Volevo essere Jeanne Hébuterne

Loredana Magazzeni

Loredana Magazzeni

[…] Da subito l’autrice si pone la domanda fondante: quanto conta la scrittura per una donna? Quanto del proprio desiderio effettuale, fisico e spirituale, vi è investito? La risposta arriva con i   Tre haiku di donna che scrive, subito seguiti dai tre brevi testi di Corpo imperfetto che pongono a tema l’altro grande terreno di indagine di questo libro: oltre al rapporto tra parola e verità (la scrittura stessa), quello del corpo vivo, con tutte le sue affezioni e mutamenti. Bastano solo questi rapidi accenni a disvelare la ricca tramatura di questa raccolta poetica che collega e tiene insieme temi profondamente incistati nella vita, andandone a ricercare le radici nel tempo: nel passato, nell’infanzia e nel presente. Quando l’autrice scrive “Faccio le tende: monto, smonto, vado / non creo strutture indistruttibili / lancio ponti di liane amorose” rivela la consapevolezza di mettere in moto una ricerca urgente perché sentita come necessaria, e tuttavia centellinata nelle pagine del libro e nell’esperienza soggettiva, frutto di una lunga maturazione umana e di pensiero. Perché questa, a mio parere, è la vera novità, il lavoro significativo di questa raccolta poetica: aver dato luogo a un pensiero poetante che dialoga con i punti nevralgici della ricerca contemporanea in tema di scrittura delle donne, riverberati e raccolti in una storia personale e soggettiva. […]

(dalla Prefazione di Gabriella Musetti)

Il “Canzoniere” di Loredana Magazzeni (poiché tale è “Tutte le forme dell’amore, ovvero Transonetti” la sua raccolta di sonetti che chiude il volume, corredata di Premessa interlocutoria, Prologo, Congedo e Postfazione), partecipa non per caso della più classica tradizione lirica italiana. Ma fin dal titolo qualcosa compromette l’ortodossia dell’operazione: è quel “trans” che, preposto a “sonetti” e a “sessuale”, destabilizza non tanto la comprensione quanto l’orientamento di chi legge. […] La forma si affida allo schema del sonetto, quasi a coprire un contenuto dirompente con una maschera di assoluta e rassicurante tradizione, anche se non ne segue scrupolosamente le regole canoniche. Così come il lessico rimane entro parametri aulici, ma è scosso da improvvisi sismi, quasi a significare che se la vicenda amorosa è per antonomasia senza tempo, qualcosa tuttavia la colloca nel qui e ora. È il caso di versi come “Ad inseguirla l’animo mio condanna / con rozzi mezzi, epistole ed email”, dove la vicinanza spaziale fra l’arcaico “epistole” e il tecnologico “email” apre un imprevedibile precipizio temporale, o come altri passaggi in cui si allude con discrezione a voci della cultura contemporanea: vedi ad esempio “liquido pensare”, “rotte meticce”, “passioni tristi”, per non parlare dei versi “nel gorgo del lavabo è già scomparsa / la mestruazione che tu abbandonasti”, nel Congedo, sconvolgenti non per chi legga oggi ma certo impensabili nell’ambito del petrarchismo e dintorni. Nell’insieme la tonalità risulta sfumata, sfuggono le circostanze e i luoghi della storia amorosa, ci si trova coinvolti in una trama che si fa sempre più precisa rispetto al tema “corpo” e sempre più enigmatica rispetto al tema “passione”. Il corpo è “transitante”, i corpi sono “trasalimenti”, “sconfinamenti dentro e in mezzo al genere”, e ancora: “fare e disfare il genere è una pratica / che ci fa umani in modo più totale”. […]

(dalla Postfazione di Marina Giovannelli)

Testi

(dalla sezione Il martorio della bellezza)

Tentativi di seduzione della poetessa che invecchia

Volevo essere Jeanne Hébuterne,
posare per quei ritratti di donna dai lunghi colli
inseguire la notte nelle cantine di Montparnasse
alle costole dell’artista famoso e maledetto.

Volevo essere io l’eletta, l’amata del suo cuore,
la pluriritratta, l’intima amica, la divina
piccola Musa ispiratrice. Volevo
essere la mai delusa, che non resse

la morte improvvisa del suo amore,
non accettò di sopravvivere a un sogno,
di farsene una ragione. Jeanne Hébuterne, tu
la più amata, donna dal lungo collo e dalla calda
coscia levigata, Jeanne dagli occhi
di carbone o azzurri specchi d’acqua, avrei
voluto leggere le tue divine lettere a lui,
se solo avessi potuto, avessi saputo, sopravvivergli.

***

(dalla sezione La bambina o serie del colesterolo)

La Bambina scrive un sms di bentornato. Il telefono tace.
Nei quindici minuti in cui il telefono tace c’è la fine
del mondo, l’abbandono genitoriale, il freddo,
la morte certa, la notte nera e infinita.
Ma poi: “Ti abbraccio!” zampilla e il telefono ride,
le ride tutto addosso e infine piange, piange come una Bambina.

