Il ritorno di Hartz

Osvaldo Lamborghini

Osvaldo Lamborghini
Massimo Rizzante

[…] Lamborghini è colui che ha atteso e incontrato Rimbaud in fuga dalla poesia in una stanza d’hotel di Buenos Aires. I due avranno parlato di sesso. Probabilmente avranno bevuto molto. Ma nessuno dei due avrà cercato nell’ivresse un vascello o almeno una zattera che li trasportasse in qualche inferno o paradiso. Tutto ciò era alle loro spalle. Ogni trasgressione linguistica era alle loro spalle. Forse si saranno affacciati alla finestra. Si saranno messi ad ascoltare le voci della strada. Lamborghini avrà confessato a Rimbaud che in fondo la sua era «una letteratura famigliare: il desiderio di prolungare senza fine un dopocena». Che cosa poteva farci se il coltello domestico poi si trasformava in uno strumento di tortura? Forse hanno intuito che dire in un altro modo, «dire male», non comportava più alcuna ricerca del nuovo, che anzi proprio questa ricerca del nuovo si era fatta troppo seria, era diventata accademica. Per questa ragione la vera audacia di Lamborghini sta nel «riprendere le vecchie strofe», nel copiare «il metro dei traduttori di Walt Whitman», nel mimare la loro libertà, il «loro muovere le spalle», come scrive in una sua poesia intitolata Jacobo Fijman non oserebbe. È in questo che egli evita ogni dettato melodico e confonde le acque del cuento e del canto. Al parto, preferisce le doglie; alla follia non solo patologica di Jacobo Fijman, poeta ebreo-argentino morto in un manicomio, «l’inadeguatezza» dei propri mezzi, intercalata ogni tanto da qualche «imprecazione», che proprio perché «incongruente» riesce a riprendere, a pigliare al gancio e a tradurre il poeta, il suo «cambio di tonalità». […]

(Massimo Rizzante, dalla Prefazione)

Osvaldo Lamborghini
Il ritorno di Hartz e altre poesie
A cura e con un saggio di Massimo Rizzante
Postilla di Alan Pauls
Milano, Libri Scheiwiller, 2012

Testi

Prosa cortada

1

        Si hay algo que odio eso es la música,
Las rimas, los juegos de palabras.
Nací en una generación.
La muerte y la vida estaban
En un cuaderno a rayas:
La muerte y la vida,
Lo masculino y lo femenino,
Los orgasmos sin patria
Y los órganos de parte a parte,
Se perfilaban en un blanco
Apuntes, apuntes, apuntes.
O amputes,
La “roca” de la maldición.

Es de mañana en esta pava argéntea
Y al empezar ya sobra una mirada:
Nací en una generación.
Pero antes había otra generación
Antes que yo y antes que la mía,
Y ella era sabia en sus letras
Que no necesitaban acusarse demasiado
(O tanto) o tanto
Para mostrar alguna verdad.
Nací en una generación,
Oh vida – el tonto en su reclam.
Aquellos antepasados fueron libres.
Con una libertad rayana,
Con una estupidez casi imposible
Hoy de lograr, gravitan como nuestro modelo.
Nosotros, los que estamos más en claro.
Nací en una generación.
Es preciso un método.

El aburrimiento de la vida de hotel
Como simple recodo de camino.
Es de tarde en este manuscrito,
Las horas se pasan volando.
Después del mate viene el almuerzo,
El café en un bar, un corto
Paseo por el centro, y de vuelta,
De vuelta al escondrijo.
Ahora es tarde, un poco
Más de tarde en este lápiz,
Y continúo por el simple gusto de andar
Como quien anda en su pieza trina
Y contra la ventana…
Y contro la ventana fuma.
Humo azul, humo verde, humo negro, humo colorado:
No devolví el libro que me habían prestado
Y hasta me gustaría robarlo,
Quedármelo para siempre, adverbio que se esfuma.
Aseguro que estos pensamientos no asaltan.
Nací en una generación, era de esperar.
Golpean con suavidad la puerta.
Aquí están, ridículos. Nací
En una generación.

