Archivi categoria: antonio devicienti

Breve saggio sulla restituzione

yves-bergeretEsiste un tipo di scrittura in versi che sedimenta lungo vasti archi di tempo, che ha bisogno di lunghi intervalli per giungere a un testo ritenuto completo; ne esiste un altro che sembra nascere immediatamente e contestualmente a un episodio, a un accadimento, a un incontro – non necessariamente queste due tipologie sono in contrasto o inconciliabili: la scrittura di Yves Bergeret, per esempio, sembra situarsi su entrambi i versanti, ma restando sempre totalmente e convintamente immersa nella concretezza del vivere e del pensare.  Continua a leggere Breve saggio sulla restituzione

In cerca del linguaggio

Presentiamo le prime pagine di uno studio di Antonio Devicienti dedicato all’opera Zong! di Marlene NourbeSe Philip, edita da Benway Series. Il saggio sarà pubblicato integralmente in “Quaderni delle Officine”, CIX, luglio 2021.

Continua a leggere In cerca del linguaggio

Scritto 63

bento_berger
Un disegno di John Berger contenuto in Bento’s Sketchbook (p. 133 dell’edizione tascabile, editrice Verso, 2015).

Gli accadeva secondo un’elementare legge matematica, quella della proporzionalità inversa: più inciampava in persone debordanti di ego e di narcisismo, più taceva, più si rimpiccioliva sulla sedia – tendeva a scomparire; anzi no: decise, scientemente, di scomparire.

Parlavano, parlavano: “io… io… io…” 

Finché, un giorno, parlarono a una sedia vuota.

Non se ne accorsero.

Scrivere con gli occhi: sulle “erasures” di Mary Ruefle

Scrive Beatrice Seligardi a proposito delle erasures di Mary Ruefle: «Aggiungere il proprio tempo a quello che già esiste, evocato come traccia che appare o scompare attraverso sovraimpressione e cancellatura, su superfici di cui si recupera e si sottolinea la temporalità materiale proprio nel momento in cui la si manipola: è attraverso questi procedimenti che si compone un gruppo di opere che possiamo accostare per affinità ai libri d’artista di Woodman. A Little White Shadow (2006) è un libro della poetessa americana Mary Ruefle,  Continua a leggere Scrivere con gli occhi: sulle “erasures” di Mary Ruefle

Tradurre Stefan George (quasi un diario)

blaetter_fuer_die_kunstOggi posso ben dire che l’impresa è giunta al suo termine: ho appena consegnato all’editore l’ultima versione interamente rivista del secondo volume che ospiterà la mia traduzione dell’opera poetica di Stefan George. 

È stato un impegno lungo (almeno due anni), nient’affatto facile, ma entusiasmante e fecondo.

Come scrivo nell’introduzione al volume, l’intera traduzione è a servizio del testo originale, serve, umile ma completa, a proporre (o a ri-proporre) al lettore italiano un’opera poetica importante e ineludibile per bellezza d’impianto (ogni libro di Stefan George è stato minuziosamente studiato e architettato dal suo autore), per soluzioni formali (la lingua tedesca viene onorata e fatta vibrare nelle sue più intime bellezze come accade nei testi di Goethe, di Hölderlin, di Heine per citare tre Grandi precedenti a George), per tensione speculativa.  Continua a leggere Tradurre Stefan George (quasi un diario)

Errata corrige – Su “Delle osservazioni” di Marco Giovenale

     Marco Giovenale mi segnala questo passaggio del mio studio su Delle osservazioni:

Propongo ora un raffronto tra due versioni del medesimo testo; la prima com’è stata pubblicata in Storia dei minuti, la seconda come viene riproposta in Delle osservazioni (p. 7):

Continua a leggere Errata corrige – Su “Delle osservazioni” di Marco Giovenale

Su “Delle osservazioni” di Marco Giovenale

Antonio Devicienti

Il paradigma cui Giovenale rimane fedele, è cosa arcinota, è l’uso di un linguaggio e di strutture sintattiche che vogliono stare agli antipodi del lirismo e del sentimentalismo, dello psicologismo e della bella forma vuota e fine a sé stessa; l’incessante tensione intellettuale e la lucidissima coscienza sia ermeneutica che storica rendono la scrittura di Marco Giovenale un sistema d’intervento che definirei chirurgico, là dove il mondo stesso appare come un’unica clinica e gli esseri umani dei ricoverati in continuo, solo apparentemente paradossale stato di precarietà e che non potranno mai guarire dalla condanna a morte che è l’esistere: ma questo, tengo a sottolinearlo con grande forza, non dà vita a una scrittura funerea o banalmente e noiosamente “pessimistica”, bensì a un lucido dire sia la condizione umana (esistenziale e conoscitiva, conoscitiva e politica, politica e sociale) che i moti del pensiero che con una tale condizione si misura, per cui l’attitudine “chirurgica” della scrittura è, paradossalmente, l’unico modo in cui cercare non un’impossibile guarigione, ma, nella clinica-mondo, un modus vivendi et operandi che dia un qualche senso al vivere stesso.

