La regola dell’orizzonte

Marco Ercolani

Nota di lettura a:
Alessandra Paganardi
La regola dell’orizzonte
(Puntocapo, 2019)

 

Quando i morti annegati avranno i nomi
di granuli di sale
raccoglieremo a riva
vocali e consonanti una per una
l’inutile bellezza
dei tronchi rovinati dalla pioggia

Giancarlo Pontiggia, nel retro di copertina di La regola dell’orizzonte, parla di «un’interiorità vigile, allarmata, che si apre alla vastità delle cose del mondo». L’autrice afferma, nella sua nota a fine libro: «La tendenza a comporre micro-sillogi, non più poesie singole, è ormai diventata il mio metodo cardinale di scrittura. Ciò porta a selezionare maggiormente le immagini e forse, di conseguenza, a scrivere meno. Ma anche la parsimonia è un alleato prezioso, se si vuole imparare sempre meglio a trattare la parola poetica con il rigore che merita».
Mare apparente, Angeli guardiani, Il resto della vita, Monogramma, Il codice del vetro, Il peso del vento, A termine: questi i titoli delle sezioni in cui si dipana il libro.
Il pacato timbro della voce, traversando emozioni diverse, insegue approdi visionari, dove la parola inizia e conclude il discorso come in un largo musicale, che sigilla le immagini di ogni poesia ma ne apre il tessuto poetico a ulteriori mete. L’inquietudine dell’osservatore è sempre l’oltre che muove questa parola. L’orizzonte è mutevole, nei colori, ma la sua linea è una regola immutabile. Il furore di certe immagini, qui evidenti («ho accordato le mani alla luce / le ho spinte oltre il cancello / il sole mi crollava tutto addosso / e si faceva grave // mi aspettava la terra / alta delle montagne / un padrone di casa – lo splendore –“; “quando la curva / sbagliata delle spalle / dirà l’elogio dell’imperfezione»), cerca sempre il rigore pensoso di questo svelarsi nel visibile della lingua. Tutto il libro, nei suoi movimenti (verrebbe da dire “onde”), è un custodire la possibilità multiforme della troppa vita contro il dolore che impoverisce e pietrifica. Il poeta, pur esercitando il potente controllo di una lingua incrinata e solenne, si fa traversare dall’emozione e restituisce presenza di parola. Ricompone con equilibrio gli spasimi del dolore. Crea, per l’angoscia pervasiva e senza limiti che descrive, un “rifugio della mente” che la ospiti, come suggerisce John Steiner. L’esperienza interiore, perturbante, inventa la sua misura. La poesia si fa casa della follia, e quindi “sua” ragione.

Avere stretta in gola una poesia
e non scriverla ancora
[…]
La terra è generosa la terra dimentica
che si deve ogni volta farle male
ci guarda con gli occhi pazienti dei morti
lo vedi – tutto è già tornato fiore
[…]
Quando aspetti la pioggia
sii grato al cielo sceso nelle fogne
metti una firma senza sbavature
su questo errore a termine
che ti ha fatto vivo

Gli ultimi tre versi sono un progetto etico: accettare, e con rigore, l’errore inevitabile della vita. Firmare con fierezza il nostro passaggio terreno. Possiamo agire nel mondo, suggerisce Alessandra. Niente, dopo di noi, sarà uguale a come era prima di noi. Siamo passati, abbiamo desiderato, abbiamo lasciato tracce. Che un poeta trovi i giusti versi per “firmare” il suo atto etico di fronte alla parola, è necessario e urgente. Compito del poeta è «non togliere segreto alle rovine», tenere sempre stretto lo stupore: registrare, da testimone, ma non rinunciare mai alla potenza della vita, all’energia elementare del sentimento:

Tutto quell’oro vorrei regalarti
per medicare il buio
per guarire la terra
per cucire pazienza sui ricami
se un giorno non avremo più le mani

