Esercizio di respirazione automatica

Veronika Dintinjana
Michele Obit

Ad una delle sue poesie Veronika Dintinjana (Lubiana, 1977) ha posto, come citazione, due versi di Cesare Pavese da ‘Il paradiso sui tetti’: “Non sarà necessario lasciare il letto / Solo l’alba entrerà nella stanza vuota”. Questa posizione di attesa, ed allo stesso tempo l’aprire la finestra della propria stanza al mondo, credo siano i connotati della poesia di Veronika, giovane poetessa e traduttrice slovena che con la sua prima raccolta poetica ‘Rumeno gori grm forzicij’ (Il giallo brucia il cespuglio di forsythia) ha ottenuto, nel 2008, il premio come migliore opera prima in Slovenia.
Il linguaggio poetico di Veronika si muove con un ampio raggio, proponendo sia immagini impressionistiche e minimaliste, sia meditazioni sulla missione del poeta, sia, ancora, su quanto l’ambiente esterno – nei testi qui proposti quello italiano – influisca sulla condizione umana. Un eclettismo tematico che non danneggia la voce dell’autore, al contrario arricchisce e rinvigorisce la sua consistenza e la sua riconoscibilità. (Michele Obit)

 

Veronika Dintinjana, Testi
(cura e traduzione di Michele Obit)

 

Herkulaneum, 2000 let pozneje,
še eno izkopavanje, še ena ljubezenska zgodba,
morda

V prostorih šole za gladiatorje
je (sodeč po zobeh in nakitu) gospa
obležala ob plačancu (okostje
izdaja gladiatorske poškodbe),

iz bioloških sledi ni razbrati,
kaj sta počela nekaj minut
pred neizbežno zadušitvijo,
sedanjost je edini zagrobni pridatek.

Smrt ne prihaja nad naju z žgočo
sapo; morda ti vzamem dih, ko bova
namesto pepela čakala jutro.
Kar resnično ljubiš, ostane.

Pet srebrnih žlic, izvrstno ohranjenih,
v usnjeni malhi pod pepelom,
zraven moško truplo srednjih let.

Iz položaja ostankov in okrasja žlic
poskušam uganiti njegovo zgodbo:
stiskač, sentimentalnež, tat?

Ko je začel padati pepel in je zrak
zadišal po žveplu in oglju,
je zajel sedanjost s polno žlico?

Namerno ali ne,
namesto sebe je rešil pet srebrnih žlic.
Kar resnično ljubiš, ostane.

 

Ercolano, 2000 anni più tardi,
ancora uno scavo, ancora una
storia d’amore, forse

Negli spazi della scuola per gladiatori
una signora (a giudicare dai denti e dai monili)
giaceva accanto ad un mercenario (lo scheletro
tradisce lesioni da gladiatore),

dalle tracce biologiche non si può decifrare
cosa abbiano fatto pochi minuti
prima dell’inevitabile soffocamento,
il presente è l’unico suppellettile ultraterreno.

La morte non arriva a noi con un respiro
bruciante; magari ti prenderò il fiato, quando
invece della cenere aspetteremo il mattino.
Ciò che realmente ami, rimane.

Cinque cucchiai d’argento,
nella bisaccia in cuoio sotto la cenere,
accanto al corpo maschile di mezz’età.

Dalla posizione dei resti e dagli ornamenti dei cucchiai
cerco di indovinare la loro storia:
uno spilorcio, un romantico, un ladro?

Quando la cenere ha iniziato a cadere e l’aria
ha preso ad odorare di zolfo e brace
ha afferrato il momento con il cucchiaio pieno?

Intenzionalmente oppure no,
ha salvato cinque cucchiai d’argento, non se stesso.
Ciò che realmente ami, rimane.

 

*

 

Levi na pročelju katedrale

Tretjerazredni marmor so načeli dež,
mraz in vročina; podobni so
vrhovom valov, za hip
privzamejo obliko
in že se razpustijo
v peno.
Smehljajo se.
Morda vejo, da kopnijo.

