Le nudecrude cose

Viola Amarelli

A latere

Ogni graffio d’argilla è una giara, d’olio o di grano. O un capo di bestiame.
Il cuneiforme nasce per contare, la scrittura è dall’origine un fissare, un dar conto. E nel fissare c’è l’ordine, l’elenco, il taglio sul mondo: il “così è” artistico, anche quello surreal-automatico, anche il post-dada ludico, anche il tecnoinformale, il “così è” di chi scrive e nello scrivere descrive, deambulando intorno al mondo, mai solo. Esser realmente soli non è dato, se nasci. Nasci su un palcoscenico che altri da un pezzo hanno allestito e se sposti una quinta o una frangia di sipario è già grasso che cola.
Hai sempre, dentro/fuori/sopra/sotto, le voci e gli sguardi, che hai ereditato: la lingua della madre, le tavole dei padri, le icone e i satellitari, i sogni che ogni bipede ha sognato. E scrivendo li riproduci, persino quando provi a liberartene, quando progetti, scruti, o dilani grammatiche, al fondo solo variazioni infinitesime di rotte. Non che importi molto, tanto gli spettatori nel tempo ogni volta nuovi come gli autori.
Tutto questo fissare, contare, nasce da un flusso e si risolve in flusso, quasi una sorta di processo a “doppio cieco”. Se il primo flusso è quello esperenziale, il secondo è uno sguardo che trabocca, in un silenzio affollato dove si muovono i neuroni, i linguaggi, le passioni. A garantirne ― se e quando ― la tenuta solo una necessità che eccede, quindi; un ossimoro o, forse, un’endiadi, va a sapere.
Si presta voce a un mondo, a una faglia, all’innervatura di un picciolo, ci si illude, perché il mondo resta tutto, ogni cosa, quel che si riesce a vivere, anche nei più privati incubi, anche nelle visioni salvifiche. E come vivi e scrivi, al fondo, è un fiato di bisogno, un dare/dire intorno, per come puoi, al meglio, fortuna e dono limpido.
È la scrittura spugna, materia che respira: quello che hai ridai. Per questo ogni poesia è sempre, dannatamente, anche nolente, politica. (pag. 82)

 

Viola Amarelli
Le nudecrude cose e altre faccende
Forlì, Casa Editrice L’Arcolaio
“I Codici del ‘900”, 2011

 

Testi

 

convivenze
grave

 

(dove)

Il fuori oggi è come il dentro
torpido, persino le budella abbandonate,
dove la lancia aguzza, il falco pellegrino
e la pianura colma di turchese
dove,
– sul muro piatto e
lo schermo al quarzo,
dove dove,
negli occhi di una cagna
sapiente che ti affianca
                                – compassione.

 

*

 

(silenzi)

La folla di parole:
ottantaquattromila i grovigli tra passioni
da cui, per cui, onde
i triliardi di risuoni, resse di annata
ormai soffi d’aria sporca, fuliggine
che si attacca nei cervelli. Autistico
rimbomba nel diniego il ragazzino strambo e nei capelli
ricci genetici risalgono i ricordi
                                     apparteneva è d’un altro mondo, sordo
e muto
. Siamo vivi.

 

*

 

(Giacomo a Fontanelle)

L’acqua e il tufo alle cave
nell’ombra delle Vergini, quelle che tutto accolgono
lumini per le offerte, preghiere di promesse,
sonde degli operai in gruppo come oranti
su nove metri d’ossa, nette di
teschi e tibie
l’anime pezzentelle scorrono senza affanno.
L’acqua sulle pareti scandisce respirando
calcare d’algoritmo, gioco sacro d’istante
quello che disperavi, tocco di solo affetto,
stretto ora insieme agli altri
corpo vivo silenzio
anonimo finalmente.

[Il “Cimitero delle Fontanelle” nelle cave di tufo delle “Vergini” a Napoli, fu luogo di sepoltura di massa sin dal 1500 e sede del culto devozionale alle “anime pezzentelle”. Secondo un’ipotesi plausibile qui sarebbe stato in realtà interrato, anonimamente, anche il corpo di Giacomo Leopardi.]

