio catastrofico vantaggio
la mia vita è l’uovo che mi cova
e qui ti aspetto.

 

4. la presenza dell’acqua (trattative)

questa pietraia, che lorìca la terra
e la rende così inospitale
per un principio di immediata comprensione
trattiene l’acqua, che come sai
vi scorre appena sotto, e non la lascia
evaporare.

 

*

Today has flooded

annulli il nostro incontro, e mi racconti
che la tua casa si è allagata, a causa
della presenza di una vena d’acqua
che hai tentato di sfruttare: in realtà
il miglior posto per scavare un pozzo
sarebbe sul terreno del vicino
col quale tu non parli; anzi — mi dici
piuttosto che parlare col vicino
preferiresti restare allagato.
e così stamattina hai lavorato
di pala, ricoperto lo scavo e
seppellito la vena. io, col tono
di chi parla del tempo col vicino,
ti dico che capisco e che avrei fatto
lo stesso. poi aggiungo che una vena
d’acqua — è cosa splendida per sé.

 

*

l’armatura del portamento, ad esempio:
separare le spalle dal bacino
come si separano le mani
in un apprendistato da pianista;
fendere l’aria con le creste iliache
ferma restando
l’eleganza turrita delle vertebre
la grazia a torso e spalle, alle gambe
la potenza: tenerne sempre conto
che non mai con la testa è detto il sì.

 

*

riconoscibilità ed individuazione

siamo immersi in un campo di vettori
cui contribuiamo con le nostre intenzioni
che non si può fare a meno di irradiare
che non si può fare a meno di raccogliere
più di quanto si possa contrastare
l’emergenza di un volto nelle nuvole, o sulla
superficie lunare: a questo doppio scopo è dato
ciò che fa di noi quello che siamo
la natura, così come l’impronta che individua
e che riconosciamo anche ai minimi del campo.
siamo carichi di nostre e altrui intenzioni
al punto che i capelli si sollevano.

 

5. pupille (l’inizio)

seduti entrambi in bilico sul filo della decenza:
mi stai dicendo qualcosa riguardo all’eccellenza,
quando comincio a spostare la mia faccia, di millimetri,
verso la tua. la luce da fuori ci stringe le pupille
e le mie, che normalmente sono strette, devono essere
ridotte a niente; ma il mio sguardo così catafratto
credo — per una volta — sia più che compensato.
forse c’è in te un’ombra di disagio — il tuo entourage
non ti ha abituato a queste iniziative — ma di certo
c’è del piacere: tu non ti allontani e mi lasci fare.

 

6. convergenza (l’attimo prima)

non ti muovere, non guardarmi, fai
finta di non accorgerti di me, che
da sottovento ignoro le tue tracce
e mi esercito ad abituarmi e mi muovo
in un arco
lascia che passi senza vederti
che dopo mi sorprenda
lasciami non accorgermi di te
per un altro secondo.

 

***

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16 pensieri su “Poco di meglio da fare – di Alessandra Palmigiano”

  1. Grazie ancora, Francesco, per l’invito e la rinnovata ospitalità sul tuo blog. E ringrazio in anticipo chi vorrà commentare questi testi.

    Alessandra

  2. Questa nuova raccolta vorrebbe essere un canzoniere di poesie d’amore
    (o meglio, di intenzioni d’amore); tema questo di cui ho sempre avuto un sacro terrore in poesia, che ho accuratamente evitato nella Seconda Natura e che ho preso in mano solo quando ho cominciato a viverlo come un passaggio obbligato;
    è la storia, raccontata dalla fine all’inizio, di un corteggiamento non andato a buon fine.

    A presto,
    Alessandra

  3. Mi sembrano testi ben costruiti e intensi e veri: l’unico neo, se posso permettermi, è un approccio – in alcuni punti – secondo me troppo mentale, freddo ad una tematica così ribollente di incontri/scontri, respingimenti ed attrazioni. Comunque complimenti e buon lavoro.

