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Pensare il volo (10)

Pensare il volo, pensarlo come slancio della mente e dello sguardo, identificarlo con il necessitato senso di libertà e con il sogno, lucidissimo, di menti intese a liberarsi dal giogo della gravità.

Quando Barbara Morgan fotografa Martha Graham dimostra (se mai ce ne fosse bisogno) che la fotografia non ferma (immobilizzandolo) il soggetto, ma che la fotografia è traccia di un ritmo continuo e incessante (quello della vita) e che la danza è il pensiero stesso quando esso diventa capace di rendere visibile quel ritmo.
La danza celebra così il corpo e il suo movimento, lo sottrae all’asservimento ad atti banausici e vili, il volo della mente è istante nel quale il corpo si rammenta della propria vivente bellezza.

L’ospitalità dello sguardo

Viene pubblicato il 9 luglio da Mimesis Edizioni il libro di Lorenzo Mari Il taccuino dell’intellettuale. Disegno e narrazione nell’opera di John Berger. Propongo una breve conversazione con l’autore che discute con passione e competenza alcuni luoghi bergeriani.

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Scritto 39

Pasquale Fracasso: Zzarrisciata, 2018.

Accade che un’immagine o una frase o un frammento di testo si depositino nella mente: la mente risponde, monta altri materiali tra di loro, intesse relazioni e cerca analogie: la mente lavora sui materiali dati, antiromantica e materialista agisce sulla cosa-testo, lo manipola e ne viene manipolata: interferenze o disturbi o distorsioni non sono esclusi: perché il testo non rappresenta né descrive il mondo, ma sta nel mondo, cosa tra le cose: ne riceve e gli restituisce riflessi: l’accadimento linguistico getta il testo nel mondo e contemporaneamente lo distanzia da esso: testo-cosa che nel suo accadere linguistico è coscienza del proprio stare dentro il mondo autoindividuandosi.

Breve nota a “Nuovo Inizio” di Gianluca D’Andrea

Leggo Nuovo Inizio di Gianluca D’Andrea come un ambizioso, coraggioso poema contemporaneo, come un multiforme progetto, come una rischiosa proposta. E dico subito che quel mio leggo possiede già un difetto, perché esso fa pensare alla lettura di un testo almeno lineare, di un testo composto secondo la tradizionale scansione in versi e in pagine, scansione che continua, spesso, ad accomunare pubblicazioni “in rete” e pubblicazioni cartacee. E, invece, Nuovo Inizio è sì un poema, ma è anche un esperimento e, dicevo, una rischiosa proposta perché Gianluca, che ha già all’attivo pubblicazioni in volume di notevole valore e la cui poetica è estremamente consapevole e avvertita, ben lontana da qualunque intimismo e vezzo letterario, ha voluto, direi ha accettato il rischio di comporre quello ch’egli stesso definisce ipertesto e l’ha fatto coerentemente con lo sviluppo delle sue riflessioni e, appunto, della sua poetica. Continua a leggere Breve nota a “Nuovo Inizio” di Gianluca D’Andrea

I calcionauti di Lutz Seiler

Antonio Devicienti

Tra le pagine più riuscite del già notevole libro di Lutz Seiler im felderlatein (nel latino dei campi, Berlino, Suhrkamp, 2010) ci sono le tre del poemetto die fussinauten (i calcionauti). Se è vero che la DDR ha annoverato durante i suoi quarant’anni d’esistenza una nient’affatto piccola schiera di poeti d’altissimo valore, è anche vero che la riunificazione tedesca (data ufficiale: 3 ottobre 1990) ha portato con sé la necessità di ripensare certi temi, certi paesaggi, certi stilemi. E Lutz Seiler è protagonista di primissimo piano: nato nel 1963, ha conosciuto dall’interno il sistema politico, educativo, militare, letterario della Repubblica Democratica Tedesca, la sua infanzia, giovinezza e prima maturità (sino al novembre 1989, anno della caduta del Muro di Berlino) si sono svolte entro l’orizzonte tedesco-orientale e della guerra fredda, l’inizio della seconda maturità ha avuto, invece, come sfondo storico-sociale la Wende (la “svolta” come in Germania è chiamata la riunificazione) e il faticoso, ancora oggi problematico e non concluso processo di quella stessa riunificazione. […]

(Leggi l’intero articolo su Zibaldoni e altre meraviglie)

Pensare il volo (9)

Pensare il volo, pensarlo come slancio della mente e dello sguardo, identificarlo con il necessitato senso di libertà e con il sogno, lucidissimo, di menti intese a liberarsi dal giogo della gravità.

