Archivi categoria: antonio devicienti

Scritto 31

Richard Serra: Drawing in Five Parts (2005).

Gli spazi del testo, tipograficamente delimitati, sanno dilatarsi potenzialmente all’infinito grazie al contenuto del testo (pensare al testo come a un recipiente che, pur limitato, può – almeno in teoria o per forza immaginativa di chi lo scrive – contenere l’illimite).

Ma qui nella Dimora del Tempo sospeso venire a ripensare gli spazi fisici del testo: ebbene, il singolo testo è affioramento o nodo di una struttura rizomatica che, invisibile ma presente, s’estende per link e pagine interconnesse e sequenze di occorrenze.

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Scritto 30

Richard Serra: Drawing in Five Parts (2005).

L’opera I Giardini di Adone di Sophie Ko è una grande verticale lastra di vetro nella quale l’artista ha inserito rametti e fuscelli provenienti da nidi e ali di farfalla: aereo e trasparente giardino, fragile eppure intessuto di elementi capaci d’imporsi alla mente proprio traverso la loro fragilità.
Chi guarda non osa avvicinarsi oltre una certa misura, spiega l’artista: la supposta fragilità del vetro obbliga a osservare un’istintiva distanza.
Un giardino nel quale non si entra fisicamente, ma che si contempla o nel quale ci si aggira per forza immaginativa. Un giardino figurale affine alle miniature medioevali o alle rappresentazioni rinascimentali del Giardino e in pericolo d’essere perduto per sempre.
Diafana e sospesa l’opera I Giardini di Adone impercettibilmente oscilla tra lutto e trasparenza di una luce che vuol farsi strada, caparbia.

Su “Frattura composta di un nome” di Andrea Accardi

Con un’interessante scelta anche editoriale Andrea Accardi pubblica, alcuni mesi dopo Frattura composta di un luogo (Borgomanero, Giuliano Ladolfi Editore, settembre 2019), Frattura composta di un nome (ivi, febbraio 2020), una sorta di “riavvolgimento del nastro” del libro di poco precedente, mi scrive l’autore – lo stesso è detto nella quarta di copertina: l’autore riavvolge il nastro e ripercorre la stessa struttura (Il luogo – I nomi – Le voci) e lo stesso lasso di tempo (…). Stavolta però viene dato finalmente spazio alla ragazza scomparsa (e al suo nome) prima della sparizione.

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Prosa di marzo

Pierre Tal Coat: Dans les champs, acquerello, 1959.

Ora, in questo virare dell’equinozio, la casa del poeta sarà ancora più loquace: guscio di pensiero.
È un guscio d’antichissima pietra, vertiginosa una scala conduce dal piano stradale alle camere superiori.
Ma la casa di un poeta non si lascia descrivere, entra invece nella scrittura con la finestrella che guarda la montagna, con la finestra della camera che scavalca il vicolo, con la terza finestra che guarda la strada lastricata: s’impadronisce della scrittura.
La grande parete sulla quale, posati i segni della sua sapienza, il giovane venuto da Koyo seppe far dono con l’eleganza semplice e naturale dell’amicizia, con la nobiltà d’antichissima civiltà, con lo slancio di chi porta la parola del vento dentro di sé, sbaraglia ogni parigina raffinatezza: e apre una fessura nella sicumera europea. Continua a leggere Prosa di marzo

Studio sul “Gioco del diabolo” (1955)

(Massimo Campigli: nel ritmo e nell’allusione – devo a una recente conversazione con il carissimo Pasquale Fracasso l’idea di studiare un dipinto di Campigli; tra le numerose opere dedicate dal pittore al gioco del diabolo ne ho scelta una provandomi in una lettura ritmica che, al di là del caso specifico, vorrebbe riflettere sull’importanza determinante e significante del ritmo e dell’allusione).
Tralascerò ogni riferimento biografico, psicoanalitico o simbolico e studierò questo dipinto di Massimo Campigli (Il gioco del diabolo, 1955, olio su tela 37,5 x 53,5 cm) da una prospettiva puramente ritmica, come si trattasse di un fraseggio in poesia o di un testo in prosa poetica; farò così perché mi colpisce la coincidenza, che mi sembra di scorgere qui, tra stasi e moto, perché la fissità delle figure è capace di ritmo e lo spazio si crea per la sola presenza delle figure, così come il testo scritto è un movimento alluso dalla stasi delle parole stampate (il testo è anche uno spartito musicale) e il suo spazio è l’armonioso disporsi dei segni.