*

C’è un amico della Bambina che porta tatuato il nome
della moglie a sinistra, sulla pelle del cuore.
Una dedica di se stesso che tutti possono leggere
solo d’estate. Ma quanto peserà a quella moglie, pensa
la Bambina, non poter abitare in altri luoghi,
in altri cuori, aprire il proprio lucchetto del cuore
e poter volare via? La Bambina si fa tatuare una piccola
farfalla dietro la spalla.

*

La bambina non mangia. La bambina dice al cibo:
non c’è spazio dentro di me per entrare.
Dopo molti anni la bambina dice al cibo: colma il mio vuoto.

*

Le parole si portano dietro il corpo, pensa a volte
la Bambina. Le sue sono intrise di salsa d’amore.
Ma il corpo deve scrivere o vivere? Pensa la Bambina.
Ma le parole sono sassi o carezze? Si chiede.
Mentre scrive, filtra la vita, produce miele.

***

(dalla sezione Poesie per dire la verità)

Le pallide madri

Eccole, le pallide madri.
Labbra serrate e genitori da cui imparare
il silenzio. Mariti severi e accudenti
si aggirano nell’ombra dei corridoi,
riempiono le stanze. Hanno gremito
la loro notte di sogni, la loro ribellione
di compitezza. Avanzano guardinghe
per non far male, sul collo il segno
del giogo che qualcuno impose
con la gentilezza. Imparano
ad avanzare lentamente, con modi garbati.
La loro schiena s’incurva sotto il peso
delle ribellioni sedate. Il loro cuore
fomenta desideri che non ebbero nome.
Cercano verità occulte nei labirinti
dei loro addomi arrotondati. La rabbia inghiottita
le placa come placa la fame il cibo
e bere vino d’annata.

***

(dalla sezione Le porte blu. Poesie per guarire)

Ti parlerò del corso sulle Muse.
Di quante aurore hanno illuminato
i giorni che porto cuciti sulla pelle
come piccoli soli appannati.

Si facevano strada le ore
perché non mi perdessi nei ritorni
mentre imboccavo quel cammino
che a piccole certezze mi portava.
Ora esse brillano come monete di sogno
sulla soglia della casa che abito.

***

(dalla sezione Tutte le forme dell’amore – Transonetti)

IV

Donna fu lui. E ancora le stagioni
passavano diverse al suo sentire.
Poi di una antica, nobile cittade
conobbe i fasti e l’alma sua sostanza.

Di studi sempre e visioni riempiva
la mente sua aperta e illuminata.
Di donne amori colse in abbondanza
e tante volte amò e fu riamata.

Nella bella stagione di sua vita
puro un fiore sbocciò dal verde mirto:
il tronco prese forma di fanciullo

e ‘l labbro e ‘l viso suo e ‘l dolce riso
che un velo adombra di leggero pelo
furon del signore il paradiso.

*

Congedo

Erano colline i tuoi seni giocondi,
cenni leggeri di vento fra le dune,
ambra la grana che pelle tua raduna
sabbia finissima al tuo mare profondo.

Nel gorgo del lavabo è già scomparsa
la mestruazione che tu abbandonasti,
ma felice per te che nasci nuovo
è ogni fibra di me, che a te somiglia.

Ho imparato da te ben altre cose
di quelle che la grammatica consente.
L’amore pulsa dal nodo più profondo,

dove la lingua i suoi confini perde,
categorie non ha, né concordanze
la voce, la parola, il libro e il mondo.

__________________________
Loredana Magazzeni
Volevo essere Jeanne Hébuterne
A cura di Elio Talon
Prefazione di Gabriella Mussetti
Postfazione di Marina Giovannelli
Dot.com Press – Le Voci della Luna – 2012
__________________________

***

6 pensieri riguardo “Volevo essere Jeanne Hébuterne”

  1. la poetessa che “voleva essere la pluriritratta” è capace di restituirci la sua pluriessenza nelle varie sezioni del libro, dove si capta la grande capacità dell’autrice di fotografare il verso nelle sue molteplici sfaccettature, dal più minimale degli stili ( La bambina o serie del colesterolo) al più aulico o manieristico, seppur in una chiave personalissima dei suoi splendidi “Transonetti” che vibrano di un passato che splende in un presente ornamentale ed elegantissimo.

    Grazie all’autrice e alla dimora per la proposta :)
    Grazie Enzo, che saluto.

    Francesca

  2. Grazie, Enzo e Francesca, per avere accolto la mia scrittura e messo l’accento sulla pluralità degli stili utilizzati. Essi mi sembrano, come la vita, possibilità plurime di ricominciare, distillati di esperienze che ci danno la febbre e da cui non si guarisce mai, se ne resta scolpiti, forgiati. L’identità si scrive giorno dopo giorno, una sorpresa a se stessi, così vorrei che fosse e forse riesco a dirlo, in poesia.

  3. Pingback: visioni del mondo
  4. Spesso accade che la ricerca della bella forma, dell’immagine che sorprende, della musica, dell’artificio linguistico, arrivino a velare quella sostanza umana cui si dovrebbe attingere perché la poesia non sia soltanto un piacevole scorrere di parole ma abbia una forza, un impatto indelebile su chi legge. Tu sei riuscita a unire la bellezza a questo impatto, con la tua scrittura coraggiosa. Uno dei libri più belli che abbia mai letto, grazie.

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