Un magico transitare: Michaux e Artaud (III)

Gilberto Isella

Artaud: la follia della carne e il vuoto

Avvistare i confini dell’Altrove con la consapevolezza di rimanere eternamente confinati sulla sua soglia, non potendo far altro che additarla, interrogarla all’infinito e tentare di dare un senso alle ombre-luci che essa proietta, è la condizione di ogni poeta moderno. «Urta, / Urta per sempre. / Nell’insidia della soglia. / Contro la porta, sigillata, / Contro la frase, vuota», scrive Yves Bonnefoy. La mitopoiesi – classicamente esemplificata dal virgiliano mito di Enea che viaggia nel regno dei morti incontrandovi l’ombra paterna – ha creato i modelli narrativi fondanti della cultura d’Occidente. L’illimitata apertura semantica di quei modelli rafforza la loro dimensione enigmatica, e se il destino dell’enigma è quello di divenire oggetto di una fluida, continua interrogazione – dismessi ormai gli schematismi dell’allegoresi – è facile capire perché il meglio della poesia moderna si è rifondato, parallelamente al labirintico procedere della signifiance, in pensiero poetico ermeneutico.
     Pensiero del disvelamento dei limiti che, non disdegnando di accogliere in sé la “chair du monde” – triste o gioiosa – s’incrementa nella materia viva del verso, nella prosodia, nella operante sebbene mai fino in fondo compresa diade graphé-foné. Avventura ermeneutica al cui zenit intangibile, anche se non necessariamente postulato, sta la trascendenza dell’essere. Dell’essere come Questione, dell’essere infinitamente Altro.
     Le nozioni di limite, frontiera, soglia – discendenti da una problematica e pur sempre equivoca metafora spaziale, comunque la si voglia intendere – possono però evolvere e sovraesporsi fino al punto di divenire intenibili, mistificarsi, implodere. L’essere stesso si pone come enigma che rischia di sprofondare nell’insignificanza, addirittura di causare repulse, o di risolversi in scarto, detrito.
     Incontriamo allora, forse al vertice del nichilismo poetico occidentale, Antonin Artaud: «Dove c’è puzza di merda / c’è l’essere», esclama lo scrittore in un passo di Per finirla con il giudizio di Dio (1948). E ancora: «Dio è un essere? / È merda se lo è. / Se non lo è / non c’è» (ibid.). L’impossibilità di essere collima, per Artaud, con l’Angoscia originaria, che è una condizione off limits, indicibile o segnalabile esclusivamenente con i mezzi verbali e preverbali della furia scatologica. Eppure all’essere questa estrema deiezione di sé pare necessaria, se conveniamo con le conclusioni di Abraham-Török: «L’impossibilità di essere, l’Angoscia originaria, è impensabile e non verbalizzabile. Essa è tuttavia il fondamento dell’essere e del pensiero».(7)
     Su questa linea di disinvestimento di responsabilità (o di iperinvestimento insostenibile) verso l’assunto ontologico – vi riconosciamo l’estrema guerra, amorosa e disperata a un tempo, condotta da un Artaud (-Chisciotte) ormai abitato da “lucida follia” – il linguaggio poetico non avrà più la prerogativa di custodire un soggetto relazionante con l’altro tramite l’interrogazione, la visione, o l’ascolto:

Non ho un io, ma ci sono solo io e non c’è nessuno,
nessun incontro possibile con l’altro,
ciò che sono è senza differenziazione né opposizione possibile.

     Persino il principio di realtà, attinente al rivelamento oggettuale, raggiunge il suo punto catastrofico: «Esistono solo corpi e oggetti, che non sono cose ma corpi e oggetti inqualificabili». Ciò che resta, l’istanza senziente, si riduce a due cose: un persecutorio grumo di memoria individuale e culturale, che instaura una sorta di “metatemporalità immortalizzante” (delirio d’onnipotenza, mistico paranoica tendenza a fondersi con il divino), e il nodo di energie e pulsioni di un corpo onnivasivo (l’«intrusione assoluta del mio corpo, ovunque»), impregnato di terrore fobico, destinato all’autoannullamento. L’io residuale si fa preda di un’ossimorica ridda di incorporazioni disarticolanti.  Esprimerle suppone una radicale eversione del sistema linguistico. La poesia, soprattutto in un’opera eccessiva e inaggirabile come Suppôts et Suppliciations, scritta nell’immediato dopoguerra ed edita solo nel 1978 (che comprende pagine diaristiche, lettere, versi, ecc.) avrà così le sue punte roventi nell’interiezione, nell’imprecazione, nella bestemmia e nella glossolalia. Un esercizio “insensato” di translocuzione. Una parola negativa incondizionata, differente da ogni ipotizzabile differenza, che non ha nulla in comune, per esempio, con l’ottimismo gnomico del “transmentalismo” caro ai futuristi russi. Il verbo è ciò che passa dal “buco nero” illocutivo aperto da un io-non io increato:

Dove cominciano le cose in me? Da nessuna parte.
Ho il mio niente;
in me,
esse hanno il loro che non può né toccarmi, né nascere senza di me.
Poiché io sono pienamente increato con il mio corpo fisico tutto intero.

