Andare per salti

Elio Grasso

Nota di lettura a:
Annamaria Ferramosca
Andare per salti
Introduzione di Caterina Davinio
Osimo (AN), Arcipelago Itaca, 2017

Nella scrittura poetica c’è chi vuole nascondere l’inganno, facendo credere di stare presso al mistero mentre in realtà è il vuoto a ogni passo. La natura della poesia è vicina a quel che si può definire, invece, il segreto del mondo. Pur esibendosi agli occhi umani da migliaia di anni, a ogni svolta d’epoca c’è qualcuno che se ne preoccupa e s’interroga. E più accade questo, più il mistero fa finta di niente, svolta per vie e vicoli difficili da percorrere. Ma misteriosi non sono i colori, le piogge e le ombre bagnate di nature e città, le cattedrali di rocce da Zanzotto definite “conglomerati”. Sarebbe da indagare l’ascendenza del poeta di Pieve di Soligo avuta sulle nuove generazioni, coscienti o meno che ne siano. Frammenti di questa matrice si ritrovano anche in tutta l’opera fin qui pubblicata da Annamaria Ferramosca, e nell’ultima raccolta. I “salti” con cui si passa da un pensiero a un altro, da un luogo a un altro, sono il racconto di un assillo generante l’opera, per lo più valoroso, e per niente estraneo al mondo turbato dai propri sommovimenti. Una poetessa come Annamaria spesso posa a terra lo zaino, e gira lo sguardo verso i modi che liberano la lingua dalla generica passività a cui assistiamo: la domanda allora è “cosa devo farci con questo spudorato pianeta”, sapendo la difficoltà di poter aggiungere ancora qualcosa dopo decenni di opere che hanno attraversato guerre, disastri, ribaltamenti psichici e politici. La molteplicità è figlia del suo tempo, le prospettive da cui capire hanno avuto (e hanno) bisogno di strumenti aguzzi per penetrare la segretezza. Nelle carte vengono richieste complessità di ricerche e rinnovate misure d’indagine. C’è da chiedersi se tutto questo è già cominciato, e se i rivolgimenti ascoltati in Andare per salti sono parte di un vortice di disorientamento e di quel po’ di rigore utile alle generazioni affinché oltrepassino le grame barriere linguistiche attuali. Certamente il libro segnala forti ramificazioni, consapevoli allontanamenti dal cliché apologetico del “sentimento” come (quasi) unico spazio da frequentare. Essere sottomessi non fa per Annamaria, per lei è da preferire il ritrovarsi su una nave che trascini al largo. Avendo con sé gli strumenti (e braccia adeguate) per piegare vele e timoni secondo il proprio volere linguistico. Non lasciamoci fuorviare dalle metafore, basta vedere gli strappi e le svolte presenti in quasi tutte le pagine di Andare per salti, le diatribe sensoriali e le piegature dominanti negli stessi versi. Non nuova a questi elementi, la poetessa prosegue nella sua personale visione di scene reali e realtà zoomate dai video, visione che ha un assetto di vero rapporto fra poesia e verità esistenziale. Supremazia del pensiero qui vuol dire suoni, odori e lingue del mondo in movimento, senza il filtro dei supporti elettronici. Il treno dell’autrice è quello che parte a fatica e frena ancora sferragliando sulla strada ferrata, uguale da almeno due secoli. La sua poesia passa per un canale strettissimo, è un volo radente su spazi di alture impervie, di case e recinti, di città che “erano tutte venezia”: non può essere altrimenti per chi afferra il primato bifronte delle bellezze rimaste e i disastri incombenti. Torna alla mente il “trauma” zanzottiano, quando nel clima del libro Ferramosca tenta di ricucire i lembi, inserendo tratti che rinnovano. E questa è profondità del fantastico, il segno di una ricostruzione di tutti gli oggetti che in generale nel mondo ci stanno a cuore.

 

Testi

 

esterno con pioggia     interno con acquario

è l’ora delle prove distratte di attraversamento
senza attenzione a strisce pedonali
zigzag sul bagnato senza ombrello
senza documenti né borsa né portafoglio

schizzo via dalla giunglamercato
obliquando rallento prendo fiato
rispondo alla domanda muta
del venditore ambulante
– è da un po’ che mi fissa perplesso –
sai la fine mi tiene d’occhio e voglio
andare senza direzione
come un bambino fare splash nelle pozzanghere
se vuoi se hai tempo    appena
il tiglio smette di gocciolare
ti racconto una stupida vita
come stupisce come istupidisce

sai non si vede    non si vede nessuno
nessuno è reale    piove sempre
nella pioggia sbavano i segni
ma le pagine    accidenti    quelle sono
insperate di bellezza
disperante bellezza irraggiungibile
poi i lampi i lampi
dall’oltre indecifrabili     martellano le tempie

e l’umano    l’umano nausea    fa barcollare
ma non mi arrendo
calpesto limiti recinti codici
e non mi perdono     ché anch’io sono umana

così mi lascio vivere
un vivere piccolo semplice che almeno
un po’ faccia coesione
un rimpicciolirmi come
di seme tra i semi

