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Milano […] è fatta a cerchio: a proposito della “Città dell’orto” di Stefano Raimondi

Luca-Campigotto-Dalla-Terrazza-Martini-Milano-2013La città dell’orto di Stefano Raimondi viene riproposta (a partire dal mese di giugno 2021) dalla Vita felice di Milano a quasi vent’anni dalla prima pubblicazione presso l’Editore Casagrande di Bellinzona; è questa l’occasione che mi spinge a meditare sul libro, ma cercando di sostenere una tesi che, pur tenendo conto delle più che legittime e corrette interpretazioni anche in chiave biografica che reputo ormai assodate (questo libro è, inoltre, un “quasi esordio” in poesia per Raimondi), considera La città dell’orto traccia profonda dell’avvio alla poesia stessa, itinerario nel corso del quale Stefano Raimondi, prendendo coscienza della e oggettivando in linguaggio la “morte del padre”, inizia il proprio, originale cammino attraverso la scrittura facendo udire una voce immediatamente riconoscibile e peculiare per impostazione linguistica, ritmica e di  pensiero.  Continua a leggere Milano […] è fatta a cerchio: a proposito della “Città dell’orto” di Stefano Raimondi

Scritto 69

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Un disegno di John Berger contenuto in Bento’s Sketchbook (p. 133 dell’edizione tascabile, editrice Verso, 2015).

Non appartengo al mio tempo: non voglio appartenergli. Se mi dicono che sono “vecchio e sorpassato” neanche lontanamente sospettano la mia gioia nel sentirmelo dire: senza saperlo mi stanno dicendo che non appartengo a quelle migliaia di servi in fila dietro la porticina dei bossS dell’editoria per impetrare la pubblicazione dei miei scritti-merdine.

Non appartengo a nessuna confraternita, non lecco i piedi (o i culi, fate voi) di nessuno.

Nessuno legge le litanie chilometriche che scrivo (e che mi ostino a pubblicare): bene! – se sono onanista della scrittura o masochista scegliete voi, se vi fa piacere arrovellarvi su di una stronzata del genere.

Per quel che mi riguarda scrivo assaporando ogni attimo di libertà che la mia scrittura mi regala. 

  

Scritto 68

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Irma Blank: Orizzonte, 2005 (penna a sfera su poliestere)

Medito sulle ricerche di Virgilio Sieni e colgo anche nella scrittura la presenza del gesto che rende visibile uno spazio, ritma un tempo.

Non intendo il gesto di guidare la penna sul foglio o le dita sulla tastiera (esso pure sempre significativo), ma quel gesto che, porgendo la parola, avviando il fraseggio, si esplicita nell’ architettura impalpabile eppure determinante del testo.

E fantastico di un testo-gesto che nasca e scompaia nel momento stesso dell’improvvisazione, ripercuotendosi come traccia che appena righi il vetro trasparente della mente; osservo le foto di scena dove Sieni, Cuticchio e il pupo descrivono gesti come scrittura, effimeri ma duraturi nella memoria retinica di chi guarda.

Le reflet des lampes sur la vitre. Poèmes, comme un reflet qui ne s’éteindrait pas fatalement avec nous – Philippe Jaccottet, Ce peu de bruits (Éditions Gallimard, Paris 2008)

[…] la trasparenza è la sostanza che si definisce per il suo poter essere vista e quel medio in cui le forme si costituiscono come pura visibilità […] è quel qualcosa (aliquid) che permette ai corpi di divenire visibili – ai colori di costituirsi fuori dai corpi – e alla vista di ricevere la visibilità – Emanuele Coccia, La trasparenza delle immagini. Averroè e l’averroismo (Paravia Bruno Mondadori Editori, Milano, 2005, p. 113) 

La trasparenza accoglie i gesti, li rende visibili nel loro porgere sé stessi.

Guidato dai fili esterni il corpo di legno del pupo possiede la nudità del movimento; guidato dai fili interni dei tendini il corpo di muscoli e ossa obbedisce alla mente: entrambi i corpi a tracciare scritture che nello spazio appaiono e scompaiono, traiettorie di linguaggi senza parole.

