Su “Tirrenide” di Maria Grazia Insinga

Che Tirrenide di Maria Grazia Insinga sia l’opera risultata vincitrice della sezione “opera inedita” del Premio Lorenzo Montano 2019 conferma l’originalità e la qualità della scrittura dell’autrice siciliana; probabilmente più di un lettore storcerà il naso pensando (non a torto, devo ammettere) che i premi letterari non siano né debbano essere misura attendibile e legittima per accertare i valori reali di un libro, ma penso che il Premio Montano possa essere annoverato tra i pochissimi premi di poesia degni d’attenzione e di credibilità e aggiungo che si tratta per me di un’ottima occasione per parlare qui di una raccolta che ho avuto da tempo il privilegio di leggere in privato; questo significa che non ne riporterò alcun testo perché rispetto il fatto che l’opera sarà editata proprio nell’ambito del Premio Montano e perché desidero incuriosire i lettori che, mi auguro numerosi, vorranno acquistare il libro – comunque un manipolo d’inediti da Tirrenide è stato già pubblicato qui, sulla Dimora del Tempo sospeso, nel “quaderno” della Foce e della Sorgente materiato di testi di Maria Grazia Insinga e altri saranno disponibili a breve, sempre in questo spazio, quando Francesco Marotta e io avremo pubblicato una raccolta di testi di poeti siciliani tra i quali, appunto, inediti da Tirrenide.
Ho l’impressione che Tirrenide continui, portandoli a risultati ancora più convincenti, i già persuasivi e originali Persica, Ophrys ed Etcetera; è come se l’autrice avesse conquistato alla sua scrittura un margine ulteriore di libertà, liberandosi proprio da timori e remore circa la propria scrittura – ché siamo innanzi (tengo moltissimo a sottolinearlo) a un’artista che revoca sempre a dubbio i risultati dei propri testi, che non è mai del tutto convinta di quello che scrive e di come lo scrive (ma tornerò prestissimo sulla questione), che, mi si passi l’espressione, soffre profondamente anche a livello personale l’urto con una realtà spesso violenta e volgare; Tirrenide mi sembra aprirsi e abbandonarsi definitivamente a un impulso naturale per Maria Grazia e che è quello di adoprare il linguaggio e la sintassi come fossero materiali musicali, MA non nel senso banale e facile di pezzi caratterizzati da “musicalità” o “cantabilità”, bensì nel senso ben più difficile, arduo, rischioso di una musica che s’ispiri ad Anton Webern, a Giacinto Scelsi, a György Kurtág, a Luciano Berio: brevi pezzi, talvolta enigmatici (e proprio per questo illuminanti, provocatori, luminosamente oscuri), nei quali i vocaboli possono richiamarsi per assonanze o per minime variazioni d’una consonante o di una vocale (il senso si genera, dunque, per accostamento e variazione, talvolta anche per contrasto o paradosso), i miti, gli elementi naturali (l’orchidea, la pesca, per esempio), frammenti di paesaggio siciliano e mediterraneo, citazioni (da Jacqueline Risset, da Bartolo Cattafi e via enumerando) danno forma (proprio la forma è uno dei motivi conduttori dell’intero libro) all’atlante di un labirinto sempre cangiante (il labirinto è il Mediterraneo stesso, è la nostra mente, è il nostro esistere, è il mondo come enigma), al mosaico delle suggestioni e delle somiglianze, a itinerari traverso il sonno/sogno.
E scrivevo che Maria Grazia Insinga non è mai soddisfatta dei suoi testi, ma questo non significa che non ci siano un progetto e una struttura sottesi ai suoi libri (anzi!): questo vale anche per Tirrenide, articolata in sette parti costruite con rigorosa simmetria ed è entusiasmante muoversi fra le diverse parti dell’opera riconoscendovi i numerosi richiami interni, ma anche agli altri libri della poetessa, ricostruendo un universo estremamente colto, ricco di bellezza e di totalizzante desiderio di bellezza, ma anche minaccioso e buio, a volte, come percorso da faglie di violenza o da rigurgiti di morte; quelli di Maria Grazia Insinga non sono (né possono essere), allora, testi “belli” in senso tradizionale, ma testi che si conquistano passo passo la bellezza (la forma), testi dotati di un atteggiamento agonico nei confronti del reale e della storia, disposti a sfidare il male, l’oscurità, la minaccia. Tirrenide fa pensare al titolo di un poema epico (e si tratta di un’epica modernissima, il cui eroe è la parola poetica stessa che deve sfidare e attraversare le tenebre), ma anche al titolo di uno studio di botanica o di geologia, di geografia o di mitologia – e non lo scrivo a caso, visto che tutte queste discipline forniscono abbondante materia anche lessicale al libro, ché, come già in Persica e in Ophrys, in Etcetera e nella Fanciulla tartaruga, il tentativo rimane quello di andare oltre il puro e semplice “libro di poesia”, facendo della scrittura l’esperienza totale del conoscere.