  4. Grazie, Ivan, per la lettura e l’apprezzamento. L’approccio freddo, che tu rilevi è stato una necessità. Infatti tutta la raccolta è la somma vettoriale di varie necessità: quella di affrontare un tema che in poesia ha una tradizione schiacciante, quella di definire ciò che della prima raccolta avrei dovuto abbandonare e ciò che avrei voluto portare con me, quella di venire a patti con alcuni aspetti della mia vicenda personale. Per certi aspetti questi testi si prestano naturalmente ad essere letti alla luce della Seconda Natura: descrivono, mi si passi lo slogan, “l’amore al tempo della Seconda Natura”. Un mondo in cui, per fare solo un esempio, la competizione fa da sfondo alla maggior parte dei rapporti interpersonali, dove l’amore è difficile da dare, difficile da ricevere, ma le intenzioni sono palesi: magari ci si vuole morti ma ci si capisce sempre al volo.

    A presto,
    Alessandra

  5. A me sembra un passo ulteriore, ben marcato e autonomo, rispetto alla “Seconda natura”: la demistificazione dei processi che portano alle stratificazioni convenzionali passa, qui, dal piano teorico della formulazione all’esplorazione nel concreto dell’esperienza vissuta: ciò che si perde sul piano dell’exemplum (dell’altra raccolta), si riacquista, potenziato anche stilisticamente, su quello delle dinamiche interne al testo, in una più stretta interrelazione “forma – materiali poetici”. Il legame è nella persistente lucidità dello sguardo, nel suo farsi, contemporaneamente, bisturi che incide con “scientifica” precisione e lucidità e specchio dove la lacerazione permane – come coscienza di un recupero possibile, ma sub specie vulneris.

    Tutto molto bello e interessante, secondo me, anche perché la “freddezza” (forse un portato della formazione di base di Alessandra) agisce come un potente argine nei confronti di una (sempre) possibile tracimazione in chiave lirica e autoconsolatoria della materia poematica.

    fm

  6. in questa corrente d’acqua quietamente tribolata, le migliori intenzioni del cuore, ancora, dis in cantano. aguzzi vetri floreali che, ad una prima lettura, sibilano nomi amati. Caproni, E. Dickinson, E. Mansueto, e versi di poesie Zen. ho ancora nella memoria alcune saette della Seconda Natura. quando è vero, non smentisce, il tempo, la forza pura del primo mondo.
    un caro saluto, Alessandra
    i.

  7. come sempre, Francesco, le tue osservazioni sono cruciali: un tema centrale di questa raccolta è l’analisi (spero) demistificante della retorica (intesa come tecnica argomentativa) al servizio dei rapporti di forza (l’esito di un corteggiamento, facciamocene una ragione, dipende anche dai rapporti di forza), ed è verissimo che la maggiore concretezza e focalità di questa raccolta servirebbero (almeno nelle mie intenzioni) anche ad esemplificare le riflessioni astratte e generali della Seconda Natura.
    Cara Ilaria, grazie per la lettura e per i nomi che, molto generosamente, hai citato: purtroppo non conosco Mansueto e non ho dimestichezza con la poesia Zen: hai qualche esempio concreto da cui potrei partire?

    Grazie ed a presto,
    Alessandra

  8. Alessandra, questi i libri che conosco di Enzo Mansueto: “Descrizione di una battaglia”, Scheiwiller, 1995; “Ultracorpi”, edizioni D’if, 2006 (credo). Per la poesia Zen, qualsiasi libro che se ne occupi. Sono facilmente reperibili
    i.

  9. Sottoscrivo la bella lettura che Francesco fa della raccolta di Alessandra, che ho avuto il privilegio di leggere per intero. Come ho avuto occasione di dire all’autrice, l’idea di organizzare questo canzoniere amoroso partendo dalla fine risalendo (o scendendo) verso l’inizio mi sembra molto efficace. Mi ha subito ricordato le operazioni di verifica delle divisioni che ci hanno insegnato alle elementari. Ora sarei incapace di rifarle, ma mi pare che si partisse dal quoziente per risalire al dividendo e al divisore (dove dividendo e divisore sono naturalmente il tu e l’io).
    Sento in queste poesie un tono diverso rispetto a quello della Seconda Natura, una carica emotiva molto più forte. Se leggendo la Seconda Natura avevo spesso l’impressione che la poesia enunciasse una sorta di legge dell’esistenza attraverso un processo di astrazione, qui la strategia (parola cara ad Alessandra) mi sembra diversa. Qui la validità o meno della legge viene messa alla prova, viene saggiata al fuoco dell’esperienza. Naturalmente ci sono anche continuità rispetto alla prima raccolta. Ad esempio la scelta delle immagini. L’amore viene descritto con immagini legate alla guerra, al combattimento, alla tattica militare già presente nella SN. In questo senso il canzoniere di Alessandra si inserisce nella tradizione dell’elegia amorosa latina con la sua idea di milizia d’amore (penso alle ‘vestigia nocturnae rixae’ di Catullo, ma anche a tutte le immagini belliche presenti negli Amores e nell’Ars amatoria di Ovidio).
    Un aspetto che non è emerso nei commenti, ma che a me sembra importante, è quello dell’ironia, soprattutto dell’autoironia che è una tecnica retorica essenziale (in poesia e in amore) per confondere il ‘nemico’ (il lettore e l’amante, o il lettore-amante).
    Pierluigi

