Coltivare la speranza – In memoria di Mahmud Darwish

Qui, sui pendii delle colline, dinanzi al crepuscolo
e alla legge del tempo
Vicino ai giardini dalle ombre spezzate,
Facciamo come fanno i prigionieri,
Facciamo come fanno i disoccupati:
Coltiviamo la speranza.
Un paese che si prepara all’alba.

 

Stato d’assedio

Qui, sui pendii delle colline, dinanzi al crepuscolo
e alla legge del tempo
Vicino ai giardini dalle ombre spezzate,
Facciamo come fanno i prigionieri,
Facciamo come fanno i disoccupati:
Coltiviamo la speranza.
Un paese che si prepara all’alba.
Diventiamo meno intelligenti
Perché spiamo l’ora della vittoria:
Non c’è notte nella nostra notte illuminata
Da una pioggia di bombe.
I nostri nemici vegliano,
I nostri nemici accendono per noi la luce
Nell’oscurità dei sotterranei.
Qui, nessun “io”.
Qui, Adamo si ricorda che la sua argilla
È fatto di polvere.
In punto di morte, dice:
Non posso più smarrire il sentiero:
Libero sono a un passo dalla mia libertà.
Il mio futuro è nella mia mano.
Ben presto penetrerò nella mia vita,
Nascerò libero, senza madre né padre,
E mi sceglierò un nome di lettere d’azzurro…

Qui, fra spirali di fumo, sui gradini di casa,
Non c’è tempo per il tempo.
Come chi s’innalza verso Dio,
Dimentichiamo il dolore.

Nulla qui riecheggia Omero.
I miti bussano alla nostra porta, se vogliono.
Nulla riecheggia Omero. Qui, un generale
Scava alla ricerca di uno stato addormentato
Sotto le rovine di una Troia che verrà.

Voi, ritti in piedi sulla soglia, entrate,
Bevete con noi il caffè arabo.
Sentirete che siete uomini come noi.

Voi, ritti in piedi sulla soglia delle case,
Uscite dalla nostra alba.
Ci sentiremo sicuri di essere
Uomini come voi!

Quando gli aerei scompaiono, spiccano il volo le colombe
Bianchissime, lavano la gota del cielo
Con ali libere, riprendono il bagliore e il possesso
Dell’etere e del gioco. In alto, ancora più in alto volano via
Le colombe bianchissime. Ah, se il cielo
Fosse vero… (mi ha detto un uomo correndo fra due bombe).

I cipressi, dietro i soldati, minareti che s’innalzano
Per non far crollare il cielo. Dietro la siepe di ferro
Pisciano i soldati – al riparo di un tank –
E la giornata autunnale conclude la sua traiettoria dorata
In una strada vasta come una chiesa dopo la messa domenicale…

(A un assassino) Se avessi contemplato il volto della vittima
E riflettuto, ti saresti ricordato di tua madre nella camera
A gas, avresti buttato via le ragioni del fucile
E avresti cambiato idea: non è così che si ritrova un’identità.

L’assedio è attesa,
Attesa su una scala inclinata
Dove più infuria l’uragano.

Soli, siamo soli a bere l’amaro calice,
Se non fosse per le visite dell’arcobaleno.

Abbiamo dei fratelli dietro quella spianata,
Fratelli buoni, che ci amano. Ci guardano e piangono.
Poi si dicono in segreto:
“Ah! Se quest’assedio venisse dichiarato…”
Lasciano la frase incompiuta:
“Non lasciateci soli, non abbandonateci”.

Le nostre perdite: da due a otto martiri, giorno dopo giorno.
E dieci feriti.
E venti case.
E cinquanta ulivi…
Aggiungeteci la perdita intrinseca
Che sarà il poema, l’opera teatrale, la tela incompiuta.

Una donna ha detto alla nube: copri il mio amato
Perché ho le vesti grondanti del suo sangue.