 

*

 

(prendi un coltello)

Prendi un coltello-bambina.
Attenta ai mostri. Ai lupi. Ad amici e parenti.
E sconosciuti.
Prendi le forbici – gioia.
C’è il male e c’è la pazzia.
Attenta a non incontrarli, per ora, ora che è
troppo presta.
Diventa tu folle, affonda le lame,
dentro più dentro coi denti.
C’è la paura e c’è l’orrore. Umano.
Carezza le bestie.
Tua madre ti ama.

 

*

 

(patrie)

Ha cambiato di lingua e di nome
e il cielo ha una linea diversa
e ci sono colline
ma non uno tra i fiori che a mazzi
le riempivano i giorni al mercato.
Entra in case stracolme di oggetti,
li pulisce,
stupita vi sia tutto quel ben di dio
cui nessuno oramai fa più caso.
Le persone le sembrano strane,
lamentandosi stanche di rabbia
eppure non si scava patate o carbone,
né si ammassano in fuga nei camion.
Gli uomini, quelli, più o meno gli stessi
certo non bevono tanto
ma ugualmente ci provano gratis.
Sa di essere stupida e brutta,
non importa, ha gli occhi pervinca
e sorride e insiste daccapo.
Preferisce i colori sgargianti,
tutti i fucsia e i verde del mondo,
troppi morti alle spalle,
è riuscita a portarsi suo figlio.
Fino a sera spolvera e lava
al ritorno, preparata la cena,
finalmente si spoglia,
respira, in un amen di lingua d’infanzia
a un suo dio che sicuro la ama:
le radici le hanno le piante,
donne e uomini hanno le gambe.

 

                                                                                 cure
                                                                  – andante

 

(eros)

Tintinnio la risata nella gola
dilaga gioiosa infra le arterie
con le dita che graffiano da gatti a leccarsi
labbra e baffi, che cattivi!
E via al lungo nascondino senza fiato, il finto
inseguimento travestito da bacio fuori squadra,
dispersa l’animella sotto
i fianchi dove assemblano un alfabeto
morsi le parole che scheggiano scintille:
“mira la freccia che straborda
a poppa, prova la prua, cerca la polena, ora”
ora cerchio espanso
il sangue ora divampa su al cervello
mille i fuochi e la luce e l’esplosione
dissolvenza integrale l’urlo puro:
                                   la nascita di un dio all’infinito.

 

*

 

(necessità)

Sarà polvere, e brezza, e cerchio in goccia
o in ombra,
e cenere, e fumo di spirali e afa
pioggia e verde, e odore di muschio
e gran silenzio,
e fiamme e rombi e razzi cadenti di scie striate
arcobaleni
argenti, fissi, immoti tristi
allegre sfingi
sarà l’acqua e l’aria e il fuoco con la terra
fino a una supernova
pura materia e spirito
iustum in perpetuum vivet,
basta e avanza al cuore.

 

strabismi
presto

 

(e me ne vado)

E me ne vado sai pei cazzi miei
quelli dei gatti e delle ortiche
e del geranio rosso un po’ sboccato,
dei cani assonnacchiati sotto il sole,
né vi conosco a meno che
non chiediate aiuto, allora
correrò rapida freccia per darvi
come posso quiete e porto.

 

*

 

(on the road)

Si spacca per
si spacca per l’acqua
l’unghia di cani e talpa
pressione gonfia di terra
il gelo fende stecchito,
si spacca l’usura, al consumo
le vene mangiano crepe nel travertino
sbriciola a gonzi passeri il marciapiede,
cuore vivente già terrapieno, già buco già fossa nefasta,
cammina, fischia, senza importanza.

 

*

 

(campagna d’inverno)

La luce di gennaio che ora è febbraio filtra le foglie
dei sempreverdi
i tronchi con i rami pazienti di vento
questa immane stanchezza di
nuvole in corsa, riepilogo di temporali,
spossa il midollo e la pelle a toccarla si secca
restano, eroi, i cani randagi e le code di uccelli

ci vorrebbe un riposo incessante
un letargo che plachi la crosta e protegga le ossa,
il latte che è inacidito l’hanno
buttato nel pozzo, gli sciocchi.