La politica inizia nell’intimità: su “Essere con” di Forrest Gander

medusa-head _ganderBe with / Essere con (Benway series 14, Tielleci Editrice, Colorno 2020, traduzione di Alessandro De Francesco) di Forrest Gander è un libro d’amore nel quale la scrittura in poesia si fa capace di dire in modo inedito il dolore e il lutto, il ricordo e la passione.

Be with giunge dopo altri eccellenti libri in poesia, romanzi e saggi: Forrest Gander dimostra sempre di possedere uno sguardo sul mondo e sulle cose della scrittura ampio e, nello stesso tempo, profondo, costantemente innamorato del mondo e qui mi preme sottolineare che questa parola (mondo / world / κόσμος) significa, nei libri di Forrest Gander, ogni singola creatura, non importa se grande o piccola, se macroscopica o microscopica e addirittura invisibile, ogni singolo luogo del pianeta, ogni singolo essere umano – per questo ho voluto richiamare anche il termine greco nel suo significato di “tutto ordinato”, ché la scrittura ganderiana accoglie in sé ed esprime quest’incessante richiamarsi delle parti, questo corrispondersi dei fenomeni, delle esistenze, dei mutamenti: non è affatto un caso che una sorta di aforisma (the political begins in intimacy / La politica inizia nell’intimità – e il sottotitolo del libro in poesia più recente di Gander, Twice alive – New Directions, New York 2021 – suona An ecology of intimacies…) faccia da preludio all’intero libro stabilendo l’indissolubile legame tra ciò che è, appunto, intimo e ciò che appartiene alla sfera della polis, cioè di tutti.

da qui  (Via Lepsius)

Scritto 67

giorgio_morandiPietro Tripodo che traduce il Carme XI di Orazio e sembra inventare un altro testo scrive e riscrive quello che da una lingua trapassa nell’altra come si fa quando si filtra il vino e come mare che lucida instancabili sassi; come Bento quando tornisce le lenti Pietro Tripodo vede sempre più in trasparenza attraverso il testo oraziano e nel biancore mentale della visione, nelle botteghe degli astrologi stretti a ridosso della porta d’Ištar poesia e traduzione coincidono, futuro e presente sono uno.

La traduzione annulla il tempo? no: Pietro Tripodo sa di Orazio e si fa suo contemporaneo, ma Orazio, ovviamente, non ha mai saputo di Tripodo e che questi l’avrebbe tradotto in una lingua postuma. Il Carme XI spalanca il presente, ne stabilisce i cardini che stanno avvinghiati alla lingua, il tempo è il ritmo del parlare, Pietro Tripodo mentre traduce si fa tempo che trans-scorre per la punta della penna, la penna trascrive l’indifferente volontà di un qualche dio che forse decide il numero degl’inverni dati in sorte a ognuno e, trascrivendola, venendo a riconoscere quella divina indifferenza penna e scrittura s’appressano a un eroico tacere. 

Breve saggio su “morte di un amico che guardava”

brindisi_messoriMorte di un amico che guardava di Rocco Brindisi e Nella città del pane e dei postini di Giorgio Messori (di quest’ultimo ho già scritto qui) andrebbero letti a incastro, non importa se prima l’uno o l’altro, meglio insieme (una, due, tre pagine dell’uno e una, due, tre dell’altro) – ovviamente non mi riferisco a un incastro tra le “trame” dei due libri, ma penso a un incastro d’idee e di atmosfere, di modi di porgere la parola narrativa (che spesso è anche poetica per ritmo e per pause), di corrispondenze sentimentali, memoriali, geografiche.  Continua a leggere Breve saggio su “morte di un amico che guardava”

Dal verso al conflitto / si è spezzato il tempo: su “La terra del rimorso” di Stefano Modeo

tarantoIl demartiniano titolo La terra del rimorso (italic, Ancona 2018) di Stefano Modeo introduce immediatamente dentro un libro in poesia complesso e che della poesia, nella poesia cerca una prospettiva capace di capire il presente e le stratificazioni da cui esso scaturisce.

