Intant che vardo

Era l’ora di tutto
e tutto pesava un soffio.

Renzo Favaron

Due poesie inedite

 

D’inverno

            per Amedeo Anelli

D’inverno,
intant che vardo
da la finestra,
penso a la neve
che carezzha
l’aria

che al rumore
del sienzhio.

 

D’inverno

D’inverno,
mentre guardo
dalla finestra,
penso alla neve
che accarezza
l’aria
come al colore
più
che al rumore
del silenzio.

 

*

 

A òlte

Iè raro, ma no’ posso dir
de non sentirme mai solo
o orbo. Sì, a òlte vorìa
che te vegnissi fóra
da ‘na vecia fotografia,
cofà pa’ liberarme de le robe
picinine del tenpo de ancuò
e de la vita che se strassina
co’l soito tran tran.
Forse no’ digo gnente
che no’ te sapi zà.
Comuncue, gò bisogno
de ‘ndare drento ‘na pagina,
de tentare a spiegarme
parché no’ podarò pì vedare
‘na imagine de ti
che no’ gabia zà visto e rivisto.

Iè raro, credame, ma a òlte
gò bisogno de scrivare
cofà on carbon ardente.

 

A volte

E’ raro, ma non posso dire
di non sentirmi mai solo
o accecato.
Sì, a volte vorrei che uscissi
da una vecchia fotografia,
così da liberarmi delle cose
piccole del presente
e della vita che si trascina
con il solito tran tran.
Forse non dico niente
che tu non sappia già.
Comunque, ho bisogno
di entrare in un foglio,
di tentare a spiegarmi perché
non potrò più vedere
un’immagine di te
che non abbia già visto e rivisto.

E’ raro, credimi, ma a volte
ho bisogno di scrivere
come un carbone ardente.

 

*

 

(da Al limite del paese fertile. 2007)

 

Ciribiribin

Le notti faccio questo. Canto quasi senza voce,
udibile sì e no. Lascio le luci spente,
così m’immagino un bambino a cui il mio canto
arriva. Lo vedo uscire di casa, aggirarsi
per le strade, guardarsi intorno e cambiare
di continuo direzione. A volte si ferma,
come se qualcosa lo richiamasse indietro,
allora accendo la luce, apro tutte le finestre
e aggiungo alla voce un accordo di chitarra.

Canto tutta la notte e anche qualche ora del giorno.
Perché lo faccio?
Nessun bambino si è mai affacciato,
come se davvero non l’aspettassi,
né volessi che mi trovasse. Eppure canto da anni
e non c’è modo di fermarmi.
Teso all’immagine vado avanti
con una certezza che solo mentre canto
mi accompagna, come se sognassi.
E forse è così, perché temo la sua venuta,
l’incontro che metterebbe a tacere
tutti gli uccelli che ci sono nella mia voce.

Ecco.
La notte faccio questo e l’appuntamento,
in fondo, non riguarda nessuno.

 

*

 

V

Che trascorra solo il tempo,
ogni ora messa una sull’altra
come i ciocchi sulla legnaia.
Non rinunciare, ma invocare
sempre l’incontro
se tutto ciò che si getta
nel fuoco vivo non è che dolore.
……………………..E questo:
arsi parte per se stessi
e pane quotidiano sia il cristallo di rocca
che fissa e affila, più che saziare.

 

*

 

(da In cualche preghiera. 2009)

 

Facanapia

Pa ‘na òlta
vorìa che me fusse concesso
de essere el zovane
che no’ so mai sta.
Vorìa essere on pónto
e ‘na linea, on nano
e on gigante, sveio
e indormezzhà.
Vorìa che ‘ndare
fusse ‘ncora restar,
come el zovane che so sta
e no’ xe cussì lontan
da cue’o che sognavo:
magro come on ciodo e seco,
scaenà, senpre senzha on scheo
in scarsea – sì, ‘na esse
che no’ se drizzha,
affamà de tuto e soratuto capasse
de bearzhe ogni busìa.
Facanapia, ‘na vozhe da maedìo.
Alora, dirì.
Che zovane? Che razzha de coion?
Cissà, forse cue’o de cuando no’ xe fato
tuto e no’ se gà paura
de gnente, se no’ de vivar
e de morir veramente.

