Archivi categoria: antonio devicienti

Breve saggio su di una fotografia di Christer Strömholm

Lo sguardo di Christer Strömholm restituisce il riflesso di un riflesso: Alberto Giacometti e la sua scultura visti traverso i vetri della finestra, in essi riflessi – ma in primo piano ci sono i pennelli, la sgorbia, gli stracci, la scodella di colore rappreso, il davanzale, la polvere mineralizzata, si vedono anche i tocchi dello stucco che fissa i vetri tra i sottili legni verniciati dell’anta: come se l’artista e la sua opera fossero riflesso o proiezione degli strumenti di lavoro o questi ultimi guardassero l’artista e le sue opere che stanno dentro lo studio.
Salutare pedagogia ricordare l’azione decisiva degli strumenti, sinolo di pensiero creatore e di corpo che realizza affrontando le resistenze della materia (anche il testo è materia da lavorare).

Continua a leggere Breve saggio su di una fotografia di Christer Strömholm

Breve saggio sul fotografare la pioggia e la neve

Secondo Abbas Kiarostami l’arte cinematografica offre la possibilità di raccontare una storia, la fotografia quella di fermare un attimo in cui un particolare (in special modo del paesaggio rurale) colpisce la mente di chi osserva.
Allorché il regista si pone alla guida della propria automobile e percorre molti chilometri lungo le strade della campagna iraniana, volentieri si lascia affascinare dalle gocce di pioggia che cadono sul parabrezza scivolando via da esso o verso il basso, oppure restando come sospese sul vetro, tremolanti lenti dotate di vita propria e che donano ben altre forme al mondo fuori dell’abitacolo: Kiarostami fotografa allora, servendosi di una fotocamera digitale, decine di situazioni e il parabrezza della sua automobile è l’inedita retina sulla quale si fissano la pioggia, i colori, le forme di alberi, di strade, di lembi di cielo. Continua a leggere Breve saggio sul fotografare la pioggia e la neve

Scritto 42

La “Maison des peintres” a Koyo era fatta di una materia solo un poco più pesante (e visibile) di quella di cui è fatta l’intera civiltà di Koyo: mattoni di terra seccati al sole e ricoperti, all’interno dell’edificio, di pitture – ché la materia di cui è costituita la civiltà di Koyo è il fiato di donne e di uomini che si trasmettono il sapere di generazione in generazione o che cantano (così perpetuandoli) gli accadimenti che toccano la comunità.
Le violente piogge delle ultime settimane hanno distrutto molti edifici del villaggio, tra cui la Casa dei Pittori che, all’interno della comunità (la quale a occhi superficiali può apparire come “povera” se non “indigente”), era il luogo sulle cui fragilissime pareti forme, colori, cadenze di segni non alfabetici si davano alla vista per essere letti e detti ad alta voce.
Non occorre sfarzo architettonico né dovizia di mezzi e di materiali per creare un luogo di altissimo significato di pensiero, l’immaterialità del sentire, del rimemorare, del saper vedere l’invisibile sa essere, a Koyo, una realtà ben più reale e presente degli oggetti usati nelle pratiche e nelle necessità della quotidianità.
Basta un cerchio di pietre e, dentro, un essere umano che elevi architetture di pensiero perché lì fiorisca una civiltà.
Nella “Maison des peintres” varie mani e varie menti avevano dipinto un sentire comune, affidando alla fragilità della terra seccata e dei colori stesi su di essa non la perpetuazione di quel sentire sotto forme illusoriamente fissate per sempre, ma la testimonianza di quel sentire, la sua traccia mai identica a sé stessa e mai irrigidita in una forma definitiva.
Perché la vera casa dei pittori sta nei corpi di chi ricorda e, dicendo e cantando, rende presente quello che non è più dato vedere. In attesa di ricostruire una “Maison des peintres” fatta, di nuovo, di laconici muri sulle cui superfici l’illimite del pensiero rende senza limite i rettangoli di quelle pareti.