  10. Grazie, Ivano ed Ilaria.
    Che bella associazione che hai fatto, Pierluigi, tra il raccontare la storia a ritroso e la verifica delle divisioni! La trovo completamente appropriata:
    raccontare a ritroso è sia uno strumento conoscitivo (di verifica della correttezza) sia un cruciale meccanismo di protezione (uno dei tanti
    congegni necessari alla sopravvivenza), una presa di distanza dalle cose (ironica, quindi). L’associazione che io avevo in mente è con una frase del matematico Renato Caccioppoli (napoletano, eccentrico gran signore alla Eduardo, morto suicida): “Se hai paura di qualcosa, misurala”.
    Prima di iniziare questa raccolta io avevo certamente paura di qualcosa, visto che da un anno non riuscivo a scrivere.
    In matematica, quando ti blocchi su un problema, la prima cosa da fare è mettersi comodi; così ho pensato che avrei dovuto fare lo stesso in poesia: ed in poesia, mettersi comodi poteva significare negoziare una serie di strutture, tra cui il racconto a ritroso, che mi avrebbero permesso di affrontare i luoghi dove non volevo andare (l’inizio).
    C’è poi l’ironia che mi fa confessare di avere un deficit dell’attenzione, di distrarmi quando arriva “la bomba atomica”, e questo è, come giustamente rilevi, un espediente retorico importante per la raccolta (à la guerre comme à la guerre).

    A presto,
    Alessandra

  11. Grazie a tutti per i contributi e un bentornato a Pierluigi, con la sua approfondita e consonante considerazione.

    E’ chiaro che la discussione continua e che sono ben accetti altri interventi, magari da parte di chi ha a suo tempo apprezzato il primo libro di Alessandra.

    Qui i post non hanno nessuna scadenza e sono sempre aperti a qualsiasi contributo.

    fm

  12. mi era già piaciuto, a suo tempo, ‘Seconda natura’, e questi nuovi testi mi sembrano continuare una progressione dell’atto della scrittura; aggiungerei che -forse- qui la ‘mano’ è più sicura, intravedo una maggiore sicurezza del ‘dire’, ogni superfluo è stato accantonato e il ritmo e l’equilibrio della/nella poesia si nota.
    complimenti ad Alessandra.

    un abbraccio

  13. Anch’io saluto con favore questi versi di Alessandra (intanto saluto lei e Pierluigi, dopo una comunicazione interrotta da qualche tempo: fa sempre piacere ritrovare sensibili interpreti della poesia e le loro voci che si addensano negli scritti).
    Anch’io ho l’impressione che la presunta freddezza possa essere un argine allo sdilinquimento o a una deriva sempre in agguato nella poesia amorosa. Soprattutto, fa di questa lirica qualcosa d’altro, meno incasellabile e gli conferisce una struttura compositiva meno scontata.
    Il riferimento di Pierluigi alla lirica amorosa come milizia d’amore mi sembra del tutto centrato. Ovviamente è una ripresa della schermaglia in modo più attuale, direi diffratta.

  14. Caro Luigi, grazie della lettura! E scusami tanto per la latitanza.
    Per me è molto importante, e ti ringrazio per averlo rilevato, che questi testi non siano soltanto lirici ma anche “qualcosa d’altro”, come tu dici: esercizi di significato, prove di conoscenza del mondo oltre che di se stessi.

    A presto,
    Alessandra

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