Stato di polizia


“Fermato in stato di ebbrezza alle 3 del mattino del 14 giugno 2008, in una strada di Varese, in balia di una decina di uomini tra carabinieri e poliziotti all’interno della caserma di via Saffi, Giuseppe Uva, 43 anni, per tre ore subisce violenze, sistematiche e ininterrotte: ecchimosi al volto e in varie parti del corpo, macchie di sangue tra il pube e la regione anale”. “Un testimone – riferisce Manconi in una nota – parla di urla strazianti che si ripetono per ore. L’intervento del 118, sollecitato dal testimone in questione, viene rifiutato dal centralinista della caserma”. Poi, “alle 5 del mattino, incredibilmente, dalla stessa caserma si chiede l’applicazione del trattamento sanitario obbligatorio per Uva, che verrà trasportato prima al pronto soccorso e poi al reparto psichiatrico dell’ospedale di Circolo”.

(Continua a leggere qui e qui…)

(Qui l’articolo di Luigi Manconi…)

***

12 pensieri su “Stato di polizia”

  1. è stato sentito, oggi a Roma, urlare contro lo “stato di polizia della sinistra”

    “qual è il posto migliore per nascondere una foglia rubata? Un bosco. E per nascondere un cadavere? una carneficina.” (Chesterton)

  2. Stato di polizia? no, stato di pulizia…
    e poi dicono di eutanasia mentre loro, quelli col manganello facile, non ci pensano più di tanto a infiere su una vita umana fino a portarla alla morte.
    Attenzione gente, perchè se un bicchiere anche due di vino fa bene al cuore, uno in più potrebbe condurvi a morte sicura per massacro.
    Che la vita, un giorno, possa riservare a questi carnefici lo stesso trattamento che hanno usato e usano con i più deboli, perchè, mi sembra ovvio, se quel signore avesse avuto un nome altisonante, sicuramente sarebbe ancora nel mondo dei vivi.
    Mai, nessuna pietà per chi si macchia di tali delitti, mai e poi mai.

    jolanda

  3. Nella mia famiglia vi sono diverse persone che hanno militato nel corpo dei Vigili, nella Finanza, Carabinieri, Polizia. Il degrado di queste importanti istituzioni, me lo hanno sempre detto, è ormai più che evidente. Un tempo nessuno si sarebbe mai sognato, come accade oggi, di mandare in giro pattuglie composte soltanto da giovani. La presenza di un anziano serviva a portare equilibrio e stretta osservanza delle regole anche nelle situazioni laddove le intemperanze e l’inesperienza giovanile potevano portare a situazioni come questa, tragica, qui descritta. Il problema è che oggi la situazione è ancor più peggiorata. Mio nonno era fiero di essere vigile, servire la comunità, fare da paciere o bloccare i delinquenti, anche se il suo stipendio era inferiore a quello di un saldatore. Chi compie questi atti, con quali motivazioni entra a far parte di questi corpi? I bassi stipendi (ma non bassi rispetto a quelli di molte persone che operano, vedi le migliaia di morti nei cantieri edili, in situazioni alla fin fine molto più pericolose) non possono essere, in alcun modo, una giustificazione. Bisogna rifondare il nostro paese, dando lavoro a persone che si impegnano veramente, senza secondi fini, per il bene comune: nelle forze dell’ordine, nella scuola, nella sanità, nella politica.

  4. La presenza tra le forze dell’ordine di persone singolarmente degne e rispettose del compito che la Costituzione gli assegna, non cambia la sostanza di ciò che, da Genova 2001 in poi, è sotto gli occhi di tutti: l’ascesa esponenziale del rambismo fascista in divisa, forte dell’impunità guadagnata sul campo nell’operazione di “macelleria programmata” portata a termine in quell’occasione e delle garanzie di cui gode a livello istituzionale.

    Per ogni caso, come quello di Giuseppe Uva, che viene “miracolosamente” a galla, altre decine vengono quotidianamente rubricate come “morti accidentali” – nel silenzio e nell’assuefazione di un’opinione pubblica connivente e complice.

    fm

  5. qualcosa forse si muove dato che qualcosa ho letto anche sul giornale online locale.
    Certo è che questi casi emergono per la tenacia dei familiari o degli amici, non certo per la messa in discussione degli apparati.

    Tutta la mia partecipazione a “non archiviare”.

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