Requiem di guerra

Franck Venaille

“mistero della poesia che porta in sé questo slancio
questo richiamo alla vita
fin dentro l’arena dove gli uomini,
ben presto, dovranno
morire”

(Testi tratti da Requiem de guerre, 2017)

Ho deciso di morire prima di nascere. Altrimenti è impossibile andare avanti. Qualcuno doveva dare l’esempio. Dovevo farlo. Ho mischiato la mia voce a quella degli altri. Fino ad allora era impensabile. Povero tra i poveri. Non è possibile. A volte parlavo con un cane. Gli tiravo il guinzaglio affinché si avvicinasse e sentisse meglio quello che gli dicevo. Devo rivelare tutto. Raccontare la storia della medicina. Perché io? Perché ho saputo rinunciare alla vita in tempo. Racconterò questo. La morte di fine vita. La morte mentre accade. Ma non basta. Bisogna dire quello che succede fuori. Nello stesso momento. Una morte! Però è lui (l’altro) che morirà. Io non morirò mai. Come faremo a identificare il cadavere? Bisognerà ascoltare tutti i moribondi. Convincerli a venire a tossire in presenza di testimoni. Poi toccherà ai medici alzare la posta in gioco. Lo seppelliremo se lo troviamo. Io non voglio marcire con lui. Voglio conservare le mie ossa intatte. Non marcirò. Sarò ancora là fuori. Sotto e contro la pelle. Ma sarò anche dentro quando non sarà altro che polvere. Non può essere altrimenti. Io la vedo così. La fine della vita. E come farla finita. Ma non c’è modo che io lo sappia. Lo saprò qui, però. E anche se è impossibile dirlo, lo dirò. Al momento. Non si tratterà più di me. Solo di lui alla fine della vita, quando la polvere della sua anima sarà spazzata via. Qui un lungo silenzio. Forse annegherà. Voleva annegare. Non voleva essere trovato. Non può più chiedere niente. Volere niente. Sassi nelle tasche. È di questo che parlano i giornali. Perché è andato nel vicolo alla sua sinistra? Perché non ha cambiato direzione? Qui un lungo silenzio. Non ci sarà mai più un “io”. Non dirà mai più niente. Non parlerà più. Non dirà più niente a nessuno. E nessuno gli parlerà. Non parlerà mai più da solo. E’ la storia della medicina che sto raccontando. Perché si sarebbe gettato nel sole? Per l’insonnia? Suvvia! E’ sbagliato. Non va bene. Ed è per colpa mia se tutto questo è successo. Non c’è più niente in lui del mio spirito. Si è completamente svuotato. Voi affermate che in questo modo stava cercando di ritrovare l’origine di ogni cosa. Lo stato di un tempo. Questo avviene necessariamente attraverso le urla. Quelle che vengono dal di dentro. Quelle che si riesce a neutralizzare con parole vere. Ascolta! Ascolta! Ascolta! Non c’è altro modo.

 

*

 

Camminando rasente il marciapiede, intravedendo in lontananza la luce dei lampioni.

Per me la realtà è una gamba dopo l’altra. Violentemente. Pausa. Respirare. Ripartire per due metri. Permettetemi. Respirare. Con violenza, proprio così: violentemente.

“Gioioso vecchietto, perché queste lamentele?” mi sussurra la voce dell’angelo dalla testa di cavallo.

Su un altro ponte. Non accetto un bel niente. Non sopporto più questa restrizione. Lo grido. Dei passanti si girano. Tutto finisce nell’indifferenza generale. E io rimango sulla scalinata. Seduto su un gradino. A parlare tra me e me. Ad alta voce. L’acqua continua a salire. Dei giovani (ragazzi e ragazze tutti insieme) si divertono, ridono passando sotto il mio corpo. Non mi va di fare un discorso politico, visto che ho la bocca piena di terra.

di terra – di terra – di terra – di terra – piena di terra –

La vita è. La vita che cosa? Testardamente!

Sottrarmi al peso dei pensieri. Abituarmi. Trascinarmi.

Ridiventare il figlio delle dune. E’ troppo tardi e non ho finito i miei compiti.

Ma ecco un nuovo ponte, appena installato su quel canale. Non mi farà spazio se non alla fine di un lungo combattimento sostenuto contro le scivolate, la vertigine, la paura generata da un’acqua viva.

