L’albero di neve

Anna Maria Ortese

L’albero di neve

Sabato scorso, mentre cominciava a venir giù la prima neve, e cioè verso le cinque del pomeriggio, mi trovavo alla Stazione centrale per accompagnare una persona al treno. Sul momento non mi accorsi neppure che nevicava, ma, tornata indietro, mi parve che qualche cosa, nell’aspetto e il colore del Piazzale prospiciente la Stazione, fosse lievemente mutata. Il piazzale era il medesimo che tutti possiamo vedere in qualsiasi ora del giorno e della notte, col grande albergo sulla destra, sormontato da una cupola schiacciata, e, sulla sinistra, le rotaie dei tram che portano al centro, e i varii caffè dalle vetrine illuminate, dietro cui s’intravedono, in un vapore bianco, i rossi e i gialli delle bottiglie di liquore. Ma – e me ne resi conto solo dopo qualche momento – i caffè, benché aperti, erano del tutto bui e deserti, e tram non ne passavano, neppure il più leggero scampanellìo. Pensai che doveva essere mancata la corrente, in quella zona della città e forse anche altrove, e mi disposi a rincasare a piedi, profittando del fatto che l’albergo non era lontano, e non faceva freddo.

Mentre così cercavo con lo sguardo, un po’ stordita, la strada (almeno dieci se ne aprono in quel punto,) ecco l’indistinta sensazione di poco prima, che qualcosa di anormale sia accaduto, riaffacciarsi e prendere le proporzioni di un turbamento. Questa dove mi trovavo, non era Milano, più di quanto Amleto e Ofelia siano cittadini inglesi. Le case dall’aspetto mediocre che nascono dalle molte strade intorno al piazzale, avevano un’evanescenza, un pallore straziante. Sembrava che le mura rilucessero di un bagliore interno, non più illuminate da alcuna stella e neppure da qualche raggio proprio al nostro mondo. «Dev’essere sempre così, in certe ore dell’anno» mi dissi «e il fatto che ne ne accorgo può essere spiegato con una particolare debolezza dei nervi.»

Entrai in Via P., dalla quale poi, attraverso la Piazza Grande, avrei dovuto raggiungere il mio albergo. E, camminando rasente i muri, mi sentivo di nuovo stranamente intenta, come persona alla quale sia stata comunicata, poco prima, una notizia importante, relativa alla sua vita. Ma che notizia fosse, per la verità, non mi ricordavo, così che quella calma poco alla volta tornò a incrinarsi e scricchiolare, come una lastra di ghiaccio sotto la quale mormori e fugga un’acqua calda e nera.

« Vediamo» mi dicevo. «Albergo, tutto bene. I conti, saldati. Lavoro da fare domani… bene. Vediamo che altro.» Ed ecco, improvvisamente, afferrai la ragione del malessere che mi aveva colta all’uscita della stazione. Tale malessere risiedeva in un fatto banalissimo e tuttavia allarmante: io non mi ricordavo più chi avevo accompagnato alla stazione.

«Niente di più normale» cominciai a dirmi dopo un attimo di riflessione. «Quando siamo molto affaticati, anche il nome del mese in cui ci troviamo, o della stagione, può uscirci di mente. Forse non era neppure un nome importante. Comunque, me ne ricorderò fra poco.»

Volevo dare una spiegazione razionale alla cosa, ma, dal momento che l’avevo individuata, non mi sentivo affatto in pace, e avrei detto che un topo, infilatosi nel mio vestito, e giunto vicino al cuore, lo mordicchiasse teneramente, e poi con più ardire, in profondità. Alla fine, morse là dove batteva la vita, e io provai uno strazio altissimo.

Il topo fuggì. Lo vidi proprio correre davanti a me, attraversare la strada silenziosa e rifugiarsi sotto il marciapiede, da dove mi fissava con uno strano luccicore nelle pupille piccolissime. Benché il dolore fosse ancora orribile, e la bestia là, io mi rifiutavo di ammetterlo. «Il tempo cambia davvero» mi dissi. «Ecco una fitta ammonitrice. Prenderò del rum bollente, appena rientrata.»