Éste es un verso,
Ladra el perro en la superficie rala,
Como para concluir que no es tan horrible la risa del idiota
Cuando en plena labor nos roza con su ala.
Esta complacencia en el error es mi marca de fábrica,
Pero nacido en una generación.
A la fábrica la chongueó el protervo
Manierismo, el ocultamiento patas
Cortas de la falta de dotes,
Si bien me divertí un poco durante algunos años.
Odio la música, odio el arte, odio
Mis paradojas en falsete y mi voz inconsistente.
Pero amo: amo el pene
Cuyo rostro no puedo adivinar enmascarado hábil por el antifaz
de la bragueta.]
Y como entre mirarlo y tocarlo no sé qué pensar
Hago votos y sufragios.

[…]

Prosa spezzata

1

        Se c’è qualcosa che odio è la musica,
Le rime, i giochi di parole.
Sono di una certa generazione.
La morte e la vita se ne stavano
In un quaderno a righe:
La morte e la vita,
Il maschile e il femminile,
Gli orgasmi senza patria
E gli organi da parte a parte,
prendevano la forma di un bersaglio.
Appunti, appunti, appunti.
Amputa,
La “rocca” della maledizione.

È mattino su questo bricco d’argento
E già dall’inizio c’è uno sguardo di troppo:
Sono di una certa generazione.
Ma prima ce n’era un’altra.
Prima di me e della mia,
E quella di letteratura se ne intendeva
Tanto che non avevano bisogno di accusarsi troppo
L’un l’altro (o molto) o molto
Per scoprire la verità.
Sono di una certa generazione,
Oh vita – l’idiota della pubblicità.
Quei progenitori sono stati liberi.
Di una tale libertà,
Di una stupidità oggi quasi
Impossibile da cogliere, gravitano come nostri modelli.
Noi, quelli più lucidi.
Sono di una certa generazione.
C’è bisogno di metodo.

La noia della vita d’albergo
Come una semplice svolta lungo la strada.
È pomeriggio in questo manoscritto,
Le ore volano.
Dopo il mate c’è il pranzo,
Il caffé in un bar, una breve
Passeggiata per il centro, e di nuovo,
Di nuovo nel mio nascondiglio.
Adesso è pomeriggio,
Pomeriggio inoltrato in questa matita,
E avanzo per il semplice gusto di camminare
Come chi misura il suo trilocale
E appoggiato alla finestra…
E appoggiato alla finestra fuma.
Fumo azzurro, fumo verde, fumo nero, fumo colorato:
Non ho restituito il libro che mi hanno prestato
E mi piacerebbe perfino rubarlo,
Tenermelo per sempre, l’avverbio che sfuma.
Garantisco che questi pensieri non sono aggressivi.
Sono di una certa generazione, c’era da aspettarselo.
Bussano dolcemente alla porta.
Sono qui, ridicoli. Sono
di una certa generazione.

Questo è un verso
Abbaia il cane su una superficie rarefatta,
Come a dire che non è così orribile la risata dell’idiota
Quando immersi nel lavoro ci sfiora con la sua ala.
Questo compiacimento nell’errore è il mio marchio di fabbrica,
Ma sono di una certa generazione.
Alla fabbrica s’impose il Manierismo
Protervo, l’occultamento dalle gambe
Corte della mancanza di talento,
Sebbene per alcuni anni un po’ mi sia divertito.
Odio la musica, odio l’arte, odio
I miei paradossi in falsetto e la mia voce incoerente.
Ma amo: amo il pene il cui volto non posso indovinare
nascosto abilmente dietro la maschera delle mutande
E poiché non so decidermi se guardarlo o toccarlo
Faccio voti e suffragi.

