Breve saggio su “Compass Rose” (2015) di Ashwini Bhat e Forrest Gander

compass rose

Il poema è spazio e la tradizionale pagina a stampa non può contenerlo, ma, eventualmente, ospitarne soltanto una pallida raffigurazione.

Ecco allora che il poema deve andare oltre la parola scritta, non ha un inizio né una fine, è (anche letteralmente) aperto e cangiante, ha bisogno di una grande parete, è poema che va letto e contemporaneamente guardato – lo sguardo abbandona il suo abituale muoversi da sinistra a destra, dall’alto verso il basso, alla lettera naviga sulla grande mappa del poema.

I caratteri alfabetici latini (ma Forrest Gander ne sottolinea la derivazione fenicia, traverso tale derivazione li connette con gli abugida indiani) formano brevi testi o esplicitano coordinate geografiche e toponimi, isole tra le quali le forme in gres sembrano tracce di navigazione, ma anche segni di linguaggi ancestrali.

Ashwini Bhat continua l’antichissima tradizione ceramica, rende a essa omaggio rinnovandone impieghi e significati: qui lavora la materia creando segni-figure-tracce che lo sguardo individua, segue e si prova a interpretare (segni astrali? glifi sulla mappa? indicazioni stilizzate di isole, di rotte, di coordinate? memoria di antichi utensili? piante di abitazioni o città?)

Scrive Forrest Gander in uno dei testi: «I see a diagram / of the footings of / beds we shared / when your low / throaty gasps / made language / blush»; e in un altro: «Such are my / empty morning / corrals after / last night’s / horse thief».

Ashwini Bhat dispone le sue ceramiche sull’immensa pagina-parete (il poema va letto/guardato standogli di fronte, avvicinandosi e allontanandosi da esso, spostandosi lungo di esso) e le ceramiche sono in dialogo con i testi di Forrest Gander, con i toponimi e con le coordinate, ciascun testo lineare rimanda a uno o più segni ceramici, ogni figurazione ceramica (ch’è forma e testo, textum ossia intreccio, tessitura) rimanda al testo lineare e il poema risultante non descrive, non è poema illustrato, i testi lineari non sono didascalie dei manufatti ceramici,

ma

è luogo della compenetrazione tra scrittura alfabetico-lineare e scrittura che si dà per segni ceramici, per tracce e forme stilizzate, è negazione di qualunque tendenza etnocentrica.

Forrest Gander scrive con l’occhio del geologo e del poeta, Ashwini Bhat manipola la ceramica con la memoria di arti che riconducono alle origini dell’umanità: rosa dei venti è bellezza della lingua articolata in suoni e in sintassi, movimento di danza, materia primordiale (l’argilla) lavorata da mani umane e dal fuoco, viaggio, parete eloquente di suoni e di segni.

4 pensieri riguardo “Breve saggio su “Compass Rose” (2015) di Ashwini Bhat e Forrest Gander”

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