V’erba

Edmond Jabès


Tout devenir se fonde sur un inconnu qui,
une fois connu, devient aussitôt mystère initial.
Le futur ne serait que l’ignorance d’un passé à découvrir.
Cette ignorance est le vrai savoir tragique dans la nuit,
entre les étoiles, ses chemins royaux.
Reste à atteindre cette nuit.

 

V’erba

 

      Scrivere, giorno dopo giorno, sarà stato, per me, strappare selvaggiamente dal suolo erba e radici cattive e rifiutare poi di fertilizzare le mie terre bruciando erbe e sterpi.

      Nessuna sopravvivenza a quella morte, ma una sopra-morte spietata.

      Mettere in discussione i giardini, è mettere in discussione ciò che accarezza l’odorato e la vista.
      Nessun profumo nel deserto; nessun incanto, ma acre odore d’eternità spogliata, distacco dalle forme gloriose: un mettere sotto accusa l’occhio.

      Ogni momento della vita ha il suo profumo. Uscita dal corpo, la vita non sente più nulla.

      «Un pestilenziale odore di carne putrefatta, ecco il confine tra la vita e la morte, diceva. Non c’è altra linea di demarcazione. Il nulla sopprime tutti gli odori. Chi avrebbe mai pensato che il nulla, segretamente, fosse fatale speranza d’erba?»

      Scrivere è, forse, sperare sempre là dove la speranza è esiliata?
      Non speri più niente e tuttavia scrivi.

 

Io scrivo curvo, a livello delle radici, ferito dal grido della terra abbandonata dall’acqua.
Scrivo sulla polvere, a volte verde di radici, altre volte nera di parole,
grigia per le pietre
e gli anni.

«Grigi sono i vocaboli, diceva. Grigi i libri del tempo».

Scrivere per togliere la polvere; scrivere in alto.

 

          (Non hai mai prestato particolare attenzione alla polvere, eppure essa è il limite del tempo abolito.
          Scrivi un’ultima volta nella polvere perché non riesci a liberarti delle parole. Ti muovi ancora nei tuoi limiti.

          Il tuo è lavoro di operaio della morte, ma rifiuti di morire così presto).

       

      Prima per te c’era la circonferenza.
      Prima il punto;
      ma quando?

      Polvere! L’aria diffonde il suo soffocamento.
      Ogni granello sceglie nel gruppo la sua vittima.

 

L’interno e l’esterno? Forse, due colori di cenere.

«La polvere è origine, diceva.
Avrò scritto soltanto con la polvere; perché non esistono parole, ma polvere di caratteri scomparsi con la quale è stato composto un alfabeto».

 

          (Il suo odore – di ieri, di domani? – mi è familiare.
          Lo sento nei miei polmoni che si bloccano quando spio l’istante in cui, inevitabilmente, affonderò
          nel vorticoso turbinio dell’aria).

       

      Che t’insegnerò dell’inizio,
      se non che non puoi aspettarti
      né aiuto né miracolo.

      Tutta questa polvere che non ci abbandona, ma che s’ispessisce col tempo, col tempo…

      Il mondo, scolpito nella polvere, teme il vento.

       

          (Sono rotolati d’età in età finché i loro corpi – oh splendore dei loro ultimi amplessi – sono diventati polvere di diamanti, per sempre, davanti ai nostri occhi levati in alto nella morte.

          «E tu tornerai pietra nell’oblio e polvere della pietra per l’eternità», diceva ancora).

 

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La costruzione aperta del Libro dei margini rinvia alle opere di Jabès più direttamente poetiche, ma qui, ormai, ha perso ogni filo narrativo: si srotola come una matassa di voci, citazioni, brani di lettere, colloqui coi testi, o meglio, con le loro parole, assumendo (almeno potenzialmente) un volto scenico, una dimensione – oserei dire – teatrale. Non a caso, nasce dal dialogo: dalla prossimità e insieme dal confronto fra il pensiero di chi scrive e quello di scrittori a lui affini. Non solo. Meditare su una questione significa, per Jabès, parlarne con l’altro: non all’unisono, ma come in un contrappunto o – man mano che la sua voce si gonfia, accompagnandosi lungo il tragitto ad altre voci – nei modi di un oratorio: attraverso una costellazione di citazioni, che stanno lì proprio per interpellarlo. Il loro uso è piuttosto insolito: difatti, i passi altrui non sono addotti come prova per suffragare le affermazioni dell’autore, ma hanno un’esistenza autonoma: si confermano o si completano a vicenda, parlano tra loro oppure lanciano un appello, costituiscono un richiamo o uno stimolo a parlare. (…)