 

congedi
fine

 

(sull’orlo della fine)

Sull’orlo della fine la pioggia fitta sottile, le tre del pomeriggio la
domenica nell’aria grigia e umida, l’acqua
che scorre

silenziosa su cianfrusaglie stese su stracci di un
mercatino d’usato, improvvisato, scolora plastica
e scarpe e maglioni già

fossili ora petrolio. In un silenzio clamoroso scivolano
ragazzi neri, vecchie badanti dai capelli tinti masticano
panini, chi

baderà loro, i ragazzi neri scivolano tra buche e
cedimenti, l’acqua che stinge, infreddoliti in cappotti,
giacche a vento

sciarpe nere e grigie e bianche, nessuno di loro con un
ombrello. Una luce purissima traslucida scandisce ogni
dettaglio,

lo dilata sull’orlo della fine la piazza enorme, cantiere
eterno già caduto a pezzi, cammini su basalto, passi
sull’asfalto roso

da ruote e acqua, freddo d’umido. Tra un po’ – quando –
non ci saremo più, noi, la pioggia, la piazza enfia e
ansimante, gli

esseri umani tutti, tra un po’, non tanto. Sta attento a non
bagnarsi le scarpe, slalom e rally, attento alle auto, ai
vecchi

travestiti da nipoti, alle vecchie spedite a morire affianco
ad altri vecchi, sta attento ai ragazzi ninja spaesati senza

sole, qui, che ci sarebbe, ma devi pensarci, il mare, tra
un poco scoppia, lo sente, tutto e giustamente. Non più
occhi né

gambe, né idee né pozze né fiati. Niente di niente, per
noi, tutti, ovviamente. Meglio così, ci sarà qualcosa
d’altro e chi

dice che non sia meglio. Arriva quasi alla fermata, di
fronte alla stazione, non c’è mare non c’è sole solo acqua
incolore,

sta per salire sul pullman, quando inciampa inzuppa
infradicia le scarpe, gomma e pelle, il piede la sua pelle,
come accade,

frequente, quando pensi che sia finito e tu, almeno, in
salvo e allenti la tensione e sei finito. Un pezzo di strada
e di

giornata. Una vita di viaggi. Sull’orlo della fine, degli
umani. Peccato, resta sospesa l’aria, non che non possa,
non deve

farci niente.

 

______________________________

In questi testi di Viola Amarelli, così come, in modi non dissimili, nell’insieme della sua produzione, in-siste e per-siste il respiro della vera poesia. E per verità s’intenda, nel suo caso, non solo la concreta di(re)zione epifanica che la caratterizza, sempre refrattaria, comunque, alla reiterazione epidermica e alla ritualizzazione stanca di ciò che prende sembiante e si iscrive, o può iscriversi, nell’orizzonte multiforme e metamorfico del poiein (che sarebbe, già di per sé, il marchio di una ricerca originale e autentica, teoricamente fondata e sicura nelle finalità e nei risultati, distante anni luce dal profluvio di idiozia in versi che ci circonda e ci sommerge), ma soprattutto l’ostensione, nuda e creaturale, della tensione estrema all’oltranza, tanto del senso quanto delle forme in cui esso si esprime. Una tensione, ampiamente riconoscibile ad ogni passaggio, che animando e alimentando la sua scrittura si risolve, come un precipitato naturale, in una interrogazione etica, civile, resistente, non mai disgiunta, quali che siano la sostanza e la materia su cui l’operare incide, da una accensione vocazionale che costringe ogni parola a crearsi nuovi spazi, a tendersi oltre la gabbia segnica, alla ricerca di paesaggi inavvertiti, di luoghi senza mappa da ricondurre nell’alveo di produzioni stilisticamente ineccepibili, esemplari, capaci di dare non solo nuovi volti all’esistente, esplorandone le pieghe più ri-poste o più ex-poste, ma di costringere il linguaggio stesso, in quanto veicolo e tramite di comunicazione, a rivedere ogni volta i suoi statuti, a riposizionarsi. Un linguaggio che viene dunque plasticamente modellato, piegato e costretto a misura e funzione di specchio, dove può rimirarsi e scoprire, in definitiva, che c’è sempre un margine in ombra che gli sfugge; che tra il pensiero che de-finisce l’oggetto e lo destina a una significazione univoca, sempre rappresentabile, e la sua immagine poietica, magmatica, quella che prende lineamenti e voce nei deserti del foglio, si apre il territorio in-terminato di un diverso andare, di un diverso sentire: il tempo dei passi e dei suoni in cui l’umano si declina e si esprime –contro l’assuefatta maceria morale e politica che lo umilia e lo nega. (fm)
(da “Le Voci della Luna“, n. 47)

______________________________

 