Se non sei pioggia, amor mio
Sii albero
Colmo di fertilità, sii albero
Se non sei albero, amor mio
Sii pietra
Satura d’umidità, sii pietra
Se non sei pietra, amor mio
Sii luna
Nel sogno dell’amata, sii luna
(Così una donna che dava sepoltura al figlio)

O ronde della notte! Non siete stanche
Di spiare la luce nel nostro sale
E l’incandescenza della rosa nella nostra ferita,
Non siete stanche, ronde della notte?

Un lembo di questo infinito assoluto azzurro
Basterebbe
Ad alleviare il fardello di questo tempo
E a spazzare via la melma di questo luogo.

Che l’anima scenda dalla sua cavalcatura
E cammini con passi di seta
Al mio fianco, mano nella mano, come due amici
Di vecchia data che condividono il pane secco
E un bicchiere di vino della vecchia vigna,
Per poter attraversare insieme questa strada.
Poi i nostri giorni seguiranno sentieri diversi:
Io al di là della natura, e lei,
Lei preferirà inerpicarsi su un’altra vetta.

Siamo lontani dal nostro destino come gli uccelli
Che fanno il nido negli anfratti delle statue,
O nella cappa del camino, o nelle tende
Dove riposava il principe andando a caccia.

Sulle mie macerie spunta verde l’ombra,
E il lupo sonnecchia sulla pelle della mia capra.
Sogna come me, come l’angelo,
Che la vita sia qui… non laggiù.

Quando si è assediati, il tempo diventa spazio
Pietrificato nella sua eternità
Quando si è assediati, lo spazio diventa tempo
Che ha fallito il suo ieri e il suo domani.

Questo martire mi assedia ogni volta che vedo spuntare un nuovo giorno
E mi chiede: Dov’eri? Annota sui dizionari
Tutte le parole che mi hai offerto
E libera i dormienti dal ronzio dell’eco.
Il martire mi spiega: Non ho cercato al di là della spianata
Le vergini dell’immortalità, perché amo la vita
Sulla terra, fra i pini e gli alberi di fico,
Ma era inaccessibile, così ho preso la mira
Con l’ultima cosa che mi appartiene: il sangue
Nel corpo dell’azzurro.

Il martire mi avverte: Non credere alle loro storie
Credi a me, padre, quando osservi la mia foto e chiedi piangendo:
Come hai potuto scambiare le nostre vite, figlio mio,
Perché mi hai preceduto? C’ero io, c’ero prima io!

Il martire non mi da tregua: mi sono solo spostato
Con i miei mobili consunti.
Ho posato una gazzella sul mio letto,
E una falce di luna sul mio dito,
Per alleviare la mia pena.
L’assedio continuerà, per convincerci a scegliere
Una schiavitù che non fa male,
In piena libertà!

Resistere significa: accertarsi della forza
Del cuore e dei testicoli, e del tuo male tenace:
Il male della speranza.

In quel che resta dell’alba, cammino verso il mio involucro esterno
In quel che resta della notte, ascolto il rumore dei passi rimbombare al mio interno
Saluto chi come me insegue
L’ebbrezza della luce, lo splendore della farfalla,
Nell’oscurità di questo tunnel.

Saluto chi beve con me dal mio bicchiere
Nelle tenebre di una notte che entrambi ci avvolge:
Saluto il mio spettro.

Per me i miei amici preparano sempre una festa
Da Dio, una sepoltura serena all’ombra delle querce
Un epitaffio inciso nel marmo del tempo
E sempre ai funerali li precedo correndo:
Chi è morto… chi?

La scrittura, un cucciolo che morde il nulla
La scrittura ferisce senza lasciar tracce di sangue.

Le nostre tazze di caffè. Gli uccelli, gli alberi verdi
Nell’ombra azzurrina, il sole che scivola di muro
In muro con balzi di gazzella
L’acqua delle nubi dalla forma illimitata – tutto quel che ci resta.

Il cielo. E altre cose dai ricordi sospesi
Rivelano che questo mattino è potente splendore,
E che noi siamo i convitati dell’eternità.