Scritto 41

Irma Blank: Orizzonte, 2005 (penna a sfera su poliestere)

Visioni di Delft… oppure “breve saggio sulla suggestione del nome” – dal momento che, letteralmente smarrendo sé stessi, nel contemplare la Veduta di Vermeer ci si avventura traverso luoghi della mente guidati dalla forza quasi magica del nome (Delft / Vermeer) che, eccedendo il mero dato storico e geografico, diventa città del pensiero e il pensiero si esercita nel giuoco dei rimandi e delle concatenazioni. Continua a leggere Scritto 41

Scritto 40

Irma Blank: Orizzonte, 2005 (penna a sfera su poliestere).

Scrive Bill Evans proprio all’inizio delle sue note di copertina a Kind of blue: There is a Japanese visual art in which the artist is forced to be spontaneous. He must paint on a thin stretched parchment with a special brush and black water paint in such a way that an unnatural or interrupted stroke will destroy the line or break through the parchment. Erasures or changes are impossible. These artists must practice a particular discipline, that of allowing the idea to express itself in communication with their hands in such a direct way that deliberation cannot interfere. Il grandissimo pianista si riferisce, ovviamente, al sumi-e: spiega così lo stato di grazia nel quale il gruppo ha improvvisato su poche, sintetiche tracce fornite da Miles Davis (e pensate poche ore prima dell’incisione) le parti che costituiscono Kind of blue, sottolineando (non a torto) quanto la riuscita improvvisazione sia ancora più ardua allorché è un gruppo e non un singolo artista ad agire. Sono almeno due gli elementi fondanti dell’improvvisazione stessa: l’estrema concentrazione mentale necessaria e la stratificazione di pensiero e di conoscenze che deve precedere e sostenere concentrazione e improvvisazione. Molto a proposito Bill Evans scrive che the artist is forced to be spontaneous, esprimendo tramite un bell’ossimoro il paradosso del gesto che improvvisa: l’artista è obbligato a essere spontaneo, in un connubio delicatissimo e fragilissimo tra gesto creatore e sapienza creatrice: basta un’incertezza, una distrazione, un errore di postura e tutto fallisce. Questo è il motivo per cui la ferrea padronanza del mezzo espressivo, il pressoché ascetico, quotidiano esercizio dell’arte, l’estrema libertà che sola può derivare da un imperativo interiore, da uno spazio limitatissimo, da materiali di laconica essenzialità, concorrono a generare un atto capace di cogliere l’estremamente transeunte e l’eternante traccia (per tutto il brevissimo tempo, almeno, di durata della storia umana).

Un lessico per Irma Blank

ASCESI: si scrive, si dipinge, si canta, si danza con tutto il corpo che è corpomente – quando Irma Blank traccia pagine e pagine di segni, quando ruota, tenendoli stretti nelle mani, due mazzi di penne a sfera ricoprendo fittamente un’intera superficie (dal corpo in allontanamento le mani verso il margine del foglio per ritornare al corpo e sempre circolarmente, in una sorta di trance scrittoria e danzante), quando, partendo dal centro, spinge il pennello (senza mai sollevarlo) verso il margine sinistro del foglio, poi verso quello destro e ripete il gesto rigo dopo rigo, dall’alto verso il basso, lo fa con ascetica dedizione, con paziente, pazientissima andanza del corpo e della mente. Continua a leggere Un lessico per Irma Blank

Massimo Rizzante: il geografo e il viaggiatore

In occasione dell’uscita di un nuovo libro di Massimo Rizzante mi fa piacere riproporre qui un mio intervento già apparso il 21 novembre 2017 su Zibaldoni e altre meraviglie in forma solo leggermente diversa.

Continua a leggere Massimo Rizzante: il geografo e il viaggiatore

Pensare il volo (10)

Pensare il volo, pensarlo come slancio della mente e dello sguardo, identificarlo con il necessitato senso di libertà e con il sogno, lucidissimo, di menti intese a liberarsi dal giogo della gravità.

Quando Barbara Morgan fotografa Martha Graham dimostra (se mai ce ne fosse bisogno) che la fotografia non ferma (immobilizzandolo) il soggetto, ma che la fotografia è traccia di un ritmo continuo e incessante (quello della vita) e che la danza è il pensiero stesso quando esso diventa capace di rendere visibile quel ritmo.
La danza celebra così il corpo e il suo movimento, lo sottrae all’asservimento ad atti banausici e vili, il volo della mente è istante nel quale il corpo si rammenta della propria vivente bellezza.