***

27 pensieri su “Le nudecrude cose”

  1. Viola riesce egregiamente ( credo ) proprio là dove la becera contemporaneità e le pulsioni della propria interiorità sembrano proscrivere ogni nicchia di buone intenzioni volte a rappresentarle . La valenza “politica” ( siamo tutti d’accordo ) è consustanziale alle scelte , marcatamente fisiologica e lodevolmente rappresentativa di una modalità di stare al mondo cui è facile accordare non generico consenso ma convinta empatia . Perfino alcune – forse ravvisabili – venature pavesiane , appaiono volte ad intercettare non tanto l’emotività quanto l’intelligenza . Il tutto al servizio di una proprietà formale che non ha bisogno di sottolineature .
    Veramente una gran bella lettura . Grazie

    leopoldo attolico

  2. splendida lettura la tua, Francesco. Ho tra le mani questo libro, appena arrivato e già sfogliato e letto con curiosità che attacca ai fogli. Ancora troppo poco per poterne dire ampiamente, ma vi ho trovato fuochi e meraviglie immediatamente.
    Sono in partenza e lo porterò con me questo libro, vorrei tornarci su non appena rientro a casa.
    un abbraccio a te e grandi complimenti a Viola.

  3. Grazie per gli interventi.

    Viola è capace come pochi di “costringere” le “nudecrude cose” a farsi “forme“: questo libro ne è, concretamente, una dimostrazione. Consuntivo, punto di svolta e oltranza “verso-dove”: in una scrittura sempre più autenticamente e originalmente “portiana” – per spirito, intenzione e di(re)zione etica.

    fm

  4. classe e graffio, Viola – e sia detto in asfissia e volata, perché mi rifarò presto (il tempo, il tempo!) sull’intero libro. (così tralascio, ma per tornarci, la recensione di Francesco: la critica cerco di leggerla sempre *dopo* le opere).

    rinnovo qui i mie auguri per il libro, intanto; con un saluto a Francesco e tutti gli intervenuti.

    Hail,

    f.t.

  5. Sono orgoglioso di essere l’editore di questo libro stupefacente! La cruda carne, i quadri rappresentati secondo una dinamica che mi ricordano altri echi femminili di marca mediterranea. Le icastiche impennate di matrice non solo femminile, ma anche anfibia, come lo poteva essere una scrittrice come Elsa Morante -su altre piagge, ma con intenzioni, per me s’intende, somiglianti.- Orgoglioso, ripeto, di avere “Le nudecrude cose” in catalogo. Grazie a Francesco per la generosità che mostra nei confronti del segno vero della scrittura.
    Un abbraccio a Viola e a aal’ospite.

  6. ancora una volta il “cor gentile” di Francesco ospita una nuova creatura; sono felice che questo libro inizi qui il suo percorso di lettura anche se i nomi rievocati sono sin troppo importanti ma questo testimonia l’affetto dei commentatori e la pazienza dei lettori, grazie, di cuore, a voi tutti ,
    Viola

  7. appena lette, Viola, le tue poesie, così a caldo, mi hanno consolata. c’è qualcuno che oggi sa cogliere la devastazione (prendi il coltello; patrie), ma anche i moti di natura (l’eros) e pure tutto l’abisso che prelude all’eterna condanna del nonsense (sull’orlo della fine) e volgerlo in compassione, in una nuova bruciante etica elegia che, mentre scalcia e rimprovera, dà sorprendentemente un senso di quiete, come dietro l’angolo alla fine ci spiasse un occhio di divinità pacificante.
    voglio leggere l’intero, ovviamente, per dirtene ancora.
    auguri tanti allora, a te, al tuo editore, a Francesco con le sue luci.
    annamaria ferramosca