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Un’altalena vera deve avere / un’impalcatura di legno artigianale – su “Affrontare la gioia da soli” di Francesco Tomada

Alberto Burri, Sacco e rosso, 1954 Il più recente libro in poesia di Francesco Tomada, Affrontare la gioia da soli (Samuele Editore-Pordenonelegge 2021), s’impone per compattezza stilistica, asciuttezza di dizione, coerenza tematica, serietà d’intenti.

Esso continua e porta a perfezione un notevolissimo percorso iniziato con L’infanzia vista a qui (Sottomondo, 2005), A ogni cosa il suo nome (Le Voci della Luna, 2008), Portarsi avanti con gli addii (Raffaelli, 2014), Non si può imporre il colore ad una rosa (Carteggi Letterari, 2016) – si noti il ricorrere dei verbi all’infinito in diversi titoli che rimandano alla postura di una scrittura aderente al reale (ma non realistica in senso deteriore o passatista), acuminatissima nella sua perspicacia emotiva e memoriale, non sentimentale né elegiaca, sorvegliatissima senza essere artificiosa.

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Scritto 66

Pierre Tal Coat: Chemin vif, 1978

Impossibile dire quanto durerà il silenzio – e se sarà interrotto (gravi, anzi gravissime le sue ragioni). Si scrive come in uno stato di sospensione – o di equilibrio illusorio. È come voler tracciare impronte sull’acqua, l’impossibile acrobazia. Nel silenzio di cui parlo qui (abisso muto, quasi senza rifrazioni di suono) c’è una corda tesa da camminare e una promessa da mantenere: ma sotto la corda c’è buio che inghiotte lo sguardo e restituisce appena l’eco di una voce. A guardare nei giorni che verranno la scrittura si raggruma sull’orlo di un focolare di pietre: spento. La notte, intorno e fuori, non è governata.

Scritto 65

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Pierre Tal Coat: Chemin vif, 1978

Nel tempo apparentemente sterile si prepara il tempo fecondo della scrittura e nell’imprevedibilità di entrambi il pensiero ha accensioni di studio e d’attesa: la scrittura nasce dallo studio e dall’attesa.     

Non resuscito il fantasma ridicolo dell’ispirazione, ma coltivo la pazienza e l’umiltà dell’apprendistato, del mestiere, dell’osservazione.

Per variabili anche impreviste e per aggiustamenti, per inciampi del senso e bilanciamento delle parti, addentrandosi nel buio del linguaggio, per ambiguità e ambagi, andando, sempre andando, cassando con decisione ogni metafisica, ogni misticismo, cercando la lucidità proprio attraversando l’incerto e l’enigma.

Nel tempo apparentemente sterile l’immersione nel reale conduce a vedere: scrittura è sguardo che vuol farsi sonda acuminata nel reale mercantile e inafferrabile.

Profilo minore

Profilo minore di Federico Federici (Nino Aragno Editore, Torino 2021) è il risultato attuale di diverse riscritture, sovrapposizione di palinsesti che, in maniera del tutto cosciente, non hanno mai aspirato a una qualche definitività. Profilo minore vive, a mio parere, sotto il segno e nello spirito del principio d’indeterminazione di Heisenberg, inverando, al tempo stesso, l’imperativo rimbaudiano secondo il quale «Il faut être absolument moderne»: Federici non insegue alcuna moda né alcun mito della modernità, sia subito chiaro, ma è assolutamente moderno perché ha piena consapevolezza e ferma volontà di muoversi secondo il necessario (ormai impossibile da ignorare) cambio di paradigma (l’espressione, è noto, appartiene a Marco Giovenale) e in tal senso le descrizioni (o i tentativi di descrizione), le rappresentazioni, i modelli descrittivi dei fenomeni fisici secondo quanto continua a fare la scienza moderna da Heisenberg, Bohr, Pauli, Planck in poi impongono un paradigma di scrittura radicalmente altro rispetto a un passato più o meno recente, più o meno nobile, più o meno trascorso. […]

[Tratto da “La materia ruvida del testo: su Profilo minore di Federico Federici“, di imminente pubblicazione in “Quaderni delle Officine”, vol. CX, settembre 2021.]