Fotografia di James Closty.

Merce Cunningham e John Cage giocano a scacchi: pensare il volo, ecco, è questo: estranei attorno, forse trambusto dagli altoparlanti e di chi passa lì vicino, forse l’attesa dell’imbarco e loro due, innamorati, che giocano, concentratissimi, a scacchi.
Pensare il volo è intrattenere colloqui d’amore: una scacchiera portatile (ma potrebbe essere anche un pianoforte o potrebbero essere i piedi che danzano), una partita iniziata magari chissà quando e proseguita per interruzioni e riprese traverso un tempo che continuamente transita per luoghi e per occasioni.
Uscire fuori dal tempo degli altri, immergersi nel proprio tempo che si fa bolla luminosa: corrispondenza d’amorosi sensi: affinità elettive: piedi a percuotere il suolo, a strisciarvi sopra, a camminarvi, a muovervisi per cerchi o per tratti rettilinei, per balzi o per archi di volo: suoni che sono la vita stessa, continui incessanti spostamenti di onde invisibili ma udibili, echi e battiti, frequenze e ampiezze e oscillazioni.

Scritto 38

Pasquale Fracasso, Zarrisciata, 2018.

per un amico

Facile dire: “va’ oltre il dolore che senti nel corpo, entra nella parola e riuscirai a spegnere i morsi che senti nel corpo”.
Il corpo non si lascia dimenticare, il corpo rivendica incessante la propria presenza.
Il tempo è materiato di corpo che, se dolora, misura il tempo con cadenze di coltello.
Lotta la parola con l’angoscia e con un’aspettazione che è un sostare sul bordo del buio.
Ciascun corpo è solo nel suo involucro di dolore.
Se la parola si schiude (ed essa vuole schiudersi) essa esalta e illumina, ma è breve l’istante, poi tornano i passi che chiedono per quanto ancora e se finirà e se forse non finirà.
Non so scrivere alcuna consolatio ad amicum meum perché, oltre e malgrado l’amore totale per la parola, so che la parola non può risolvere il dolore del corpo quando esso varca il limite che solo la mente e solo il corpo sanno, presentono e sentono.
Abbiamo da sempre questo divaricato destino: le regioni illimiti della parola e la guaina talvolta dolorante di un corpo che è sostanza di finitudine.

Pensare il volo (8)

Pensare il volo, pensarlo come slancio della mente e dello sguardo, identificarlo con il necessitato senso di libertà e con il sogno, lucidissimo, di menti intese a liberarsi dal giogo della gravità.

Pierre Tal Coat: Envol, 1974.

Ma la gravità richiama alla terra, trattiene, forse talvolta impedisce, certamente sta in rapporto dialettico con il desiderio di volo, con un’idea di leggerezza.
Quando a metà degli anni Settanta Pierre Tal Coat vede planare e poi di nuovo levarsi in volo sul Lago Lemano due gabbiani ne dipinge quell’atto, certamente, ma ponendosi innanzi a due problemi da risolvere: come dipingere quel volo che è movimento, ma, anche, come dipingere il paesaggio che, materiato di luce, è a sua volta in perpetuo moto – il rischio è quello di dipingere l’uno immobilizzando l’altro.
Il movimento è, invece, doppio e concomitante, doppio e libero, doppio e danzante.
È così che sul foglio di carta si mostra il movimento della mano, del braccio e del pennello dell’artista che fa tutt’uno con quel volo e con quel paesaggio divenuto pura luce (aria, acqua, vegetazione: soltanto luce in moto), il volo dei gabbiani diventa il volo stesso del tratto pittorico in atto, in moto, in danzante elevazione: volo del dipingere che mostra sé stesso.
Envol: prendere il volo: staccarsi dalla superficie lacustre con l’energia di uno slancio del pensiero che salendo incrocia vortici d’aria e di luce: cabrare pur rimanendo fedeli all’acqua e alla terra: doppio moto, doppia ascesa che cercherà una nuova, rapidissima discesa e, di nuovo, il levarsi verso l’alto.