L’ospitalità dello sguardo

Viene pubblicato il 9 luglio da Mimesis Edizioni il libro di Lorenzo Mari Il taccuino dell’intellettuale. Disegno e narrazione nell’opera di John Berger. Propongo una breve conversazione con l’autore che discute con passione e competenza alcuni luoghi bergeriani.

Continua a leggere L’ospitalità dello sguardo

Scritto 39

Pasquale Fracasso: Zzarrisciata, 2018.

Accade che un’immagine o una frase o un frammento di testo si depositino nella mente: la mente risponde, monta altri materiali tra di loro, intesse relazioni e cerca analogie: la mente lavora sui materiali dati, antiromantica e materialista agisce sulla cosa-testo, lo manipola e ne viene manipolata: interferenze o disturbi o distorsioni non sono esclusi: perché il testo non rappresenta né descrive il mondo, ma sta nel mondo, cosa tra le cose: ne riceve e gli restituisce riflessi: l’accadimento linguistico getta il testo nel mondo e contemporaneamente lo distanzia da esso: testo-cosa che nel suo accadere linguistico è coscienza del proprio stare dentro il mondo autoindividuandosi.

Breve nota a “Nuovo Inizio” di Gianluca D’Andrea

Leggo Nuovo Inizio di Gianluca D’Andrea come un ambizioso, coraggioso poema contemporaneo, come un multiforme progetto, come una rischiosa proposta. E dico subito che quel mio leggo possiede già un difetto, perché esso fa pensare alla lettura di un testo almeno lineare, di un testo composto secondo la tradizionale scansione in versi e in pagine, scansione che continua, spesso, ad accomunare pubblicazioni “in rete” e pubblicazioni cartacee. E, invece, Nuovo Inizio è sì un poema, ma è anche un esperimento e, dicevo, una rischiosa proposta perché Gianluca, che ha già all’attivo pubblicazioni in volume di notevole valore e la cui poetica è estremamente consapevole e avvertita, ben lontana da qualunque intimismo e vezzo letterario, ha voluto, direi ha accettato il rischio di comporre quello ch’egli stesso definisce ipertesto e l’ha fatto coerentemente con lo sviluppo delle sue riflessioni e, appunto, della sua poetica. Continua a leggere Breve nota a “Nuovo Inizio” di Gianluca D’Andrea

I calcionauti di Lutz Seiler

Antonio Devicienti

Tra le pagine più riuscite del già notevole libro di Lutz Seiler im felderlatein (nel latino dei campi, Berlino, Suhrkamp, 2010) ci sono le tre del poemetto die fussinauten (i calcionauti). Se è vero che la DDR ha annoverato durante i suoi quarant’anni d’esistenza una nient’affatto piccola schiera di poeti d’altissimo valore, è anche vero che la riunificazione tedesca (data ufficiale: 3 ottobre 1990) ha portato con sé la necessità di ripensare certi temi, certi paesaggi, certi stilemi. E Lutz Seiler è protagonista di primissimo piano: nato nel 1963, ha conosciuto dall’interno il sistema politico, educativo, militare, letterario della Repubblica Democratica Tedesca, la sua infanzia, giovinezza e prima maturità (sino al novembre 1989, anno della caduta del Muro di Berlino) si sono svolte entro l’orizzonte tedesco-orientale e della guerra fredda, l’inizio della seconda maturità ha avuto, invece, come sfondo storico-sociale la Wende (la “svolta” come in Germania è chiamata la riunificazione) e il faticoso, ancora oggi problematico e non concluso processo di quella stessa riunificazione. […]

(Leggi l’intero articolo su Zibaldoni e altre meraviglie)

Pensare il volo (9)

Pensare il volo, pensarlo come slancio della mente e dello sguardo, identificarlo con il necessitato senso di libertà e con il sogno, lucidissimo, di menti intese a liberarsi dal giogo della gravità.

Fotografia di James Closty.