Continua a leggere Su “Delle osservazioni” di Marco Giovenale

Quasi uno “scritto”…

atelier-di-Rostia-cop

… perché, in realtà, da qui, dalla Dimora del Tempo sospeso, rimando allo spazio amico e ospitale Le nature indivisibili, perché è lì che è possibile leggere  due “scritti” che rendono omaggio alla persona e all’opera di Rostia Kunovsky, perché da qui il mio grazie va a Mauro Leone (Morel),  genius loci, ideatore, sapiente  e sollecito curatore delle Nature indivisibili, e a Domenico Brancale (che ha concepito il progetto di un tale omaggio invitandomi a farne parte) – e mi permetto infine di segnalare, sempre nello spazio Le nature indivisibili, la presenza vivificante e dialogante della scrittura di Rossana Lista con la sua rubrica Accento acuto.

Da nessuna parte mai. Nell’atelier di Rostia Kunovsky. Di Domenico Brancale

Nella trasparenza dello sguardo. Per Rostia Kunovsky. Di Antonio Devicienti

Scritto 62

bento_berger
Un disegno di John Berger contenuto in Bento’s Sketchbook (p. 133 dell’edizione tascabile, editrice Verso, 2015).

«Tanto più lo studio è fine a se stesso, ha come obiettivo la pura contemplazione, quanto più esso dovrà convertirsi irresistibilmente in vita. Studiare significa avere un rapporto non esecutivo con le idee, far sì che qualcosa ti diventi talmente intimo da trasformarsi in te» Emanuele Dattilo, Il dio sensibile. Saggio sul panteismo, Neri Pozza Editore, Vicenza 2021, p. 203.

Ed ecco, leggendo e, appunto, studiando il bellissimo libro di Emanuele Dattilo m’imbatto in quest’affermazione e penso alla distanza (che mi appare abissale) tra la sua verità (che corrisponde al mio più intimo sentire) e la realtà di una scuola che, avviandosi al termine del suo anno scolastico, vedo sempre più ostaggio di logiche aziendalistiche ed economicistiche.

Continua a leggere Scritto 62

Scritto 61

bento_berger
Un disegno di John Berger contenuto in Bento’s Sketchbook (p. 133 dell’edizione tascabile, editrice Verso, 2015).

We who draw do so not only to make something visible to others, but also to accompany something invisible to its incalculable destination.

Sono parole che ricorrono di frequente in Bento’s Sketchbook di John Berger e che provo a variare anche nel modo seguente: noi che scriviamo lo facciamo non solo per rendere udibile un qualcosa agli altri, ma anche per accompagnare un qualcosa d’inudibile verso la sua imprevedibile meta – benché si possa vedere anche tramite la scrittura e rendere visibile un qualcosa traverso di essa. (Pur rimanendo tuttavia valida la distinzione netta che John Berger fa in altro luogo del libro tra disegno e scrittura, per certi versi affini, per molti altri differenti tra di loro).

In ogni caso sia disegnando che scrivendo mettiamo in moto una sorta di campo di forze, invisibili, le quali, convergendo o divergendo, accendono moti ulteriori, alcuni dei quali imprevedibili o imprevisti.  Continua a leggere Scritto 61

Scritto 60

giorgio_morandiL’artista non è illusionista d’immagini o di pensieri. Guarda (sì, letteralmente: guarda) gli oggetti di Donald Judd e vedrai rendersi visibile lo spazio geometrico dentro cui il corpomente sta immerso; muoviti tra quelle geometrie, inquadrale con lo sguardo e spostati continuando a guardare, vedrai le variazioni delle proporzioni, della luce, dei rapporti angolari.  Continua a leggere Scritto 60

