Archivi categoria: antonio devicienti

Miraggi tornati parole

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Quaderni di Traduzioni (XXXV)

Quaderni di Traduzioni
XXXV. Marzo 2018

Yves Bergeret

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Le trait qui nomme
II. Trois jours (2010, 2018)

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Prima del diluvio, 19

Immagine di Michele Guyot Bourg

 

 

Antonio Devicienti

La volpe, che libera s’aggira nella foresta innevata,
suscita riprovazione e odio. Al margine
del villaggio un impresario di milonghe ha preso
in gestione il molto malmesso campo di volo
(ma disprezza i banchieri cui mai chiederà un prestito).
Raccoglie lacerti di scrittura dentro scatole
per le scarpe e s’accumula l’opera,
s’inabissa.
Quasi tutti i grandi poeti sono morti: i pochissimi
ancora in vita hanno capovolto il tempo, beffano la morte,
ignorano i nanerottoli scribacchini.
Per lente passeggiate l’impresario di milonghe porta con sé
l’ombrello (non solo per i giorni di pioggia),
l’appoggia al paracarro, scruta gli alberi della foresta, attende.

(Tratto da qui)

Suggestioni chariane

Antonio Devicienti

Inseguire il tema dell’ustione per scaldarmi e bruciarmi al magistero di chi sa additare una via alla parola; mi affido così a René Char poeta-fabbro, poeta-maniscalco, poeta dal grembiule di cuoio – ed ecco la scintilla esplosa fuori dalle braci che brucia e incenerisce quel cuoio. Siamo nelle  Vicinanze di Van Gogh, ove appunto “una scintilla ha bruciato il mio grembiule di cuoio. Che potevo farci? Cuoio e cenere” perché in Char la poesiaconoscenza si manifesta con l’esplosione del lampo e l’ustione del fuoco, perché l’approssimarsi al senso è intermittente e nell’intermittenza devasta, costringendolo a dire, chi ne viene toccato – è Orione degli Aromi cacciatori “pigmentato d’infinito e di sete terrestre” quando sceglie di abitare la terra e ha i tratti anneriti dalla sua attività di cacciatore-e-fabbro che riprofilava la punta delle sue frecce nella fucina ardente – è Orione innamorato della Stella Polare e che sa che i figli della terra appartengono al fulmine (qui Char dice éclair, lampo che illumina, che porta e apporta la luce), umani “pietra del fulmine” – umani scintille dall’origine sconosciuta e destinati a bruciare un po’ più in là del presente e cioè nel proprio futuro, umani la cui sofferenza è capace di rompere l’immane silenzio che li avvolge e sovrasta. “Come m’è venuta incontro la scrittura? Come piumaggio d’uccello sul vetro, in inverno. D’un sùbito si è levata nel focolare una rissa di tizzoni che, ancora adesso, non ha fine” (da La biblioteca è in fiamme).

(Continua a leggere qui)

Per il decennale di RebStein, 14

Antonio Devicienti

L’ora contro: frammenti per un omaggio alla scrittura di Domenico Brancale

Percepisco la scrittura di Domenico Brancale quale presenza così potente per me e suggestionante e assoluta che non vorrò scrivere qui una nota di lettura, né un saggio critico, né porrò i testi del poeta lucano su di un tavolo operatorio per minuziosamente notomizzarli – ne scriverò, invece, in un andirivieni frammentato e frammentario (e, spero, commosso), perché ho qui accanto questi quattro libri (L’ossario del sole, Controre, incerti umani, Per diverse ragioni[1]) ed essi s’aprono alla mente che li cerca come sassi dentro cui si celano universi. Per chi proviene dal Sud d’Italia e da terre petrose il sasso, la pietra, la roccia effusiva o calcarea, la gravina e il calanco sono parti d’un paesaggio interiore ineludibile – e anche il linguaggio, forse, liberatosi dall’enfasi barocca cui lo indurrebbe un altro elemento (l’architettura di chiese e di palazzi delle città e dei paesi del Sud), anche il linguaggio si dispone in laconiche e densissime frasi, in violazioni del dire comune, si pone in cammino verso il senso e l’origine e attraversa per intero il rischio del fallimento o del non-approdo.

