Archivi categoria: antonio devicienti

Breve saggio sul disegnare (dedicato a John Berger)

Irrinunciabile matita, o carboncino, o gesso, o anche penna, fedeli appendici della mente e della mano, no, mi sbaglio: parti della mente stessa e del pensare e del guardare.

Questi disegni sono un cervantes di storie (risme di carta spiegazzata nel tascapane e le strade del mondo, la polvere nel cavo della bocca, la vita quando desidera e la parola (luna della recitazione) mondi finge, quechuas di vertiginosa visione, storyteller in battaglia di sensi (sovrapposizioni immaginifiche e scrittorie) caudate stelle e andanza, rotto fiato, specchio delle varianze); questi disegni sono uno spinoza di rigore (levigare lenti per i telescopi della mente), una geometria per l’etica dell’andare, del vedere, del capire.

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Breve saggio in lode della scrittura apocrifa

Scriverò in lode della scrittura apocrifa perché è in essa che coincidono più perfettamente che mai il lettore e lo scrittore, è in essa che la finzione suprema ch’è la letteratura trova uno dei suoi più alti (o più profondi) inveramenti, è in essa che diviene programmaticamente evidente il movimento connotativo della scrittura, perché è sempre in essa che biografia e opera artistica sembrano vicine, anzi vicinissime e, al contempo, arbitrariamente vicine, perché la scrittura apocrifa è un atto d’amore dichiarato, un’invenzione condotta sul filo della verosimiglianza, un modo di vivere molte vite e di sognare innumerevoli sogni.

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Visioni d’Europa: “Mouvements de terrain – Artaud avec Warburg” di Sylvain Tanquerel

mnemosyneMi raggiunge, grazie all’amichevole, sempre troppo generoso adoprarsi di Yves Bergeret, un libriccino stampato in proprio e rilegato in pochissime, preziose ed eleganti copie, dall’autore stesso: Mouvements de terrain – sottotitolo: Artaud avec Warburg – di Sylvain Tanquerel, autore e studioso, mi spiega Yves, di grande valore e uomo estremamente schivo.
Ne scrivo qui perché l’opera, breve e densa, merita d’essere conosciuta e appropriatamente entra a far parte di una biblioteca ideale che cerca di sottoporre a critica l’idea di una cultura eurocentrica e suprematista, mentre l’Europa dovrebbe avere la serietà etica di confrontarsi con il suo lungo passato colonialista e razzista.

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Marcel Duchamp gioca a scacchi

La decisione è, apparentemente, radicale: a partire dal 1923 abbandonare le arti figurative per dedicarsi agli scacchi – in realtà Duchamp continua a praticare il pensiero, ma, diciamo così, allo stato puro, svincolato da qualunque fine espressivo o rappresentativo (“retinico” secondo una sua nota formulazione) – con indeflettibile coerenza egli continua la propria ricerca intellettuale.

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John Berger: “Sulla motocicletta”

Scrittura è apertura e attenzione al mondo, scrittura è uno dei modi tramite i quali la mente (e il corpo) attraversano il mondo.
Così come lo è il disegno.
È nota l’importanza che John Berger attribuisce al disegno, conosciuta anche la sua passione nei confronti della motocicletta. In questo libro, Sulla motocicletta (Neri Pozza Editore, Vicenza, 2019), formato da scritti provenienti da fonti diverse, letteralmente “inventato” e tradotto con l’amore che la caratterizza da Maria Nadotti, John Berger scrive dell’andare in motocicletta come di un atto somigliante al disegno. Di conseguenza l’apertura al mondo presente in questo libro avviene su tre piani perfettamente intersecantisi: la scrittura, il disegno e l’andare in motocicletta (ovviamente questi ultimi due s’esplicano qui in scrittura e la scrittura rimanda a loro). Continua a leggere John Berger: “Sulla motocicletta”

Breve saggio sull’arte di Edoardo Tresoldi

Fare materializzare immagini mentali usando reti metalliche: le figure umane, le costruzioni architettoniche che si danno a vedere posseggono l’aerea trasparenza di una visione, l’impalpabile presenza di un pensiero.

Un’immagine della mente che si profili nel paesaggio incanta lo sguardo, stabilisce un ininterrotto flusso di sentimenti e di pensieri tra il “fuori” e il “dentro” della mente.