 

Leoni sulla facciata della cattedrale

Il marmo scadente l’hanno intaccato la pioggia,
il freddo e l’arsura; paiono
le cime delle onde, per un attimo
ne fanno propria la forma
e già si sciolgono
in spuma.
Sorridono.
Sanno, forse, che stanno svanendo.

 

*

 

Torre del Mangia

Ko odhajaš,
se moraš povzpeti nad mesto,
da se ga boš spominjal iz zraka
kakor ptica,
vse majhne ulice, ki si jih
meril z bolečinami v mišicah,
vsak korak posebej,
zbrane v eno,
tako mora biti, ko odhajaš.
V prtljagi ni prostora
za tisoče vogalov, streh,
najbolje je
položiti vse spomine,
mesto, ljudi, glasbo,
da so kot na dlani pod tabo,
in se v ranem jutru,
ko veter v zrak
visoko nad mestom
prinese sol
iz oddaljene Maremme,
in gledaš zlatenje gričev v daljavi,
tam so Pienza, Montepulciano,
Montalcino, in še bi lahko naštel,
najbolje je, da se ti vtisnejo v mrežnico
kakor zemljevid
s freske v Mestni palači –
do koder seže oko,
vse lahko vzameš s sabo.
Samo razpreti se moraš,
kakor papir posrkati vase
vlago in sonce, jutro,
prve turiste in vse,
vse gelaterie.
Nato, ko se spuščaš
po stopnicah stolpa,
prepogneš karto, jo zložiš
in vtakneš v žep.
Za trenutek si bil
na vrhu sveta. Zdaj
je svet samo še v tebi.
Ko se poslavljaš,
je neizogibno
vzeti nekaj zase
in nekaj pustiti
za sabo.

 

Torre del Mangia

Quando te ne vai
devi salire sopra la città
per poter poi ricordartela dall’alto
come un uccello,
tutte le viuzze che hai
misurato con i dolori ai muscoli,
ogni passo per sé,
tutto in uno,
così dev’essere, quando te ne vai.
Nella valigia non c’è spazio
per migliaia di angoli, tetti,
meglio allora
poggiarvi tutti i ricordi,
la città, le persone, la musica,
che stiano lì, sotto di te,
ed in un mattino, presto,
quando il vento nell’aria
alta sopra la città
porta il sale
dalla lontana Maremma,
ed osservi la doratura dei colli in lontananza,
là stanno Pienza, Montepulciano,
Montalcino, e potresti continuare,
è bello che ti si imprimano nella retina
come una mappa
dagli affreschi nel Palazzo municipale –
sin dove arriva l’occhio
tutto puoi afferrare.
Solo devi aprirti,
come la carta assorbire in te
l’umido ed il sole, il mattino,
i primi turisti e tutte,
tutte le gelaterie.
Poi, quando scendi
gli scalini della torre,
pieghi la carta, la ripieghi
e la infili in tasca.
Per un attimo sei stato
sulla cima del mondo. Ora
il mondo esiste solo in te.
Quando ti accomiati
ti è inevitabile
prendere qualcosa per te
e qualcosa dietro di te
lasciare.

 

*

 

Vrabec, skoz bolnišnično okno

Videl sem smrt,
kako je prisedla na posteljo in si sezula copate.
Pritisk mu je padel,
obraz je postal bel, ko je legla.
Oči prestrašene.
Odletel sem ven. Ker nisem imel
deleža pri njegovem življenju,
je bilo edino prav, da nimam deleža
pri njegovi smrti.
Čez pol ure sem se vrnil
po krušne drobtine,
ki so ostale od kosila.

 

Un passero, attraverso la finestra d’ospedale

Ho visto la morte
come si è seduta sul letto e si è tolta le pantofole.
Le è scesa la pressione,
il volto impallidito, mentre si coricava.
Gli occhi impauriti.
Sono uscito. Poiché non ero
parte della sua vita
l’unica cosa giusta era non avere
parte nella sua morte.
Mezz’ora dopo sono tornato
per le briciole di pane
che erano rimaste dal pranzo.