Una poesia dove “il doppio fondo scuro” è anche “l’attimo prima del suono”, dove domina «quello stare sospeso dentro un niente / tra l’arco e la sua freccia», e quindi tutto è sempre possibile: il perfetto verso compiuto e l’evidente lacerazione interiore che la poesia maschera e svela:

bevo a sorsi la luce prigioniera
giro attorno alla scheggia d’argilla
come quando sul secco del torrente
ripetevo il mio sogno d’autunno –

e passava la mente come un volo

L’assenza di una punteggiatura tradizionale rende evidente la natura ininterrotta dello scorrere dei versi dall’una all’altra composizione, il suo tangibile fluire. Ma questa poesia (dove «raccoglieremo a riva /consonanti e vocali una per una») vuole anche cadere sulla pagina gravemente, come “scolpita”: dove l’astrazione è nettamente disegnata sul foglio («oggi il sole ha portato un silenzio / d’algebra acuta sotto il suono zero»; «manca un arco soltanto / a incatenare il mare»), la “splendida imperfetta luce” del paesaggio mai viene a mancare. In una poesia nettamente visibile e musicale, il tessuto è quello di uno sguardo attento a eventi esterni e interni, simultaneamente occasioni reale e oniriche («come di notte gli occhi capovolti / vedono a fondo lo spazio più vero / la dimensione sfuggita alle mani / il tronco cavo che muore nel bosco / e si fa casa»).
Questo libro non va letto una volta sola ma riletto con attenzione fluttuante. Solo ripercorrendone i versi e le immagini si acquista maggiore consapevolezza del peso visionario di questa parola e del suo costante rigore compositivo che nasce da un combattimento mai risolto, per la libertà del cuore e per la lucidità della mente, dentro l’identità polimorfa dell’uomo:

Non è pace è rovina
gratta pareti fredde di calce
s’infila come un topo
ha il volto osceno del maratoneta
mentre spacca il traguardo
ha gli occhi irreparabili del lupo
che si trova di fronte
in un buio di foglie
il suo fratello uomo

 

TESTI

Mare apparente

Nella fonte dei tuoi occhi
vivono le reti dei pescatori del mar matto.
Nella fonte dei tuoi occhi
il mare mantiene la sua promessa.

(Paul Celan)

 

Bisognerà fare a meno
di questo non inverno
del sole strano che va per il mondo
invece di parole

senza il freddo a scrollare le vene
ti dimentichi in tasca le mani
le ritrovi in un pugno

è perdere due volte
sapere che finisce
ciò che non è mai stato

**

Se confondi le piazze i portoni
è perché tutti i posti sono ovunque
l’androne incarcerato nel cortile
il taglio scuro della ferrovia
le curve che rapinano l’asfalto –

via del Campo, ritrovare nelle suole
l’insegna dimenticata
di quel lontano innamorato aprile

**

Il ponte consumava la spiaggia
in un’invidia di cemento
non ti aspettavi una città così vicina
vinta da odori senza più pudore
– un mare che sparisce nei cortili
fritture clandestine –
sotto avari balconi
strisciavi nei corridoi
d’evaporato piscio sulle scale
non tornerò – dicevi –
la bellezza ti ha tagliato via
sei rimasto per sempre

**

Il sole finalmente disarmato
la gelida carezza dell’eclissi
fuoco su fuoco l’energia del lampo
purificava la pelle
fra la schiena e le mani
sorreggevi un silenzio
nella resa delle palpebre
il muro è ritornato abbraccio
accade un’ombra amica
tu la chiamavi estate

**

L’albero è capovolto
le radici nel blu
il nero la sua chioma
sfiora di vento il viso
bisogna avere cura anche del nero
crescerlo come un fiore
farlo bruciare nell’incandescenza
con la pazienza degli antipodi
preparare l’invaso nell’azzurro

**

La notte trasforma tutto in poco
non sai quando saranno
le prove generali per il niente
allora aspetti il ladro
infili i passi nel fuoco
appendi il sangue alle labbra
sbrani la poca vita
che ti stringe la gola

**

Uno stridore di corteccia
la falena barbagianni scontava
la disonesta affinità con l’albero
l’astuzia mendace della natura
una falange di bruchi bulimici
vendemmiava le foglie
la spigolatura fu
una chimica azzurra
il giardino tornato origami