*

ora che mostro viso e braccia aperte

s’accendono i corpi le voci
più libero il pianto più intense le carezze
apro armadi nel petto e
vado per salti
dimentico zaino zavorra
virgole punti de-finizioni
tanto so che l’altrove
mi tiene d’occhio e

dorme la mia bambina delle meraviglie
ancora irrubata dal mondo
intatta nel suo pianeta
cosa devo farci io con questo spudorato pianeta
cosa devo farci con il terribile che infuria
con le solite frasi il solito sgomento
con quella spes ultima illusione
cosa devo farci pure con la poesia

tanto so che la nave
sta trascinando al largo
nel muto acquario dove ci ritroviamo
come all’origine    nudi
finalmente originali    miseramente
splendidi nel nulla

*

zoom su tutte le città ferite a morte

nella polvere scompaiono le scene come fossero
bagliori di una notte mai trascorsa
se mi abbracci anche una sola volta
la guerra scompare

abbracciati fuggiamo dagli scannatoi
da chi sogna di farsi cadavere tra cadaveri
abbracciati fuggiamo dall’empietà
di riportare i corpi nel buio della prenascita

dal video le nostre immagini    siamo
confusi abitanti del caos
boia e animali sacrificali
mentre il fiotto soffoca il respiro
dei boschi dei nidi
di ciò che resta delle case
dove avevamo in mente di ritornare

come spiegheremo ai figli l’allarme ininterrotto
se non sotto una maschera di vergogna?
chi ritirerà la posta dalle cassette
mentre le arance rotolano dal cesto?

*

treno della scoperta

in lingua ferroviaria scopro
il gesto del salire
l’abbandono del tocco terrestre
certi odori di treno ancora m’inondano
ripetono la sequenza    cercare
il vagone del distacco    disporre
con braccia malferme la valigia
nello scomparto in alto
(passato di pienezze e di perdite)
sedermi    chiudere gli occhi    è d’obbligo
annullare spazio e tempo
necessaria una tabula rasa
per entrare nella trenosfera

si levita in volo radente
come molecole spinte nel tunnel
assorda il fragore all’entrata
rinfranca l’ossigenoluce all’uscita e
tutta quell’erba là fuori
siepi rami recinti    e
case    case improbabili
così veloci nella fuga
sorde case che ronzano di antenne

ma la campagna è verde e ha sapore lunare
nelle sue scene selvatiche con
qualche sparuto animale muso in terra
indifferente al passaggio
immerso anche lui nel suo viaggio

ecco    passa il controllo
ecco ritorna il rumore padrone
geometria della voce che oblitera
ogni scena    grigia
di parole grige    imbavagliate

il mio corpo stanco di captare
conflitti che non deflagrano
segnali nonsense
la testa    una culla ovattata
allunga verso il finestrino
i suoi rami neuronali affamati d’ossigeno

unirmi al verde del mondo là fuori
rinfrancare la vista    dilatare il respiro
verdemela pacifico    geniale
natura che si rigenera    annulla
ogni errore ogni macchia
per i prossimi frutti

coprirmi di verde incorrotto
                   prima della stazione d’arrivo

*

le città erano tutte venezia

erano simili    sì    simili ovunque
erano tutte venezia al tramonto
in attesa dell’ultimo vaporetto

pure questa mia roma che muore
inespressiva statua
annegata di fango di polvere
altra storia ancora che sprofonda

mi tieni strette le mani
bambina degli oceani
mentre insieme affondiamo
io cerco i miei antichi relitti   tu
segui alghe di luce
rondini di un cielo vivo
tu già risali    ti salvi

*

dal monte al mare concordi le soluzioni della natura sull’amore

lungo i fianchi del monte il silenzio
scuote appena la notte
in alto prendono consistenza
i fili invisibili che tengono fisse le stelle

questa concavità di valico ristora
il mio respiro in corsa
l’erba mi attraversa smagliante
mi fa scivolare a valle con l’entusiasmo
potente di valanga
ti raggiungo

il tetto della tua casa ha canali d’aria
vi passano suoni del tempo trascorso nelle stanze
ma appena entro il rimpianto ammutolisce
sa che posso scaldarti già guardandoti

ti performo la scena d’amore
le onde-salento che lampeggiano
il soffio greco del timo sullo scoglio
la carezza del tufo    ecco
abbiamo già i piedi nella corrente

