L’oggettività del linguaggio poetico

Disapprovo il segreto
di rimanere solo: non era
quanto sognato che un canto
cauto taciuto che vedo dileguare
in trasparenza.

O una bella giornata
è una sollecitudine sognata
tutto l’anno.

Nel suo saggio Come in dittici antichi autentici, Renzo Franzini, profondo conoscitore della poesia e della poetica di Lorenzo Calogero (1910-1961), sottopone la sua opera ad un’analisi rigorosamente formale: con l’intenzione di oggettivare la presunta soggettività di questo outsider che si conosce – se lo si conosce! – innanzitutto per aver operato al margine della vita letteraria in pressoché totale solitudine per tutta la vita.
L’incarnazione del poeta incompreso.
Della persona psichicamente labile che non riusciva a vivere tra gli uomini, fratello nell’anima di Franz Kafka di cui Milena Jesenská diceva che era come una persona nuda in mezzo agli altri, tutti vestiti.
Le tragiche circostanze della vita di Calogero, i ricoveri in psichiatria, il suicidio, il biglietto d’addio dove supplica i posteri di non dimenticarlo, la dolorosa assenza del suo nome nella storia della poesia italiana ufficiale, sono tutti fattori che portano l’interesse quasi automaticamente alla biografia e non all’opera.
La simpatia per il solitario medico condotto di Melicuccà che non può condividere le sue visioni poetiche con nessuno è quasi una reazione spontanea ed è, pertanto, probabile che ci si avvicini alle sue poesie come se queste, per quanto geniali negli intuiti, fossero in primo luogo espressione di un mal de vivre che l’autore cerca di elaborare in termini poetici.
È questo il punto di partenza delle esplorazioni linguistiche di Renzo Franzini. Senza alcun riferimento biografico e rinunciando volutamente all’interpretazione egli si concentra sull’analisi delle forme grammaticali, delle scelte lessicali e delle particolarità sintattiche con l’obiettivo di ricostruire lo scheletro del corpo poetico, la sua struttura ossea.
Perché, sempre seguendo il filo del pensiero di Franzini, sotto la metaforica stravagante di Calogero c’è una logica, una necessità delle scelte che trasforma l’estrema soggettività dell’immaginario in una sorprendente oggettività del significato.
I garanti della sua ricerca sono lo scrittore Raymond Roussel e il Ferdinand de Saussure degli anagrammi, ma io ho trovato anche delle corrispondenze con un importante saggio di Adorno del 1963, dedicato all’ultimo periodo di Hölderlin, che si intitola Parataxis.
Infatti, in diversi punti della sua ricerca, anche Franzini sottolinea l’importanza delle strutture paratattiche nell’opera di Calogero:
“Il privilegio della paratassi, un posare le frasi una accanto all’altra: posa che tuttavia si sottrae al racconto, trasferendo nella scrittura qualcosa che è la “descrizione” cubista o il montaggio cinematografico per sequenze brevissime giocate sulla interruzione critica, sul punto di separazione, o il piano sequenza di più eventi in una contemporaneità.”
Tramite l’uso di costruzioni paratattiche che eliminano le distinzioni e i piani temporali, si apre uno sguardo nuovo sul mondo: non più gerarchico, ma ugualitario e solidale. L’utopia dell’unione tra uomo e natura dove tutto e tutti, senza forzature, possono riacquistare insieme la dignità perduta di ognuno.
Un mondo di esseri liberi, dove la distinzione artificiale tra normalità e pericolosa eccezione o deviazione semplicemente cessa di esistere.
L’interesse di Renzo Franzini, tuttavia, non è rivolto all’interpretazione delle poesie, ma alla ricostruzione delle leggi di movimento secondo le quali le poesie, di volta in volta, prendono forma, affermandosi nella realtà come realtà alternativa: la realtà del poetico.
Davanti a questa realtà – o verità – oggettiva, le intenzioni dell’autore – tema, purtroppo, sempre attuale nelle istituzioni di istruzione di ogni grado – perdono automaticamente l’importanza.
Nella luce di una poesia compiuta, le intenzioni dell’autore non contano più perché nel processo del compiersi la poesia, inevitabilmente, si stacca dal suo creatore per diventare necessariamente altro.
Altro da lui, dalle sue eventuali intenzioni e altro rispetto alle aspettative e alle domande del lettore.
La poesia compiuta è necessariamente un monolite.
Un estraneo che si svela soltanto a chi si avvicina nel pieno rispetto della sua alterità.
Nessun misticismo però.
Il merito del saggio di Franzini che racchiude in sé il lavoro di una vita è il dissotterramento di alcune leggi linguistiche che nella poesia di Lorenzo Calogero permettono all’intuito di trovare la sua forma, l’unica possibile, che, per quanto enigmatica possa sembrare a prima vista – è pur sempre riconducibile a certi principi che l’autore trova tramite una attenta ricerca filologica.
In questo senso, la verità delle poesie di Lorenzo Calogero non è da cercarsi nella vita infelice dell’uomo, ma, al contrario, nel fortunato caso di un poeta che, abbandonandosi completamente alla propria percezione della realtà, trova nella sua più stretta strettezza, per dirlo con le parole di Paul Celan, la più ampia ampiezza: il respiro del mondo che si fa poesia secondo le leggi infallibili della lingua che lo guida.

*

Renzo Franzini: Come in dittici antichi autentici. Del poetico in Lorenzo Calogero, Francavilla Marittima, Macabor, 2021.

1 commento su “L’oggettività del linguaggio poetico”

  1. Grazie e ancora grazie: leggo (finalmente!) un intervento circostanziato sulla poesia di Calogero che, ben evidenziando la prospettiva ermeneutica di Renzo Franzini, ne condivide l’intenzione libera da pre-giudizi di carattere biografico e contenutistico; molti (troppi) citano ormai Calogero e, più spesso, Celan e Hölderlin fino a farne un luogo comune e senza mettere al centro dell’attenzione l’unico elemento davvero fondante: il testo con la sua struttura, le sue peculiarità sintattiche e lessicali.
    Nel caso presente accade, invece, qualcosa di poco usuale: dal saggio di Franzini rampolla quella che non definirei una “recensione” (odioso termine perché possiede spesso la connotazione di un qualcosa che si scrive affinché sia letto in fretta, come consiglio di lettura o segnalazione o, nel peggiore dei casi, come corvée), ma un’appassionata e sodale riflessione, una nota di lettura che coglie e ri-propone un modo di accostarsi ai testi (forse) minoritario perché è più facile e più gradito l’impressionismo, il mordi-e-fuggi di una lettura, il cullarsi in viete abitudini mentali.
    Particolarmente stimolante è la riflessione sulla struttura paratattica – si tratta, credo, di uno dei nodi più difficili e dolorosi per chi, impiegando una lingua indo-europea, è per ciò stesso erede di un modo di percepire il mondo e il rapporto con esso in termini il più spesso di ipotassi (cioè di sub-ordinazione, di dominio, di gerarchia, di gradi differenti di struttura concettuale e, quindi, valoriale).

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