(2002)

 

Una lezione di Kamasutra

Con la coppa incastonata d’azzurro
aspettala
vicino alla fontana della sera e ai fiori di caprifoglio,
aspettala
con la pazienza del cavallo sellato,
aspettala
con il buon gusto del principe raffinato e bello
aspettala
con sette cuscini pieni di nuvole leggere,
aspettala
con il foco dell’incenso femminile dappertutto
aspettala
con il profumo maschile di sandalo sui dorsi dei cavalli,
aspettala.
E non spazientirti. Se arriva in ritardo
aspettala,
se arriva in anticipo
aspettala
e non spaventare gli uccelli sulle sue trecce,
e aspettala
chè si sieda rilassata come un giardino in fiore,
e aspettala
chè respiri un’aria estranea al suo cuore,
e aspettala
fino a che non sollevi il suo vestito scoprendo le gambe
nuvola dopo nuvola,
e aspettala
e portala su un balcone per vedere una luna annegata nel latte,
e aspettala
e offrile l’acqua prima del vino e non
guardare il paio di pernici che le dormono sul petto,
e aspettala
e accarezza lentamente la sua mano
quando poggia la coppa sul marmo
come se sollevassi la rugiada per lei,
e aspettala
e parlale come il flauto
alla coda spaventata del violino,
come due testimoni di ciò che il domani vi prepara,
e aspettala
e leviga la sua notte anello dopo anello,
e aspettala
fino a che la notte non ti dica:
Al mondo siete rimasti soltanto voi due.
Allora portala dolcemente alla tua morte desiderata
e aspettala….!

(M. Darwish, Il letto della straniera, introduzione di Roberto Mussapi, traduzione e nota biografica di Chirine Haidar, Milano, Epochè Edizioni, 2009)

 

Rita e il fucile

Fra Rita e I miei occhi si leva un fucile.
Quelli che conoscono Rita,
s`inchinano e pregano I suoi occhi di miele divino.
Ho baciato Rita bambina,
lei si e` stretta a me, lo ricordo…
I suoi capelli mi coprivano il braccio.
Ricordo Rita
Come l`uccello ricorda la sua fontana.
Oh, Rita!
Un milione di immagini
Un milione di uccelli
Un milione di appuntamenti
Sono stati assassinati da un fucile.
Il nome di Rita, festa per le mie labbra.
Il corpo di Rita, nozze per il mio sangue.
Per due anni, mi sono perduto in lei.
Per due anni lei si e` distesa sul mio braccio,
uniti nel fuoco delle nostre labbra,
siamo resuscitati per due volte.
Oh, Rita!
Chi avrebbe potuto sciogliere i nostri sguardi,
prima che si levasse un fucile?
Oh, notte di silenzio!
C`era una volta…
Una luna e` calata all`alba…
Lontano, in occhi di miele
E la citta` ha cancellato Rita e le canzoni…
Fra Rita e I miei occhi, si leva un fucile.

(AA. VV, La terra più amata. Voci della Palestina, Manifesto Libri, Roma, 2002)

 

Un uomo

Con il ferro incatenarono la bocca
al sasso della morte legarono le mani,
gli dissero: Assassino!

Gli tolsero il cibo, gli abiti e i lampi
lanciarono il corpo nel ventre della morte
gli dissero: Ladro!

Bandito da ogni porto
gli tolsero il suo piccolo amore
gli dissero: Profugo!

Oh sangue mio
degli occhi e delle mani
breve è la notte
piccola la cella
e poco resiste il ferro!
Nerone è morto, Roma non muore …
Con lo sguardo uccide!
La spiga muore
La valle inonda il grano!.