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Scritto 29

Richard Serra: Drawing in Five Parts (2005).

(Sophie Ko: Kaspar Hauser, acquerello) Questi segni, pochi e leggerissimi, hanno la potenza dell’allegoria, ché il Kaspar Hauser di Sophie Ko è allegoria dell’esistenza umana. La barca come sospesa nel gran bianco del foglio e la figurina del rematore (contratto dallo sforzo il busto teso in avanti).
Quello di Sophie Ko è un (bellissimo) atto di astrazione perché dalla vicenda di Kaspar Hauser l’artista non isola alcun episodio al fine di renderlo paradigmatico, ma inventa un’immagine di abissale significanza.

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Scritto 28

Richard Serra: Drawing in Five Parts (2005).

Testo e testa non possiedono una radice etimologica comune (e non uso “testo” qui nel significato di “coperchio” o “teglia di coccio” che ha, in tal caso sì, la medesima derivazione etimologica di “testa”), i due vocaboli coincidono quasi totalmente dal punto di vista grafico e fonetico, ma sembrano abissalmente distare l’uno dall’altro: e tuttavia mi si appalesa una loro vicinanza se, guardando le teste di Piero Manai, per somiglianza penso a un testo conchiuso nel suo dolorare, staccato dal corpo della scrittura, tenuto tra due mani (forse impotenti, certamente pietose), offerto allo sguardo. Continua a leggere Scritto 28

Tiresia, sguardi, veli, visioni, cancelli, porte, balbettii, sondaggi

Il 27 febbraio 2020 Federico Federici ha pubblicato, nel suo spazio Weisses Werk, una propria creazione di scrittura asemica e di poesia visiva intitolata Tiresias’ Gate: qui di seguito proverò non a spiegare o a illustrare l’opera, ma, invece, a commentarla, anche perché i migliori risultati di scrittura asemica non possono (e non devono) essere avvicinati continuando ad affidarsi pigramente ad abitudini di “lettura” derivate dall’approccio critico impiegato per la scrittura lineare e che facilmente si rivelerebbero fallaci e insufficienti: già di per sé la scrittura asemica e la poesia visiva vogliono andare oltre una certa tradizione e superare certe abitudini di lettura e d’interpretazione, certi atteggiamenti consolidati. Continua a leggere Tiresia, sguardi, veli, visioni, cancelli, porte, balbettii, sondaggi

Scritto 27

Richard Serra: Drawing in Five Parts (2005).

Il monacale, rigoroso esercizio d’Irma Blank: tracciare su fogli di carta linee continue senza mai sollevare il pennello – da un margine all’altro, un rigo sotto l’altro. L’obbligo autoimposto che i righi siano perfettamente orizzontali la costringe a grandissima concentrazione, a irrinunciabile pazienza: ogni rigo assume sue sprezzature perché il colore, esaurendosi lungo il tracciato, si compone in tonalità via via più chiare e pure la sua densità varia fino  quasi a dissolversi.
Ogni foglio offre in tal modo marezzature differenti ostense allo sguardo contemplante.
Non leggerli, ma guardarli è, allora, il senso di quegli arati paesaggi: la mente tutta assorta nella disciplina del suo progetto – mentre la mano rende visibile il pensiero, le sue andanze.
Irma Blank cerca il silenzio, severo esercizio della mente.

Scritto 26

Richard Serra: Drawing in Five Parts (2005).

Potrebbe essere stimolante immaginare il testo come una scatola o come un insieme di scatole: anche Rachel Whiteread riflette sul magistero morandiano e lo fa materializzando su mensole o scaffali o sedie le scatole presenti nelle nature morte del Maestro: Whiteread costruisce scatole e parallelepipedi in gesso o in metalli ossidati, li dipinge scegliendo la monocromaticità, li accosta seguendo un ritmo del vedere.
Nei primi mesi del 2014 l’artista inglese espone le sue scatole e i propri disegni che tematizzano il medesimo soggetto nelle sale del Museo d’Arte Moderna di Bologna (Study for Room): alle pareti sono esposti alcuni dipinti di Giorgio Morandi – s’instaura così un vero e proprio dialogo fra le opere, rimandi concettuali e spaziali, il tempo sospeso dell’accadere dell’arte diventa esperienza, tangibile presenza. Continua a leggere Scritto 26