**

E’ una ferita la gioia
lascia sul muro lo schiaffo di un’ombra
l’allerta delle cellule
– paura primordiale dell’attacco
dell’insetto dagli occhi così inutili
penetrato di notte con le stelle –
per questo da bambino
dopo il frastuono della risata
ti guardavi le vene

**

Si va sempre via così
in un respiro –
parietaria divelta dalla calce
ricorda il sodalizio con il corpo
l’hai chiamata vittoria
avevi già deposto la corona
è tornata a rubarti le mani
quando ti sei voltato indietro
e non trovavi più il tuo viso

**

Soltanto il transito è unico –
allora tu non scriverlo –
la sabbia nei sandali
sia quella dei padri
la fedeltà all’istante
non ripete mai il viaggio
il flutto inevitabile
lascia sempre lo scoglio diverso
la risacca testarda
sa di trovarlo uguale

**

Dopo il solco bianco
nell’aria che si rompe
restavano due cieli
e tu là sotto a domandarti dov’eri
mentre guardavi in alto
s’inteneriva la traccia
rimestava il confine
finalmente hai capito di abitare
dalla parte storta del cielo

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28 pensieri riguardo “La regola dell’orizzonte”

  1. Il mio libro appena uscito non poteva ricevere battesimo più competente sul piano critico, né più empatico “dall’interno” su quello poetico (perché chi scrive è scrittore a tutto tondo, critico poeta e ben altro, come sa bene chi conosce l’immenso lavoro letterario di Ercolani). Ho apprezzato in particolare la delicata e precisa annotazione sulla portata etica della scrittura, della sua particolare forma di “resilienza” nonostante la fragilità o grazie ad essa. Sono sempre i lettori, mai l’autore, a dover giudicare un libro. Questo bellissimo saggio, che è rifuttivo definire “commento”, ne costituisce un viatico che spero augurale. Grazie, Alessandra Paganardi

    1. Rimango sempre più coinvolto dall’eleganza crescente con cui Alessandra propone e conduce le parole in questa sua “danza” poetica.
      Una morbidezza di linguaggio, anche nei temi aspri, che ti fa sentire bene, quasi protetto dalla parola,
      Ci sono dentro vibrazioni che incontrano i nostri corpi e li confortano per “ … farsi pervadere dallo stupore.. farsi traversare dall’emozione”
      Mi piace quest’idea, che condivido perchè ne ho scritto, (nel mio caso : impronte forse dell’universo) del lasciare tracce, anche lievi ma incancellabili nella vita.

      La frequentazione amicale mi conforta anche per le sue affermazioni circa
      “La parola poetica da trattare col rigore che merita, la parsimonia nell’uso delle immagini.”
      C’è un testo che vorrei richiamare e che mi è particolarmente caro, lo utilizzo negli incontri di poesia con gli allievi della scuola media per dire loro che LA POESIA E’ UN ALTRO PUNTO DI VISTA, UN ALTRO MODO DI VEDERE QUELLA CHE SEMBRA ESSERE LA REALTA’ O FORSE L’ESERCIZIO DI RICREARLA.

      L’albero è capovolto
      le radici nel blu
      il nero la sua chioma
      sfiora di vento il viso
      bisogna avere cura anche del nero
      crescerlo come un fiore
      farlo bruciare nell’incandescenza
      con la pazienza degli antipodi
      preparare l’invaso nell’azzurro.

      Ci ritrovo anche suggestioni di Celan.
      Va bene. Grazie Alessandra per questa tua ulteriore prova poetica di grandissima qualità con la quale poter interloquire e crescere.
      Gianfranco Isetta

  2. Gentile Alessandra,
    se si riferisce all’espressione “nota di lettura” tengo a precisare che la usiamo come una sorta di “etichetta” per orientare il lettore in prima battuta; avevo infatti avuto cura di scegliere tra le “categorie” (che compaiono in testa al titolo stesso dell’articolo”) “critica”, proprio in considerazione del fatto che sembrava anche a me che Marco Ercolani andasse oltre una semplice recensione o simili.
    Grazie per il suo commento.