Merce Cunningham e John Cage giocano a scacchi: pensare il volo, ecco, è questo: estranei attorno, forse trambusto dagli altoparlanti e di chi passa lì vicino, forse l’attesa dell’imbarco e loro due, innamorati, che giocano, concentratissimi, a scacchi.
Pensare il volo è intrattenere colloqui d’amore: una scacchiera portatile (ma potrebbe essere anche un pianoforte o potrebbero essere i piedi che danzano), una partita iniziata magari chissà quando e proseguita per interruzioni e riprese traverso un tempo che continuamente transita per luoghi e per occasioni.
Uscire fuori dal tempo degli altri, immergersi nel proprio tempo che si fa bolla luminosa: corrispondenza d’amorosi sensi: affinità elettive: piedi a percuotere il suolo, a strisciarvi sopra, a camminarvi, a muovervisi per cerchi o per tratti rettilinei, per balzi o per archi di volo: suoni che sono la vita stessa, continui incessanti spostamenti di onde invisibili ma udibili, echi e battiti, frequenze e ampiezze e oscillazioni.

Scritto 38

Pasquale Fracasso, Zarrisciata, 2018.

per un amico

Facile dire: “va’ oltre il dolore che senti nel corpo, entra nella parola e riuscirai a spegnere i morsi che senti nel corpo”.
Il corpo non si lascia dimenticare, il corpo rivendica incessante la propria presenza.
Il tempo è materiato di corpo che, se dolora, misura il tempo con cadenze di coltello.
Lotta la parola con l’angoscia e con un’aspettazione che è un sostare sul bordo del buio.
Ciascun corpo è solo nel suo involucro di dolore.
Se la parola si schiude (ed essa vuole schiudersi) essa esalta e illumina, ma è breve l’istante, poi tornano i passi che chiedono per quanto ancora e se finirà e se forse non finirà.
Non so scrivere alcuna consolatio ad amicum meum perché, oltre e malgrado l’amore totale per la parola, so che la parola non può risolvere il dolore del corpo quando esso varca il limite che solo la mente e solo il corpo sanno, presentono e sentono.
Abbiamo da sempre questo divaricato destino: le regioni illimiti della parola e la guaina talvolta dolorante di un corpo che è sostanza di finitudine.

Pensare il volo (8)

Pensare il volo, pensarlo come slancio della mente e dello sguardo, identificarlo con il necessitato senso di libertà e con il sogno, lucidissimo, di menti intese a liberarsi dal giogo della gravità.

Pierre Tal Coat: Envol, 1974.

Ma la gravità richiama alla terra, trattiene, forse talvolta impedisce, certamente sta in rapporto dialettico con il desiderio di volo, con un’idea di leggerezza.
Quando a metà degli anni Settanta Pierre Tal Coat vede planare e poi di nuovo levarsi in volo sul Lago Lemano due gabbiani ne dipinge quell’atto, certamente, ma ponendosi innanzi a due problemi da risolvere: come dipingere quel volo che è movimento, ma, anche, come dipingere il paesaggio che, materiato di luce, è a sua volta in perpetuo moto – il rischio è quello di dipingere l’uno immobilizzando l’altro.
Il movimento è, invece, doppio e concomitante, doppio e libero, doppio e danzante.
È così che sul foglio di carta si mostra il movimento della mano, del braccio e del pennello dell’artista che fa tutt’uno con quel volo e con quel paesaggio divenuto pura luce (aria, acqua, vegetazione: soltanto luce in moto), il volo dei gabbiani diventa il volo stesso del tratto pittorico in atto, in moto, in danzante elevazione: volo del dipingere che mostra sé stesso.
Envol: prendere il volo: staccarsi dalla superficie lacustre con l’energia di uno slancio del pensiero che salendo incrocia vortici d’aria e di luce: cabrare pur rimanendo fedeli all’acqua e alla terra: doppio moto, doppia ascesa che cercherà una nuova, rapidissima discesa e, di nuovo, il levarsi verso l’alto.

Continua a leggere Pensare il volo (8)

Scritto 37

Pasquale Fracasso: Zzarrisciata, 2018.