Quaderni delle Officine (XCIV)

Quaderni delle Officine
XCIV. Febbraio 2020

quaderno part_ b_n

Antonio Devicienti

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Il lievitare dello smarrimento.
Su Mestizia dopo gli ultimi Racconti
e La genitiva Terra di Nanni Cagnone

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Il lievitare dello smarrimento

Antonio Devicienti
Nanni Cagnone

Cielo, pensato culmine,
concavità a cui s’imposero
leggende, mi volgo indietro
per vederti alto nel tempo
santificar colline,
fermo sui tumulti
con tua volubile eternità.

Altorivolgersi, credersi
accolti, poi ruzzolare,
all’orlo ultimo scoprire
che i libri servono soltanto
a ricordare le parole.

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Le mele di Michael Hamburger

Nel 2007 Tacita Dean gira un film in 16 mm della durata di 28 minuti il cui protagonista è il poeta e traduttore Michael Hamburger (Berlino / Charlottenburg, 1924 – Middleton / Suffolk, 2007).
Soltanto durante il montaggio, dichiara l’artista, le si appalesa il fatto che Michael Hamburger abbia parlato esclusivamente delle mele che coltiva nel suo frutteto e che raccoglie, mettendole a maturare e a riposare su tavolati all’interno della sua casa.
Inserendosi in un progetto a più voci che rifletta sul paesaggio e sulla storia della regione East-Anglia e che sia ispirato al libro di W. G. Sebald Gli anelli di Saturno, il lavoro di Tacita Dean sceglie Michael Hamburger perché gli è dedicato il settimo capitolo del libro. Continua a leggere Le mele di Michael Hamburger

Scritto 25

Richard Serra: Drawing in Five Parts (2005).

C’è una presenza luminosa e feconda nella ricerca (non soltanto figurativa) di questi nostri anni ed è quella del magistero etico e artistico di Giorgio Morandi.
Tacita Dean gira nel 2009 nello studio bolognese del pittore due film, Day for Night e Still life: il primo, in 16 mm della durata di 10 minuti, è muto, il secondo, anch’esso in 16 mm, muto, dura 5′ 30”.

Tacita Dean letteralmente dipinge e scrive con il medium filmico, o meglio, la pellicola e il silenzio sono pittura e scrittura in atto, si danno mentre avvengono ed esse avvengono mentre interrogano il fare (facere) e il fatto (factum) dei Maestri: da qui nascono i film (eccezionali, di rara originalità e bellezza, capaci di porsi oltre il mezzo puramente cinematografico) dedicati a Mario Merz, a Merce Cunningham, a Michael Hamburger…

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Breve saggio sull’andare (per un omaggio a Luigi Ghirri)

(per Pasquale F., Silvia e Anna)

C’è questo autoritratto di Luigi Ghirri, c’è questa sala d’aspetto di una stazione di provincia, c’è questo abbandono pensoso del fotografo, questa sosta pronta a farsi di nuovo viaggio, c’è questa panca di legno e il tavolo esso pure di legno, questa stufa (o forse c’era una stufa, sostituita dal calorifero: è rimasto il tubo traverso cui passava il fumo della combustione – ma no, è ancora una stufa), ci sono i due prospetti orari (Arrivi e Partenze), c’è questa porta aperta sull’esterno, c’è il pavimento a geometrie nere e bianche, ci sono le piante in vaso accanto alla panca e dietro la porta a vetri.

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Breve saggio su di una bottiglia blu (per un omaggio ad Avigdor Arikha)

Osservando i dipinti e i disegni di Avigdor Arikha si affacciano alla mente la parola preservare e l’espressione avere cura: prima ancora che analitico (o realista) lo sguardo dell’artista è pietoso e amorevole.

Nello studio dell’appartamento parigino di Samuel Beckett (Boulevard Saint Jacques, 38) una bottiglia blu piena di acqua minerale, oppure di pigmento blu, oppure semplicemente vuota o di piccole dimensioni e colma d’inchiostro stilografico non sarebbe stata incongrua: Beckett e Arikha che conversano, Beckett che osserva, concentratissimo, i disegni dell’amico, Arikha che gli parla di Velázquez.

