Testi inediti di Francesca MATTEONI

Da: Artico (Crocetti, 2005)

Artico

Il ghiaccio sospende l’acqua, ramifica
come l’impronta della luna.
L’occhio pronto a inghiottire ruota
e si sbianca – una perla o una bacca
di gelida fiamma.

I piccoli eschimesi portano lame e pellicce
ai fianchi dove i ghiacci stagliano ombre.
Gli eschimesi ricamano i morti nelle pelli
li trascinano tra i rami del gelo
azzurri, verdi senza foglie.
Cucito dentro il sangue è nero, immobile
freddo – si allunga tra le dita
della terra verso l’onda; solleva carni spente
come una bestia muta. La bestia
che noi lasciamo avvolgere dai gorghi.

I nostri morti scrivono il paesaggio.
Stendono sulle rive scaglie argentate
di pesce perché una luce piatta
ci immagini dal fondo.
I contorni. Il vapore appena attorno ai corpi.
I morti ricordano come l’acqua
cieca, materna – un petto lucido di guscio.

L’anima ha un suo luogo là sotto, piccola
di sassi e sonagli, approda al canto
delle balene all’antro caldo, ai fiati di molte creature.
Foche. Forgiano la deriva polare, il grumo
di saliva nella schiuma.
Gli eschimesi le cacciano nell’oceano
le lance, l’isteria delle reti – le chiamano streghe.
Sanno cosa vedono, occhi notturni, nudi –

nodo vischioso di mari, un sale amaro attorno –
il nervo, la fune tesa al fondo.

*

Inediti

le pietre

deep in my soul I know the soul can endure.
Tracey Emin

Se vi appartengo è per sottrazione
per gli ospiti raccolti, le creature
rovesciate nelle mani.

Tengo lo sguardo al suolo nell’andare
ai semi di polvere schiusa, come
tornando verso casa –
se casa è la distanza di un seguire
l’attesa delle stanze dove pieghi
l’insulto ed il dolore e non sai
scandirti nella vita com’è ora –
quasi a scriverne dal ventre invasi.

Tra me e voi un distacco d’ombra
e non è vero che il ricordo è parola,
il premere dei nomi attraversati,
solca più a fondo il non detto, il non appreso
la forzatura ad essere nei corpi.

La lingua fa pulito sul suo vuoto.
La paglia strizzata nelle ossa –
le piume inadeguate sopra i volti.

*

Di notte il passato geme nel legno delle porte
si stringono i corpi sui nomi
per tutto ciò che nasce all’anima
per ciò che fa dell’anima una terra
di tregua, una compagna.

Non si comprendono i vivi – i tratti
ereditari sono grumi di anni fuori posto
la mollica intatta delle pagine
dove tornano i quieti, gli obbedienti –
gli scriccioli sbocciati tra le dita.

Si entra nelle tele asciutte di sangue, verticali
tentando il fondo, l’incolto degli orti
come se la vista fosse un verbo
sterrato, disseccato a memoria –
l’imprimersi dei figli nelle madri.

Noi portiamo la magrezza di un altro nelle vesti
il coincidere di salute e oblio –
un colpo a lungo chiuso nei polmoni,
rilasciato – la poca fiamma
di un pegno custodito.

Ci assomiglia il disperso, ci consuma
nelle biografie – le gambe
affondate in un cupo di menta
l’odore forte dei letti cavi.

Ai dispersi affidiamo la voce
prolungata in un soffio invernale –
il contorno spinato dei lumi nel sonno.

*

La montagna ingrandisce il silenzio dei soffitti
fin dove chiude l’anima – un rammendo
largo d’aria, il riparo diroccato
di chi abbandonando impara.

Nei vicoli le facciate linde
tradiscono l’ammanco personale,
l’abbaglio composto dei paesi –
la fila dei bottoni appesi al petto.

Non è il simile a trasmutarsi e dirsi,
ma la vecchiaia a varcare l’infanzia
il minimo coraggio del sostare
nei passi altrui, riconoscere un gesto.

Allora la distanza avvicina le vite
come pezzi di fiume tra le pietre –
le mani inghiottite dentro i secchi
tese al freddo degli attraversamenti.