L’universo testuale sembra illimitato e capace di contenere il testo (i testi) nelle forme più diversificate.
Prendiamo John Donne Poesie amorose Poesie teologiche a cura di Cristina Campo (Einaudi, Torino 1971): prendiamo non i testi di Donne (tra l’altro dati nella lingua e nella versione originale), ma la traduzione e (è questo che qui m’interessa) l’Introduzione di Cristina Campo e le sue Note – prendiamo la sua scelta che non vuole offrire una qualche panoramica del poeta inglese in lingua italiana, ma, come sempre per Campo, è tappa fondante della sua ricerca intellettuale e interiore trattandosi di una scelta per empatia e condotta lungo un sentiero personale: non è dunque solo un atto (pur altissimo) di carattere culturale, ma esso affonda nel pensiero e nell’inquieto movimento del pensiero di Cristina Campo, si dà come opera integralmente campiana, come manifestazione di una scrittura che, quindi, si concerta in testo superando (da parte mia direi: ignorando) campi d’azione accademicamente separati e individuati per darsi come creazione personale nel mentre vengono attraversati i testi di Donne, vengono trascelti e tradotti, ma: seguendo e rinnovando la luminosa prassi del commento il quale è capace di accamparsi a sua volta come ammirevole itinerario che nello stesso tempo è al servizio del testo originario e guadagna la dignità di testo anche indipendente, anche a sua volta originario e originale. Continua a leggere Scritto 37

Pensare il volo (7)

Pensare il volo, pensarlo come slancio della mente e dello sguardo, identificarlo con il necessitato senso di libertà e con il sogno, lucidissimo, di menti intese a liberarsi dal giogo della gravità.

Enigmatic Whisper

Quando Rosa Barba riprende le sculture sospese nell’atelier di Alexander Calder e, montando il film, associa le immagini delle opere in moto al suono di quel medesimo loro incessante muoversi, ne fa, insomma, la colonna sonora del proprio lavoro, congiunge in un unico atto filmico il proprio incantamento per l’arte calderiana, l’idea di arte in Calder – liberazione traverso il movimento e la leggerezza: le strutture e le forme sospese sono mosse soltanto dal moto, altrimenti invisibile, dell’aria -, la presenza costante del suono, il variare della luce lungo l’arco del giorno.

Leggo Pascal Quignard: Olivier Messiaen, nel cuore del XX secolo, ha scritto: «Gli uccelli sono i più grandi musicisti del pianeta». Andava ripetendo che «uccellini e uccelline» sono i «maestri degli uomini». Che rappresentano i «testimoni naturali della musicalità assoluta durante l’evoluzione nel corso del tempo». […] La casa dove vivo in una stradina di Parigi è vicina a quella dove viveva Messiaen. Là vive ancora suo figlio. Ci separa un giardino ridiventato selvaggio. È un perduto da aggiungere alla Perduta, che è la natura stessa. Condividiamo lo stesso usignolo, gli stessi merli scuri, le stesse grida laceranti dei gatti, la notte, come bambini che piangonoBute (Analogon edizioni, Asti 2014, traduzione di Angela Peduto, pagine 34 e 35).
Suono ed empito al volo sono dunque concomitanti, si alimentano a vicenda, si liberano a vicenda. E a Parigi si può abitare un tempo specialissimo nel quale continuare a essere contemporanei di Olivier Messiaen.

Pensare il volo (6)

Pensare il volo, pensarlo come slancio della mente e dello sguardo, identificarlo con il necessitato senso di libertà e con il sogno, lucidissimo, di menti intese a liberarsi dal giogo della gravità.

Marino Marini: Cavaliere, 1955.

Cavallo e cavaliere pensati e ripensati per anni, lungo anni, in conseguenza degli anni: idea e visione, intuizione e forma traversando anni di guerra, di angoscia, di speranza, di disillusione: cavallo e cavaliere cifra o geroglifico o segno o monogramma o immagine o presenza o pienezza di pensiero per contrappunto al tempo della storia: volo della mente inscritto su due linee incrociantesi (orizzontalità del cavallo, verticalità del cavaliere: direzione l’una parallela a quella del suolo terrestre, l’altra a esso perpendicolare, verticalità che collega terra e cielo) – ma anche capaci il cavallo e il cavaliere di torcersi, di tendersi, di mostrare con il tendersi con il torcersi delle membra il dolore e l’angoscia.
Il volo della mente trasforma in pensiero la materia, in visione il pensiero, in spazio la visione: pensare il volo del pensiero mentre cavallo e cavaliere spezzano l’inviolabilità della soglia, varcano e mostrano il tragico che affila gli artigli poco oltre.

Pensare il volo (5)

Pensare il volo, pensarlo come slancio della mente e dello sguardo, identificarlo con il necessitato senso di libertà e con il sogno, lucidissimo, di menti intese a liberarsi dal giogo della gravità.