Cominciavo a sentir freddo, ma con una bella indifferenza guardavo in alto qua e là, spiando quegli edifici dall’aspetto morto e pure irrorati da un vago barlume d’alba, un riflesso incerto, quelle facciate dove non una finestra, una porta si aprivano per lasciar intravedere un volto, un lume, e dove non suonava una voce né un rumore anche quieto di passi. «Dormono tutti, a quest’ora, a Milano» continuavo a raccontarmi. «E’ una città di operai. Vanno a letto presto, la sera.»

In quel punto, un orologio da una chiesa lontana, un orologio che non sembrava certo di questo mondo, e i cui colpi battevano accompagnati da una musica nitida e grave, suonò le cinque e due quarti.

«Ecco un orologio che si è incantato» mormorai dopo un poco.

Giunsi così ai Giardini, e qui mi accorsi che nevicava veramente, molto. La neve cadeva dal cielo come un turbine luminoso, e, a fissarla, sembrava che risalisse continuamente in alto. Saliva e scendeva. Come era bella! Non toccava terra, sfiorava appena, coi suoi fiocchi larghi e trasparenti, i rami di certi alberi, e dileguava. Sembrava una mano che voglia scrivere una cosa immensa, o accarezzare una fronte, e continuamente si penta, tremi, svanisca. Si provava un desiderio vago e profondo di sentirsi rapiti in quella veste di luce, staccarsi dal nero suolo e fuggire dove tutto è serenità, musica, gioia. Ah, perché non poteva essere?

C’era una panchina, dove m’inoltrai. Mi sedetti, e stringendo intorno al viso il bavero alzato del cappotto, rimasi quietamente a guardare. In quell’andirivieni del turbine bianco, in quella calma magnifica, come se un tappeto di velluto bianco andasse avvolgendosi in fretta intorno al mondo, sentivo un’eco armoniosa e remota di quell’orologio, un canto di ore. Io andavo ricordandomi di molte cose, ma senza febbre: rivedevo mia madre e mio padre, le mattine di sole nel giardino, ascoltavo il rumore incessante del vento di marzo sulla collina. A un certo punto, tutte queste immagini e suoni di luce sparvero, mi rividi nella mia stanza d’albergo in questa città, mentre mi preparavo ad uscire e spegnevo tutte le luci… Sì, tutte le luci si spensero improvvisamente, e di nuovo provai una grande confusione nella mente, e quel senso di un dolore brutale al cuore. Qualcosa doveva essere accaduto, non c’era dubbio.

Ah, che cosa avrei dato perché nessuno me lo ricordasse, perché tutto rimanesse così, senza forma né nome. Mi alzai dalla panchina e, vacillando, fissando lo sguardo, come potevo, davanti a me, mi diressi dove pensavo fosse l’uscita.

Ma l’uscita non c’era più, o almeno non si vedeva a causa della neve ch’era caduta. Molti alberi, invece, si vedevano: uscivano quasi dal suolo con le loro radici nere e contorte, e alcuni sembravano uomini che, privi di tutto, alla fine della loro vita, rannicchiati contro un muro piangono. E su questi esseri, in un silenzio puro, assoluto, la neve continuava a scendere. Io camminavo in mezzo ad essi, e avrei detto che, tacitamente, al mio passaggio, si scostassero. Mai, nei Giardini, avevo saputo si trovassero tanti alberi, e così sensibili. La loro vista cominciava ad opprimermi, a spaventarmi. Perché soffrivano? Io stavo bene, molto bene. No, non era per me.

«L’albergo dovrebbe trovarsi da questa parte» ricominciavo a dirmi con assurda intensità. «Le finestre saranno naturalmente al buio, ma l’atrio illuminato e pieno di gente. Ecco Corrado, Daniele, la bella Iris, gli altri.»

Un cartello, di grandi dimensioni, simile in tutto a quelli che si rincorrono sulle autostrade, stava in cima a un paletto infisso nel terreno, e su questo cartello, a lettere gigantesche, di un verde brillante, io vidi scritte queste parole:

«SILENZIO. SPARITI. TRANQUILLITÀ.»

«Spariti» era la parola che fissavo più di ogni altra, abbagliata. Essa svegliava degli echi e dei sospetti così profondi nel mio cuore, che un vero terrore succhiò il caldo della mia fronte, e per un attimo l’immobilità stessa e io ci abbracciammo.