[…]

*

2

        En el templete circular de Hermes Chano…
había una vez un anciano venerable.
Un coetáneo que al mismo tiempo era contemporáneo
y quería que su hijo tuviera un cargo,
alto se sobreentiende en lo posible.
Lo tuvo en el manejo de cadáveres sin ser médico,
tampoco enterrador.
Gozan los símbolos a los pies del camello, en la arena,
pero no es tan fácil mutilar:
sobrevienen sin posibilidad.
La goma de mascar, en el cenicero, germina lo contrario
de su proprio ser.]
Por suerte un pseudónimo grisa las miradas.


Dama ridícula
Másmédula
Los viejos no saben qué hacer con sus vidas
aunque tengan el mar a dos pasos
el espigón de portland
o la escollera de piedra: alta
y no groseramente autoerótica,
pero precipitada hacia las olas antiguas.
Ahora, el que mira se despoja del velo gris.
Dossier escondido,
un tumulto en la avería.

Representa.
Éste es el escándalo del lado de la comedia.
O el placer abominable, Hijo,
de estrujar la despedida con un rictus de llanto.
Lo que fracasó en el tálamo, el gato
y unas bragas de nodriza
mientras los cuerpos giles luchaban por el premio.

Ahora no hay desierto suficiente.
Falta el nunca del más allá
o sobran dos sudarios,
mortajas de cultos opuestos.

Ni siquiera
Los cuerpos giles compartieron el pastel.

Y proseguir es tremendo.
Quedarían solamente
los indomables defectos de cualquier traducción.
En cambio, un clítoris magnífico se lanza a la aventura:
mejor así.
El pene exagera los anhelos.

2

        Nel tempietto circolare di Ermes Ciano…
c’era una volta un venerabile vegliardo.
Un coetaneo e contemporaneo
che desiderava che suo figlio avesse un incarico,
il più possibile, è sottointeso, di prestigio.
Lo ha ottenuto nel trasporto dei cadaveri senza essere medico
e neppure becchino.
Godono i simboli ai piedi del cammello, nella sabbia,
ma non è così facile mutilare:
sopraggiungono all’improvviso.
La gomma da masticare, nel portacenere, fa germinare il contrario
del suo essere.]
Per fortuna uno pseudonimo sfuma gli sguardi.


Dama ridicola
Masmedula
I vecchi non sanno che farsene della vita
sebbene abbiano il mare a due passi
il molo di portland
o la scogliera di pietra: alta
e non volgarmente autoerotica,
ma a precipizio sulle onde antiche.
Adesso, colui che guarda si spoglia del velo grigio.
Dossier nascosto,
un tumulto in avaria.

Rappresenta.
Questo è lo scandalo della commedia.
O il piacere abominevole, Figlio,
di rovinare il commiato con un accesso di pianto.
Ciò che è naufragato nel talamo, il gatto
e le mutande di una balia
mentre i corpi innocenti lottavano per il premio.

Ora non c’è deserto che basti.
Manca il mai dell’oltre
e ci sono due sudari in più,
sindoni di culti opposti.

Neppure
i corpi innocenti si sono divisi la torta.

E andare avanti è terribile.
Resterebbero soltanto
i difetti indomabili di qualsiasi traduzione.
Invece, un magnifico clitoride si lancia all’avventura:
meglio così.
Il pene esagera i suoi aneliti.

*

El pastor de ovejas

¡Qué milagro!
Hoy me siento de parabienes bien
sentado frente a una pava de fuego
a la espera: que los dioses
se olviden de mí.
En demasiados embrollos me han metido ellos
incluso en negociejos
ya era hora: descanso
me procuro un bledo
disfruto: ¡qué sainete!
Defraudé sí la confianza.
Demasiado rápido
empecé a hacerme el gil
(«poesía eres tú»)
… la pluma se le cayó de las manos
… sangre en las venas

el frío
graso del español enteco
el armazón misericordia
de la parodia póstuma

¡Pst!

¿Hasta tenemos una vida cotidiana
conque hora?