Ora il dolore è il sasso nella tasca
l’estinguersi di tracce nel linguaggio
la luce inconsolata delle bestie.

Spesso nei sogni sorgono
i visi dentro bacche di sangue –
le parole tagliate negli ossi
come il crescere dei morti tra le felci.

Una ad una le radici del sotto
traboccano di muschio nel pensiero
premendo nella pelle il bosco.

Succhiano via le fragole dal rosso.

*

(gretel)

I

Qui i muri tendono al sottobosco
le foglie spalancate, gialle negli armadi
ogni crepa di tazza un argine, una traccia
aggrovigliata di rose canine.

Appennino è solo una parola
sulla nebbia lentissima dai faggi
le luci elettriche da un tetto all’altro
il fumo delle stufe che piega le cortecce.

Dici volpe, daino, gheppio.

I fuscelli sbattuti sulle rocce
avvinghiati ai nidi nelle lastre
come se resistere fosse voltarsi esposti ai luoghi
ad un senso diverso dall’umano.
Il volo alto e poi domestico, pieno
la preda sradicata, i rovi, il corpo aperto.

Ogni storia è nel centro una maceria
la porta verde scavata nella soglia
la pelle secca alle pareti.

(Se la vista schiaccia la voce implode
in poche facce non assolte, gli anni traditi
spossessati di un passaggio. Se ricordo
contengo il sembiante dell’altro
l’albero consumato, la ruggine dei fiumi.
Se parlo strido nel fuoco, lo stomaco
nutrito di fantasmi, rappreso).

II

La pazza del paese ha i capelli di lana grossa,
nera – si tiene a vite piccole, oggetti desolati
lo sporco del bucato nei catini.

La cucina lampeggia nell’acqua.
D’attorno il freddo sta proteso
al pelo gonfio di cicatrici
al ferro delle chiavi. I gatti
scorticano le travi a trattenerti –

un suono udito appena nel castagno
come fiamme sul fondo delle stanze
a illuminare un angolo disperso.

Il tempo è questo spazio esatto di buio
dove si ascolta l’animale più caro
morire solo – un capire malcerto, disarmato.

Uguale a te non ho saputo nulla
i pensieri non soffiano sul sangue
troppo a lungo – noi
restiamo coinvolti gli uni sugli altri
una costanza piana dell’esistere.

Dici muschio, campanula, pietra.

Gli occhi rotti nei sassi, la terra disossata –
la pioggia a sostenerci come un amnio.

*

(le pietre)

La strada finiva in un muro verde
di cantiere, le montagne altissime
disintegrate al prato – la volpe
uccisa, le pozze disseccate
delle stelle. Le voci.

Non devono restare vuoti i luoghi
tenere stolti la fame, scarnirsi.

Tu come me amavi la finestra
della casa, i boschi filtrati piano
improvvisi dentro il libro, erano
belli i tetti macchiati dalla luce
il chiamarsi dai vicoli, i falchi.

Salgono dal basso, dalle lamiere
i fuochi, al freddo dei contorni
la pelle si disabita, si stringe.

Due bambini biondi con i vestiti
dei segreti, del tempo zitto, nostro
i pantaloni a coste, la lana stretta
dell’inverno, i giochi sul tappeto.

Sono rimasta sola nella foto.
La tua giacca composta nelle mani.

Dietro di me è questa feritoia
non posso ritornarvi né gettare
una moneta, un sasso, per farti
sollevare. Le dita appese ai ganci

ai chiodi marci della devozione.
Tu sei anche il riccio rannicchiato
il muso reclinato, indagatore
lo scavo nella carne il mio riparo.

Una ad una le pietre sul mio corpo
emergono dall’acqua al tuo passare.

Conoscerti raschiato dal silenzio.
Spezzarsi.
              Accettare.

(Pistoia-Torri, estate 2006; Londra, autunno 2006)

Nota su LE PIETRE

La Sambuca Pistoiese era ricca di cave per l’estrazione della pietra arenaria. Nella località di Torri, in cui idealmente si colloca il poemetto Le pietre, le cave sono state utilizzate fino agli anni Ottanta del secolo scorso. Sulle mura esterne delle abitazioni costruite con questa pietra furono spesso scolpite forme e figure: mammelle per la prosperità, volti apotropaici – i guardiani silenziosi del paese.