«E ancora» mi dissi a un tratto, uscendo da quell’orrore con un sospiro, « ancora s’insiste a collocare cartelli sui prati, come se non fosse provata la loro inutilità…» E, così dicendo, gli occhi pieni di lacrime di cui non v’era alcuna ragione, mi andarono lontano per un largo spiazzo dove, una volta, c’era stato un monumentino a Cavour. Il monumentino non c’era, ma, al suo posto, un altissimo albero scintillante.

Questa volta non mi dissi nulla ma, scuotendomi, respingendo l’angoscia che urtava come un uccello impazzito contro le pareti del mio cranio, cercai di vedere in quel solitario altissimo albero di ghiaccio che mi sorgeva davanti, solo un artificioso e puerile albero di Natale. Ma, su quei rami non era che ghiaccio, anche il tronco era coperto di ghiaccio, e la vetta, né vi brillava altra luce che non fosse di ghiaccio. Qua e là dal bianco, uscivano certi unghioli acuminati, del cupo azzurro che ha il ghiaccio, e splendevano.

Una suprema necessità di ignorare il senso di quanto accadeva, mi spinse fin sotto quell’albero per ammirarne, come qualsiasi cittadino, l’invernale trasfigurazione, e stavo lì, sorridendo e piena insieme di freddo e dolore, quando l’albero si mosse, e così carico e scintillante del suo gelido peso, si piegò a sfiorarmi la fronte. Arretrai, e quella creatura si mosse ancora.

Le sue radici erano uscite dalla terra, come zampe, si muovevano debolmente in mezzo alla luce della neve. Si muovevano per seguirmi. Questo era un sogno, naturalmente, benché orrido sogno. Per cui, affrettando come potevo il passo verso il luogo dove immaginavo fossero i cancelli del Giardino, mi misi a ripetere le eterne, monotone storie: «Lavoro, bene; domani, domenica…; telefonare Corrado…; vediamo che altro.» Mentre dicevo questo, nella mia mente indebolita e sommersa, ecco questa apparizione di ghiaccio e di rami strisciare a me vicina con le sue povere radici, ed emettere un suono così vario e profondo e simile nell’insieme al racconto di una vita umana, che voi non l’avreste udito senza piangere.

«Ma scricchiolano davvero questi rami» mi dicevo nella mia ostinata ansia di mentirmi, « ma mai avrei detto che fosse come metallo, la neve. Certo, questo albero è divenuto così leggero, che come una foglia il vento lo trasporta, mentre imprime ai suoi rami un così incantato rumore…»

Mi misi a correre, così dicendo, verso i cancelli, ch’erano là, li vidi, di fronte a Via Boschetti. Uscii sulla strada, e sempre parendomi di sentire alle spalle quella soprannaturale creatura di ghiaccio, mi fermai perché il cuore stava per rompersi. E vidi che l’albero non c’era più.

Allora, in salvo, provai un mite desiderio di rivederlo e sentirlo, come se in quella luce e in quel dolore fossero nascosti il segreto, il nome, la cosa, tutto ciò di cui io ignoravo la natura, per cui il mio cuore era impazzito, quella sera.

E l’albero non lo rividi. Ecco invece Porta Venezia, ecco il Viale Vittorio Veneto, e ancora il lato alto dei Giardini, l’albergo.

Davanti a questo grande e moderno edificio di diciotto piani, ferito da oltre mille finestre, mi fermai, e mentre esclamavo «Finalmente», con la voce incrinata da un rimpianto e un sospiro per una verità alla quale mi ero sottratta, che avevo avuto timore di guardare in volto, qualcosa di straordinario mi colpì.

Sul davanti dell’atrio, dove di solito sta in piedi un piccolo lift, e vanno e vengono gli amici miei, sul davanti dell’atrio tutto illuminato e deserto, due cardellini della grandezza di una figura umana erano appollaiati su un ramo coperto di neve, che fuoriusciva dal muro sopra la vetrata, quasi tutto il muro fosse terra, e l’albergo un dimenticato giardino.