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Breve saggio sulle macchine di Jean Tinguely

Una macchina di Jean Tinguely è un TESTO del quale vengono evidenziati i meccanismi (le parti interconnesse tra di loro) e i movimenti (le interrelazioni che animano il testo), ogni sua parte è accenno a testi fuori dal testo, ma con esso in relazione (per esempio una catena rimanda alla bicicletta dalla quale proviene, una ruota al suo trattore e via enumerando), così che l’idea tradizionale di TESSITURA si trasla in quella di MONTAGGIO, le parti meccaniche smontate dalle loro posizioni e funzioni originarie assumono nuovi significati e nuovi ruoli, anche ironici e giocosi, ma che, esattamente come il testo letterario, vanno a formare una macchina inutilizzabile per produrre o per muoversi o per spostare merci: si tratta di una “macchina” da un lato fine a sé stessa (ironicamente e programmaticamente inutile), dall’altro capace di provocare riflessioni e che invita a manipolarla, a entrarci dentro, a esplorarne spazi e anfratti solitamente celati alla vista e al tatto.

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Nell’esilio / Su “Panchine” di Beppe Sebaste

Ghirriano, walseriano, bianciardiano, sebaldiano, nomade, libertario, insorto e intransigentemente ribelle, solare, talvolta teneramente malinconico, autoironico, bergaminiano, divagante, sempre sorprendente, celatiano, in una sola parola-aggettivo: sebasteano – esiste? no, ma la invento io con la licenza che mi concedo da lettore appassionato e partecipe: Panchine (come uscire dal mondo senza uscirne) di Beppe Sebaste (Laterza Editori, Bari, prima edizione 2008, sesta edizione 2018), come del resto tutti i libri dello scrittore, è un ventaglio vastissimo di riferimenti e di diramazioni tenuti saldamente insieme da una scrittura limpida che gioisce del fatto stesso, puro e semplice, di esistere e di potersi dare a leggere a quel lettore che cerchi libri-ponti-oltre-i-confini.

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Saline

1.

Il senso del viaggio è andare a cercare un luogo o una persona o un qualcosa (spesso ancora indefinito). Corretto è anche affermare che quel luogo, quella persona, quel qualcosa ti hanno cercato e chiamato. Il viaggio è, dunque, un incontro.

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Presidiare il luogo del silenzio: per Claudio Parmiggiani, per Stefano Raimondi

Claudio Parmiggiani: Altare e Ambone nella Basilica di Santa Maria Assunta di Gallarate, 2018

Stefano Raimondi: Portatori di silenzio, Mimesis / Accademia del Silenzio, Milano-Udine, 2012

Vorrei legare le riflessioni di Stefano Raimondi intorno al silenzio con l’Altare e l’Ambone di Claudio Parmiggiani perché guardando l’altare ho letteralmente visto il silenzio e mi sono sentito “a suo presidio”; l’Altare è portatore di silenzio perché la luce che gli è intrinseca nutre l’attenzione, l’ascolto, l’attesa, la postura, come direbbe Raimondi, del nostro creare traverso la scrittura, del nostro stare col silenzio, del nostro guardare e meditare, del nostro ascoltare il silenzio necessario al pensiero, suo (del pensiero) guscio accogliente e sua cartina di tornasole, suo necessitato luogo e suo contrappunto.

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Per un omaggio a Letizia Battaglia

Molteplici le forme della scrittura – e inattese se ci si ostina a identificarla soltanto con modi d’espressione verbale e alfabetica – nobilissima scrittura è, infatti, la fotografia di Letizia Battaglia perché commuove la mente parlandole con l’evidenza di una scelta libertaria ed etica, conoscitiva e accogliente. Politica.

Letizia Battaglia scrive di noi e per noi.

“Scrivere” va connesso, etimologicamente, con incidere e scavare: queste fotografie incidono e scavano dentro di noi come individui e come membri di una comunità.

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Breve saggio su Milano (un notturno)

Il centro di Milano va svuotandosi delle persone, chiudono gli ultimi locali di ristoro, quasi più nessuno nelle strade e nelle piazze, piccoli mezzi del servizio di nettezza urbana, i lampeggianti accesi, ronzano a ridosso di un marciapiedi o in un angolo.
Il centro di Milano senza vocio e quasi senza rumori, senza andirivieni e senza l’eccesso delle luci che esplode dai negozi in strada, cerco il centro di Milano restituito al silenzio e alla solitudine apparente dei suoi edifici.