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Scritto 37

Pasquale Fracasso: Zzarrisciata, 2018.

L’universo testuale sembra illimitato e capace di contenere il testo (i testi) nelle forme più diversificate.
Prendiamo John Donne Poesie amorose Poesie teologiche a cura di Cristina Campo (Einaudi, Torino 1971): prendiamo non i testi di Donne (tra l’altro dati nella lingua e nella versione originale), ma la traduzione e (è questo che qui m’interessa) l’Introduzione di Cristina Campo e le sue Note – prendiamo la sua scelta che non vuole offrire una qualche panoramica del poeta inglese in lingua italiana, ma, come sempre per Campo, è tappa fondante della sua ricerca intellettuale e interiore trattandosi di una scelta per empatia e condotta lungo un sentiero personale: non è dunque solo un atto (pur altissimo) di carattere culturale, ma esso affonda nel pensiero e nell’inquieto movimento del pensiero di Cristina Campo, si dà come opera integralmente campiana, come manifestazione di una scrittura che, quindi, si concerta in testo superando (da parte mia direi: ignorando) campi d’azione accademicamente separati e individuati per darsi come creazione personale nel mentre vengono attraversati i testi di Donne, vengono trascelti e tradotti, ma: seguendo e rinnovando la luminosa prassi del commento il quale è capace di accamparsi a sua volta come ammirevole itinerario che nello stesso tempo è al servizio del testo originario e guadagna la dignità di testo anche indipendente, anche a sua volta originario e originale. Continua a leggere Scritto 37

Pensare il volo (7)

Pensare il volo, pensarlo come slancio della mente e dello sguardo, identificarlo con il necessitato senso di libertà e con il sogno, lucidissimo, di menti intese a liberarsi dal giogo della gravità.

Enigmatic Whisper

Quando Rosa Barba riprende le sculture sospese nell’atelier di Alexander Calder e, montando il film, associa le immagini delle opere in moto al suono di quel medesimo loro incessante muoversi, ne fa, insomma, la colonna sonora del proprio lavoro, congiunge in un unico atto filmico il proprio incantamento per l’arte calderiana, l’idea di arte in Calder – liberazione traverso il movimento e la leggerezza: le strutture e le forme sospese sono mosse soltanto dal moto, altrimenti invisibile, dell’aria -, la presenza costante del suono, il variare della luce lungo l’arco del giorno.

Leggo Pascal Quignard: Olivier Messiaen, nel cuore del XX secolo, ha scritto: «Gli uccelli sono i più grandi musicisti del pianeta». Andava ripetendo che «uccellini e uccelline» sono i «maestri degli uomini». Che rappresentano i «testimoni naturali della musicalità assoluta durante l’evoluzione nel corso del tempo». […] La casa dove vivo in una stradina di Parigi è vicina a quella dove viveva Messiaen. Là vive ancora suo figlio. Ci separa un giardino ridiventato selvaggio. È un perduto da aggiungere alla Perduta, che è la natura stessa. Condividiamo lo stesso usignolo, gli stessi merli scuri, le stesse grida laceranti dei gatti, la notte, come bambini che piangonoBute (Analogon edizioni, Asti 2014, traduzione di Angela Peduto, pagine 34 e 35).
Suono ed empito al volo sono dunque concomitanti, si alimentano a vicenda, si liberano a vicenda. E a Parigi si può abitare un tempo specialissimo nel quale continuare a essere contemporanei di Olivier Messiaen.

Pensare il volo (6)

Pensare il volo, pensarlo come slancio della mente e dello sguardo, identificarlo con il necessitato senso di libertà e con il sogno, lucidissimo, di menti intese a liberarsi dal giogo della gravità.

Marino Marini: Cavaliere, 1955.