*

Da: Appunti dal parco – Inedito

L’AIRONE CINERINO
(vita segreta dei giardini)

Hyde Park, fine d’ottobre –

la pioggia circonda le persone
un margine curvo, propagato
dal bagliore dei cigni sulla Serpentina.

Le folaghe e le oche si spingono
su molliche di pane galleggianti.
Un corvo intruglia la carcassa sfatta
di un piccione, il ricamo scarlatto
aggrovigliato al becco. Se ne stacca
distratto al mio passaggio.
Un cestino di ferri, lana, spilli –
le matasse disgiunte all’apertura.

Sotto il ponte iniziano i giardini.

La vegetazione lacustre scava
nell’argine recinti naturali
d’alberi, terriccio, cespugli, giunchi.

Lo scoiattolo percorre i tronchi,
scorteccia frenetico al midollo,
la gazza si affaccia dalla ringhiera.

Sul fondo l’airone grigio osserva –
il salice cascante lo nasconde.
Le pupille laterali, inespressive
come insetti dentro biglie d’ambra,
gli arti lunghi, cauti sopra l’erba
la giuntura flessibile del collo.
Il rostro impercettibile si affila –
un bisturi dell’aria sulle rane.

Dall’entrata la notte procede
oltre il flauto di bronzo del bambino.
“Non è lui – mi ripeto – non può essere”.
Dove il ghigno d’elfo, la tristezza?
L’ombra, gli sterpi di taglio nel corpo?

Sul cerchio dei lampioni, la foschia
viola come un tessuto muscolare.

L’odore d’acqua penetra i vestiti
dalle foglie stampate nelle suole.

(Hyde Park/Kensington Gardens, 28 ottobre 2007)

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22 pensieri riguardo “Testi inediti di Francesca MATTEONI”

  1. bellissime… quasi una nuova lingua di Luzi – ma senza enfasi, più delicata… non so dirlo meglio, e questi endecasillabi tutti piani (se non sbaglio) sembrano correnti d’acqua… bello – e grazie, dal cuore
    massimo

  2. precisione quasi scientifica di assimilare la realtà nel proprio mondo algido, ma con tale eleganza che un attimo dopo scatta un’ottica nuova e fortissima. brava com sempre.

  3. Fa sempre piacere leggere inediti di Francesca. Noto uno scatto di maggior maturità rispetto ad Artico – che pur avevo apprezzato –
    La direzione che sta prendendo la tua poesia e – come suggerisce Massimo – un superamento del linguaggio di Luzi. Luzi poeta però personalmente lo sento un po’ lontano…
    Complimenti e un caro saluto

    Luca Ariano

  4. Uno sguardo davvero straordinario, quello di Francesca, che entra nella natura suggendone l’incanto e la bellezza con pienezza di sensi, restituendocela con sontuosità sinestetica; in un tempo sospeso, una meditazione calma (“distanza avvicina le vite/come pezzi di fiume tra le pietre –/le mani inghiottite dentro i secchi/tese al freddo degli /attraversamenti) o implosa (“Se parlo strido nel fuoco, lo stomaco/nutrito di fantasmi, rappreso”) addensa questi versi notevoli che rivelano talento e rigore.
    Complimenti a Francesca, e a Francesco per l’eccellente proposta.

    Giovanni

  5. una delle mie poetesse preferite (e Francesca lo sa),
    un caro saluto a lei e al padrone di casa
    ps: ARTICO è un libro molto bello, peccato che Crocetti l’abbia chiuso in cassetto…

  6. Ciao! ringrazio Francesco per l’ospitalità e voi tutti per i vostri bei commenti ed il calore (e Franz per la segnalazione!).
    Ho cercato di inviare testi secondo una sorta di mappa geografica personale – l’Artico (anche se non ci sono mica mai stata dagli Inuit), Torri e la montagna pistoiese, ma anche l’orto di casa mia e Londra vista nel primo luogo che ho cercato – i giardini di Kensington – tanti anni fa che è anche l’ultimo dove sono stata quest’autunno ho salutato la mia città prima di tornare in Italia. Ma forse alla fine parlo sempre dello stesso luogo, ovunque mi trovi.