     E ancora, sotto forma di prosa diaristica:

Non mi ricordo di essere nato.
Mi ricordo di non essere mai nato.
Voglio dire: l’Artaud che ero in Cina con una canna, quattromila
anni prima di Cristo, è il medesimo dell’Artaud che partì in Irlanda
per farsi riempire di botte dalla polizia inglese perché teneva in mano
la presunta canna di San Patrizio…

     L’io è l’increato, l’increabile. Dissolta in modo tanto radicale la nozione di soggetto, in Artaud decade pure ogni principio d’individuazione del logos poetico.
     Quale sarà allora la fonte del poiein? Forse la dovremo cercare nel luogo o non-luogo – meglio sarebbe dire affiorante traccia – di una castrazione simbolica effettuata da una sorta di congiurante orda cosmica (l’«orda di spiriti-spie che incrimino»).
     Atto castratore che si avvale di una “magia persecutoria” – annota insistentemente l’autore – dai molteplici effetti, tra cui lo sperpero traumatico e degradante del seme, la caduta della differenza sessualeparentale con la conseguente affermazione del neutro («Ora io sono il padre-madre / né padre né madre / ne maschio né femmina») e per finire il sentimento di «onnipotenza depotenziata», una demenziale kenosis.
     Il destino di Artaud è di creare de-creando. E mentre incorpora le grandi figure vittimali del passato, Eliogabalo o Cristo, egli si espone sopra l’abisso di un sacrificio cosmico-metempsicotico: «Mi ricordo anche del supplizio ignobile della crocifissione in un luogo chiamato Golgotha».
     Follia della carne che non può, a sua volta, non stravolgere l’artificio del testo chiuso. Il materiale poetico allitterante si dissemina entro affreschi verbali dove il libero succedersi di parola articolata e delirio gnomico configura il teatro della signifiance come luogo di pena (torna in mente il teatro della crudeltà), dove cioè ogni linea di fuga dell’enunciabile non è altro che un prolungato, furibondo grido di dolore.

«Tento di rendere la vecchia efficacia magica, l’efficacia ammaliante, integrale al linguaggio della parola», annota lo scrittore in Le Théâtre et son Double. Il tormentoso tragitto verso la Verità-Golgotha che il dictum deve sopportare vien catturato nel raggio d’azione di una magia materialistica, virulenta e “oscena”, ben più performativa e dissolvente di quella che trascorre nelle pagine di un Michaux o di altri, al punto di inficiare ogni principio costruttivo inerente all’opera. «Non c’è opera, per Antonin Artaud», dice Evelyne Grossman, «ma questo infinito in sospensione dell’energia poetica, questo turbine della materia in movimento.»(8)

     La follia, certo. Un “buco nero” dove vanno a sedimentarsi e battagliare – quasi per dirompente “eclampsia diacronica” – l’iniziazione magica presso i Tarahumara e la psicotropia delle droghe, il Teatro della Crudeltà e il culto di Van Gogh, fino all’esperienza dell’elettrochoc e dell’insulina legata alla violenza psichiatrica (nel manicomio di Rodez in particolare). In quell’imbuto che dà sul vuoto si riversa l’autobiografica, insostenibile storia di un conflitto tra “identità” e “alterità”, ordine della scrittura e laceranti tensioni decostruttive. Artaud ha viaggiato nelle terre “in transe”, l’Europa lo inghiottirà. Tenace assertore della cultura arcaica – il rito, l’esorcismo – contro l’alienante dominio dell’Occidente, egli rappresenta nello stesso tempo la vittima estrema dell’età del nichilismo, forse il suo Marsia più inquietante. Suppôts et Suppliciations, l’ultimo libro, accumula le macerie di una sintesi impossibile.
     Di sicuro il “cosmogonismo” della formula magica rimane punto fermo del discorso poetico («e non è vero, non è assolutamente vero / che tutta questa magia sia solo la sopravvivenza di un ordine delle cose oggi distrutto e a cui la terra ha voltato le spalle»), ma qui l’evento testuale di fondo è la deflagrazione dell’io-scrivo e l’avvertimento dell’impossibilità di ogni scrittura, è la scoperta dell’equivalenza tra vuoto e parola. Il “buco nero”, dunque, la follia che non-si-parla:

L’orrenda tristezza del vuoto,
del buco dove non c’è nulla,
il nulla non soffia,
non c’è nulla,
è attorno al buco,
nel punto dove le parole si ritirano,
un buco senza parole,
sillaba senza suoni.