 

*

 

Vaja v avtomatskem dihanju

spet pišem
opoldne, ponoči, zjutraj
vaja v avtomatskem pisanju
nizanje misli in metafor
brez odgovornosti
brez ambicije trajati

pesmi brez obešencev
brez umrlih sorodnikov
brez dišeče kože ljubimcev
rož in grmov
oropane
in prazne

neuspel poskus oživljanja
papir ne poka pod dlanmi
kakor rebra in prsnica
knjige po smrti ne zasmrdijo
držijo se jih le prah in madeži
kave ali čaja

nihče ni nenadomestljiv
ponoči sanjam, zjutraj se mi razodene
pomen: trik ni v izjemnosti, bolj enostavno je:
biti nenadomestljiv za nekoga –
ni nujno Toskana, ni nujno poletje
niti ni nujno, da traja

to je najtežje, zato vadim
vsak dih sproti

 

Esercizio di respirazione automatica

di nuovo scrivo
a mezzogiorno, di notte, al mattino
un’esercizio di scrittura automatica
in fila mettendo pensieri e metafore
senza responsabilità
senza ambizione di durata

poesie senza impiccati
senza parenti defunti
senza la pelle profumata degli amanti
fiori ed arbusti
derubate
e vuote

non riuscito tentativo di rianimazione
la carta non schiocca sotto le mani
come le costole e lo sterno
i libri dopo la morte non iniziano a puzzare
accanto a loro solo polvere e chiazze
di caffè o di te

nessuno è insostituibile
la notte sogno, al mattino mi si svela
il significato: il trucco non è nell’eccezione, è più semplice:
essere insostituibile per qualcuno –
non giocoforza la Toscana, non l’estate
nemmeno è necessario che duri

questa è la cosa più difficile, perciò mi esercito
ad ogni respiro, volta per volta

 

***

14 pensieri su “Esercizio di respirazione automatica”

  1. Bellissime, potenti, coinvolgenti.
    e complimenti a Michele Obit.
    capisco un po’ lo sloveno e la sua traduzione è meravigliosa.

  2. Vivissime, incisive. Che altro dire? Che questa è la poesia che preferisco, essenziale e dolente, con la grazia dell’illuminazione.
    Non mi stancherò mai di ringraziare Michele Obit per quello che rappresenta e per il suo lavoro. Così come fm.

    Francesco t.

  3. Ottima poetessa e poesie che restano, come graffi essenzilai.
    Grazie a Michele per la proposta.
    Ogni volta mi viene da pensare come, nei poeti slavi, sia quasi naturale che la vita faccia cortocircuito con la letteratura in un modo che non è mai banale o manierato, ma sempre spiazzante, duro, aspro.

    m

  4. Caro Marco,
    approfitto per allargare un po’ la tua considerazione. Con una premessa, però: anche se abito sul confine con la Slovenia non conosco lo sloveno, e dunque leggo quasi sempre nelle traduzioni di Michele Obit o Jolka Milic. Però sono d’accordo che la poesia slava (io dico slovena per ora, perchè è quella che conosco un po’ di più) sia mediamente costruita in modo diverso. Mi pare che tutto il patrimonio culturale della forma sia, per noi, diventato in molti casi un peso che ingessa l’espressività. Non fraintendere, non voglio dire che quello che Guglielmin chiama “canone” non sia importante. Ma non deve diventare un vincolo, non è il principale strumento per misurare la poesia, non basta.
    Mi sembra che oltre l’ex-confine si parta in modo diverso, puntando invece su fratture, essenzialità, aperture; e che poi la forma venga dopo, che il vestito sia cucito addosso al testo, e non il contrario. Allora si arriva a quell’immediatezza anche aspra di cui parli, che diventa urgenza. Ed anche il criterio di valutazione “critica” è forse differente. Il tutto, ripeto, senza estremizzare, ma a livello di approccio alla scrittura.

    Francesco t.