Cavallo e cavaliere pensati e ripensati per anni, lungo anni, in conseguenza degli anni: idea e visione, intuizione e forma traversando anni di guerra, di angoscia, di speranza, di disillusione: cavallo e cavaliere cifra o geroglifico o segno o monogramma o immagine o presenza o pienezza di pensiero per contrappunto al tempo della storia: volo della mente inscritto su due linee incrociantesi (orizzontalità del cavallo, verticalità del cavaliere: direzione l’una parallela a quella del suolo terrestre, l’altra a esso perpendicolare, verticalità che collega terra e cielo) – ma anche capaci il cavallo e il cavaliere di torcersi, di tendersi, di mostrare con il tendersi con il torcersi delle membra il dolore e l’angoscia.
Il volo della mente trasforma in pensiero la materia, in visione il pensiero, in spazio la visione: pensare il volo del pensiero mentre cavallo e cavaliere spezzano l’inviolabilità della soglia, varcano e mostrano il tragico che affila gli artigli poco oltre.

Pensare il volo (5)

Pensare il volo, pensarlo come slancio della mente e dello sguardo, identificarlo con il necessitato senso di libertà e con il sogno, lucidissimo, di menti intese a liberarsi dal giogo della gravità.

Leggo Pascal Quignard, leggo Bute (Analogon edizioni, Asti, 2014, traduzione di Angela Peduto, pagina 60): Timogene ha scritto: di tutte le attività colte la musica è la più antica, solo il movimento della luna la precede.
Bute, uno degli Argonauti, si getta senza esitazione nel mare per raggiungere a nuoto l’isola delle Sirene allorché la nave Argo giunge nei suoi pressi mentre Orfeo intona il canto che vinca il canto delle Sirene e salvi i compagni – Quignard dedica l’intero libro al gesto di Bute e alla musica (Rari, molto rari, gli umani che si gettano nell’acqua per raggiungerne la voce, la voce infinitamente lontana, la voce nemmeno voce, il canto non ancora articolato che viene dalla penombra.
Qualche musicista.
Qualche scrittore più silenzioso di altri, dentro pagine ancora più mute – op. cit. pagine 76 e 77).
E non riesco a scorgere differenza o distanza tra il desiderio del volo (o, almeno, di librarsi al di sopra dei ganci e degli artigli e dei lacci che tentano di trattenere, di legare, di frenare, d’impedire) e lo slancio del tuffo di Bute verso l’acqua, ch’è pure del tuffatore di Paestum (anche a lui Quignard fa riferimento) – è la mente che sceglie lo slancio a capofitto, in giù, appunto, apparentemente opposto allo slancio teso verso l’alto, al salto o al distacco dal suolo: ma determinante è, credo, il fatto che sia la mente a scegliere il tuffo o il salto, il che è l’esatto contrario che subire il salto o il tuffo; Bute obbedisce al richiamo dell’origine, il desiderio del volo segue quel richiamo come se esso provenisse da un’altra acqua, fatta di luce e di aria; e, infatti, è il movimento della luna una delle fascinazioni che attraggono al volo e che suggerisce ritmi musicali, così come il canto delle Sirene attrae al tuffo a capofitto nel mare. E la musica sembra stare nei pressi dell’origine, subito dopo il moto anch’esso musicale della luna.
Se poi la scrittura non dimentica, a sua volta, la propria anima musicale, allora il desiderio di volo e il desiderio di nuoto si ricongiungono in movimento di danza che attraversa il corpo anche (e proprio) mentre scrive.

Pensare il volo (4)

Pensare il volo, pensarlo come slancio della mente e dello sguardo, identificarlo con il necessitato senso di libertà e con il sogno, lucidissimo, di menti intese a liberarsi dal giogo della gravità.

Rebecca Chappell: illustrazione per “Le città invisibili” di Italo Calvino.

Amo i tetti di Parigi, quell’elevazione vastissima tra la Senna e la mente: in una fotografia Italo Calvino passeggia, scrittore-barone rampante, sopra i tetti di Parigi. Ma noi abbiamo dimenticato la lezione libertaria di Cosimo di Rondò e il balzo leggero e geniale di Cavalcanti oltre le arche di marmo.
Di Parigi ricordo la terrazza vastissima dell’Institut du Monde arabe donde benissimo si contempla l’abside di Notre Dame – ma è il tetto del Beaubourg a richiamarmi: tenersi in equilibrio sulle sue cuspidi – non penso affatto al caffè per turisti danarosi allestito all’ultimo piano dell’edificio (oscena insignificanza dei luoghi trendy) – no: penso proprio a un fantasticante andare lungo e sulle tubature a vista e tra le griglie metalliche e guardare Parigi dal vertice della mia contemporaneità, cuspidi non più gotiche, naturalmente, ma novecentesche, piegate e sagomate in gomiti e curve donde guardare la città stratificata e sulle quali coltivare una mia passione di funambolo perdigiorno (scrittura è arte di funamboli, camminare sopra invisibili fili dai quali facile è il rovinoso, goffo precipitare).