Fissi, lucidi e malinconici erano i loro piccoli, rotondi occhi neri, e un canto acuto e non so se più dolce o pieno d’affanno, un canto che diceva la tenerezza e l’addio, la speranza dei boschi e il dubbio, una gioia assediata dal freddo e dal nulla, usciva dai loro becchi immobili. Morti erano quegli uccelli dalla fronte di fuoco e le ali gialle e nere, seduti sulle zampe sottili, di una materia che sembrava oro, morti, già freddi sotto le piume di seta. Il loro canto, memoria. E, davanti alla loro grazia e morte, io compresi a un tratto perché la città era spenta, perché il topo mi aveva morso il cuore, perché l’albero pieno di ghiaccio si era strappato alla terra per farmi compagnia, cantando storie del passato. Compresi chi avevo accompagnato alla stazione, e chi erano queste due meravigliose ombre di uccelli. Compresi anche che la mia giovinezza , che io mi sforzavo di dimenticare con tanti: « bene… vediamo… i conti… bene… domani…», la mia giovinezza, e tutto ciò che anche voi avete perduto, era dovunque, stanotte, ritornata; e intimidita, piena di singhiozzi, correva come una fanciulla su questa povera terra.

(da: Anna Maria Ortese, L’alone grigio, Vallecchi, Firenze, 1969)

***

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15 pensieri riguardo “L’albero di neve”

  1. Un giorno ho litigato di brutto con Anna. Sono stato onesto e spietato, come sempre. Aveva scritto una lettera (trasformata in articolo) sulla prima pagina del “Giornale” (12 gennaio 1997) in difesa di Priebke e con un titolo (redazionale) infame. Urlai come un ossesso. E’ stato l’unico momento in cui l’ho sentita lontana, estranea, incomprensibile. In quella occasione ho scoperto un altro articolo da dimenticare, sul Corriere della sera, del 24 febbraio 1970, con titolo: “Torna da tua madre” (riferito a Walter Reder, altro macellaio nazista). Poi ho letto un suo racconto del 1942, “Lo sconosciuto” e ho compreso (con qualche riserva) la sua propensione al perdono.In un’intervista con Goffredo Fofi affermerà: “Chi è caduto va aiutato. Sia esso un verme, un dittatore, una creatura qualsiasi… Bisogna aiutare il prossimo ‘sempre’…”. L’altra notte l’ho sognata e come sempre è venuto il momento di litigare (“Perché scrivi quelle stronzate per “Il Giornale”?) poi sono giunti Citati e Calasso (eravamo nella vecchia casa di Rapallo, dove i due intellettuali non sono mai stati e neanche nella casa definitiva…) li ho spernacchiati e poi ho sbattuto la porta…
    Non mi decido ancora a trattare questo capitolo controverso di Anna. Ne accenno qui perché Francesco Marotta è per me come un fratello…
    Una signora fiorentina anni fa mi ha donato un esemplare del volume “L’alone grigio” (Vallecchi 1969)… Stasera soffia un vento fortissmo su quest’isola miserabile…

    1. Grazie per questo ennesimo ricordo che ci regali, Giorgio. E grazie di cuore per le parole che mi dedichi: è esattamente quello che provo nei tuoi confronti.

      Ti abbraccio.

      fm

      p.s.

      Mentre preparavo questo post, mi è venuta un’idea che voglio proporti. Te ne scriverò domani a mente sgombra, adesso sono pieno di porcherie mediche e col cervello che fuma…

      1. Giorgio, dimenticavo, è importantissimo!
        Se ti ricapita di sognare quei due, spernacchiali anche per me!!! :)

        fm

  2. Ortese meraviglia. La capacità di sospendere nel “vago” leopardiana la strada più prosaica di Milano. E chi legge non sai mai esattamente cosa accadrà nella pagina dopo. Cio che prediligo: una tensione quasi noir all’interno di un discorso poetico.
    M.

  3. “Capitolo controverso” dice e lascia sospeso Giorgio Di Costanzo per certe sortite inprevedibili o ingiustificabili di Anna Maria Ortese in anni lontani su giornali di destra o su persone di destra per niente raccomandabili. I “capitoli controversi” nell’ambito dei rapporti umani più che nelle analisi critiche sono sempre tanti e sono tutti, per la maggior parte, irrisolti.
    Più amiamo/stimiamo/onoriamo uno scrittore o un poeta e più ci indignano certe loro parole in libertà, incomprensibili esternazioni che non riusciamo a collocare se non in quel giudizio rabbioso, scaturito da una fedeltà forse ossessiva ma che ci lascia perplessi. In qualche maniera ci sentiamo “traditi” da quello che sembrò un eccesso umanitario di AMOr, non ne cogliemmo il sottofondo, la valutazione estatica, il senso comune. Non è possibile – argomentammo e argomentiamo – che AMOr abbia potuto dire le cose che ha detto giacché, se fosse vero, tutto quello che ha scritto nei suoi romanzi è “solo” letteratura, mentre abbiamo sempre pensato che la persona e la scrittrice dovessero essere un’unica entità, imprescindibile e inconfutabile.