*

sembra che cadano dall’alto le parole

della poesia – mi dici –
come da un tremito di stelle
sembra un bruciare di schegge fossili
lampi d’altra memoria che migra

hanno esili braccia come leve di luce
a sollevare la grave pietra umana
non vanno per salti   loro   ma
per larghissimi voli
sulla nostra laguna sconsolata
a intercettare il centro innocente
la forma fetale del cuore

è vero    è un pulviscolo di parole
che invade l’universo   lo informa    lo plasma
se ti metti in ascolto puoi avvertire
le onde d’urto    nel bosco
il colpo secco dalla corteccia
il tuffo della rana di Basho
un chiamarsi tra loro – pianissimo – delle cose

e quella nostra stramba contentezza
nell’ascoltare

*

metropolitana 3

dalla regia del tempo una telecamera
underground    multifasica
riprende la scena    siamo nel film
nello stesso profetico vagone
qui ora e qui ripresi ancora nella stessa posizione
tra dieci anni    tra venti    tra quaranta and so on
si scompare random liberando
ad uno ad uno sedili e posti in piedi    restano
solo contorni a matita    o sagome bianche come
calchi di gesso pompeiani

continuano ad aprirsi chiudersi le porte
entrano – vivi e densi nel corpo – due bambini
ridono sfacciati dei pallidi passeggeri rimasti
della ruga centrale che gli segna la fronte    ma
dall’Operatore nessun avviso ai viaggiatori
del perché si siano fermate a un tratto
                                         ripresa e proiezione

*

posto di pietra

cerca – ad esempio – il profilo di un vecchio
seduto sulla pietra al sole    siediti accanto
inizia con un’inezia    parlagli di vigne o di mare
accogli la sua lingua spezzata che trasforma
la piazza in fantastico teatro
di strampalati racconti
fanne ricordi fermi per l’inverno
vento caldo di favole ai tuoi figli

ritorna a fargli visita
ogni volta prima di partire
il suo posto di pietra così simile
al tuo vecchio banco a scuola
erano voli di parole-rondini
a lasciarti sigilli sulla fronte
nel becco rami che rifondano paesi
dove i profili tutti si somigliano

a mezzogiorno passarvi il pane
insieme tornare a casa
come stringendo al petto il mondo
prima della prossima tempesta

*

area domestica con segnali

in ombra queste dita    inumate nella carta
l’imprecisione del profilo dei monti oltre il vetro
il ponte che frana nella nebbia
quei visi
esposti all’insulto dei naufragi

padre    avevi spalle robuste
e la sana ironia che alleggerisce il giorno
voce rassicurante    siamo avanti    avanti
verso incredibili traguardi    la tavola di Mendeleev
ancora saltellante di vuoti    luna e marte in attesa
silicio e robot e lussureggianti
i nostri profili ibridati

nei campi l’humus intossicato
là dove le radici geologiche dei passi
s’allungano di sete verso i pozzi in seccume
riarsa di sangue la terra
la carta dei libri    pesta    dimenticata
come i graffiti sulla roccia
smunti    arresi

questa la fine della nostra casa?
cerchio di fuoco allo scorpione?

il televisore di là rimasto acceso

*

nella luce che declina

fatemi luce non vedo più il percorso
brancolo sul mio profilo    non mi riconosco
non ti riconosco

respiro cenere    piove dal cielo
dove l’umano è in fumo
piove dal suo fumo
cenere di boschi e d’anime
piove tenace l’errore

arrivi a me dal mare
senza giustizia né perdono
confinato nel campo dove
tuo figlio non riesce a giocare
ha negli occhi domande raggrumate
padre perché questa rete
padre voglio tornare    non m’importa morire
per fame o guerra o per indifferenza

homo insipiens
tuo l’ultimo ideogramma coltello-sulla-gola
t’immoli perfino
per un cielo del nulla
dilegua con te un cammino millenario
si spalanca l’abisso
nella luce che declina

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1 commento su “Andare per salti”

  1. Credo che oggi, fuori dal disorientante rumore “social”, nessuna parola esisterebbe senza la cura di chi la legge – nel suo tempo del rigore e
    dell’attenzione – decidendo di restituirla con la propria luce. Per questo ringrazio tanto Elio Grasso. E insieme l’indimenticabile Francesco Marotta, l’infaticabile Mario Santiago e tutti coloro che amano questa stanza sempre necessaria.
    Annamaria Ferramosca

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