    1. Riguardo al precedente refuso, ho pensato – toh, una parola che non conosco :). Una buona lettura per definizione (di JLB) è una buona riscrittura. Ecco che con questi versi belli, Marco, che oltretutto ne cita molti (a differenza di altri che non ne citano uno) scrive un bel brano suo. E “verrebbe da dire onde” mi rimanda a una comune conoscenza, lo scrittore del racconto omonimo.
      metterei la foto, se riuscissi..
      Grazie Alessandra, grazie Marco!

    1. E’ uno spartito aperto alla densità, all’esperienza di un itinerario etico, assorto, commosso e nel contempo rigoroso, disegnato con maturità stilistica, con eleganza.

  3. Un incontro tra due persone, Alessandra e Marco, che hanno fatto della parola uno strumento per indagare sul mistero amaro eppure essenziale della vita, del tempo, dell’esplorazione di quel “mar matto”, per dirla con le parole dell’epigrafe di Celan, in cui siamo, anzi, che siamo.
    Ma esiste anche una promessa, fatta a noi stessi, alla parte di noi che ancora esiste, e resiste, umanamente tenace, a dispetto di tutto: mettere “una firma senza sbavature
    su questo errore a termine
    che ti ha fatto vivo”.
    Questo errore che ci ha fatto vivi.
    Alessandra rispetta questa promessa con una poesia nitida, senza facili compromessi. E Marco la descrive, anzi la vive, cogliendone l’essenzialità, la necessità.
    Grazie a entrambi per la bella lettura e a “La dimora del tempo sospeso” per averla ospitata.

  4. Aléxandros…questi versi difendono la donna che dice di Lei, la proteggono dalle intemperie della vita e ne indicano la rotta. Le parole tornite,a volte fungono da corazza per difendere l’intimo, il sensibile e a volte si presentano accuminate, infuocate, taglienti, Rasoi affilati che scavano l’umano sottopelle e raccontano ciò che non siamo soliti mostrare pubblicamente.
    Riconoscere il doppio, il fallace, il lato d’ ombra che ci riguarda e svela l’essenza umana, troppo umana.
    Un interrogativo di senso in viaggio verso l’ulteriorità.

  5. Il carattere più vistoso di questi testi è sicuramente la naturalezza del verso e dell’immagine , mediato dall’uso moderno dell’armamentario retorico , attento al significato senza trascurare le suggestioni del significante .
    La capacità comunicativa ha qui una sua centralità subito distinguibile , che si traduce in souplesse sempre in progress , capace di incuriosire e di coinvolgere di volta in volta l'”umano” e le sue aspettative , ma senza mai “convocare” il lettore e pretendere ascolto ( e consenso ) .
    Rimarchevole infine la gestione dell’ego , che tra Spirito e Ragione agisce come sorretto da una regia delicata ma intrigante di teatro , ma senza mai confliggere con il solipsismo vano/effimero/decorativo che riscontriamo troppo spesso frequentato dalla poesia italiana dei nostri giorni .
    Leopoldo Attolico –

  6. Trovo in questi versi notevoli di Alessandra una decostruzione del mondo (uno spostamento) e un suo rifacimento in segni che indicano
    quel che possiamo “dire” dello stesso senza retorica né infingimenti. Qui l’assenza si fa presenza del nostro stare nella vita, nel riconoscere e quindi riconoscersi, nella parola. Una parola poetica, ma anche filosofica ed etica, come sottolinea Ercolani nella sua attenta nota.
    .