    Diciamo subito che questo disappunto non càpita con tutti gli scrittori: succede solo con quelli che ci hanno fornito un’idea magmatica della scrittura e dell’esisnza. Non stiamo parlando “romanticamente” del valore di un testo letterario, stiamo parlando di quando e come il racconto di una storia diventa grazie a quell’autore il patrimonio “letterario” delle nostre esperienze. Quando ci imbattiamo nella scrittura solare e labirintica di AMOr stentiamo a raccapezzarci: la scrittrice ci indica le linee da seguire e poi le abbandona perché, nel frattempo, si è soffermata su un suono, un colore, una parola. Dov’è allora l’uscita di questo labirinto ordito da AMOr nel quale sperderci, alla fine, sembra il male minore? Potremmo lasciare il libro a metà lettura e respingerlo e invece non lo respingiamo, siamo sedotti e attirati, sentiamo quel libro vicino, ostico ma vicino per cui siamo noi i “romantici” e non una scrittrice degna di un Nobel ma parca di ovazioni, se non dei suoi lettori più fervidi.

    La biografia di AMOr, come nella penombra di un’esistenza raminga, ci ha illuminato e inorgoglito ma ci ha lasciato incerti, lusingati da un’opacità che spesso accompagna la devozione di un lettore per così dire “integralista”. Forse per questo, quel capitolo di Giorgio (ma non solo di lui) resta controverso e sospeso: possiamo chiuderlo e risolverlo solo criticamente, non ci basterà, è ovvio, ma almeno stimolerà quella consapevolezza che invano cerchiamo e ciecamente evitiamo. AMOr ha scritto ciò che voleva scrivere sull’immobilità delle questioni umane e su una loro inafferrabile e convulsa epifania. Ha creato i suoi personaggi senza fingersi o nascondersi in essi: li ha visti, li ha descritti, li ha rivitalizzati e ce li ha consegnati: tra di essi lei non c’è e non c’erano i “suoi misteri”. E quelle sortite che ci hanno provocato fastidio forse potrebbero essere (e dico: forse potrebbero essere) una disincantata disposizione testamentaria non affidata a nessuno se non a se stessa, ad una donna e una scrittrice snobbata e rivalutata da una critica imbalsamata, tentata non più dal destino e dalla competizione ma da una condizione vivida e sfuggente, quella di un dolore perduto o placato che aveva rimosso la pienezza della sofferenza. Potremmo fare in modo che di quelle sortite resti uno stupore e non una malìa.

    Un caro saluto a Giorgio e a Francesco, con gli uguri per il Nuovo Anno a tutti i lettori della Dimora.

    Antonio

    P.S. – Sono debitore con Giorgio di una promessa e spero di rispettarla (come per tanti non è stato un anno facile) e spero anche che Giorgio mi conservi ancora attendibile.

  4. Uno tra i racconti più belli della Ortese, di questa grandissima scrittrice dalla scittura piena, intensa e dal periodare affascinante, che richiede “empatìa” da parte del lettore; una volta scattata quella, ci si accorge della grandezza dell’autrice. Devo anch’io a Giorgio Di Costanzo la sua scoperta e ri/scoperta. Voglio qui condividere con voi tutti gli omaggi che le ho tributato, attraverso un put pourri di sonetti costruiti coi titoli delle sue opere, tanne il primo, un esplicito omaggio a quello che ritengo il racconto suo più bello (UN PAIO D’OCCHIALI), e l’ultimo, un tentativo di intepretazione fantasmatica della sua figura. E vi chiedo perdono per l’autocitazione.

    194.

    OGGI TI METTI GL’OCCHIALI, E VEDI

    Oggi ti metti gl’occhiali, e vedi
    le cose belle (?) del mondo; corredi
    il tuo viso rotondo d’una luce
    che dirada la nebbia e seduce!..