 

Facanappia

Per una volta
vorrei che mi fosse concesso
di essere il giovane
che non sono mai stato.
Vorrei essere un punto
e una linea, un nano
e un gigante, sveglio
e addormentato.
Vorrei che andare
fosse ancora restare,
come il giovane che sono stato
e non è così lontano
da quello che sognavo:
magro come un chiodo e affilato,
scapestrato, sempre senza un soldo
in tasca – sì, una esse
che non si allinea,
affamato di tutto e soprattutto capace
di bere ogni bugia.
Facanappa. Una voce da maledetto.
Allora, direte,
quale giovane? Che tipo di coglione?
Chissà, forse quello di quando non è fatto
tutto e non si ha paura
di niente, se non di vivere
e di morire veramente.

 

*

 

(da Diario de mi e de la me luna. 2018)

 

IX

Picoi sassi cofà fiochi
de neve e el pianoforte
sienzhioso pì del lumin.
No’ te’ssè dir se te vedi
e senti, parché ‘desso xe cue’o
che tazhe e xe orbo.
No’ te’ssè dir
se xe l’inizhio o la fine,
se xe presto o tardi.
Cuà se pol solo pregar,
dormire da svei,
parché no’ ghe xe giorno né note.
Solo fiochi de neve
e pì del lumin
el pianoforte xe sienzhioso.

 

IX

Piccoli sassi come fiocchi
di neve e il pianoforte
silenzioso più del lume.
Non sai dire se vedi
e senti, perché ora
è ciò che tace ed è cieco.
Non sai dire
se è l’inizio o la fine,
se è presto o tardi.
Qui si può solo pregare,
dormire da svegli,
perché non c’è giorno né notte.
Solo fiocchi di neve
e più del lume
il pianoforte è silenzioso.

 

*

 

XI

Serti giorni, cô no ti’ssì bon de stare
senzha pensarghe, el vento se ferma
e ndare pì pian te senti el cuore.

‘Na debolessa che no’ par vera,
alora, buta geme rosse in-te ‘l to nero
e senzha darte afano i oci se sera
pa’ essare dopo, forse, on fià pì verti.

 

XI

Certi giorni, quando non sei capace di stare
senza pensarci, il vento si ferma
e andare più piano senti il cuore.

Una debolezza che non sembra vera,
allora, butta gemme rosse nel tuo nero
e senza darti affanno i tuoi occhi si chiudono
per essere dopo, forse, un po’ più aperti.

 

*

 

(da Piccolo canzoniere più bugiardo che vero. 2020)

Esco

Accendo la sigaretta.
Spengo la radio.
Prendo l’ombrello.
Esco.
Ho perso, trovando.
Sei morta? Sei viva?
Chiudo l’ombrello.
E’ qui, al petto, che piove.
Rientro.
Accendo la radio.
Perdendo, ho trovato.
Sei viva? Sei morta?
La pioggia non cessa.
Qui, a casa, apro l’ombrello.

Sono fradicio.

Mi confido.
Senza dire una parola
solo con il respiro.

 

*

 

Immagine del mondo

Chissà cosa pensi, radice
della mia stessa radice,
che porti i miei domani?
È tutto o niente?
Ci siamo abitati,
ma la mia dimora
era la tua arca. Da qui
entrava e usciva
la cicala con il suo canto.
Estate.
Lusso.
Piedi scalzi.
Come i bambini finita la scuola.
Una coppia di gemelli.
E ogni giorno
i prendeva dal gelso.
Ugualmente.
Sulle pareti le tacche
di Nicolas.
Immagine del mondo.
Era l’ora di tutto
e tutto pesava un soffio.

 

*

 

A terra

Acqua, sopra e sotto,
acqua per un viaggio
che non faremo.
Ho imparato a calcolare
coordinate e rotte,
a cazzare e lascare vele.
Ma oggi, incauto
natante a miglia dalla costa,
non sono mai stato
così appiedato.
Sbarcato.
Dentro e fuori.
Domani
e in ogni luogo.
Tanto che si dice
dei navigatori più soli
che solitari,
quelli che sono a terra
anche in mezzo al mare.

2 pensieri riguardo “Intant che vardo”

  1. Trovo sempre più affascinate e suggestiva la commistione tra poesia in lingua e in dialetto, anche e soprattutto tra testi apparteneti e risalenti a stagioni lontane o diverse.

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