  7. Una parola poetica autentica e in continuo movimento quella di Alessandra Paganardi, che si pone come riferimento per sempre nuove interpretazioni, a ricordarci con Alessio Tanfoglio (in “Epistéme e utopia” ,Youcanprint 2017) che la realtà non è un a – priori ma un fluire continuo e che il poeta e il filosofo sono spesso figure coincidenti che la descrivono nel mentre del farsi, attraverso la riflessione tradotta in linguaggio.
    Di movimenti – onde ci parla Marco Ercolani nella suasiva nota di lettura curata al volume, tematica già peraltro annunciata dalla citazione di Celan posta ad epigrafe, i cui termini fonte, reti, mare appartengono tutti al medesimo campo semantico.
    Un inevitabile flutto in alcuni versi di Alessandra (il flutto inevitabile/ lascia sempre lo scoglio diverso), voce ben riconoscibile nel panorama letterario coevo, per la quale l’aggettivo “femminile” è del tutto scevro di connotazioni limitative; si tratta, infatti di una poesia innervata della speculazione critica e filosofica di stampo femminile ma non solo, più fertile e innovativa, che ho apprezzato per la forte musicalità dal ricco apparato fonoprosodico di assonanze, consonanze e rime interne fin dall’edizione 2008 del Premio Astrolabio, vinta dall’autrice con la silloge “Frontiere apparenti”. La Paganardi inoltre è stata più volte ospite, con le sue pubblicazioni, degli incontri e dibattiti al Caffè storico letterario dell’Ussero di Pisa, che mi pregio di curare per AstrolabioCultura di cui sono presidente fondatrice.
    Forse la regola che ci addita Alessandra in questo suo recente lavoro è quella di accettare il limite, senza essere interessati ad un decisivo di alcun tipo, consci del fluire del tempo, della verità e dell’uomo, l’anello finale, il più debole della catena. Una Paganardi che come Antonia Pozzi ci dice di voler “vivere della poesia come le vene vivono del sangue” (Lettere – A Tullio Gadenz, Milano, 29 gennaio 1933), le stesse vene che da bambino ci guardavamo dopo il frastuono di una sana risata ( A.Paganardi, op.cit.) perché “la gioia è una ferita”, la ferita del vivere che solo la forza salvifica della poesia può alleviare. È qui che la cosiddetta “regola dell’orizzonte”, una delle risorse più utilizzate per la composizione fotografica, per mano della penna della Paganardi, come già di Virginia Woolf, scende in campo letterario per colpire il lettore/spettatore, facendosi titolo di un’intera micro-silloge.
    Per concludere non posso che ribadire quanto già scritto nella postfazione a “Frontiere apparenti”: che il poieo di Alessandra Paganardi ha la capacità di muoversi sul filo che collega il concreto al sublime, il quotidiano a ciò che travalica le epoche, tramite uno sguardo sincero e attento ed un linguaggio nitido, calibrato in una ricerca di un’essenzialità ricca e viva, anche in virtù di uno stupore genuino, non costruito, cercato con tenacia e levità all’interno dei territori della realtà resa parola e della parola investita del potere di farsi territorio da percorrere, la frontiera, in questo caso l’orizzonte ed il suo superamento.
    Valeria Serofilli

    ___________________________________

  8. Cara Alessandra, è stato un piacere e una sorpresa leggere questi testi e ascoltarti attraverso le nitide parole di Marco Ercolani. Sono versi che davvero scolpiscono inquietudini e emozioni. Non solo le tue: il lettore è catturato dalla musicalità e intensità di questi versi-onda e viene naturale condividerli. Un po’ come ritrovarsi davanti a un mare, ripercorrendo, attraverso il movimento dell’acqua, l’incessante mistero, il senso del nostro essere al mondo, assistere con impotenza e struggimento alle malattie (che come le onde si ripetono nei secoli…) della terra, senza cessare, tuttavia, di puntare lo sguardo all’orizzonte, dove ogni giorno rinasce il sole. Grazie a tutti e due per questo bel contributo poetico.

  9. Si legge in questi versi il risultato di uno scavo profondo e laborioso da parte dell’autrice dentro e fuori la propria persona, nella propria cultura e nel proprio stile. Versi limpidi e nel contempo densi, portatori di forti suggestioni, di un significato che va al di là delle parole; il senso di una nuova frontiera raggiunta oltre la quale si intravedono nuovi orizzonti.