     Un vacuum che non condivide nulla con il silenzio “aurato” e “pensante” tipico della poesia cosiddetta ontologica, ossia il silenzio dell’enigma; quello che investiva come folgore i componimenti di Celan concentrando in sé la tragicità dell’indicibile. Il silenzio artaudiano è il segnale di un asfissiante, estremo stato d’assedio della parola a opera del vuoto, oppure del suo apparente contrario che è il “troppo pieno”, lo stipante, se è vero, come afferma Cioran, che «spinta all’estremo la percezione del vuoto coincide con la percezione del tutto, con l’ingresso nel tutto». Quel vuoto va a coincidere spesso con la metafora anale della defecazione e del rigetto. È la sentina dell’essere, il canale di scolo per espellere (eiaculare) l’inassimilabile cibo dell’Idea e dello Spirito, un “a tergo” dove scorrono senza posa sterile sperma e materia escrementizia. «Fornicare con il vuoto», questo uno tra i molti, fulminanti motti che punteggiano il libro. Forclusione dell’io-penso nel reale, per parafrasare liberamente Lacan.

     Che fa la scrittura nell’ultimo Artaud? Trascrive l’ek-stasis congiunta a una trans-discendenza, ne dice l’irriducibile corporeità, ne registra il suppurarsi in tutte le sue valenze immaginative. È un affare di resti, in definitiva. Frammenti di logos che la rotazione delle stringhe verbali condensa, manipola, o lascia cadere nel fango. Un conglomerarsi “espiatorio” di lettere, come appare fin dal bisticcio del titolo: Suppôts et Suppliciations. Dove un’ondivaga traduzione restituirebbe: Scherani (i “sottoposti“, gli “sgherri” di un inidentificato demiurgo responsabile del Male cosmico) e Suppliziazioni (suppliche del o attraverso il supplizio).
     Sarà il catabasico prefisso “sub” a dover ritenere la nostra attenzione: il “sub” del subire, trovarsi sotto e alla deriva dell’essere crudele e flagellante contro cui occorre rivoltarsi. Nelle impressionanti, litaniche Interiections (proiettili verbali per colpire l’essere) troviamo forse la chiave di volta dell’antisistema poetico artaudiano. Negato il “tutto” («niente spirito, niente anima… niente mondo, niente creazione »), brilla di luce deiscente uno scorporo, un passepartout desolatamente e dissacrantemente erotico (ed euristico, perché no?), al quale l’autore assegna, quasi rendendolo prolungamento parasinonimico del vuoto, il nome di corpo.

E colpendo l’essere che è sopra di me
scegliere, dico, sùbito il mio corpo,
scorticandovi la massa rossa delle mie dita
tagliuzzate di tutti i maca,
i macachi di magia noce [noix]
che mi rodono dito su dito [doigt].

     È corpo-di-coscienza massacrato, pulviscolo di fonemi-escrementi gravitanti attorno alla grande / O / del vuoto ontologico e magico. Per non tradire l’efficacia del circolo “vizioso” di questo suono – in cui preme, disseminata, la seconda vocale del nome proprio ArtAUd(9) – riproduco il brano nell’originale:

Quand la conscience débOrde un cOrps c’est AUssi un
cOrps qui se dégage d’elle,
nOn,
c’est un cOrps qui débOrde le cOrps d’où elle sOrt,
et elle est tout ce nouvEAU cOrps.

     Pura béance, non altro. Un avvicinamento a quella frontiera delle frontiere linguistiche che è la glossolalia (il parlare faccia a faccia con l’Altro voltando le spalle al mondo, il parlare “in lingue” come diceva san Paolo), o se si vuole il dantesco, oltrante «trasumanar significar per verba». Ma qui la glossolalia scende in campo per finirla «con il giudizio» del senso, perché, come afferma Artaud, ogni senso rimane «intercluso» (enclavé):

raibend
oi na mintrend
ointrend
neintrend
o pennitra.

     Quando un ordine vagamente lineare viene ripristinato, nel medesimo contesto, è solo per esprimere un imperativo: «Occorre far saltare un’intera terra, / sbarazzarsi di una creazione…». La glossolalia interiettiva – che Artaud impiega come arma – è il sintomo più misterioso (e magico) di questo verbale creare de-creante. Un gesto che si compie sulle ceneri, sulle “polveri” del proprio nome: «Di polvere d’ARTO, / di polvere d’ARTOT, / di polvere d’Artaud / per rifare la creazione».

 

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Note

(7) N. Abraham – M. Török, L’écorce et le noyau, Flammarion, 1987, p. 38.
(8) E. Grossman, Antonin Artaud, à l’infini…, in A. Artaud, Suppôts et Suppliciations, Gallimard, Nancy 2003, p. 19.
(9) La disseminazione del proprio nome in testi e disegni è pratica corrente in Artaud, soprattutto negli ultimi anni. Del complesso fenomeno si è occupato Jacques Derrida nel saggio Artaud le Moma (Galilée, 2002): v. in particolare le pp. 87 e 88.
__________________________
Il saggio di Gilberto Isella è tratto da:

 

Aa. Vv.
(a cura di Mario Fresa e Tiziano Salari)
La poesia e la carne.
Tra il labirinto dei corpi e l’inizio della parola

Milano, La Vita Felice, “Saggi”, 2009.

 

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