OISEAUX

Flammes sans cesse changeant d’aire
qu’à peine on voit quand elles passent

Cris en mouvement dans l’espace

Peu ont la vision assez claire
pour chanter même dans la nuit

Philippe Jaccottet da Airs (1961 – 1964)

È ben vero che il volo possa essere grida e richiami in moto nello spazio (lo spazio è altezza, larghezza e profondità, ma anche suono e visione) e altrettanto vero è che occorre una visione chiara e ferma per attraversare la notte quando sopraggiunge.

Pensare il volo (3)

Pensare il volo, pensarlo come slancio della mente e dello sguardo, identificarlo con il necessitato senso di libertà e con il sogno, lucidissimo, di menti intese a liberarsi dal giogo della gravità.

Richard Serra: East-West / West-East, Doha (Qatar), 2014.

È nella percezione che il peso mostra l’eventuale distanza tra il proprio valore reale e la sua manifestazione visiva: si pensi ai pannelli di Richard Serra, davvero gravosi in termini di peso fisico, i quali trasmettono però allo sguardo la sensazione della leggerezza, come se il progetto dell’artista fosse quello di liberare la materia dalla forza di gravità, studiando la dialettica che unisce la terra e la materia lavorata, quella che mi azzarderei a chiamare la fatalità della forza di gravità che si esercita sui corpi e che l’arte cerca di superare in un empito che è, contemporaneamente, riconoscimento della terrestrità della materia stessa e intervento su di essa non per negarne la terrestrità, ma per liberarla da quei legacci che la trattengono o la frenano o la imprigionano nella pesantezza (o questa è l’impressione che la mente ne ricava). Ecco allora il desiderio di vincere la forza di gravità, di risolvere la gravosità della materia quando quella è avvertita come negativa e limitante, massa impediente (e non sempre, in verità, lo è). L’arte cerca il luogo e il momento nei quali lo slancio del pensiero riesce a togliere peso all’esistere permettendogli di passare traverso una fessurazione che s’apre allo sguardo, che apre lo sguardo.

Pensare il volo (2)

Pensare il volo, pensarlo come slancio della mente e dello sguardo, identificarlo con il necessitato senso di libertà e con il sogno, lucidissimo, di menti intese a liberarsi dal giogo della gravità.

Eduardo Chillida: Gravitación. Elogio del agua, 1987.

Tra il 1976 e il 1977 Eduardo Chillida crea Haizearen orrazia XV, in spagnolo Peine del Viento XV (il Pettine del Vento, quindicesima versione di un tema che lo accompagna fin dal 1952) – Chillida pensa dapprima a una sola scultura, poi decide che debbano essere tre e le colloca nella Baia di La Concha, all’altezza della spiaggia di Ondarreta a San Sebastián: pesanti ognuna circa dieci tonnellate, in acciaio corten trattato, esse rendono visibile una cifra peculiare dell’arte di Chillida, vale a dire alludono a dita o a ganci protesi ad accogliere qualcosa; il luogo per il quale vengono pensate ha un profondo significato per l’artista, è lo stesso in cui si recava fin dall’infanzia per trovare tranquillità e per ammirarvi il mare e l’orizzonte.
Chillida e l’équipe di tecnici e operai che lo coadiuvano devono superare non pochi problemi relativi alla realizzazione delle tre sculture e alla loro collocazione (le notevoli difficoltà derivano dal dover assemblare le varie parti di ogni singola scultura, dal trasporto fino alla baia di quegli elementi così pesanti e dall’installazione delle tre sculture sugli scogli) – il risultato trasmette allo sguardo una sensazione di leggerezza e di giocosità, di festa direi, perché davvero il vento entrando in città dal mare viene pettinato e accarezzato, mobilissimo elemento.
Trenta tonnellate di peso abbarbicate alla scogliera ma capaci di trasmettere una sensazione di leggerezza – e c’è affinità con le Gravitaciones di fogli di carta ritagliati e sovrapposti, sospesi alle pareti tramite fili e gravitanti per loro materica costituzione (carta o talvolta feltro, soggetti quindi alla gravità terrestre), per loro figurale manifestazione (ritagli, inchiostrature, accostamenti, sovrapposizioni e nascondimenti), per loro stare sospesi alla parete.