    Ma cos’è quell’alone che riduce
    i contorni alle cose e t’induce
    ad aguzzare la vista?..Procedi
    tra cumuli e pile, ma incedi

    a tentoni stavolta, e sconvolta
    dai fumi, dai fuochi della rivolta,
    ma cenci, miserie e macerie..carta

    di sfondo è quello che vedi, marta
    d’umiliata ragione, sei la sarta
    d’un lazzaro che nessuno più ascolta..

    SDA , 7 . 3 . 2008

    195.

    MA SE QUESTO E’ IL CORPO CELESTE

    Ma se questo è il corpo celeste
    ch’ abbiam toccato in sonno e in veglia,
    gli angelici dolori, le feste
    ch’abbiam tenuto e dato son la sveglia

    che l’iguana solo intende. L’ infanta
    sepolta –una volta vanto e onore
    della città distrutta – è una santa
    ormai dimenticata. Ma il cuore

    batte ancora. Alonso e i visionari
    approdano al porto di Toledo
    devoti, con l’ardor dei missionari
    ch’ hanno solo i salmi per corredo…

    Ma sì, il mare non bagna Napoli,
    quel che vediamo è sfondo, passato
    che non fu, che non è stato. Napoli

    piange : è un cardillo addolorato
    quel monaciello sulle sue rovine,
    noi le fiabe andate, la sua fine.

    SDA, 8 . 3 . 2008

    196.

    SE DUNQUE C’E’ SILENZIO A MILANO

    Se dunque c’è silenzio a Milano,
    dov’è il silenzio della ragione
    dei poveri e semplici, la mano
    dei quali nessuno stringe, l’alone

    grigio, la lente scura che dipinge
    la luna sul muro? Dov’è l’armonia
    segreta delle cose, che non stinge
    negli estivi terrori, nella follìa?

    Il senso pieno del mondo, del mondo
    fatto da Dio, col vento, il sole,
    il mare pulito, grande, profondo
    d’azzurrità e silenzio, che suole

    salutare la luna che trascorre
    per magico realismo, dove il tempo
    è un altro, un treno russo che corre
    nella steppa, e al di qua del tempo?..

    I giorni del cielo sono il cappello
    piumato d’un esule in trappola
    (per ingenuità, per amore, bello
    di luce di fiore che si spappola!)

    Lo so, il mio paese è la notte;
    siedo alla finestra e la sera
    prende possesso del viale, con frotte
    di labrène a renderla più nera..

    Ed io piango la morte del folletto,
    il mormorio di Parigi e gli occhi
    dove brilla, dolcissimo d’ombretto,
    l’azzurro della sera, senza blocchi!..

    Solo questo dico: la vita a onde
    che ci muove, c’ammalia, ci confonde..

    SDA , 10 . 3 . 2008

    AD ANNA MARIA ORTESE

    io

    iguana
    in fuga dal mondo
    nata da libri incantesimo
    in cerca di fiaba apparizione visione…

    in cerca d’un luogo
    che mi rivoltasse il cuore come un calzino
    inchiodata all’abbraccio di tutte le anime
    affrancata da ogni sconfitta…

    in cerca d’un luogo
    in mezzo al deserto
    alla finestra d’una misera casa gialla
    affacciata sul porto…

    lontano
    dalle virtù del nulla
    che affogano il mondo

    in cerca di salvezza

    io

    in una lacrima
    ho visto i colori d’ogni diversità
    d’una sola nuda fierezza

    nell’indigenza del bene
    che parla con parola sommessa….

    in compagnia
    di zingari e bimbi
    in quel luogo trovato
    ho amato il mio aleardo
    in un luogo in mezzo al deserto
    iguana che guarda più in alto…

    affiliata al partito
    dei cercatori di dio
    respirando a pieni polmoni
    perché sacro
    è il respiro
    del bosco
    del lupo
    del cane…

    io

    in fuga
    da trentasei case e dieci città
    ho trovato infine quel luogo
    nella stanza tana del mio corpo

    in cui scrivere amare patire…

    S. D. A . , 15 . 12 . 2008

  5. leggo ora questo racconto del brivido(in ogni senso,intendo) della grandissima Ortese.
    Forse le figure dei cardellini preannunciano quella del “cardillo innamorato” che lei investe di metafore tra onirismo e dramma?
    GRAZIE, caro Francesco, anche se in ritardo
    lucetta

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