E tutto sotto l’occhio assente di coloro che si rinchiudono per vivere.

L’acqua. Viene proprio dal cielo. Ne ho la prova. L’ha accertato l’ufficiale.

Questa pioggia scivola su quello che un tempo fu un tronco d’albero. Legno umido. Odore di carburante. E la bruma che ricopre tutto, suonando la sua partitura per se stessa. Per ridere.

 

*

 

Proseguo. Cammino nei vicoli a piccoli passi. Circondato di frutti e legumi dalla buccia di mille colori.

Eccomi nelle piazze v u o t e. Una domanda mi assilla da un po’: come conoscere il colore dei sogni e dei pensieri reali di Virginia Woolf nei mesi che precedettero la messa in opera di Mrs. Dalloway?

Gli orologi delle stazioni battono all’unisono, forse solamente per rassicurarmi, per accompagnarmi fino all’ultimo. Cammino per poter guardare meglio le alte finestre piazzate come sentinelle. E’ qui, in queste grandi sale, che in tantissimi vengono per distendersi, avvolgersi in coperte di un colore giallo assolutamente sospetto. Qui domina il rantolo.

Ognuno è sopraffatto dall’intensità di quell’attesa. La fine della sofferenzza. Per. Ancora un po’ di vita. Ancora! Non lasciateci per strada. Ci sono. Si dice che è in quel momento che si avverte meglio quanto il triste pensiero che ci pervade non abbia influito sulla direzione del mondo. Prendiamone atto. Ma per quale motivo avermi incoraggiato a evocare la mobilità gravemente compromessa dei corpi malati? Quelli che montano una guardia anti-astrazione ogni notte. Ma chi è? E chi parla nella stanza accanto? Avverto solo il suono della bocca di due uomini. Lontani frammenti lontani di una discussione lontana tra due personaggi vicini. Forse intimi. A meno che non si tratti di una conversazione molto ordinaria diffusa più tardi come tale. Il suono scivola sulla porta, colpisce i vecchi mobili, poi li avvolge in una fraternità di bassa lega.

Ah! Povere persone!

Sogni cattivi, cattivi sogni, brutto pensiero!

Sotto questo telone nero, che avvolge la città intera, si diffonde un linguaggio semi-clandestino.

Il mio? Quello del libro aperto? Venne voglia di impadronirsi di quelle voci, un po’ alla maniera del combattimento tra Fafner (alla mia sinistra) e Fasolt (di fronte a voi). I due giganti!

Oh, la sofferenza di dover analizzare continuamente tutte le scorie della giornata!

Povere persone, voi guardate – stupefatte – la vostra malattia come si scopre sotto una pietra piatta una coppia di lumache.

Alcove. Confidenze. Confessioni. Occhi aperti, la bocca secca. Ci voleva un colpevole, no? Quelle voci non l’avevano risvegliato. Non erano nefaste. Erano semplicemente quelle uscite da un buon vicinato.

Io non sono legato al dolore.

Perché viene a cercarmi fino in fondo ai miei sogni?

Così si perpetua il viavai movimentato (vita e morte) di un mondo nel quale io sono il mio compagno d’insonnia.

 

*

 

Suite reale per corvo solitario

Che gioia sedere nei pressi di un piccolo torrente

(mi piace molto)

per dormirci, per dormirci come in questo sogno pagano che ho fatto

ascoltare il canto profondo degli uccelli acquatici.

La memoria vi regna con l’arrivo di grandi fantasmi popolari passati al talco per la parata.

Ah! Quello che sarebbe bello, ma veramente bello

è pretendere che i monarchi

(il canto scintillante dell’acqua viva)

firmino questo documento in cui si leggerà, ma cosa si leggerà? solo il nome di chi, per tutta la vita, ha messo l’eleganza in primo piano.

Io ero uno di loro, o almeno così pensava

la gente per bene.

E tutto intorno a noi, il mistero assoluto, il dono degli uccelli nati qui.

Dimmi che siamo come tutti gli altri uomini.

                  Nient’altro che esseri umani.

6 pensieri riguardo “Requiem di guerra”

  1. Merci pour cette remarquable traduction d’un des plus intéressants poètes français de ces temps-ci, qui alliait sens de l’épique, sens du réalisme et humour, et qui offrait un vision profonde et lucide, sans aucune compromission ni aucun narcissisme, sur notre époque difficile.

    Yves Bergeret

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