(M. Darwish, La mia ferita è una lampada ad olio, traduzione di Francesca Maria Corrao, Avellino, De Angelis Editore, 2006)

 

Pensa agli altri

Prepari la tua colazione, pensa agli altri
      (non dimenticare il cibo per i piccioni)
Combatti la tua guerra, pensa agli altri
      (non dimenticare chi chiede la pace)
Paghi la bolletta dell’acqua, pensa agli altri
      (chi si nutre di nubi)
Torni a casa, la tua casa, pensa agli altri
      (non dimenticare la gente nelle tende)
Dormi e conti le stelle, pensa agli altri
      (chi non ha spazio per dormire)
Liberi l’anima con le metafore, pensa agli altri
      (chi ha perduto il diritto di parola)
Pensi agli altri lontani, pensa a te stesso
      (dì: magari fossi candela nel buio)

(Traduzione di Francesca Maria Corrao)

 

Per descrivere il fiore di mandorlo

Per descrivere il fiore del mandorlo non mi giovano né enciclopedie
né vocabolari…
le parole mi trascinano nelle insidie della retorica,
la retorica ferisce il senso e loda la ferita
come il maschile detta al femminile i suoi sentimenti,
in che modo potrà risplendere allora il fiore del mandorlo nella mia lingua
che ne è l’eco?
Il fiore del mandorlo è trasparente come una risata d’acqua
che dalla timidezza della rugiada sboccia sui rami…
leggero come un bianco motivo musicale…
debole come l’apparire di un’idea che
spunta sulle dita
e inutilmente scriviamo…
denso come un verso di poesia che non può essere scritto
con parole.
Per descrivere il fiore del mandorlo devo visitare
l’inconscio, guidato verso i nomi dei sentimenti
appesi agli alberi. Qual è il suo nome?
Qual è il suo nome nella poetica del nulla?
Devo penetrare la gravità e le parole
per sentirne la leggerezza quando diventano
spettro sussurrante, così io divento loro e loro me,
trasparenti e bianche.
Le parole non sono patria e nemmeno esilio,
sono, invece, la passione del bianco nel descrivere il fiore del mandorlo.
Non neve né cotone, che cos’è dunque nella sua superiorità
alle cose e ai nomi?
Se l’autore riuscisse a comporre un brano
che descriva il fiore del mandorlo, svanirebbe la nebbia
sulle colline e un popolo intero direbbe:
eccole,
ecco le parole del nostro inno nazionale!

(Traduzione dall’arabo di Fawzi Al Delmi, in Lo Straniero, n. 66 – dicembre 2005 /gennaio 2006)

 

La terra è stufa di noi

Ci respinge la terra
e ci costringe nell’ultimo varco
ci spogliamo dalle membra per poter passare.
Ci spreme la terra.
Magari fossimo il suo grano
per morire e
Rinascere.
Magari fosse madre nostra
Perché abbia pietà di noi.
Magari fossimo dipinti sulle rocce,
che il nostro sogno porterà,
come specchi.
Abbiamo visto i volti
Di chi verrà assassinato
Dall’ultimo di noi,
in difesa dell’anima!
Abbiamo pianto sulle feste
dei loro bambini.
Abbiamo visto i volti
di chi lancerà i nostri bambini
dalle finestre di questo ultimo spazio.
Specchi che la nostra stella appenderà!
Dove andremo dopo le ultime frontiere?
Dove voleranno le rondini dopo l’ultimo cielo?
E dove dormiranno gli alberi dopo l’ultimo
respiro d’aria?
Scriveremo i nostri nomi
Con vapore scarlatto,
interromperemo il canto,
perché lo completi la nostra carne lacerata.
Qui moriremo,
qui nell’ultimo passaggio,
qui o forse qui,
pianterà i suoi olivi il nostro sangue.

(Traduzione di Lucy Ladikoff)

 

Su questa terra

…Potete legarmi mani e piedi
Togliermi il quaderno e le sigarette.
Riempirmi la bocca di terra:
La poesia è sangue del mio cuore vivo
sale del mio pane, luce nei miei occhi.
Sarà scritta con le unghie, lo sguardo e il ferro,
la canterò nella cella della mia prigione,
al bagno,
nella stalla,
sotto la sferza,
tra i ceppi
nello spasimo delle catene.
Ho dentro di me un milione d’usignoli
Per cantare la mia canzone di lotta.