Leggo Pascal Quignard, leggo Bute (Analogon edizioni, Asti, 2014, traduzione di Angela Peduto, pagina 60): Timogene ha scritto: di tutte le attività colte la musica è la più antica, solo il movimento della luna la precede.
Bute, uno degli Argonauti, si getta senza esitazione nel mare per raggiungere a nuoto l’isola delle Sirene allorché la nave Argo giunge nei suoi pressi mentre Orfeo intona il canto che vinca il canto delle Sirene e salvi i compagni – Quignard dedica l’intero libro al gesto di Bute e alla musica (Rari, molto rari, gli umani che si gettano nell’acqua per raggiungerne la voce, la voce infinitamente lontana, la voce nemmeno voce, il canto non ancora articolato che viene dalla penombra.
Qualche musicista.
Qualche scrittore più silenzioso di altri, dentro pagine ancora più mute – op. cit. pagine 76 e 77).
E non riesco a scorgere differenza o distanza tra il desiderio del volo (o, almeno, di librarsi al di sopra dei ganci e degli artigli e dei lacci che tentano di trattenere, di legare, di frenare, d’impedire) e lo slancio del tuffo di Bute verso l’acqua, ch’è pure del tuffatore di Paestum (anche a lui Quignard fa riferimento) – è la mente che sceglie lo slancio a capofitto, in giù, appunto, apparentemente opposto allo slancio teso verso l’alto, al salto o al distacco dal suolo: ma determinante è, credo, il fatto che sia la mente a scegliere il tuffo o il salto, il che è l’esatto contrario che subire il salto o il tuffo; Bute obbedisce al richiamo dell’origine, il desiderio del volo segue quel richiamo come se esso provenisse da un’altra acqua, fatta di luce e di aria; e, infatti, è il movimento della luna una delle fascinazioni che attraggono al volo e che suggerisce ritmi musicali, così come il canto delle Sirene attrae al tuffo a capofitto nel mare. E la musica sembra stare nei pressi dell’origine, subito dopo il moto anch’esso musicale della luna.
Se poi la scrittura non dimentica, a sua volta, la propria anima musicale, allora il desiderio di volo e il desiderio di nuoto si ricongiungono in movimento di danza che attraversa il corpo anche (e proprio) mentre scrive.

Pensare il volo (4)

Pensare il volo, pensarlo come slancio della mente e dello sguardo, identificarlo con il necessitato senso di libertà e con il sogno, lucidissimo, di menti intese a liberarsi dal giogo della gravità.

Rebecca Chappell: illustrazione per “Le città invisibili” di Italo Calvino.

Amo i tetti di Parigi, quell’elevazione vastissima tra la Senna e la mente: in una fotografia Italo Calvino passeggia, scrittore-barone rampante, sopra i tetti di Parigi. Ma noi abbiamo dimenticato la lezione libertaria di Cosimo di Rondò e il balzo leggero e geniale di Cavalcanti oltre le arche di marmo.
Di Parigi ricordo la terrazza vastissima dell’Institut du Monde arabe donde benissimo si contempla l’abside di Notre Dame – ma è il tetto del Beaubourg a richiamarmi: tenersi in equilibrio sulle sue cuspidi – non penso affatto al caffè per turisti danarosi allestito all’ultimo piano dell’edificio (oscena insignificanza dei luoghi trendy) – no: penso proprio a un fantasticante andare lungo e sulle tubature a vista e tra le griglie metalliche e guardare Parigi dal vertice della mia contemporaneità, cuspidi non più gotiche, naturalmente, ma novecentesche, piegate e sagomate in gomiti e curve donde guardare la città stratificata e sulle quali coltivare una mia passione di funambolo perdigiorno (scrittura è arte di funamboli, camminare sopra invisibili fili dai quali facile è il rovinoso, goffo precipitare).

OISEAUX

Flammes sans cesse changeant d’aire
qu’à peine on voit quand elles passent

Cris en mouvement dans l’espace

Peu ont la vision assez claire
pour chanter même dans la nuit

Philippe Jaccottet da Airs (1961 – 1964)

È ben vero che il volo possa essere grida e richiami in moto nello spazio (lo spazio è altezza, larghezza e profondità, ma anche suono e visione) e altrettanto vero è che occorre una visione chiara e ferma per attraversare la notte quando sopraggiunge.