Las suculentas formas de la vendedora de aguarrás
pensé: pero más tarde
hay tiempo y luego: en cambio
decidí darme una vuelta por el bar
para verla cómo anda la cara de la especie:
ella prorratea por ahí
soneto de encargo: primera
novela mala
: igual
a pesar de todo
encontraré a Regina Olsen
en la calle de los farolitos infamados
e la instalaré en un chalet tranquilo
frente al mar sirena

Y ella me querrá
y yo la querré

soy un filósofo un tanto turbado de salud
me interanaron y salí
no tengo psique
adiós

¿Qué puede hacerse conmigo sino amarme?
Mi familla lo comprendió
y me renta.
Para los viejos
me dedico a la ensañanza de Freud:
por suerte los psicoanalistas
– mis muchachos –
son como los ángeles:
creen el el sexo y en Dios.
Ahora,

Regina Olsen me pide un beso
y yo se lo doy
y yo se lo doy en la sal de los párpados
: es mi arte
un trebolar de afectos
: es mi arte y
¿Que si te quiero?
Por supuesto que te quiero
por supuesto

(1978)

Il pastore di pecore

Che miracolo!
Oggi mi sento meravigliosamente bene
seduto davanti al fuoco
in attesa: che gli dei
si dimentichino di me.
Mi hanno ficcato in troppi imbrogli
compreso alcuni affari sporchi
era ora: riposo
me ne infischio
me la godo: che gioia!
Ho tradito sì la fiducia
Troppo in fretta
ho cominciato a fare l’idiota
(«la poesia sei tu»)
… la penna gli è caduta dalle mani
… sangue nelle vene

il freddo
untuoso dello spagnolo malaticcio
l’armatura misericordiosa
della parodia postuma

Pss!

Abbiamo perfino una vita quotidiana
e quando?

Le forme succulente della venditrice d’acqua
ho pensato: più tardi
c’è tempo e poi: invece
ho deciso di fare un giro in un bar
per vedere come va la specie umana:
che da quelle parti dispensa
sonetto su commissione: primo
brutto romanzo
: è lo stesso
malgrado tutto
incontrerò Regina Olsen
nel vicolo dei lampioni malfamati
e la porterò in una casa tranquilla
di fronte al mare sirena

E lei mi amerà
e io l’amerò

Sono un filosofo dalla salute un po’ incerta
mi hanno internato e sono uscito
non ho una psiche
addio

Che si può fare con me se non amarmi?
La mia famiglia lo ha capito
e mi mantiene.
Per i vecchi
mi dedico all’insegnamento di Freud:
per fortuna gli psicanalisti
– i miei ragazzi –
sono come gli angeli:
credono nel sesso e in Dio.
Ora,

Regina Olsen mi chiede un bacio
ed io glielo do
glielo do sul sale delle palpebre
: è la mia arte
un tremolio di affetti
: è la mia arte e
Se ti amo?
Certo che ti amo
certo

(1978)

*

Juana Blanco frente a una copa de whisky…

Juana Blanco frente a una copa de whisky
Jugando y como sabía ella jugar,
A la posibilidad intacta de no beberla:
Virgen la vaciaba de un trago.
Luego sonreía y más que luego
Tintineaba el hielo en el cristal.
Son cosas de fundamento:
Por eso nos decidimos a hablar –
Como una ampolla de droga
Con la que ella sabía jugar
Intacta a dejarla, pero obsérvese el ademán,
Para nunca o para mañana:
Había en aquellos tiempos
La certidumbre de un jamás luego,
De un sonreírle a lo que éramos,
Tumbas cercanas y besos, besos salvos,
Palpables hasta no poder más.

Ahora el espacio gira con lentitud
Es el tiempo y lo hay
De un perfecto luego sentimental.

Da para más, da tanto,
Ahora no es nunca ni es mañana.
Es sencillo,
Es el pasatiempo, la poesía y la verdad.
El himen que tararea
Como si fuera a cantar.