 

Innamorato della Palestina

Ho scritto sulla mia agenda:
amo l’arancio e odio il porto,
ho aggiunto sulla mia agenda:
al porto mi fermai
la vita aveva occhi d’inverno,
avevamo le bucce dell’arancio
e dietro di me la sabbia era infinita!
Giuro, tesserò per te
un fazzoletto di ciglia
scolpirò poesie per i tuoi occhi
con parole più dolce del miele
scriverò “sei Palestinese e lo rimarrai”
Palestinesi sono i tuoi occhi,
il tuo tatuaggio
Palestinesi sono il tuo nome,
i tuoi sogni
i tuoi pensieri e il tuo fazzoletto.
Palestinesi sono i tuoi piedi,
la tua forma
le tue parole e la tua voce.
Palestinese vivi, palestinese morirai.

 

______________________________
I testi di Mahmud Darwish sono stati raccolti dai blog Georgiamada e In sonno e in veglia.

L’immagine è di Abro.
______________________________

 

***

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9 pensieri riguardo “Coltivare la speranza – In memoria di Mahmud Darwish”

  1. Al di là dell’indubbio valore di questi testi, posso dirti, caro Francesco, che ho pianto? è questo l’effetto di una poesia che nasce dal sangue e nel sangue s’insinua e scorre e brucia ed esalta e mitiga e scuote e plana verso quel ” male della speranza” che ci inchioda tra una parola e un incubo, tra un abbandono e un tentativo di risalita.

    Grazie per questo dono, un carissimo abbraccio
    jolanda

  2. “Ho dentro di me un milione d’usignoli
    per cantare la mia canzone di lotta.”

    Sublime, straziante voce di una condizione umana, di strenuo coraggio, doloroso e luminoso, di un’atroce tragedia di un piccolo popolo che diviene universale, senza più effettivi confini: “Ecco le parole del nostro inno nazionale!”

    Grazie.
    francesco

  3. Era un omaggio doveroso, a poco più di anno dalla morte, a uno dei più grandi poeti della nostra epoca.

    Grazie per i commenti.

    fm

  4. Mi piace leggere nel ritorno di Ulisse e nella promessa finale di resistenza, nei versi di Samih al Qasim, che lascio qui sotto, un saluto del poeta “giovane coinquilino” e compagno di lotta ed epistole a Darwish, che ricordiamo non solo per la vasta produzione poetica ma anche e soprattutto per la passione civile e politica che lo portò ad aderire come combattente all’OLP e ad opporsi ad esso nel momento in cui “segretamente” accetto di riconoscere lo stato di Israele, firmando gli accordi di Oslo, che segnarono per Darwish il crollo del sogno di liberazione della Palestina che aveva animato gli ideali e le vicende di vita della sua intera esistenza.

    Un saluto sentito. natàlia

    ***

    Il nemico del sole

    Perderò, forse, lo stipendio,
    come tu lo desideri;
    sarò costretto a vendere abito e materasso;
    farò, forse, il portatore di pietre;
    il facchino,
    lo zappino di strada
    oppure l’operaio in una officina;
    forse sarò anche costretto a cercare nei letami
    per trovare un grano da mangiare;
    o forse morirò nudo e affamato.
    Ciò malgrado non mi rassegnerò mai a te,
    o nemico del sole!
    Ma resisterò fino all’ultima goccia
    di sangue nelle mie vene.

