Ogni giorno è oggi (VIII)

Stefanie Golisch

Ogni giorno è oggi (VIII)

La distruzione della natura, la fame nel sud del mondo, le guerre
(e certamente non soltanto quella in Ucraina!) non sono effetti
collaterali del nostro sistema economico-politico, ma sono
la sua necessaria premessa, il pane quotidiano di quella macchina
che, una volta messasi in moto, non si ferma più. Ogni essere
umano che muore di fame è il nostro cibo. Perché noi possiamo
mangiare sono necessari quelli che non mangiano. Siamo cannibali.
Al mondo c’è abbastanza cibo per tutti, ma non sarà mai distribuito
in modo giusto, se no, crollerebbe la borsa di Chicago. Il resto è
propaganda che serve soltanto a nascondere la verità. La peggiore
ipocrisia: i presunti aiuti ai cosiddetti paesi poveri. Nella logica del
capitalismo globale l’uomo non ha alcuna dignità a prescindere,
ma guadagna il suo diritto di vivere soltanto in base al profitto
che crea e lo perde quando – con la vecchiaia, la malattia,
il dissenso generale – diventa inutilizzabile e quindi inutile.
Lezioncina da scuola elementare? Fossero le cose spiegate ai
bambini con questa chiarezza! Compito per i futuri equilibristi:
non calpestare l’erba, non cadere.

Incontri fuggitivi: ognuno di noi è una Monade. Giriamo
dentro e intorno a noi stessi con le tende chiuse. Sono nato
così, fatto così, mi piace vivere così. Le lettere criptiche
del mio vecchio amico H. Gli rispondo perché gli voglio
bene. Non c’è comunicazione, ma solo un cenno di saluto
tra due micromondi, in fondo ciechi e muti.

Potrebbe essere così facile vivere se alla domanda cosa hai
fatto oggi
si potesse rispondere: ho dato da mangiare
a un cigno.

Esperienza di lettura. Non saprei raccontare la trama
di questo libro, ma ho bevuto il caffè, preparato in un
certo modo che non conoscevo, ho sentito il verso di un
uccello di cui non conosco il nome, ho amato e tradito
con la leggerezza di un popolo sconosciuto. Per la
durata della lettura ho portato soltanto vestiti bianchi.
Il libro era ambientato in estate…

Soul-making. Bella parola composta. Letta in una poesia,
forse di Keats. L’anima non esiste a prescindere ma è da
fare, pazientemente, appassionatamente, per non far morire
il corpo – den Leib – senza.

Madre e figlia che camminano una accanto l’altra, entrambe
con la calzamaglia gialla. La madre è molto magra e molto
giovane, la figlia zoppica un po’. Stanno manifestando, ​
non importa per o contro che cosa. Ci sono. Anche loro
ci sono.

La donna e la giraffa. Uscendo dal supermercato ho
intravvisto una donna e una giraffa. Una donna con
la sua giraffa. Una giraffa con la sua donna. Entrambe
sorridenti. Non ho pensato: che strana amicizia! Ho
visto una donna e una giraffa. Una donna con la
sua giraffa. Una giraffa con la sua donna. (Che nessuno
dica: è impossibile!)

Gente in un pullman affollato e gente in un museo
di arte contemporanea. Un io è tante cose. E i quadri
migliori sono quelli che contengono più cose. E il
migliore è quello che in una pennellata le cancella
tutte.

La durata dell’inferno: titolo di un racconto di Borges.
(Attimo di invidia).

La storia della mucca. Per sopravvivere in Unione Sovietica,
come persona privata, c’erano – secondo Nadežda Mandel’štam –
esattamente due possibilità: mendicare o procurarsi una mucca.
Ma come, come procurarsi una mucca?

Ci sono molti modi di vivere e di non vivere. Mi dispiace
per la giovane storica dell’arte, orgogliosa di fare la sua
prima visita guidata nel Brücke Museum di Dahlem. Il
museo è piccolo e ascoltarla è quasi inevitabile. Dice
esattamente quello che le è stato detto di dire. Tutto
assolutamente politically correct. Non può permettersi
di sbagliare se vuole mantenere questo incarico, la
necessaria premessa di ogni futuro step. Spero che
riesca ancora a distinguere tra quello che deve dire e
quello che pensa veramente. Spero che ci sia qualcosa
che pensa veramente. E se è così: non perderlo sulla
lunga via dell’incarico fisso, ragazza con la maglietta
rosa fucsia!