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Per un omaggio a Castor Seibel

Ancora una volta devo esplicitare il mio debito di riconoscenza nei confronti di Domenico Brancale: i testi che ho studiato per scrivere il presente articolo sono suo generosissimo dono (sia materiale che umano e intellettuale) e, inoltre, la mia curiosità nei confronti di Seibel è cominciata proprio con la dedica “per Castor Seibel” che Domenico premette a una sua poesia leggibile in incerti umani (Passigli, Firenze, 2013):

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Jean-Noël Schifano: Le coq de Renato Caccioppoli

Jean-Noël Schifano pubblica con Gallimard nel 2018 un “récit” (racconto) di fulminante e struggente bellezza, di fine e complessa scrittura, di convinto impegno etico e politico: si tratta di un volume di 102 pagine al cui centro (anche in senso quasi letterale, fisico, da pagina 56 a pagina 71) c’è il famoso episodio dalla vita del matematico napoletano in cui Renato Caccioppoli si fece vedere nel centro di Napoli con un gallo al guinzaglio quale forma di protesta e di dileggio nei confronti della legge fascista che vietava agli uomini di mostrarsi con un animale di piccola taglia al guinzaglio, cosa che, secondo i dettami del partito, ne comprometteva la virilità.

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La Repubblica dei Dotti secondo Arno Schmidt

Quando si affronta la lettura di una qualsiasi opera di Arno Schmidt (Amburgo, 18 gennaio 1914 – Celle, 3 giugno 1979) credo sia opportuno essere consapevoli del fatto che uno degli obiettivi programmatici dello scrittore è non compiacere in alcun modo il lettore, non dargli quello che quest’ultimo, probabilmente, si aspetta, condurlo lungo itinerari narrativi che lo provochino e che ne scuotano la coscienza, che la disturbino e la inquietino, la scandalizzino – ma fondamentale è anche comprendere che tutto questo, nella concezione che Schmidt ha della scrittura, non accade in maniera gratuita, non ha niente dell’ostentazione fine a sé stessa o di un eventuale narcisismo o di un giuoco pseudoavanguardistico, bensì possiede motivazioni precise e stringenti di carattere sia etico che politico che storico, oltre che letterario.

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Breve saggio balbettante (Port Bou: dedicato a Walter Benjamin)

 

 

 

 

studiare:………………..conoscere:……………….capire

e quegli occhi miopi dietro le lenti rotonde vedevano meglio e più in profondità; lo incontravi nella sala di lettura della Bibliothèque Nationale (scriveva di  rues,  boulevards, passages) contemporaneo ed epigono di Baudelaire – sodale e lettore di Baudelaire

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Visioni d’Europa: Domenico Brancale per Matera 2019

“MaTerre, Cantiere Cinepoetico Euromediterraneo” è un progetto di Matera Capitale Europea della Cultura 2019 co-prodotto da Rete Cinema Basilicata e Fondazione Matera Basilicata 2019 con il cofinanziamento della Fondazione Lucana Film Commision e il partenariato di Meditalents (Francia), Albanian National Film Center (Albania), Balkan Film Market (Albania), Rattapallax (USA), CIRCE/Università di Torino (Italia), DAMS/Università della Calabria (Italia), Universosud (Italia), Fabrique Entertainment (Italia), Noeltan Film Studio (Italia) Official sponsor Banca BCC Basilicata, Banca Etica Con il patrocinio di CNA, Confederazione Nazionale Artigianato e Piccola e Media Impresa e Dipartimento delle Culture Europee e del Mediterraneo – Università degli Studi della Basilicata

#Matera2019 #OpenFuture #CoMatera2019
#MaTerre2019 #OpenCinema #ReteCinema

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Il passo della pioggia

Il passo di Giacometti è quello delle sue ombre, le sue ombre sono materia scultorea – o l’avanzo, carbonizzato e irriducibile, di quello che il fuoco ha finito di bruciare e più non sa bruciare. Questa pioggia non estingue il fuoco, ma allarga il respiro, cade sulla testa e sulle spalle.

Il passo stretto di Giacometti sotto la pioggia è quello di ogni viandante che, per istinto, cerchi di bagnarsi il meno possibile o sia stato sorpreso dall’acquazzone. Sembra ben più sorpreso d’essere inquadrato dall’obiettivo dell’amico fotografo.

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Breve saggio sui trenini elettrici

La fascinazione che proviene dal trenino elettrico (limitata ai “maschi”?) non è soltanto un richiamo dall’infanzia né soltanto una nostalgia, ma il persistere dell’incanto esercitato da quello che, miniaturizzato, allude nello spazio di una stanza o di un tavolo alle dimensioni eccessive d’interi paesaggi – ché, foss’anche solo il cerchio dei binari e un solo passaggio a livello, il giuoco del trenino elettrico dona l’illusione di dominare rotaie, vagoni e locomotive che, nella realtà, eccedono grandemente le forze di ognuno.  Continua a leggere Breve saggio sui trenini elettrici