    Tu mi potresti rubare l’ultimo palmo di suolo;
    saresti capace di dare alle prigioni
    la mia giovane età;
    di privarmi dell’eredità di mio nonno:
    degli arredamenti, degli utensili casalinghi
    e dei recipienti.
    Saresti pure capace di dare al fuoco
    le mie poesie ed i libri miei
    ed ai cani la mia carne.
    Saresti – come è vero – un incubo
    sul cuore del nostro villaggio,
    o nemico del sole!
    Ciò malgrado, non mi rassegnerò mai a te
    e, fino all’ultima goccia
    di sangue nelle mie vene
    resisterò!…

    Potresti spegnermi la luce che m’illumina la notte
    e privarmi di un bacio di mia madre;
    i ragazzi vostri sarebbero capaci di insultare
    il mio popolo e mio padre;
    qualche vigliacco di voi sarebbe capace di
    falsificare pure la mia storia;
    Tu stesso potresti privare i figli miei
    di un abito di festa;
    saresti capace di ingannare,
    con falso volto,
    gli amici miei,
    crocifiggermi i giorni su una visione umiliante,
    o nemico del sole!
    Ciò malgrado, non mi rassegnerò mai a te
    e, fino all’ultima goccia di sangue nelle mie vene
    resisterò!…

    O nemico del sole!
    Nel porto vedo degli ornamenti,
    dei segni di gioia;
    sento delle voci allegre
    e degli applausi entusiasti
    che infuocano d’allegria la gola;
    e nell’orizzonte vedo una vela
    che sfida il vento e le onde
    sormontando con fiducia i pericoli!

    Questo è il ritorno di Ulisse
    dal mare dello smarrimento.
    Questo è il ritorno del sole
    E dell’uomo espatriato!…
    Per gli occhi di lui e della amata terra
    giuro di non rassegnarmi mai a te
    e fino all’ultima goccia di sangue nelle vene,
    resisterò,
    resisterò,
    resisterò!…

    Samih al Qasim

  5. Temps fugitifs [1]

    Quand le temps qui passe,
    est celui qui n’est plus,
    quand le chant qui débute
    est le soir qui s’endort
    quand nous avons hélé
    sans avoir de réponse.
    Espérance, espérance
    A tu gardé tes ors ?

    Quand le frisson parcours,
    les frimas revenus,
    quand l’automne chantant
    fait tournoyer les feuilles
    quand les pluies de retour
    vous font rentrer dans l’âtre
    Espérance, espérance
    Joues-tu à cache-cache ?

    Quand sur le sable d’or,
    vient clapoter la pluie.
    Quand l’ami se fait loin
    nimbé de sa jeunesse,
    quand le rimmel des filles
    coule furtivement,
    Espérance, espérance
    Ou t’es tu endormie ?

    Quand sous le soir fragile,
    le rêve se fait voile,
    quand même, les ardents
    commencent à fléchir
    et que l’aurore tourne
    en banquise glacée,
    Espérance, espérance
    Es tu bien feu follet ?

    Quand la jeunesse passe
    sans conserver le feu,
    quand même un sourire,
    se fait mélancolie.
    Quand le vin est tiré
    sans que nous sachions boire,
    Espérance, espérance
    Es tu vaine illusion ?

    Quand le rêve se fane,
    A force de pâlir,
    Quand même, les discours
    sonnent comme squelettes
    et que les idéaux
    se font piétinements,
    Espérance, espérance
    T’es tu moquée de nous ?

    Toulouse – 2009

    ***

    Élégie à la « Sposata »

    Comme un cheval fougueux
    Tu chevauches les pierres
    De ta montagne de granit.
    Tu domines le « Liamone »
    Et portes jusqu’à l’horizon
    Cette grandeur altière
    Qui est ton sceau de chevalier.

    La mariée ingrate
    Ayant laissé sa mère, sans un regard
    Fut transformée ici
    En monture de pierre.
    Mais par sa révolte, toujours indomptée
    Elle continue d’harnacher, la nuit,
    Les chimères de feu de son rêve de fuite.