Pensare il volo (1)

Pensare il volo, pensarlo come slancio della mente e dello sguardo, identificarlo con il necessitato senso di libertà e con il sogno, lucidissimo, di menti intese a liberarsi dal giogo della gravità.

Una fotografia mostra Emilio Vedova mentre effettua una prova di lancio dell’aquilone dipinto con gli stessi motivi e con i medesimi colori che caratterizzano la serie in continuum, compenetrazioni/traslati ’87/’88: il Canale della Giudecca e la Chiesa del Redentore alle sue spalle, l’artista, macchiato di colore e ritto nello sforzo del lancio, dedica serietà e impegno al progetto che chiama un Drachen per Osaka con il quale partecipa all’iniziativa di ampio respiro del Goethe Institut della città giapponese (Bilder für den Himmel. Kunstdrachen) e che implica che molti artisti disegnino o dipingano gli aquiloni che maestri giapponesi avrebbero assemblato e che per almeno tre anni sarebbero stati lanciati e fatti volare in vari luoghi del pianeta.
L’arte energica e materica di Emilio Vedova sa farsi aerea e lieve, seriamente giocosa: senza per nulla scollarsi dal ductus della ricerca artistica e politica vedoviana.
L’aquilone, accogliendo anche un’antichissima tradizione giapponese che ne fa un mezzo di contatto tra terra e cielo, si leverà nel cielo sollevato e sostenuto dal vento e i segni pittorici di Vedova sono i medesimi, pura energia di pensiero, dei dischi e dei plurimi, furibondi atti di pensiero.

Sul concetto di scrittofigurazione nell’opera di Yves Bergeret

C’è un aspetto da non trascurare, ma, invece, da sottolineare e studiare nell’opera di Yves Bergeret, vale a dire il fatto che scrittura e pittura formino un tutto inscindibile – darei a questo aspetto il nome di scrittofigurazione e vado subito a spiegare che cosa intendo. Continua a leggere Sul concetto di scrittofigurazione nell’opera di Yves Bergeret

Scritto 36

Pasquale Fracasso: Zzarrisciata, 2018.

Derek Jarman acquistò un cottage di legno (Prospect Cottage) a Dungeness nel Kent che gli si profilò subito come pausa di serenità dai frequenti ricoveri ospedalieri cui doveva sottoporsi; lì il regista mise mano a un giardino, esistente ancora oggi, e sulla parete esterna che guarda a oriente fece scolpire nel legno le parole di una poesia di John Donne:

Busy old fool, unruly Sun,
Why dost thou thus,
Through windows, and through curtains, call on us?
Must to thy motions lovers’ seasons run?
Saucy pedantic wretch, go chide
Late school-boys and sour prentices,
Go tell court-huntsmen that the king will ride,
Call country ants to harvest offices;
Love, all alike, no season knows nor clime,
Nor hours, days, months, which are the rags of time.
In that the world’s contracted thus;
Thine age asks ease, and since thy duties be
To warm the world, that’s done in warming us.
Shine here to us, and thou art everywhere;
This bed thy center is, these walls thy sphere.

La forte esposizione ai venti marini e alla salsedine furono sfida ardua per Jarman che seppe intessere un giardino di ciottoli e piante basse, capaci di resistere alle intemperanze delle stagioni e alla prossimità di un mare non sempre clemente, irrinunciabilmente aspro, vasto, presente.
Da un lato il cottage di Dungeness vede una centrale nucleare, da un altro si scorgono in lontananza molti alti tralicci e nel giardino Jarman volle accogliere anche avanzi di legno o di metallo trovati sulla spiaggia, sculture loro malgrado, spontanee formazioni e trasformazioni di manufatti già umani e che il mare, il sale, il vento, gli urti e gli abbandoni avevano trasformato in silenziosi visitatori e poi ospiti del giardino e della mente di Derek Jarman.
Un cottage di legno dipinto di nero, stanze piene di libri, un giardino di laconica bellezza, spoglia e adulta.