  7. Grazie a tutti per la presenza e i commenti. Felice di vedere che la scrittura di Francesca mette, come suol dirsi, tutti d’accordo, rivelandosi, ancor più che in “Artico” (gran bel libro, come dice Luigi), sempre più sicura, personale e stilisticamente riconoscibile: “talento” e “rigore” in ragguardevolissima simbiosi.

    Un benvenuto a Roberto e a Cristina (che spero di rileggere presto, non solo tra i commenti).

    fm

  8. Eccola! WordPress aveva bloccato alla frontiera proprio la nostra ospite (e non me n’ero nemmeno accorto).

    Grazie a te, Francesca.

    fm

  9. Bentornato, Fabrizio.

    Giustissima la tua considerazione: l’avverbio, che condivido, dice, purtroppo, tutto…

    Francesca, invece, leviga i versi “per grazia naturale” (il “talento” di cui parlava Giovanni): proprio come l’acqua e le stagioni danno alle pietre la forma fluida del trascorrere del tempo.

    Un abbraccio a te.

    fm

  10. Complimenti! Che brava. Talento e ricerca. Il riferimento a Luzi però lo lascerei proprio perdere… Lasciate che i morti seppelliscano i loro morti, soprattutto quando si trova qualcosa di vivo. Ciao!

  11. Un saluto a Cristina, Silvia e Anna.

    Anna, è vero: senza dimenticare, però, che ci sono morti, soprattutto tra i dimenticati, molto più vivi di tanti vivi (che scrivono).

    fm

  12. Grazie ancora per questi commenti. Sono molto pigra in realtà specialmente in poesia, così ci sono periodi (brevi) di intensità scrittoria e altri anche paurosamente lunghi in cui non spremo nemmeno mezza parola – anche se magari avrei delle cose da dire.
    La questione Luzi! Non so sinceramente quanto si possa vedere di questo poeta in ciò che ho scritto, se c’è non penso sia per influenza diretta. Ma quando un testo è scritto (sperando che funzioni) diventa nuovo anche per l’autore e quindi altri lettori possono vederci cose, influenze idee a cui non si pensava minimamente quando si scriveva. Ad esempio a me è venuta voglia di riprendere Luzi in mano dopo avervi letto… ! In realtà di questo poeta penso di ricordare abbastanza bene solo Nel Magma.
    Penso che anche nella poesia più semplice, ci sia un segreto, quasi un appunto cifrato, che ricorda a chi ha scritto il momento ed il perché, creando un legame affettivo e personale con la scrittura. E’ la forza umana del testo. Quella che muore, che non si conosce, ma che lo àncora ad un presente, al passaggio di un individuo. Ad esempio, la storia dei morti nelle porte (per essere filologici: degli armadi) è di mia nonna, che dice che i nostri cari defunti ci parlano quando il legno scricchiola nella notte. E ora mi fermo!

  13. complimenti davvero Francesca. Avevo già letto qualcosa di tuo da Artico
    e devo dire che concordo con chi mi ha preceduto: una voce musicale, ma
    al tempo stesso incisa nella pietra. Si parla sempre dello stesso luogo, perchè l’occhio è sempre lo stesso, infatti, almeno a me capita, di vedere i luoghi(e anche altro) in modo diverso, solo dopo cambiamenti interni.

    “Penso che anche nella poesia più semplice, ci sia un segreto, quasi un appunto cifrato, che ricorda a chi ha scritto il momento ed il perché, creando un legame affettivo e personale con la scrittura. E’ la forza umana del testo. Quella che muore, che non si conosce, ma che lo àncora ad un presente, al passaggio di un individuo. ”
    Mi ritrovo molto, in quanto hai scritto e sono convinto, che anche il lettore se ne accorge, magari trovando, attarverso le proprie chiavi di lettura e sensazioni, il punto di comunione con l’autore.
    Per quanto riguarda Luzi, non saprei dirti, ma sicuramente mi piacerebbe
    che leggessi Massimo Botturi, perchè mi date emozioni simili.
    questo è il suo blog, spero non mi sgridi. http://lesplanade.splinder.com/

    vincenzo (cino720)

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