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Scritto 24

Richard Serra: A Drawing in Five Parts (2005).

Vorrei che questo scritto somigliasse a certi disegni di Richard Serra: materica densità d’inchiostro raggrumato su foglio scabroso e ampio oppure scura traccia ricurva (semplice o raddoppiata o triplicata) – materia che sa farsi poi aerea e lieve – oppure orizzontali tracciati come linee di scrittura.
L’artista sparge sul tavolo i materiali, vi distende un foglio di carta giapponese o indiana fabbricata a mano per il suo recto e, agendo con un blocco d’acciaio o con uno stilo e col peso del proprio corpo, fa imprimere i materiali sulla carta: liberato dal pregiudizio realista o della verosimiglianza il disegno non rappresenta, ma letteralmente è lo spazio del suo farsi, il tempo del suo dispiegarsi, la tecnica stessa della e nella propria esecuzione.

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Scritto 23

Eduardo Chillida: Gravitación. Elogio del agua, 1987.

Tess Jaray : Versailles : perché Versailles? perché l’epicentro di ogni testo è il nome e le opere di Jaray sono texturae di geometrie e di colori (testi concrezionati di ritmo e di spazio, di vibrazioni della luce e di rigorose campiture) : si addentra lo sguardo, allora, in una versailles di rettilinei sentieri, di prospettive incrociate (diresti che l’ottagono irregolare suggerisca la pianta di Parigi, speculum in aenigmate, mise en abîme, in questa versailles di Tess Jaray, di giardini, di boschi, di labirinti, di una città percorsa dalla mente non per attraversamenti dello spazio, ma di tempo) : il nome è, contemporaneamente, evocazione e presenza, versailles / Versailles reggia giardino e spazio materiato di tempo.

Versailles alle porte di Parigi, una versailles per perdersi nei percorsi furibondi del pensiero, un montaggio di specchi a moltiplicare e dilatare l’adesso dell’occhio che osserva, della mano che tesse linee e colori sulla tela, dell’orecchio al cui orizzonte si affacciano altri nomi (Charlottenburg? Boboli? Capodimonte? Schönbrunn?)
Vista da qui Versailles ha nome d’orizzonte che si dilata, udita da qui Versailles ha forma di reticolo intessuto per percorsi di scienza della memoria.

Scritto 22

Eduardo Chillida: Gravitación. Elogio del agua, 1987.

Egon Schiele è felice mentre dipinge gli edifici di Krumau (materno borgo rannicchiato nell’ansa protettiva della Moldava) | li dipinge o li disegna (mente contemplante, sguardo aperto su finestre e facciate a graticcio, pagliai, legnaie, verande di legno, balconate, tetti spioventi, displuvi) | il testo si ritma così: per cadenze di finestre, porte, angoli, pareti verticali o leggermente inclinate | (ricordi la Reclusa di Amherst? I dwell in Possibility – a fairer House than Prose – more numerous of Windows – superior – for Doors – eccolo il senso di disegnare e dipingere più e più volte lo stesso borgo, perché le finestre e i tetti della lingua e della scrittura si fanno casa permeabile al mondo, attraversata dal mondo) | Krumau, Continua a leggere Scritto 22

Scritto 21

Eduardo Chillida: Gravitación. Elogio del agua, 1987.

Carla Accardi : tende : il testo che si fa, addirittura, casa : casa nomade e luminosa : segni sulle sue pareti leggere eppure protettive (dormire tra i segni, svegliarsi e guardarli, compiere le abluzioni mattutine, fare colazione, vedersi riflesse sulle mani e sugli abiti le forme di quei segni che il sole, provenendo dall’esterno, proietta).
Tende di Carla Accardi : il testo generoso di segni che invita a entrare, che circonda e accoglie, che invita a dimorare (etimologicamente: tardare, indugiare, attendere).

Luciano Fabro: habitat : linee pulitissime : rendere visibili le direzioni del guardare e del pensare : stare nel rigore della linea di sottilissimo acciaio che per geometrie d’intersezioni e di appena percettibili vibrazioni scrive (o de-scrive) poemi d’uno spazio ritmato da velature che lasciano filtrare la luce.