Scritto 59

giorgio_morandiQuando Axel Hütte fotografa Venezia, scansiona i negativi e procede a stampare su di una lastra di vetro che monta poi su di uno specchio. Com’è sua abitudine fotografa luoghi privi di immediate presenze umane, ma la Punta della Dogana in vari momenti del giorno e della notte, l’interno di Santa Maria dei Frari, Ca’ Rezzonico, gli esterni della Salute sono presenza – per mediazione di architetture e spazi edificati – del pensiero umano; e lo sguardo che si posa sulle fotografie vede, per effetto di vetri e di specchi, echi di luce, affioramenti e immediato svanire di riflessi od ombre o apparizioni che appartengono, tutti, alla soglia mobilissima tra percezione e immaginazione, tra sguardo e pensiero, tra attesa e svelamento: ciò che pare svelarsi torna subito a velarsi nel suo immediato, incessante mutare (bastano un lievissimo spostamento dell’angolo visuale, una variazione della luce che avvolge osservatore e fotografia, un improvviso o imprevisto salto concettuale).    

Teoria delle rotonde

Antonio Devicienti

    Teoria delle rotonde. Paesaggi e prose (Valigie Rosse, Livorno 2020) di Italo Testa rappresenta un versante della ricerca letteraria in lingua italiana degli ultimi anni capace di raggiungere e di proporre una visione lucida e coerente del reale e della scrittura che quel reale indaga.

     Si parta infatti dal seguente assunto: Teoria delle rotonde è linguaggio quale sonda acuminatissima e impietosa che s’immerge nel corpo di un mondo da un lato quasi totalmente dominato (e quindi determinato) dall’ultraliberismo economico e finanziario, dall’altro soggetto a impreviste, imprevedibili e non sempre visibili contaminazioni e trasmigrazioni che ne cambiano i sistemi, gli ambienti, le interrelazioni aprendo anche orizzonti inediti, linguaggio che, inoltre, deve fare i conti con quei momenti in cui il reale resiste alla comprensione e/o alla possibilità di dirlo.

Continua a leggere Teoria delle rotonde

Intersezioni

Maria Helena Vieira da Silva: Bibliothèque en feu, 1974.

Queste pagine vengono alla luce dopo che diverse tessere-tempo sono andate ricomponendosi attraverso percorsi apparentemente enigmatici di cui ogni lettore ha fatto esperienza: si legge qualcosa (un articolo, una breve didascalia, un racconto e via enumerando) o si vede una foto, si ascolta un pezzo musicale che rimangono nella memoria, oppure paiono assopirsi, scomparire; poi, anche dopo molti anni, s’incontra qualcos’altro (un altro testo, un libro, un accenno durante una conversazione) che risveglia la memoria o che rimanda a quell’eco che in ogni caso continuava a riverberare nella mente, spesso in modo sommesso o inavvertito; quindi, eventualmente, si decide di sistematizzare quelle letture o quegli ascolti o quelle riflessioni, oppure si passa ad altro ancora, per incrociare più tardi (per caso? per un sentiero tracciato dall’inconscio?) quell’idea o quella suggestione iniziale. Si inizia con René Char, La parola in arcipelago e i suoi Neuf merci pour Vieira da Silva che mi proverò tra breve a tradurre con il titolo un po’ libero di Nove volte grazie per Vieira da Silva – ché il vero epicentro del mio intervento è proprio quest’ultima, la pittrice e intellettuale portoghese il cui nome venni a conoscere grazie al poeta provenzale che la cita anche nel libro Ricerca della base e del vertice; dopo qualche anno  trovai nei Racconti con figure di Antonio Tabucchi la traduzione del Testamento della pittrice portoghese seguita da 20 brevissimi racconti.

Continua a leggere Intersezioni

Breve saggio sulle cartiere abbandonate

Questo è un breve saggio che indaga ragioni sentimentali, non economiche né sociali – ma che non ricerca facili effetti estetizzanti nei luoghi abbandonati d’era industriale e postindustriale. La cartiera abbandonata è, infatti, come una conceria abbandonata, come un opificio tessile abbandonato, come un mulino abbandonato un restare di muri, di finestre talvolta accecate, talaltra infrante, di tetti semicrollati, in alcuni casi anche di macchine inutilizzabili; un “restare”: un rimanere, cioè, sulla riva di un corso d’acqua oppure alla fine di una carrozzabile ma senza più frequentazione umana. Restare senza più attese, nel lento consumarsi dei muri che nulla e nessuno difende più dagli agenti atmosferici.

Continua a leggere Breve saggio sulle cartiere abbandonate