  5. Da noi la poesia è, sempre di più, una forma di comunicazione (o non comunicazione) tra “addetti ai lavori”. Molto difficilmente una persona che non ha letto tutto ciò che si è fatto in ambito poetico in Italia negli ultimi cinquant’anni può sperare di capire, da sola, una poesia scritta dai più rinomati poeti contemporanei. Perché da noi la forma pesa più del contenuto, per tanti, troppi. In Slovenia non è così. Lì il poeta si presenta – almeno così accadeva fino a poco tempo fa, adesso non so – ad una sagra o davanti a duecento ragazzi e loro lo ascoltano attentamente (cosa quasi impensabile da noi). Ad un festival importante o assistito ad una scena incredibile: tra una lettura ed un’altra suonavano gruppi di giovani, molto bravi in verità. Quando iniziavano a suonare, i ragazzi approfittavano di quel momento come se si trattasse di una pausa per andare nei chioschi a bere. Quando i poeti salivano sul palco, invece, tutti ritornavano in fretta ad ascoltarli in silenzio. Insomma, non ci si può lamentare se nessuno passa a trovarti se sei tu, per primo, a sbarrare la porta di casa.

  6. Condivido le riflessioni di Ivan e Francesco. È come se, nei poeti, qui leggessi la fisionomia, il corpo, la voce. Nei poeti “nostri”, anche nei migliori, certo con qualche eccezione, assistessi, da spettatore, a una eccessiva macerazione formale.

  7. bellissime e slave
    illuminanti traccianti lucenti
    è vero le loro aperture sono senza frontiere
    terre di tutti
    amore puro per la poesia
    un caro saluto a ft e fm
    e grazie a obit per il suo lavoro
    questo blog è una vera tana
    venirci è sempre fondamentale
    c.

  8. Sono d’accordo con tutti voi. Mi preme, però, aggiungere anche il mio plauso e la mia riconoscenza all’incredibile lavoro di divulgazione che sta facendo Michele Obit (insieme a parecchi altri suoi conterranei).

    Le persone che come lui, bravissimo poeta di suo, sanno mettersi al servizio del lavoro degli altri, e di una idea “comunitaria” di poesia, le stimo sempre, a prescindere.

    Un saluto a tutti.

    fm

  9. Plaudo ancora una volta al lavoro “carsico” di Michele Obit sulla poesia slovena, e concordo pienamente (loro lo sanno già) con le considerazioni di Francesco T. e di Ivan C. riguardo all’ingessatura e al fatto che qui da noi la poesia non ascolti più la vita, ma si avviti intorno a un discorso formale che spesso non trasmette altro che la forma perfetta di un vuoto.
    FF

  10. Il ringraziamento lo devo fare io, a chi mette a disposizione questo spazio, una vera e propria boccata d’ossigeno, ed a chi passa di qui, anche solo per leggere quanto si cerca di fare da queste parti, terra dura, terra di confine, ma di un confine che deve aprirsi, soprattutto culturalmente, pena doversi un giorno ritrovare sulle barricate. Che su quelle poetiche già ci siamo, sulle barricate, intendo. Statemi tutti bene. Michele Obit

  11. LEGGETE.
    Ecco la MARAVIGLIA! Ti metti a cercare l’acqua perchè hai sete.
    Segui un rivolo.
    Trovi il nome di un fiume in piena:
    https://rebstein.wordpress.com/…/03/02/gadda-carlo-emilio-i/
    ma non è abbastanza.
    Cerchi delle gocce da zampillo, quelle col sangue al centro.
    Viva.
    Una giovane poetessa a portata di sorso.
    E tutto grazie a un evento passato tra gli eventi passati.
    Un 30 marzo qualsiasi, a Napoli, un’aula universitaria
    e una sorpresa.
    Un chiostro silenzioso.
    E tutto comincia da qui. Accanto. Qualche viuzza accanto.
    Per chi ha sete, è importante sapere
    dove ti porta il fiume.
    Leggete!

    ESERCIZIO DI RESPIRAZIONE AUTOMATICO

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