    Oh, montagnes sacrées
    Témoins de tant d’effrois
    Et de tant d’invasions,
    D’où les conques soufflaient
    Leurs cris stridents de guerre
    Pour porter loin l’alarme
    Quand l’aigle voyait les chèvres dévaler

    Oh, montagnes sacrées
    Qui virent tant d’étés
    Enflammer l’horizon
    Et calciner les pins
    Ou l’eau glacée des sources
    N’apaise pas les soifs de pureté
    Et ou les merles et les geais
    Tiennent commun concert

    Paul Arrighi
    Létia ( Corse )
    Aout 2009

  6. Natàlia, grazie per il bellissimo testo di Samih al Qasim.

    Grazie a Viola, e a Paul Arrighi per il suo contributo in versi.

    fm

  7. Le cri d’Alep,

    Combien sont-ils réfugiés dans les caves
    à tromper provisoirement la mort
    en se promettant une vie meilleure, où leur voix soit entendue
    ou en songeant au paradis promis aux martyrs ?

    Et ce cinéaste kurde qui vivait à Paris et voulait voler des images à l’anonymat de la grande faucheuse.
    Il est parti là-bas muni de l’espoir fou que parfois les images savent atteindre le cœur des hommes.
    Certains les appellent des Djihadistes et tremblent pour leur propre liberté d’opinion, et pour les femmes qui sont traitées comme moins que rien par une masculinité égarée.

    D’autres défendent tout simplement un même droit des gens pour tous les êtres sur la Planète
    Pourquoi être né Arabe, Juif, Kurde ou noir, devrait-il à jamais vous rendre la vie plus précaire et vous priver du Droit de choisir vos gouvernants ?
    Il fut un temps où des évêques catholiques bénissaient les armes des troupes de Franco et appelaient à libérer l’Espagne des «rouges».
    Durant ce temps Orwell, Hemingway et bien d’autres quittèrent leur quiétude pour défendre l’Humanisme et l’Humanité aux prises avec les cris du «Viva la Muerte» fasciste.

    Que l’on m’explique, aujourd’hui pourquoi, la circonstance de naître dans le croissant fertile devrait vous valoir la servitude à vie ?
    Et de vivre dans le servage de régimes militaires et de tyrans corrompus ?
    La question de la Religion ne masque-t-elle pas une comptabilité inégalitaire et sordide des hommes ?
    Là, en terre d’Islam, vous seriez condamnés à courber le dos entre le bâton et les balles du policier ou la vision et les sermons réducteurs des théocrates et de ceux qui osent se nommer : «Le parti de Dieu» ?
    Qui ose ainsi trancher dans l’Humain et réduire le besoin et le souffle des Libertés à certains Peuples ; blancs et riches, de préférence ?

    Allons mes ami(e)s, n’oublions pas le message universel des Hume, Paine, Voltaire qui permit à nos anciens de prendre les Bastilles.
    Le Droit à la vie et à la liberté n’est pas d’un continent, ni d’une couleur de peau, ni d’une religion ; il est Universel comme le sourire du jeune enfant à sa mère.
    Assez de discriminations et d’hypocrisies ; dénonçons l’imposture des tyrans et les veules par trop intéressés qui nous voudraient taisant et tranquilles.
    Il est un Monde nouveau qui ne demande qu’à grandir et à vivre si bien sûr, on ne le tue pas avant ou si on ne lui met pas le bâillon.
    Ami(e)s ne te fait pas dicter ta conduite par ceux qui sont payés pour écrire que l’ordre immuable doit toujours se perpétuer.
    Ose ouvrir les yeux même aux spectacles les plus insoutenables et entendre ce long chœur de gémissements qui est l’Humanité souffrante dont tu fais intrinsèquement partie toi-même, avec les mêmes droits et devoirs.
    C’est l’Humanité souffrante qui frappe, devant l’écran de ton téléviseur quand ta journée de travail finie tu t’assoupis et il est trop facile et fallacieux de te dire que des spécialistes vont régler les problèmes à ta place.
    Hélas si tous raisonnent ainsi ; rien ne bougera et les Tyrans succéderont aux Tyrans comme les malédictions de Job.
    Peut-être ta faible voix comme celle du rouge-gorge doit se mêler à la symphonie du Monde pour qu’enfin puissent tomber les préjugés entre les êtres et les murailles de Jéricho ?

    Paul d’Aubin (Paul Arrighi), Samedi 24 août 2013

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