Universal soldier

Stefanie Golisch

Sto rileggendo in questi giorni I fratelli Karamazov e, come può succedere quando si riprende un libro legato a un certo periodo della propria vita, provo fastidio. È come se si incontrassero un io remoto e uno presente: fanno fatica a comprendersi. Il mio presunto minimalismo, che forse è soltanto una magra scusa per l’impazienza, mi fa percepire questo romanzo, con le sue conversazioni interminabili tra i protagonisti che – si sa – non porteranno da nessuna parte, come insopportabilmente ridondante.

Allo stesso tempo non posso non riconoscere, in questa ripetitività, un mezzo stilistico di indubbia efficacia, un modo, forse l’unico, di mettere a nudo le persone affinché il lettore le possa riconoscere in tutta loro inesauribile ambiguità.
Affinché possa riconoscere se stesso in tutta la propria inesauribile ambiguità.
Il tema di Dostoevskij è il bene e il male: non come categorie distinte, ma, al contrario, come oscuro intreccio di impulsi antagonisti che creano nell’uomo uno stato continuo di estrema tensione. Il bene e il male sono come due gemelli siamesi che formano un insieme mostruoso, eppure sempre umano.

Continuerò quindi la mia lettura, cercando di contenere l’insofferenza che è la stessa insofferenza che provo (spesso) davanti alla vita che preferirei meno chiassosa e più lineare.
Ma non è così.
Vivere stanca.
Vivere sporca.
Dostoevskij lo sa e ce lo fa sentire fino alla nausea.

Il bene e il male.
In tempi di guerra, la violenza che in circostanze normali si condanna, ora si giustifica, attribuendo ad essa un senso alla cui base sta l’idea della giusta causa per la quale viene combattuta.
Da una parte ci sono i buoni, dall’altra i cattivi.
È un principio universale che vale per tutte le guerre di tutti i tempi e che vale sia per l’aggressore, sia per l’aggredito.
La premessa di ogni guerra è la convinzione di stare dalla parte della ragione.
Soltanto tramite l’estrema semplificazione della narrazione, una nazione è in grado di promuovere la guerra come necessità: con l’obiettivo di creare un clima generale favorevole in cui – prima o poi – non si può fare altro che arrendersi a questa presunta ineluttabilità.
Una volta scatenata, la guerra sviluppa una dinamica fatale: la violenza – se non viene interrotta radicalmente – non può non generare sempre nuova violenza.
Non per caso il rifiuto di riconoscere questo meccanismo sta alla base del primo Cristianesimo che entra sulla scena come capovolgimento dell’occhio per occhio, dente per dente, principio ritenuto fino a quel momento universalmente giusto perché senza alternativa.

Ogni guerra è violenza strutturale.
Non solo messa in conto, ma voluta e dichiarata come unico mezzo appropriato per sconfiggere un vero o presunto nemico.
Per salvare il bene dal male.
Per distinguere i buoni dai cattivi.
Che, nella realtà del nostro faticoso vivere, non esistono: come, appunto, Dostoevskij ci fa capire con dolorosa insistenza.

In questi giorni, è stato condannato all’ergastolo un soldato russo di 21 anni per aver ucciso un civile ucraino, un uomo di 62 anni.
In tempi non sospetti, i due uomini avrebbero potuto incontrarsi casualmente senza nemmeno accorgersi l’uno dell’altro: un uomo avanti negli anni e un ragazzo, andando o venendo dal lavoro, facendo la spesa, una passeggiata…
Ma ora è guerra e l’incontro si fa fatale: uno dei due uccide l’altro e da quel momento nulla sarà come prima.
Tra la vittima e il suo assassino si estende l’infinita durata di un colpo mortale.
Il giovane soldato russo dichiara di aver obbedito soltanto a un ordine.
Ed è più che probabile che dica la verità perché in tempi di guerra, l’ordine è sempre di uccidere.
Uccidere o essere ucciso.
Nella logica bellica, l’alternativa è questa.

Premesso che sarà impossibile fare chiarezza sulla dinamica dell’accaduto in senso complessivo – considerando non soltanto fattori oggettivi, ma anche psicologici – penso che quel preciso istante sveli una verità importante sulla guerra di tutti i tempi: il ribaltarsi istantaneo di tutte le convenzioni e convinzioni che in tempi normali regolano la convivenza civile tra le persone.
Per narrare una situazione come questa in tutte le sue tragiche sfaccettature, infatti, ci vorrebbe il lungo respiro di uno scrittore come Dostoevskij e certamente non il fiato corto del giornalista di oggi, divoratore professionista di notizie indifferenti.
Se la premessa della guerra è la legittimazione della violenza, una specie di licenza di uccidere, il verdetto dell’ergastolo per il soldato ubbidiente all’ordine del suo superiore, non può non essere ritenuto una mera ipocrisia che nega consapevolmente lo scandalo della violenza strutturale che sta alla base di ogni forma di militarismo.

Alcuni anni fa stavo svolgendo un lavoro, riguardante il tema della coscienza, della responsabilità personale e dell’ubbidienza, in una quinta classe del liceo linguistico Mosè Bianchi di Monza.
La classe era nuova: una di quelle rassegnate, che dopo tredici lunghi anni di addestramento ormai era pressappoco irraggiungibile da qualsiasi proposta.
L’interesse per questo tema era zero.
Ma io, all’epoca, ero in vena di provocazione.
Cercando quindi di trovare insieme esempi di vita quotidiana, situazioni in cui il singolo si sarebbe posto il problema di agire secondo la convenienza o la propria coscienza, si era arrivato a uno scontro finale tra me e un ragazzo grande e grosso, seduto in prima fila, che difendeva con fervore il principio universale dell’ubbidienza.
Non mollava.
Se io, insegnante, avessi chiesto a lui, studente, di alzarsi in piedi, lui l’avrebbe fatto per l’unico motivo che io ero – la sua insegnante.
Mi ricordo che, non certo tutti, ma una buona parte dei suoi compagni aveva dato ragione a lui.
Forse per smascherare questa situazione in tutta la sua assurdità avrei dovuto dire semplicemente: allora àlzati in piedi!
Ma non mi venne in mente.
Era ciò che questi maturandi avevano imparato a scuola: che era conveniente non opporsi, ma camminare a testa bassa.
Sparire come persone dentro un reggimento di soldatini di piombo.
Pronti a pronunciare, senza riflettere, il loro sì.
Per paura, opportunismo, indifferenza o forse perché, semplicemente, non erano stati incoraggiati abbastanza a fidarsi di sé stessi.

È fatto così l’universal soldier: un essere subalterno, manovrabile a volontà da coloro che vogliono la guerra sempre per gli stessi motivi che è inutile ripetere.

Auguro al mio ex-studente, di cui non ricordo il nome, che la vita – diversamente dal giovane soldato russo – gli risparmi una prova di estrema ubbidienza.
Lo spero per lui, ma non solo.
So benissimo anche io quanto sia facile dire sì quando, invece, è necessario dire no.
E so che, se le conseguenze dei miei troppi sì sono – almeno lo spero – contenute, è soltanto dovuto a delle circostanze fortunate.
Tutto lì.

4 pensieri riguardo “Universal soldier”

  1. Come Stefanie Golisch riesca a scrivere un testo che non è poesia ma lo è, che non è prosa ma lo è, che non è pensiero ma lo è, che non è cronaca ma lo è. E tutto questo insieme. In una scrittura che non si può chiamare altro che con il suo vero e unico nome. Vita.

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