  10. Delle poesie in anteprima mi hanno colpita quelle mani in tasca che invece di aprirsi verso la luce si chiudono a pugno, quasi ad esprimere il bisogno di un’atmosfera intima per riuscire ad apprezzare un inverno anomalo e gli infiniti ricordi dove tutto si amalgama, androni, spiagge e ponti verso la quotidianità notturna della consunzione emotiva, la “parte storta del cielo” che ci appartiene. Ammirata come sempre dalle sensazioni avvolgenti delle tue bellissime opere!

  11. Il tono minore, quasi morbido, che pervade “La regola dell’orizzonte”, risuona come il solo modo per porgere alcuni passaggi più crudi, più taglienti, senza mai sconfinare nella ricerca di un “effetto”.
    La sensazione immediata di “naturalezza” che ne traspare è il frutto di una tensione verso un rigore intellettuale e sentimentale, che sento come dato costitutivo della poesia di Alessandra Paganardi.
    C’è una inquietudine nel farsi e disfarsi degli elementi naturali, e una “naturalezza” quasi luminosa anche nella corruzione delle cose, dove “una falange di bruchi bulimici vendemmiava le foglie / la spigolatura fu / una chimica azzurra / il giardino tornato origami ” .
    E’ forse questa “la zona non eretica del senso”, come si avverte dal frutto morso dal baco, perchè, guardandolo, “non sospetti la ferita / poi tocchi il frutto e lo senti più grave / più fragile come per troppa vita”.
    Ed ecco che pensieri e la parola ci appaiono “parassiti mutanti invincibili / non si può mai farli morire”. Anche se “l’opacità è un destino di ritorno”, tutto è pervaso di luce, anche “l’anima incenerita della foglia”, “la gialla scorza concava alla polpa”, in un intreccio di bulimie della natura e delle cose, dove “la terra pesa quando il vento ha fame”.
    Aggiungo che si tratta di un libro che merita numerose riletture, e lo accolgo come uno splendido dono.

  12. Come ho sostenuto sin dalle prime anticipazioni dell’opera, il tempo, la lunga sedimentazione di queste poesie penso abbiano dato il frutto sperato sia dall’autrice che dai lettori che conoscono il percorso di Alessandra: un libro dall’architettura molto solida e da testi ancor più intensi rispetto ai precedenti libri. Aspetto la lettura integrale de la “La regola dell’orizzonte” per poter dire di più e meglio.
    Marco Ercolani sempre prezioso.
    Grazie
    Nino

  13. Sento pieni di vita questi versi di Alessandra Paganardi, anche quando ci parlano della fragilità e del dolore. Versi limpidi che rivelano una scelta accurata delle parole, senza alcuna sbavatura perchè sanno toccare sia il reale che l’immaginario interiore. Un sapiente mettersi a nudo, che sa guardare quella parte storta del cielo che abitiamo, ma conosce la bellezza della parola che mostra, malgrado, quell”invaso per l’azzurro a cui appartiene il nostro orizzonte.

  14. Cara Alessandra,
    nell’attesa di leggere il tuo libro, scrivo
    queste poche righe per ringraziarti di avermi fatto partecipe della pubblicazione.
    La lettura di alcuni testi riportati nel blog
    mi riporta suoni a testimonianza del tuo nuovo viaggio dentro una parola poetica forte e autentica.

  15. Ho avuto la fortuna di leggere alcuni testi qualche anno fa e di averli apprezzati. Trovo perfettamente aderente la nota di Marco Ercolani

  16. Cara Alessandra,
    sono molto felice per la pubblicazione del tuo libro, e delle preziose parole di Marco Ercolani, che ti accompagna in una sua lettura. Aspetto, ovviamente di avere il libro e di poter leggerlo interamente.
    Alcune piccole suggestioni, alle quali mi piace pensare, e che dovrebbero accompagnare il nostro scrivere, che tu ben ci indichi in alcune di queste poesie.
    Avere i versi in gola, e non scriverli ancora….
    Credo che la poesia abbia bisogno di questa stasi, o (apparente assenza di moto), per poter manifestarsi… Lavorio e parsimonia…
    Un bell’esempio di tutto ciò in questi testi, che incoraggia e conforta.
    Lina Salvi

  17. Ho letto tutte queste belle,,intense note alle quali aderisco totalmente.Dai commenti io imparo molto se sono illuminanti e sinceri come questi. Ma soprattutto ho letto il libro di Alessandra,,uno dei pochi libri di poesia degni di chiamarsi tali! Grazie, Ale, per averlo scritto, forse l’opera più alta e matura fino a questo snodo del tuo percorso di autrice!.