Scritto 35

Pasquale Fracasso: Zzarrisciata, 2018.

La Hütte (la capanna) nel cuore della Turingia dove a matita Goethe lascia dei versi (forse questi): über allen Gipfeln / ist Ruh – su tutte le cime (dei monti) c’è pace – in allen Wipfeln / spürest Du / kaum einen Hauch – in tutte le cime (degli alberi) avverti appena un alito: assonanza forte tra Gipfeln e Wipfeln, cime di verticalità che si corrispondono e si rincorrono, trascinando lo sguardo (o, in questo caso, l’orecchio dello sguardo) verso l’alto – il tedesco Ruh ha la u lunga ed è appena un’emissione di fiato (pace, riposo, silenzio), inciampa nel Du, più breve, ma capace di aggiungersi a quella variazione apofonica tra u e ü e, infatti, kaum / einen / Hauch sopravvengono concatenandosi in un’ulteriore sequenza di velari e fricative (k – h- -ch) e di dittongazioni (au – ai – au).
Die Vögelein schweigen im Walde (e adesso è a il suono dominante) – gli uccellini tacciono nel bosco. / Devi solo attendere: presto / riposerai anche tu: Warte nur! Balde / Ruhest du auch ed ecco che si ripetono le insistenze del vocalismo in u, variato ora dal suo prolungarsi in -r, ora dal puro allungamento vocalico (-uh), ora di nuovo apocopato nella u di du, ora, ancora, dalla sua dittongazione, dove auch (anche) richiama Hauch (alito).

Come pagina la parete di legno di una capanna, come itinerario una Wanderung in cerca di quiete.
Ma la Hütte del filosofo di Sein und Zeit, nel cuore della Foresta Nera, avrebbe suscitato quasi 180 anni dopo la Wanderung goethiana l’inquietudine tragica del poeta venuto da Czernowitz ad ascoltare una parola di pentimento o di riparazione – che non venne: Paul Celan vergò poche righe nel libro degli ospiti e ospiti vi erano stati anche gerarchi delle SS e della Gestapo ed egli sentì tutto il ribrezzo e tutto l’orrore per quella concomitanza. A Todtnauberg la morte in cima a un monte s’ebbe un epilogo e un annuncio (Pont Mirabeau, la Senna, aprile 1970).

Capanne (Hütten), case di legno isolate nel bosco o nella brughiera: a Bargfeld, nella solitudine più feconda, Arno Schmidt scava nell’anima più profonda e fonda della lingua tedesca e sa e trova che sta nelle radici della lingua la parabola di violenza (ma anche di luce) della storia di un popolo e di un continente.

Scritto 34

Pasquale Fracasso: Zzarrisciata, 2018

La porta sprangata della poesia di Mandel’štam: На замок закрыты ворота – Paul Celan traduce Riegel, vor das Tor gelegt e Jaccottet Le verrou est tiré sur le portail; Remo Faccani rende La porta del cortile è ben sprangata e Antonella Anedda: La catena è tirata sul portale – è la porta sbarrata che impedisce di varcare la soglia del poema quando il poema va a confrontarsi con la morte per violenza.
Умывался ночью на двореmi lavavo all’aperto ch’era notte traduce Remo Faccani il primo verso della lirica del 1921 e Celan: Nachts, vorm Haus, da wusch ich mich e Jaccottet: Je me suis lavé, de nuit, dans la cour. In effetti двор rende, in russo, i vocaboli corte / cortile, l’espressione на дворе significa sia nel cortile che all’aperto: c’è, allora, un cortile del mondo, il luogo dell’aperto dove andare a lavarsi, nella notte della storia, come per prepararsi a un battesimo o, addirittura, per battezzarsi (poeti?) da soli nella solitudine e nel buio. Oppure l’abluzione rituale è necessaria prima di ogni atto di scrittura che voglia andare incontro al morire di un essere umano: laica pietas senza teologia e senza escatologia, totalmente, duramente terrestre. Continua a leggere Scritto 34