Il centro dell’ombra e il fondo d’inchiostro: su “La forza prigioniera” di Anna Ruchat

envol_1974Stando all’ammonizione contenuta nella Nota di Domenico Brancale al libro di Anna Ruchat La forza prigioniera (Passigli Editore, Bagno a Ripoli 2021) – «Quando il poema è finito conviene tacere. Tutto ciò che si capisce è destinato a svanire. Anzi forse non è mai esistito. La poesia non è fatta per essere capita» (p. 85) – dovrei limitarmi a segnalare la pubblicazione del volume, magari raccomandandone caldamente la lettura; in effetti Domenico mi pone innanzi al legittimo e ineludibile dilemma nel quale mi dibatto ogni volta che decido di scrivere di un libro in poesia e che non sono mai capace di risolvere, dal momento che anch’io sono convinto che la poesia vada accolta, ascoltata, portata con sé (dentro di sé), mai sottoposta a luttuose autopsie o a frettolose recensioni (respingo il termine e il concetto stesso di “recensione”); d’altro canto mi succede talvolta di aver bisogno di scrivere di un libro in poesia, di rendere altre persone partecipi di quelli che da anni chiamo attraversamenti dei libri che studio e di cui poi scrivo; ebbene, spero non sia un banale escamotage linguistico questo mio parlare di un attraversamento del libro di Anna Ruchat, ché attraversare un libro in poesia significa sospendere il tempo banausico che opprime e affligge, indugiare nei e fra i testi, lasciarsi invadere dalla memoria di altri testi, di altri libri, stupirsi, soffermarsi a meditare su di un’immagine o su di un verso, osservare e ripercorrere la struttura del libro, provarsi a scorgerne scaturigini e motivazioni… M’illudo allora che anche attraversare in questo modo il libro di Anna Ruchat sia una maniera possibile di tacere, anche perché, afferma Domenico Brancale poco oltre, «se sapessimo veramente il significato di ciò che diciamo, non potremmo più scrivere».  Continua a leggere Il centro dell’ombra e il fondo d’inchiostro: su “La forza prigioniera” di Anna Ruchat

Breve saggio su “Compass Rose” (2015) di Ashwini Bhat e Forrest Gander

compass rose

Il poema è spazio e la tradizionale pagina a stampa non può contenerlo, ma, eventualmente, ospitarne soltanto una pallida raffigurazione.

Ecco allora che il poema deve andare oltre la parola scritta, non ha un inizio né una fine, è (anche letteralmente) aperto e cangiante, ha bisogno di una grande parete, è poema che va letto e contemporaneamente guardato – lo sguardo abbandona il suo abituale muoversi da sinistra a destra, dall’alto verso il basso, alla lettera naviga sulla grande mappa del poema.

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Breve saggio sulla restituzione

yves-bergeretEsiste un tipo di scrittura in versi che sedimenta lungo vasti archi di tempo, che ha bisogno di lunghi intervalli per giungere a un testo ritenuto completo; ne esiste un altro che sembra nascere immediatamente e contestualmente a un episodio, a un accadimento, a un incontro – non necessariamente queste due tipologie sono in contrasto o inconciliabili: la scrittura di Yves Bergeret, per esempio, sembra situarsi su entrambi i versanti, ma restando sempre totalmente e convintamente immersa nella concretezza del vivere e del pensare.  Continua a leggere Breve saggio sulla restituzione

In cerca del linguaggio

Presentiamo le prime pagine di uno studio di Antonio Devicienti dedicato all’opera Zong! di Marlene NourbeSe Philip, edita da Benway Series. Il saggio sarà pubblicato integralmente in “Quaderni delle Officine”, CIX, luglio 2021.

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Scritto 63

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Un disegno di John Berger contenuto in Bento’s Sketchbook (p. 133 dell’edizione tascabile, editrice Verso, 2015).

Gli accadeva secondo un’elementare legge matematica, quella della proporzionalità inversa: più inciampava in persone debordanti di ego e di narcisismo, più taceva, più si rimpiccioliva sulla sedia – tendeva a scomparire; anzi no: decise, scientemente, di scomparire.

Parlavano, parlavano: “io… io… io…” 

Finché, un giorno, parlarono a una sedia vuota.

Non se ne accorsero.