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31 pensieri riguardo “Su “Tirrenide” di Maria Grazia Insinga”

  1. Lo ribadisco anche qui, nei commenti: sono ammirato da quelle scritture (rare) capaci di portare il dire in poesia molto oltre le banalità, le ovvietà e i facili effetti che, a mio modo di vedere, costituiscono gran parte dell’attuale orizzonte italiano; i libri di Maria Grazia Insinga spiccano per originalità, complessità stilistica e concettuale, capacità progettuale, cultura.

  2. Il Premio Lorenzo Montano é alla stregua di qualsiasi altro premio; miriadi di segnalazioni conseguite, personalmente, ma alla fine “”vincono”” i marchi editoriali e chi scrive come loro vogliono leggere…con ciò ammetto che il lavoro della giuria è sempre ammirevole (con stima per Flavio Ermini, persona gentilissima e squisita), ma come ricerca stiamo messi male. In fondo, far vincere e pubblicare due volte la stessa autrice si è visto poche volte; di solito chi ha già vinto non partecipa nemmeno allo stesso premio…ma, ormai, la gente di poesia ha le sue ragioni che la Ragione non conosce.

    1. Ringrazio per la stima a Flavio Ermini e al resto della giuria: tuttavia, in questi tempi strapieni di notizie false, la più assurda è che Maria Grazia Insinga abbia già vinto il “Montano”.
      La storia, documentata, racconta che nel 2015 “Persica” di Maria Grazia Insinga abbia vinto il premio “Opera Prima”, del quale non esiste traccia nel bando del “Montano”, trattandosi di un’operazione del tutto autonoma.
      Sempre la storia, quella vera, racconta che “Ophrys” andò in finale senza vincere e solo successivamente venne pubblicata.
      Ranieri Teti

      1. scusa, Ranieri, quest’anno chi ha vinto la pubblicazione con Voi per la raccolta inedita? “Tirrenide” di Maria Grazia Insinga, opera risultata vincitrice della sezione “opera inedita” del Premio Lorenzo Montano 2019. Bene, felice per lei. E chi ha pubblicato (e quindi siamo a due) “Persica” della stessa autrice? Ottimo, ri-felice per lei e mi pare evidente che gli altri è pure inutile, come ti dissi tempo fa, che partecipino, se poi solo le cime Coppi vengono esaltate.
        Confermo che il problema rimane la lettura integrale di quel che altri scrivono. Comunque, quando vedremo questa autrice confrontarsi come noi tutti con Case Editrici esterne, capaci di una valutazione, non dico obiettiva, ma almeno differente da quelle ricevuta in un unico ambito (Lorenzo Montano e satelliti)? Per il resto, ti ho scritto in un’altra occasione, il Lorenzo Montano si sta trasformando in una passerella…sbaglio o, quando non potetti arrivare a Verona (ti ricordo che abito molti chilometri più a sud), nonostante la segnalazione, su Carte nel Vento passarono le note di tutti quelli che comparivano nelle foto e noi, assenti, passammo in sordina? Ricordi quel che ti scrissi? Ecco, confermo e, soprattutto, spero che quest’anno si leggano le note critiche, come scritto sul bando, di tutti, senza mail di richiesta in caso di assenza al forum. Un caro saluto e sono contenta che il libro di questa straordinaria poetessa sia stata l’occasione, se non altro, per scambiare qualche opinione. Buon lavoro.

      2. per chiarimento, caro Ranieri, non farà parte del Premio Lorenzo Montano, ma la collana editoriale Opera Prima è pubblicati da Cierre Grafica in coedizione con Anterem Edizioni (che forse sono altre persone differenti da quelle del Montano). Poi, se vogliamo applicarci alle virgole ammetto che hai ragione su tutto e ti saluto.