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Che cos’è Carène / Carena

“Sto parlando di stranieri dal cuore tenace e grande
che usciti dal mare verdeggiante di annegati
scalano il pendio
nella direzione opposta al possesso”.

[Presentiamo la parte iniziale del saggio di Antonio Devicienti su “Carène” di Yves Bergeret. Il lavoro sarà pubblicato domani in “Quaderni delle Officine”. Ve ne consigliamo vivamente la lettura. gem-rebstein]

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Prima del diluvio, 17

Immagine di Michele Guyot Bourg

 

 

Antonio Devicienti

(Per Salvatore Toma)

Entri vestito d’una camicia di parole
(bianca. abbagliante)
e i muri di questo paese retrivo
e razzista si fanno incandescenti
bruciano i mortiviventi ‘nzerràti
nelle loro stupide case
e così brucia la pietraleccese
dopo secoli di falsa elegia
e la cartapesta dei santi fonde
liquida cola scorre
nella navata poi spinge al portale Continua a leggere Prima del diluvio, 17

Sul concetto di “langue-espace”

yves-bergeret-koyo-mali-installazione

“Quella d’Yves Bergeret è un’esperienza umana e culturale ch’intesse legami con molteplici esperienze di diversi luoghi del pianeta, che vuole riportare l’atto poetico alla sua complessità originaria: oralità della parolacanto, segno, danza, musica. È spazio che canta, è colore che avvolge, è parola scritta che tende ad abbandonare la pagina bidimensionale, è improvvisazione, è memoria, è un nuovo modo di pensare la geografia, di pensare l’Europa.”

(Leggi l’intero articolo di Antonio Devicienti su Via Lepsius)

Destini minori

Marco Ercolani, Destini minoriAntonio Devicienti

Vite minime e invisibili: Marco Ercolani prosegue la sua ricerca artistica ed esistenziale affidandosi a una scrittura che, nella propria tendenza apparentemente collezionistica, ambisce a esaurire tutte le possibilità del reale; c’è davvero una consapevole e creatrice follia in questo continuare a scrivere libri interi ora di apocrifi, ora, come nel caso presente, di biografie brevi e inventate le quali hanno tutte lo stigma della verosimiglianza e dell’ossessione. La “tendenza collezionistica” cui accennavo non è però fine a sé stessa, ma è il risultato di questo permettere alla scrittura di diventare (o di continuare a essere) potente strumento immaginifico, labirintico andamento di specchi, scandaglio di ogni possibilità esistenziale e intellettuale, ché l’autore stesso, fedele al suo lucido (e liberamente scelto) delirio, prende a vivere le decine e decine di vite che racconta, pur conservando la necessaria distanza dalla materia narrata.

(continua a leggere qui)

“Preferisco sparire” di Marco Ercolani

Robert Walser Antonio Devicienti
Marco Ercolani

Se il testo è anche uno spazio da esplorare, allora potrebbero essere necessarie delle chiavi per potervi accedere: in questo caso almeno due. L’una è il piacere puro e semplice, l’abbandonarsi, intendo dire, al piacere di leggere e di meravigliarsi; l’altra potrebbe essere già rintracciabile in una precedente opera di Marco Ercolani, La terra mi è di peso / scritture apocrife

(https://rebstein.files.wordpress.com/2009/09/marco-ercolani-la-terra-mi-e-di-peso1.pdf):

Apòkriphòs, cioè segreto. Posseduto dal demone dell’analogia, lo scrittore apocrifo tenta di trovare il segreto di sé nell’anima di un altro. È simultaneamente vampiro e vampirizzato, voyeur dell’atto creativo altrui e insieme testimone estremo di quanto l’altro poteva dire ma non ha detto ed era impensabile ma necessario che dicesse.  E sùbito dopo: Scrivere testi la cui scrittura è impossibile e affermarne l’esistenza con un atto di fantasia postuma. L’apocrifo non è allora una banale ricreazione stilistica quanto uno specchio paradossale, proiettato in tempi altri – uno specchio che riflette vertigini presenti, inattuali e assolute.

[Leggi l’intero saggio su “Quaderni delle Officine]