  18. Dai testi qui riportati già è possibile dichiarare che l’opera poetica di Alessandra Paganardi, del resto così dettagliatamente commentata da Marco Ercolani, è sicuramente da porsi tra le produzioni letterarie attuali di maggior pregio, per l’immediatezza del dettato e per la forte capacità di interesse che suscita in chi legge, con suggerimenti a volte spiazzanti; già il titolo, “La regola dell’orizzonte”, laddove l’orizzonte dovrebbe essere di per sé privo di alcuna regola, impone un ripensamento decostruttivo sulla natura e sull’essere, per una successiva e più “ordinata” (e amabile!) ricomposizione del creato: “Quando i morti annegati avranno i nomi / di granuli di sale / raccoglieremo a riva / vocali e consonanti una per una / l’inutile bellezza / dei tronchi rovinati dalla pioggia”. Ecco, a mio modesto parere, mi sembra questa l’idea fondamentale del progetto poetico del libro di Alessandra Paganardi, da cui poi lei sa, magistralmente, dipanare e sviluppare la sua filosofia. E, ancora una volta, la “parola” poetica assume qui un significato intenso, vivo, globale, luminoso, contro tutte le malefatte del mondo.
    Desidero esprimere i miei ringraziamenti ad Alessandra per avermi donato l’opportunità di leggere e interiorizzare, empaticamente, i suoi versi bellissimi e decisi. Con i miei complimenti, non solo a lei, ma anche ai redattori de “La dimora del tempo sospeso”.
    Giuseppe Vetromile

  19. In questi giorni, appena avevo un attimo di tempo libero, rileggevo continuamente, una per una, tutte queste note di lettura. Grazie è troppo poco, ma in un certo senso è anche una parola inadeguata – in questo caso più che mai. Perchè, al di là dell’ovvio piacere narcisistico (che preferisco confessare apertamente anziché fingere di nascondere!!!) di essere apprezzata da persone competenti come voi, resta il fatto che molti di questi commenti sono interessanti di per sé, a prescindere dal fatto che si rivolgano o meno al mio lavoro: sono nel complesso una miniera osservazioni acute e profonde, che rivelano il talento critico di chi scrive (VOI in questo caso, non io!!!!). Sempre più credo, con tutto il rispetto delle opinioni diverse dalla mia, che i poeti e gli scrittori siano spesso i migliori lettori e quindi i migliori critici: perché il critico altro non è che un lettore potenziato da studi, esperienze, letture continue, e soprattutto da ciò che Cristina Campo chiamava “l’esercizio continuo dell’attenzione”. Voi ci siete riusciti in pieno e io sono davvero felice, non solo dei vostri giudizi, ma di aver letto questi vostri pezzi critici. Spero che il dialogo continuerà, spero che continueremo a leggerci reciprocamente il più possibile. La rete, con tutti i suoi limiti, ci aiuta in questo. Vi ringrazio ancora e, se mi consentite, vi abbraccio. Uno per uno.

  20. Cara Alessandra
    una scrittura sempre più evocativa ed essenziale la tua. Una scelta in direzione della micro-silloge e la necessità di un verso diretto, asciutto, ma profondamente “vero” sono gli aspetti che maggiormente mi coinvolgono della tua scrittura. Scelte che pienamente condivido e che fanno parte anche del mio sentire. Condivido anche la consapevolezza che forse è il momento di “scrivere meno”; scrivere solo ciò che resta in noi davvero.
    Nella moltitudine di pubblicazioni, un libro necessario.

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