      3. Mi dispiace, Angela, dover replicare. Ma è necessario e doveroso. “Opera prima”, fondata per una grande intuizione di Flavio Ermini, ha un consiglio dei garanti formato da Eugenio Borgna, Umberto Galimberti e Vincenzo Vitiello; si avvale inoltre di un consiglio editoriale composto da una trentina di intellettuali. Tutte queste personalità gestiscono come preferiscono “Opera prima” che, ribadisco, non c’entra niente con il Premio di poesia e prosa Lorenzo Montano. E poi non condivido la “passerella”: sono convinto invece che il “Montano” sia un luogo di incontro e di ascolto attento, fondato sul rispetto e sul racconto delle opere, cui tutti sono invitati senza alcuna esclusione. Quest’anno, il 16 marzo, segnalati e finalisti per l’edito, tutti insieme, con gli editori… E poi, “Carte nel vento”: è una rivista che esce in rete, mi spieghi come è possibile, nello stesso “format”, che alcune cose siano più visibili di altre? Ti ricordo che sei stata pubblicata sia nel numero 35 di aprile 2017 che nel numero 39 di aprile 2018. Quello che scriviamo nel bando, con molta fatica, facciamo. Con i tempi che ci sono umanamente consentiti.

      4. Grazie della replica chiarificatrice. La mia partecipazione al Premio dovrebbe far capire anche a chi continua ad invitarmi allo studio, che fondamentalmente ci voglio credere in un premio che, se va avanti da oltre trent’anni, qualcosa di meglio rispetto ad altri sicuramente offre; quello che non mi torna é leggere (stranamente?) sempre alcuni nomi. Mi piacerebbe, invece, leggere nomi nuovi, in nome di quella ricerca poetica in cui credo anche io. Per quanto concerne la visibilità, mi riferivo ad un anno in cui ti scrissi più di due mail per sapere che fine avesse fatto la nota critica, ma ormai sono cose passate. Grazie, ripeto, della replica. Un saluto.

      5. Ti porgo, Angela, un esempio molto recente: lo scorso anno, per la stessa sezione, vinse Umberto Morello. Totalmente inedito e 25enne. Uscì un gran libro, folgorante. Nomi nuovi ci sono. Purtroppo spesso ai più non fanno notizia. Abbiamo anche pubblicato su “Anterem” alcune sue poesie, tanto ci crediamo. Tu mi scrivesti, è vero, ma la nota sarebbe uscita, appena possibile, indipendentemente dalle tue sollecitazioni. Un saluto a te

  3. io ho letto solo “Ophrys”, e mi era piaciuto, poi scopro oggi che mi piace la poesia “pallosa”, non si finisce di imparare.

    i premi sono una cosa e la letteratura è un’alra cosa, la poesia non è una gara anzi è una copartecipazione e costruzione (con, non contro, gli altri), però buttata in certi termini, mi sbaglierò, suona un po’ a invidia, ma forse sbaglio (?)

  4. Per mio carattere e per mia precisa scelta preferisco tacere quando leggo degli interventi che già da soli si rivelano contraddittori e intrisi di veleno; accade talvolta che tali interventi colgano solo un aspetto (e anche il più trascurabile) di un articolo, manifestandosi tendenziosi e in mala fede – ringrazio allora di tutto cuore Marco Ercolani e Alessandro Ghignoli per aver riportato la discussione entro termini civili e di dialogo e mi scuso con Maria Grazia se, mio malgrado, l’ho coinvolta in una faccenda a tratti spiacevole. Grazie anche a Ranieri Teti che con puntualità ha ristabilito la verità dei fatti.

      1. Grazie, gentile Ranieri; in effetti non è la prima volta che alcuni commenti a un mio articolo colgano solo una parte dello stesso o ne fraintendano il senso, ma diciamo che fa parte delle “regole del gioco” quando si sceglie di pubblicare “in rete”; ma credo fermamente che anche per opporsi a certe derive presenti nel “web” si debba caparbiamente continuare a studiare, riflettere e scrivere, sforzandosi di esercitare onestà, coerenza e rispetto per il lavoro altrui, il che non esclude l’eventualità di discussioni anche accese, ma che debbono restare nell’alveo della correttezza. La saluto con stima.