In questo ordito critico, lettura e scrittura, meditazione che scaturisce dall’opera o è frutto del proprio pensiero, non solo s’intersecano, ma innescano una sorta di spirale: la lettura porta a isolare, in seno al testo, una voce da cui muove la riflessione e questa, a sua volta, coincide con le questioni che Jabès affronta e sviluppa come autore. Più che commento o coscienza razionale, è un modo obliquo di interrogare il testo per interrogarsi: «E’ sempre attraverso noi stessi che ci avviciniamo allo scrittore. Nel desiderio di assomigliargli, egli diventa la nostra creatura, perché siamo noi che gli prestiamo inconsciamente i nostri tratti.» E’ una critica indiretta, che consente di pensare e ripensare se stessi sul filo del pensiero altrui, o meglio, mediante la quale l’apertura all’altro e la scoperta di sé avvengono insieme, simultaneamente: lo scrittore «è l’altro noi stesso, non per sua volontà ma per nostra volontà. Così, azzardandoci a parlare di lui, non sappiamo mai se, in fin dei conti, non è di noi che stiamo parlando». Sono queste parole a informare il criterio di lettura: un criterio che non si serve di una tecnica o di un metodo per descrivere e interpretare il testo, né presume di risolverlo in una rappresentazione concettuale, perché il lettore non si pone qui di fronte a un oggetto da analizzare o definire scientificamente, annota invece a margine dubbi e riflessioni, spesso interrogative, «nel solco di una più vasta interrogazione rimasta in sospeso» – quella che da sempre lo tormenta -, sulla parola e sul linguaggio. Per Jabès, fra poesia e critica, fra scrittura e lettura, non esistono differenze sostanziali: sia il poeta che il critico si predispongono all’ascolto di una voce che parla a entrambi perché nasce dentro, nel più profondo dell’io, e ciascuno a suo modo non fa che ripeterla. Scrittura e lettura, in fondo, non sono che ascolto e ripetizione della voce «creatrice», la voce della parola stessa: una parola «doppia» (perché è rapporto Io-Altro), che si mette alla prova «au coeur de cette dualité».
(Anna Panicali)

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Edmond Jabès, Il libro dei margini, Traduzione di Laura De Biagi e Anna Panicali, Introduzione di Anna Panicali, Firenze, Sansoni Editore, “Fonè – Collana di Letteratura Contemporanea”, 1986 (Le Livre des Marges I e II, Montpellier, Fata Morgana, 1975 e 1984).

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***

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13 pensieri su “V’erba”

  1. Grazie a voi per l’interesse.

    L’editoria italiana, invece, sembra aver letteralmente cancellato Jabès dai suoi orizzonti e dai suoi programmi. Siamo ancora in attesa della traduzione della terza parte del “Libro dei margini”, il che è tutto dire…

    fm

  2. mi viene incontro (ma sono suggestionata dal post sopra su Joyce e Derrida)

    “Ti muovi ancora nei tuoi limiti.”

    laddove la limitazione non sta tanto nel limite, nel “margine”
    (anzi sui bordi si è contemporaneamente ‘interno/esterno, giusto per potere azzardare rispetto a: “L’interno e l’esterno?”)
    anche perché dentro un limite ci può stare pure un qualche infinito,
    quanto in quel possessivo “tuoi”
    che rende lo spazio fra il ti-tuoi appunto claustrofobico e autoreferenziale.

    per ora questo, ma vi è molto altro però qui, a partire da quella bellissima immagine de “Io scrivo curvo, a livello delle radici,..”

    ciao!

  3. “Il mondo, scolpito nella polvere, teme il vento”.
    Sento queste parole come epigrafe di ogni opera di ogni artista.
    Grazie, Marco

  4. ma se non ci fosse il vento, che mondo esisterebbe? Ma esisterebbe il/un mondo ?
    Sulla mancanza di certe traduzioni di certi autori importanti come Jabès….e quanti altri- non posso che associarmi, sconfortata, a questa constatazione assai avvilente fatta da Francesco.
    C’è un qualche business dietro la pubblicazione di questi autori?
    Nessuna?
    E allora…Fare qualcosa solo in nome della cultura, della bellezza, della conoscenza, del piacere del testo…solo dei puri folli possono permetterselo. Senza pensare a che cosa andrà loro nelle tasche.(e non parlo solo di denaro che, in certi casi, diventa perfino elemento di purezza).
    Tu, caro Francesco e noi, tuoi amici affezionati, lo facciamo.
    Qui siamo liberi. Se qualcuno non lo fosse, si adegua.
    un ingenuo abbraccio
    lucetta

  5. Ci sono associazioni che portano avanti progetti “folli” come quello di sostenere la poesia senza alcuno scopo di lucro. Impresa titanica e solitaria, priva delle eco che solitamente scaturiscono da dinamiche meno collettive. La sfida é oggi scegliere il progetto ed i meriti, farsi cercatori di quelle buone pratiche che non godono, per scelta, di troppa visibilità né di supporti del sistema “do ut des”. marinella

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