  8. Osservazione del reale, della “fine” del reale, del degrado. Con occhio clinico e, talvolta, cinico. Ma il cinismo, traslato in poesia, diventa inevitabilità del tempo in cui viviamo, o che ci viene imposto di vivere.
    C’è una forte presenza qui, quasi una parusia, nel senso che qualcosa/qualcuno viene e si installa, concedendosi il lusso di raspare tra le pieghe, proprio per “contarle” e “fissarle”, per illustrare (e drammatizzare) un palinsesto delle piaghe che donano luce e buio alle pieghe.
    E’ l’eterna, ma necessaria, diatriba tra il dentro e il fuori, tra ciò che incombe dal (nel) fuori e ciò che ristagna all’interno aspettando il momento giusto per esplodere verso l’esterno.
    Una scrittura del disastro, avrebbe detto Blanchot.
    Se il disastro è anche il fuori che viene a sé, il solo pensarlo (e quindi riconoscerlo) fa sì che ogni apertura e ogni chiusura si rendano all’alterità. Da qui le “posizioni” di una scrittura che penetra e che insieme prende le distanze, che usa la lama per allargare (es-tensione) la ferita (per renderla più visibile) e che non disdegna di dialogare con essa, ponendosi però al di sopra. C’è invettiva, ma anche disconoscimento (“ci vorrebbe un riposo incessante/
    un letargo che plachi la crosta e protegga le ossa”). Per questo l’esplosione cui si accennava prima non può e non deve essere sempre, per così dire, cruenta, ma deve necessariamente nutrirsi di giustapposizioni tra “opposti” di varia natura e appartenenti a diversi ordini. A titolo d’occorrenza :

    (necessità)
    Sarà polvere, e brezza, e cerchio in goccia
    o in ombra,
    e cenere, e fumo di spirali e afa
    pioggia e verde, e odore di muschio
    e gran silenzio,
    e fiamme e rombi e razzi cadenti di scie striate
    arcobaleni
    argenti, fissi, immoti tristi
    allegre sfingi
    sarà l’acqua e l’aria e il fuoco con la terra
    fino a una supernova
    pura materia e spirito
    iustum in perpetuum vivet,
    basta e avanza al cuore.

  9. “Rispetto al disastro, è vero, si muore troppo tardi. Ma ciò non ci dissuade dal morire, ci invita, sfuggendo al tempo in cui è sempre troppo tardi, a sopportare la morte inopportuna, senza rapporto con null’altro che non sia il disastro come ritorno” (Maurice Blanchot).

    Il disastro che ritorna – e si conclama nella differenza che è propria della ripetizione (vedi la costante dell’enumerazione e l’urgenza del palinsesto) – tramuta, per così dire, il fatto in misfatto, il peso in soma. E questa è, forse, una delle accezioni di quel “linguaggio riposizionato” cui accennava Francesco nella sua nota.

  10. Tutto questo naturalmente aspettando di leggere il libro per intero.
    Ciao Viola. A presto (se il progetto con Marco si consolida).
    Un caro saluto a tutti.

  11. grazie per le ulteriori letture, anche se Blanchot, Enzo, non è stato tra i miei autori di riferimento non avendolo, per caso o scelta inconscia, mai letto direttamente ; di fronte al disastro, inevitabile alla fine per ognuno di noi, preferisco, confesso, Spinoza…un abbraccio V.

  12. Grazie, Viola. E grazie a tutti per gli interventi.

    Credo che ora ne sappiamo (o ne sentiamo) qualcosa di più di questi testi. Sicuramente.

    fm

  13. da questi pochi versi è facile dedurre che il libro di Viola è e resterà nel tempo un libro indimenticabile.
    In attesa di leggerlo tutto le faccio i miei complimenti più belli e li estendo anche a Gianfranco Fabbri che l’ha pubblicata.E alle folgoranti “luci” (come le definisce Annamaria) di Francesco.
    un abbraccio

  14. Un caro saluto a Viola. Non ho letto il libro ma lo farò presto, e conoscendo la sua scrittura so che non ne resterò deluso, anzi.
    E un abbraccio a fm.

    Francesco t.

  15. Mi pare che Marco Ercolani, col solito acume che contraddistingue la Sua scrittura (“Abbiamo scritto. / Abbiamo modulato il nostro nulla. / Adesso aspettiamo.”) abbia lasciato un commento breve e centrato. “Affilate e scorticate, come ictus leggeri della parola”.
    Il clangore della scrittura di Viola Amarelli, eufonica, profonda e vigorosa, che incede coartata, sicura della (nella) propria scalfitura (faglia – semenza da cui prende le mosse, proviene), incide il lettore come poche altre fogge poetiche astanti nel panoramo odierno.
    Un aggettivo (due) per concludere (da porre in subordinazione “all’ictus” di Ercolani): caustiche (corrosive).

    Complimenti a Viola Amarelli per questa nuova ‘buona novella’, e a Francesco Marotta per l’introduzione, magnifica.

    Gabriele Gabbia

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