      2. Caro Antonio, la stima è del tutto reciproca. Mi sono appassionato alle sue analisi leggendo la prefazione a “Distratte le mani” di Daniela Pericone: gran libro e una delle più belle note introduttive che abbia letto. Credo fermamente nel veicolare in rete la poesia, in luoghi seri come questo che ci ospita, con applicazione, metodo e criteri. Come avviene in “Via Lepsius”. Buon lavoro

  5. la me quello che ho letto note comeprese perché sentite con buone antenne, ha attratto. la scrittura poetica di Maria Grazia si dipanacome un complesso gioco di ruolo nel quale la legione assume forme dimensioni dislocazioni multiple e costantemente silenziosamente frenetiche: non inganni l’ apparente ‘ parlare di IO che IO non è mapiuttosta una toccata e fuga a sottrarsi da quello. la liricità teatrale e teatrante di alcuni suoi versi sono attinti da immersioni profondissime e dirimenti il totale stesso della poetessa.
    ella è al timone di uno spaccaghiacci che sfonda sì il ghiaccio ma tale ghiaccio si riforma immediatamente alle sue spalle. una scrittura che è un’ evasione dal complotto di nodi e specchi che è una follia ordinata ed elegante strutturalmente fatta di andate e ritorni senza correzioni devote ad alcunché se non a prendere il largo in un confluire di mari calmi in un confluire di carrellate di orizzonti, forse talvolta in alcuni passaggi i versi perdono un po’ il filo, non si riconoscono fra di loro, si evitano, non si agganciano, ognuno sceglie un ancoraggio diverso, un’ isola diversa e opposta ma fa parte della Natura intima di questa scrittura comunque colta femminile dove il celebrale appanna ostacola ostinatamente la sensualità… ma i poeti vivono e cambiano e diventano adulti e bambini senza sempo cambiano e vedono. i poeti d’ inclinazione per grazia degli Dèi… al di là di ogni concorso.
    un saluto
    paola

    1. Grazie per aver voluto commentare in maniera così articolata e argomentata; interventi come il suo arricchiscono e continuano un lavoro che, con la pubblicazione di un “post”, è, in realtà, appena all’inizio e che cerca lettori per essere completato. E sia chiaro: ben vengano le discussioni, le posizioni contrapposte, l’espressione del disaccordo con una tesi, ma che il tutto si mantenga nell’ambito del rispetto reciproco.

      1. grazie a lei, Antonio.per la cura e l’ impegno importanti. conosco e abito da molti anni la Dimora di Francesco – che ancora ringrazio come il primo giorno per il suo sguardi attento a 360° sempre volto ad una diffusione e condivisione generose . questo luogo esiste e resiste grazie a solide base fra le quali l’ interazione nel rispetto recipro che auspico possa essere coltivato rigorosamente da tutti gli utenti, coscienti del prezioso apporto e fonte culturale alla quale, qui, tutti possono attingere.
        paola lovisolo

  6. Ringrazio davvero di cuore per i commenti Marco Ercolani, Ranieri Teti, Alessandro Ghignoli e Paola. E, soprattutto, ringrazio Antonio Devicienti per la bellissima nota che sempre arricchisce la visione della mia scrittura. Carissimo Antonio, non scusarti: sono felice di abitare questa Dimora. Un caro abbraccio

  7. Ci sono poetiche che possono anche non rientrare nel proprio “gusto” personale, ma saperne riconoscere comunque la qualità intrinseca è non solo una capacità di più “alto rango” letterario, ma anche un segno di onestà intellettuale.
    Grazie ad Antonio per le pagine di bellezza che ci dona e un saluto caro a Maria Grazia Insinga.
    Nino

  8. Perché Angela è proprio il contrario di quello che dici. Maria Grazia Insinga non è una mia amica di “cerchia”. E la sua è una poesia che stimo per la ricerca, anche se non è la mia preferita. Dei siciliani amo la poesia completamente depurata dalle striature barocche, più o meno ancora presenti tra i suoi autori: quindi se faccio un nome faccio Fernando Lena.
    Per il resto di Antonio Devicienti e la sua erudizione non posso dirgli che grazie: leggendolo, sin dai tempi di Perigeion, imparo sempre qualcosa.
    Dico sempre quello che penso sui libri Angela. Così come sono molto severo con le mie scritture. E tu lo sai.

    1. si, lo so. E ti ringrazio per il commento. Un caro saluto, Nino.
      Il poeta, per me, dev’essere poeta anche fuori dai versi; e una ottima poesia può derivare solo da persone con la P maiuscola. Rimane interessante sia il fenomeno letterario oggetto dell’articolo, che l’articolo in sé; ma, ripeto, prima di tutto, io leggo le persone.

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