Solo un esistere è dato

Antonio Devicienti

 

Dieci testi

(Tratti da Via Lepsius, 2017-2018)

 

 

 

 

1

Tacere dentro duro, necessario silenzio:
saccheggiare tutti i bicchieri dell’assenza
tutti i colori della neve
tutto l’alcool della solitudine:
l’enigma, irrisolto, illumina
e pulsa cuore del pensare –
tersissimo il cielo.
Perché tutta questa gente aspira al titolo di “poeta”?
E i mercatanti che sbeffeggiano gli apprendisti stregoni dell’arte.
E i banchieri che decidono le sorti del mondo.
Colta raffinatezza degli onanisti
della letteratura mentre nottetempo
inchiodano la carcassa della volpe
alla porta del paese.

 

 

 

 

2

Un soprabito non solo per i giorni di neve
non solo per i giorni di pioggia.
La posta raccolta nella borsa di cuoio
del portalettere lascia intravedere francobolli
da altri pianeti: scriverà parole invisibili
su lenzuola d’aria, le piegherà per imbustarle
e l’indirizzo sarà perduto da qualche parte nel futuro
(si scrive sempre per il futuro)
(un soprabito, un ombrello, un orologio da taschino
fermo sulla mezzanotte di domani)
(una cappella laterale dentro San Vito)
(una nave dallo scafo amaranto ormeggiata
nel porto di Valparaíso e nel sogno d’uno psichiatra).
Ahimè, quanta ressa di tipi bislacchi nella clinica di questa pagina!

 

 

 

3

Tracce nella neve: incongrua, una
macchina per cucire nell’angolo d’un
giardino. Congruo il passo della volpe
nel bianco altrimenti intatto.
Poi si comprende che i lembi del paesaggio,
del testo, della mente, vanno cuciti
mosaico di vita e di pensiero:
vulcani nascosti nella luna
del giorno: i solstizi dentro Saint Sulpice
tracciano traiettorie di scienza e di bellezza, ricordalo,
fuori s’immiserisce il pensiero prosciugato
dalle urla dei falangisti in ranghi serrati, ma
dentro, dentro e lungo i solchi graduati
fedeltà al conoscere è resistenza.

 

 

 

 

4

Se mai andrà a Valparaíso
sarà perché Saturno, intemporale viandante, orbita
in quei cieli sparsi di vulcani: una terra
senza mare sogna il mare: e un campo d’aviazione
si rende necessario per chi parte verso l’altrove del desiderio:
sono micrografie i sassi del selciato a Valparaíso, si direbbero
microliti e frammenti di sale dagli anelli
di Saturno (questa pagina è il campo di volo)
(questa pagina scorre tra le dita
che passeggiano – wandernde Finger
flânerie in punta di matita: biancore di neve).
Sognano gli anelli di Saturno
sognano e traghettano microframmenti di ghiaccio e sabbia
traverso gl’interstizi dell’umano e del tragico.

 

 

 

 

5

La volpe, che libera s’aggira nella foresta innevata,
suscita riprovazione e odio. Al margine
del villaggio un impresario di milonghe ha preso
in gestione il molto malmesso campo di volo
(ma disprezza i banchieri cui mai chiederà un prestito).
Raccoglie lacerti di scrittura dentro scatole
per le scarpe e s’accumula l’opera,
s’inabissa.
Quasi tutti i grandi poeti sono morti: i pochissimi
ancora in vita hanno capovolto il tempo, beffano la morte,
ignorano i nanerottoli scribacchini.
Per lente passeggiate l’impresario di milonghe porta con sé
l’ombrello (non solo per i giorni di pioggia),
l’appoggia al paracarro, scruta gli alberi della foresta, attende.

 

 

 

6

Le onde invernali dal Baltico irrompono
fra l’immobile franare delle fortificazioni
degli Zar – biancheggiano i blocchi abitativi
d’era sovietica schierati sotto un cielo
di pomeriggio tardo. La storia
e il tempo non combaciano
a Karosta perché il tempo è
uno sguardo stordito di vento e salsedine –
la storia sanguinosa sequenza
di speranze tradìte. Se
accumula polaroid sbiadite dentro
scatole di cartone è per devozione alla
luce che salendo dal Golfo di Finlandia s’irraggia
tra i finestroni della fabbrica di locomotive.

 

 

 

 

7

In un quaderno scarabocchiato a matita
alla pagina 33 una sbiadita foto
scattata dall’alto della mongolfiera:
forse lucernari sui tetti di Berlino, il lucore
del Baltico in lontananza.
Percorre in volo vie d’aria che sarebbero
divenute (poi) peregrinazioni a piedi,
quotidiane, paesaggio innevato
o sentieri estivi, la farmacia, la stazione
con le locomotive, il campo d’aviazione,
l’ombrello (non solo per i giorni di pioggia).
Questa scrittura che ricalca il suo passo.
La grazia s’inabissa cercato oblio
il camminare labirinti di grafite.

 

 

 

8

La ferrovia conduce la mente
nella distanza. Il passaggio dei treni,
l’ordine indubitato degli orari. Ma le sciabolate del dolore,
le insidie del male, i tranelli della morte
posseggono presenza di sordo granito.
Eppure si direbbe posino sicuri quei binari
avviati da villaggio a villaggio,
civile servizio reso a merci e a viaggiatori.
Un carro merci* sosta sorvegliato dai gendarmi
perché il viaggio delle cose e delle menti
traverso il paesaggio non è mai stato innocente
e un tempo congelato, ibrido di memoria
e di dileggio, ancora aspetta che la belva umana
almeno domi sé stessa.

[* Certo, questo è il carro merci della deportazione, ma anche il barcone che porta esseri umani comprati, stuprati e venduti verso un’Italia sempre più razzista, sempre più fascista, rancorosa e intollerante.]

 

 

 

9

Se la neve non avesse questo suo perfetto
biancore
forse l’angoscia di violarla, offenderla,
sporcarla sarebbe minore:
il sole di dicembre la cristallizza
in fecondo inverno, ogni
tratto di sentiero promette un enigma che
non abbuia, ma splende
e le cose del mondo chiedono
d’essere raccolte tra le mani
della mente perché
qualcuno minaccia con risentimento
e cupa rabbia, martella parole d’odio,
le ripete e ripete, si conquista proseliti.

 

 

 

 

10

Spavento del libro:
spavento è batticuore e possessione
ché solo un esistere è dato
da vivere fino alle faglie irrequiete del dire.
Chi a lenti lentissimi passi
traversa il campo innevato
vi scopre le tracce della volpe
sapendo in ogni cristallo di neve
la geometrica concettualizzazione
del costruire pensiero dopo pensiero –
costui s’avvolge d’un soprabito di poverissima
fattura, eclissi di sé stesso.
Ed emerga infine il nome taciuto e alluso
dissimulato e velato. Herisau.

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9 pensieri riguardo “Solo un esistere è dato”

  1. Visti tutti insieme, i dieci testi di Antonio, già belli, acquistano ancora più forza, in quanto si vede perfettamente la linea rigorosa del pensiero dell’autore. E poi, il finale con “Herisau”, mi commuove, come sa chi mi conosce bene…

  2. Vengono da lontano questi splendidi versi! Con passo cadenzato e sicuro, essi sembrano discendere dalle alte vette del passato per raggiungere la cupa vallata dei giorni nostri e, proseguendo nelle acque chete del futuro, ci raccontano la storia ultima dell’Uomo.
    Saggezza e rigore misti a dolcezza e timore.. un bell’insieme espressivo ed emotivo.

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