Omaggio a Maria Grazia Lenisa

Maria Grazia Lenisa

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Tu qui, vicino al salice di radici oltreumane,
hai tempo finalmente d’assegnarmi la parte.
Mi lascerò legare col più tenue dei rami,
anche il più malleabile: ecco caviglie e mani.

 

 

 

Reciteremo insieme, ma col più grande distacco,
la violenza che passa dal pubblico al privato
(il tuo folle timore che un padrone del mondo
ci cucia gli orefizi d’ogni piacere e lasci
il fuoco sulle spalle, il muro per fermarci).

 

 

 

Quanti sono passati intorno a questo salice,
tanti grossi nasi, pieni sacchi spermatici,
tanti con dita sudice, banconote schioccanti.
Se solo avessi un seme (mi puoi accontentare?),
io vorrei partorire il guscio di una nave,
ma senza marinai; essere finalmente quasi
ragazza-madre. Così passare i secoli delle vite
inventate, in altro modo amando ed altro generare.

***

6 pensieri su “Omaggio a Maria Grazia Lenisa”

  1. E’ quella della Lenisa una poesia di grande respiro legata ad una ricerca estetica molto originale. La poetessa contende con l’assoluto ed anela alla bellezza suprema, sempre. La sua poesia è un gioco di specchi che riflettono ironia, mistica, parola liberatrice, mito, erotismo e canto di sè. Capasso ha parlato di “realismo lirico”; Rudy De Cadaval la definisce “modernissima” e, allo stesso tempo, “classica”; io dico che lei pone in atto una “Poesia Virile” – alla maniera di Dante – una scrittura animata da una “vis” che appartiene non più all’uomo o alla donna, ma a quell’ infaticabile creatore di mondi che è il Poeta. Non si tratta di eliminare il dolore, bensì di sublimarlo nell’arte: ” Porre un luogo di sogno, di avventura/è ancora vita, non questa di sgorbi/con le timide anime affannate/a leccarte la noia” (M.G. Lenisa, “L’Acquario Ardente”, Bastogi, 1993).

    Un saluto,

    Rosaria Di Donato

  2. Correggo: a leccare la noia. (pag. 78).

    Propongo un altro verso, tratto da “Mater amabilis” ( Op. cit. pag. 91):

    “Scivola il figlio dai ginocchi al buio.”

    A me sembra il verso di un salmo.

    Rosaria Di Donato

  3. Grazie a Poetarum Silva per aver richiamato l’attenzione su una figura e un’opera che andrebbero ampiamente studiate e divulgate.

    fm

  4. Maria Grazia Lenisa è la poetessa dalla calligrafia aggraziata, così fantastica e amabile, quell’elastica intensità arrotondata che ha dentro la pigra suggestione di un oggetto “a” mai sopito.Per certi versi, si potrà comparare questa elasticità del suo oggetto “a” con quello semplice della Spaziani o quello altrettanto calligrafico di Bufalino, da un lato, e Cimatti, dall’altro; come virtù, mi si passi il termine, rinviano, chi più chi meno, allo schema verbale dell'”Unire” e perciò starebbero dalla parte delle Strutture Sintetiche come verifica del passato, salvo, quando vibra la struttura della “drammatizzazione” e allora la dominante è più “copulativa” e quindi lo schema verbale è quello del “Confondere.
    Tanto per rifarci, ma non solo, all’antologia grafopoetica Il Poeta e il Grafologo, Unipo Ragusa 1984, che facemmo con Giovanni Occhipinti.
    V.S.Gaudio

  5. Grazie della intensa partecipazione emotiva che sta circondando una poetessa da sempre caratterizzata dal suo suo essere estrema! La parola di Maria Grazia Lenisa può divenire, a tratti, incandescente e poi distendersi, acquisire un respiro di meditazione e canto che pure non nega, per contrasto, quegli accenti attraversati dall’ironia. E’ un ridere piano e dolcemente, venato di sofferenza, per sé e per l’universo, che stravolge, eppure, riesce a cullare, nel segreto di una fascinazione “a tutto tondo”, erotica, mistica e metalinguistica. Estremamente raffinata la scelta di Francesco Marotta che, tramite gli accostamenti di immagini molto evocative, sostiene nella lettura del testo, illustrandolo come una sorta di sacra rappresentazione dell’umano, fragile ma anche mitico. Assai illuminanti sono: l’accenno alla robusta “vis” del Poeta, che Maria Grazia riconosce come propria, colto da Rosaria Di Donato, e l’analisi del linguaggio lenisiano, tratteggiata da VS Gaudio con l’aiuto dello strumento grafologico. La poetessa apprezzava molto quell’antologia con Occhipinti (che ricordo bene). Un sincero complimento a tutti gli estimatori di Maria Grazia Lenisa, compresa la sensibile Natalia Castaldi per la sua prossimità spirituale, espressa nel concedere udienza ad una poesia intensa e ardua. I vertici della ricerca poetica di Mia Madre sono conosciuti anche grazie alle prefazioni, approfondite e coinvolgenti, di Giorgio Barbéri Squarotti. Ma è giusto ricordare, come fa Marotta, che la produzione della Lenisa è molto abbondante. Essa meriterebbe un’analisi che si soffermi sulla genesi della poetica relativa all’autrice e sui mutamenti del linguaggio, soprattutto alla luce degli ultimi sviluppi e delle sue posizioni teoriche, espresse in svariati saggi critici. Concludendo, la sua poesia è assai più sperimentale di quanto sembri a prima vista, senza nulla togliere all’eredità del Realismo Lirico, confluita in un discorso metarealistico, ossia nello sforzo d’inventare una realtà “altra”, un sovrammondo ardito di bellezza e verità smaglianti. Al servizio della sua inventiva c’è la parola-Poesia che diviene anche Verbo, umano e divino, nell’amore giurato alla meravigliosa figura del Cristo ambigua e disarmante, molto moderna, che compare a vario titolo nelle sue opere in una fenomenologia dell’amore che non ha confini né timori. Il suo ultimo verso è stato: “Dio non abbandona Maria Grazia Lenisa”

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