Ci si vede, dice lei, vestita di verde, senz’altro
risponde lui, poi se ne vanno in direzioni opposte
e solo quando pensano che l’altro non avrebbe più
guardato, si voltano indietro. Qualche anno più tardi,
lui avrebbe sposato una donna vestita di verde,
mentre lei, quel vestito, non lo avrebbe mai più
portato e quando, un giorno, l’avrebbe cercato,
non sarebbe più stato verde, ma di un altro colore.​

Questo è il sesto mese di guerra. E con il tempo,
si sa, tutto diventa normale. Ricordarsi che la
guerra non è normale. Il commercio delle armi
non è normale. Speculare sulla guerra non è normale.
Dimenticare che tutto questo non è normale, non è
normale.

*

6 pensieri riguardo “Ogni giorno è oggi (VIII)”

  1. “Non sarebbe normale” nemmeno mandare armi pesanti ai neonazisti ucraini…alla faccia della nostra Costituzione e non rispettando l’opinione pubblica italiana in maggior parte contraria a questo invio.

      1. MDAMAGGIO, buona sera

        non penserei di avere ancora tanti neuroni, ma mi creda ho letto per ben tre volte “Ogni giorno è oggi” e personalmente non mi è sembrato molto chiaro dove volesse andare a parare… penserei invece che il mio commento, non così fuori tema, sia almeno più Claro. Se non erro poi Nadezda Mandel’stam è stata giudicata come controrivoluzionaria….

        La ringrazio per la sua replica perché mi ha fatto sorridere sentendomi come un liceale con più nessun liceo da frequentare ..

  2. Dimitrov, io non ho pretese di farla sentire un “liceale”, ci mancherebbe. Tuttavia i suoi commenti mi sembrano frutto proprio di una lettura incompleta. O filtrata da un modo di vedere le cose. Dire che Nadežda Mandel’štam non sa come procurarsi da mangiare, significa dire che era controrivoluzionaria? Oppure che, semplicemente, non riusciva a trovare da mangiare (cosa che purtroppo accadeva anche in Unione Sovietica, stranamente)? E, alla stessa stregua “interpretativa”, come dobbiamo vedere la frase “Il commercio delle armi non è normale. Speculare sulla guerra non è normale”? Che è giusto vendere le armi all’Ucraina ed è sbagliato non venderle alla Russia? O forse forse, in fondo, lei legge uno scritto che in buona parte è poesia come se fosse un articolo del giornale? In questo caso, forse ha sbagliato indirizzo internet.

  3. MDAMAGGIO, buongiorno

    mi permetterei di rubarle ancora un po’ di tempo, anche nell’intento di cercare di chiarire il mio intervento
    Mi permetta, ma dato che uso il pseudonimo di DIMITROV GEORGI, il grandissimo leader comunista bulgaro (mi sono recato due volte nello scorrere del tempo alla sua casa natale con bellissimo mausoleo annesso, quello di Sofia era stato distrutto usando la dinamite nel 1999 dai fascisti bulgari tornati al potere) morto pure lui a Mosca, come tanti leader comunisti (pensare male ogni tanto ci si azzecca…), come potrei non mettere almeno in discussione quello che ho letto su Nadezda Mandel’stam che era stata messa nello stato di sopravvivenza, presumo dal “crudele”… Baffone.
    Sull’Operazione Speciale Z nel mio infinitamente piccolo ho scritto una poesia sulla strage compiuta sulla popolazione civile a opera dai neonazisti ucraini nell’agosto 2014 in una piazza di Lugansk, una sui soldati ucraini, morti in Donbass, che venivano sepolti dai soldati russi in cimiteri improvvisati in Donbass, dato che il governo ucraino così li fa risultare dispersi per non dare, come ho letto, sostegno alle loro famiglie. L’ultima invece dedicata a Vadim Papura, militante comunista di soli 17 anni, assassinato nel rogo della “Casa dei Sindacati” di Odessa a opera dei neonazisti ucraini il 2 maggio 2014, perché come un disse un poeta “scrivere è anche ricordare”.
    Grazie nuovamente per l’attenzione.

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