Juana Blanco davanti a un bicchiere di whisky…

Juana Blanco davanti a un bicchiere di whisky
Giocando come sapeva giocare lei
Con l’intatta possibilità di non berlo:
Vergine lo svuotava in un sorso.
Poi sorrideva e poi ancora
Faceva tintinnare il ghiaccio nel cristallo.
Sono cose fondamentali:
Perciò prendemmo la decisione di parlarci –
Come una fiala di droga
Con cui lei sapeva giocare
A lasciar intatta, si osservi la nuance,
Fino a domani o mai:
C’era a quei tempi
La certezza di nessun dopo,
Di sorridere a ciò che eravamo,
Tombe contigue e baci, baci illesi,
Palpabili fino all’estinzione.

Ora lo spazio volteggia lento,
È venuto il tempo e quel che rimane
Di un perfetto dopo sentimentale.

Ce n’è ancora, ce n’è ancora molto,
Ora non è né domani né mai.
Semplice,
È il passatempo, la poesia e la verità.
L’imene che canticchia una canzone
Come se stesse davvero cantando.

*

(Juana Blanco)

Odio a mi lengua
el español cerrado
cerrado como un cu de muñeco

odio mi lengua
tanto como odio a mi sexo
y aprender otra nunca quise
y sí
me anticipo
: puedo entenderlo

– aunque acaso ¿acaso?
sí, acaso
no lo entienda

espacio

odio mi lengua
odio mi sexo
puedo entenderlo
y acaso no lo entienda

es divertido ser mujer
es lindo y bien caliente
es divertido como jugar
toda la vida a los indios
aunque a la larga o corta
venga
siempre
el triunfo y la venganza del ejército

¡pero tener
femenino el sexo!
los órganos ¡femeninos!
del sexo
adiós
ahí se acaban las plumas
los ululeos y las flechas
adiós
adiós juego
Treblinka nos abre sus puertas

(Juana Blanco)

Odio la mia lingua
questo spagnolo stretto
stretto come il culo di un pupazzo

odio la mia lingua
quanto odio il mio sesso
e impararne un’altra non ho mai voluto
e sì
lo dico prima
: posso capirlo

– anche se forse forse?
sì, forse
non lo capisco

spazio

odio la mia lingua
odio il mio sesso
posso capirlo
e forse non lo capisco

è divertente essere donna
è bello e molto sensuale
è divertente come giocare
tutta la vita agli indiani
anche se alla lunga o in breve
giunge
sempre
la vittoria e la vendetta dell’esercito

ma avere
il sesso di una donna!
gli organi femminili!
dal sesso
addio
lì finiscono le piume
gli ululati e le frecce
addio
addio gioco
Treblinka ci apre i cancelli.

*

… En cualquier momento de la vida, uno
puede decir: me estoy muriendo.
Es seguro, pero no siempre
tiene uno ganas de decirlo.
Hoy sí, hoy yo
tengo ganas y lo digo. Decirlo,
y también me pregunto:
¿dónde andarás, Juana Blanco?
¿Vos también, acaso, cerca?
Yo no puedo soportarlo,
que vos te mueras. Puedo
soportar que todos (se mueran)
y hasta me parece lógico
y deseable. Pero a vos
yo no te hago muerta.
Es triste. Entré en un bar,
charlé con un amigo. Te mencionó:
te tocó, casi, con la palabra “hembra”.
Es igual. No te hago muerto.

… In qualsiasi momento della vita, uno
può dire: sto morendo.
Questo è certo, ma non sempre
uno ha voglia di dirlo.
Oggi sì, oggi io
ho voglia e lo dico. Lo dico,
e mi domando:
dove andrai Juana Blanco?
Anche tu, per caso, qui vicino?
Non posso sopportare
la tua morte. Posso
sopportare che tutti (muoiano)
e mi sembra perfino logico
e desiderabile. Ma tu
per me non sei morta.
È triste. Sono entrato in un bar,
ho chiacchierato con un amico. Ha detto il tuo nome:
ti ha quasi toccato, con la parola «femmina».
È lo stesso. Per me non sei morta.

***

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