Eschaton-Proton

“Ainsi m’apparaît dans la frise de Lascaux,
mère fantastiquement déguisée,
La Sagesse aux yeux pleins de larmes.”

René Char

*

Il corpo universo è materia: la materia animata (senza fioriture animistiche), animante; e folgorata dall’intelligenza gigantesca, fragile, emozionata ma non terrorizzata, prepotente e ostinata, dell’uomo che esercita il suo dominio sulla peripezia quotidiana, tra la vita e la morte, tra la morte e la vita, per imporre la sua certezza: egli può uccidere, può creare, inteso com’è a gettare le reti inconcepibili che captano i rapporti sottili, legami solo concepibili e relazioni disperate tra il nascere e il morire; e forse i delicati riflessi del visibile sull’invisibile. Un mondo di attese, di conferme, di smentite, di significati semplici perché garantiti dall’adozione di evidenze inesplicate ma possedute; di fermenti acerbi, ma così densi di escatologia. Il senso del mondo affollato di frammenti eidetici, la mente dell’uomo gremita di archetipi vocali e di corpuscoli segretissimi, e percossa da vibrazioni e da pulsazioni germinanti. Esiliato dentro la sua pienezza, inghiottito dai quattro elementi, acqua aria terra fuoco, ch’egli stesso personifica e investe, l’uomo è manifestazione di una sicurezza totale. Il pathos umano che emana da questa sicurezza e le sue alterne rivelazioni, sono contenuti nella figurazione paleolitica, forse, si può ritenere, fiorita solo al sommo di una lunghissima e silenziosa azione: scrittura e linguaggio, espressione e azione, separazione dal tempo e comunione del tempo, crisi e testimonianza di vita, sospensione e propulsione di vita, essenza e relazione.

Dentro le sagome, tra viluppi e meandri, nel solco di graffi di strappi di incisioni, dentro l’intacca muta, dentro il punto o il buco, dentro l’angolo, dentro l’incrocio tracciato, dentro le sagome, dentro le forme che sono materia apertamente irradiata dal vigore e dalla concezione, dentro il simbolo della bestia o della chimera, dentro la figura, dentro ogni perimetro segnalato e posseduto, dentro il profilo del fallo e della vulva, e perfino nell’impronta semplice, nell’orma, nella scansione del moto sull’argilla o sul fango, nello sfregio lasciato dalla punta di silice, o dal sasso lanciato, o dall’unghia o dalle dita, nel sentiero condotto da luogo a luogo (che è luogo unico), corre la vita: la vita nutre il mortale, la morte rigenera la vita. Le tracce ambigue e spesso illeggibili, come le segnature esplicite, che si conducono lente e austere come una persuasione volitiva; i sottilissimi segni, linee come fiati, come pensieri, esalati sul calcare; i tocchi sfreccianti, deformi, irosi, acuti, battiti e numeri corporali; i formicolii, le semplici vibrazioni e gli scavi fondi, i tracciati come crepe e i segni superficiali, timidi, sono l’arte dell’uomo, intesa come conoscenza del polso, conoscenza del braccio; il polso che accende e brucia il simbolo virtuale, che elimina la distanza tra la vita e la morte, l’insostenibile sentiero: sono rivelazioni, manifestazioni di quella che abbiamo definito la certezza totale dell’uomo, la realizzazione dell’eschaton-proton. Abbiamo parlato di conseguenze escatologiche: in realtà la vita primordiale è in se stessa escatologica, come è proto logica, tra proton ed eschaton non appare frattura. L’uomo primordiale non sa, non ha bisogno di sapere, il tempo, né i tempi, né il tempo dei tempi. Egli nemmeno numera. L’uno è il tutto, e ogni uno è uno, uno dopo uno, l’uno si ripete e si intensifica non nell’addizione, ma nella pura e singola quantità del tutto, dell’omogeneo. Egli nemmeno nomina. Il nome è tutto, il nome è la voce universale, il murmure incatenato al silenzio, il vento nella sua matrice.

Tratto da: Emilio VillaL’arte dell’uomo primordiale

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